Che un tempo avesse avuto quell'uomo per amante, le parve di colpo inverosimile e assurdo. Non riusciva a persuadersi di aver accostato la bocca alle labbra di lui.* Men che meno in quel momento.
Lo vedeva seduto lì, sulla poltrona di Sherlock, la luce del sole al tramonto che delineava i contorni della figura di lui, le sue dita intente a collocare gli ultimi pezzi sulla scacchiera di marmo; lo osservava e continuava a domandarsi cosa di lui, in passato, le avesse fatto pensare che potesse essere quello giusto. Certo, si era finto un'altra persona, ciononostante lei aveva ipotizzato che quella persona, anzi quell'essere, potesse essere per lei…si, insomma. che potesse essere qualcosa!
Aveva posizionato l'ultimo pezzo ed ora la fissava con il suo solito ghigno sulle labbra.
Molly, stupendo anche se stessa, gli restituì uno sguardo serio e deciso.
«Sai giocare a scacchi, Molly Hooper?»
Lei sbarrò leggermente gli occhi.
Suo padre le aveva insegnato le regole da piccola.
Le venne in mente una delle loro tradizionali partite natalizie di fronte al camino. La sua mano piccola e incerta che si avvicinava ad un pezzo, lo sguardo bonario di suo padre che sollevava le sopracciglia ogni qualvolta la sua manina si avvicinava al pezzo sbagliato, il suo sorriso ed il leggero assenso quando finalmente lei prendeva il pezzo giusto, la felicità e la tenerezza di quei momenti. Tuttavia sapeva perfettamente di non essere in grado di fare una partita "reale", soprattutto non contro un genio del crimine con una logica ed un'intelligenza superiore alla sua. Ciononostante non poteva rifiutarsi dall'accettare quell'implicita sfida.
«Conosco le regole…»
L'uomo sorrise.
«Quindi…sai giocare…»
La patologa alzò il sopracciglio.
«Conoscere le regole degli scacchi non vuol dire sapere giocare a scacchi!»
Disse quella frase senza pensare.
Era una frase che suo padre diceva spesso. "Sapere le regole degli scacchi, Molly, non vuol dire saper giocare a scacchi!". La diceva bonariamente a lei, la diceva pacatamente ad amici o parenti che consideravano il suo passatempo come una mera applicazione di regole e schemi. "Neanche nel tempo libero sa rilassarsi, tuo padre!", la voce di suo zio le rimbombava nella testa. Tuttavia lei sapeva cosa volesse dire suo padre con quella frase. Non era una semplice osservazione riguardante un gioco come un altro ma una regola universale. Non basta conoscere le regole che gestiscono la vita per saper vivere.
Lo sguardo d'odio che Moriarty le stava rivolgendo la riscosse dai suoi pensieri. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani e tacquero entrambi per qualche minuto.
«Perché siamo qui?...»
L'uomo modificò nuovamente la sua espressione e sorrise, appoggiandosi allo schienale, i gomiti sui braccioli della poltrona.
La sua voce fu un sussurro.
«Dobbiamo fare una sorpresa!...Dobbiamo fare una sorpresa a Sherlock, Molly!»
La patologa provò a dire qualcosa ma tutto quello che le uscì dalle labbra fu un leggero balbettio.
Il colpo prodotto dalle mani dell'uomo la fece bloccare.
«Benissimo!...Mentre aspettiamo, iniziamo a giocare!»
Molly fissò la scacchiera come ipnotizzata.
«E se io non volessi giocare?...»
Moriarty serrò le labbra e scosse la testa.
«Non credo tu abbia scelta…»
La pistola che l'uomo posizionò accanto alla scacchiera attirò lo sguardo della patologa.
«Hai i bianchi…a te la mossa Dottoressa Hooper…»
Fissava il cellulare di Molly nella sua mano guantata. Il laboratorio era praticamente al buio.
La sua mente cercava di capire e ricostruire. Come poteva essere vivo? Dove aveva sbagliato? Perché Molly? Se per le prime due domanda aveva delle improbabili ma non impossibili risposte, per l'ultima aveva una sola certezza: si era affidato eccessivamente a Molly ed al suo aiuto e così facendo l'aveva esposta. Al tempo stesso, era sicuro anche di un'altra cosa: Moriarty attribuiva a Molly un'importanza che per lui, lei, non aveva…sicuramente no!
Rispose rapidamente alla telefonata di un affannato e preoccupato John.
«Non è…non è nel suo appartamento!»
Il detective sospirò leggermente.
«E questo dovrebbe stupirmi, John?»
Continuava ad osservare il telefono della patologa nella sua mano. Non si era reso conto di aver iniziato ad accarezzarne lo schermo con il pollice.
La voce dura e nervosa del dottore lo riscosse.
«No, certo….tu ovviamente lo sai che non è qui…quindi, dove si trova, Sherlock?»
Il consulente alzò gli occhi al cielo e si incamminò verso la porta del laboratorio.
«Ho delle ipotesi…»
Dall'altro capo del telefono il dottore sbuffò di nervosismo.
«E vuoi condividerle?»
Il laconico no del detective fu seguito da qualche istante di silenzio da parte di Watson.
«Come diavolo fai ad essere così tranquillo?...Sei veramente un…»
Sherlock sorpassò il portone dell'ospedale e fece cenno ad un taxi in arrivo. L'attenzione destinata a John era pari a nulla, sino a quando non sentì un vociare al di sotto delle offese dell'amico.
«Chi è che parla?»
«Come?»
«Chi c'è lì con te?»
«E' arrivato Tom.»
«Chi?»
Il dottore sospirò e rispose a bassa voce.
«Tom!...L'ex fidanzato di Molly…magari sa qualc…»
Il tassista vide il suo allampanato cliente attaccare nervosamente il telefono e bofonchiare offese incomprensibili. Poi i suoi occhi osservarlo di rimando attraverso lo specchietto retrovisore. Colto sul fatto l'autista tossicchio leggermente.
«Per dove, signore?»
Jim Moriarty mosse lentamente la torre in d8 e si riaccascio sulla poltrona nera con il suo costante ghigno stampato sul volto.
Molly inspirò profondamente e fissò la scacchiera per qualche istante. Per lei era già un miracolo essere arrivata sino a lì ma ora non sapeva cosa fare.
Lui aveva il re in c8, chiuso da tre pedoni rispettivamente in a7, b7 e c6, la torre affiancava il re ed il cavallo la proteggeva da d7.
Era rigida, la schiena diritta staccata dallo schienale, le dita delle mani intrecciate nervosamente. La sua mente stava tornando all'infanzia, agli insegnamenti del padre ma non riusciva a trovare una soluzione per non soccombere.
Inspirò profondamente e chiuse gli occhi.
Rivide il volto di suo padre, la parte destra illuminata dalla luce rossa del fuoco, gli occhi dolci e la voce calma che la redarguiva scherzosamente: "osserva Molly…se fossi nei miei panni, di cosa avresti paura?".
Riaprì gli occhi e fissò la sua regina in e4. Avvicinò lentamente la mano verso il pezzo di marmo bianco, lo sguardo fisso negli occhi dell'uomo ghignante di fronte a sé.
Riportò la sua attenzione sulla scacchiera, mise le dita sulla regina e la sollevò leggermente.
Uno scricchiolio la fece bloccare.
Jim Moriarty rimase immobile, solo i suoi occhi si spostarono sino a raggiungere la porta chiusa del salotto. Molly lo imitò, voltando leggermente il volto verso la sua destra.
La porta si aprì lentamente con un rumore tetro ed un severo Sherlock Holmes fece due passi dentro la stanza.
Molly, con ancora in mano la regina e la schiena rigida, strinse le labbra fissando il detective a pochi metri da lei. Lui non la guardava, lo sguardo fisso in quello di Moriarty.
«Accomodati pure, Sherlock…fai come fosse casa tua…»
La cupa risata dell'uomo riecheggio nel silenzio.
Per qualche istante nessuno dei tre si mosse poi Sherlock sfilò i guanti, li posò sul tavolo, si tolse il cappotto, lo appese dietro la porta e si mise al centro della stanza, le spalle al muro con lo smile.
Moriarty continuava a fissarlo.
Il detective, le mani incrociate dietro la schiena, contraccambiò lo sguardo.
«Grazie Molly…continuo io…»
La patologa sobbalzò leggermente, gli occhi si spostavano prima sull'uno e poi sull'altro.
L'uomo seduto alzò l'indice e lo mosse leggermente.
«Oh Sherlock, non conosci le regole?...Ormai ha il pezzo in mano, deve giocare…»
Il detective portò la sua attenzione sulla scacchiera e poi alla patologa. Per qualche istante i due si osservarono, poi Sherlock tornò a fissare la scacchiera.
Molly continuò ad osservarlo e ne indagò il sembiante. Quasi fosse quello di uno sconosciuto, ne guardava il volto cercando di indovinare il carattere. La fronte era nobile e spaziosa, modellata da una forte tensione intellettuale, la bocca invece era severa e priva di condiscendenza. Nei suoi lineamenti tutto era rigore, energia e forza. Ammirava quella serietà trattenuta, la manifesta asprezza del suo essere che lei, aveva sempre ritenuto segno di scarsa cordialità e avrebbe volentieri scambiato con una più socievole facondia. Gli occhi però, che dovevano racchiudere il vero segreto, erano immersi nella scacchiera. Non poteva far altro che fissare con aria interrogativa il profilo di quel volto, come se sulla linea arcuata fosse scritta una parola sola, la parola della grazia o della condanna.* Lui levò lo sguardo per riportarlo su di lei ed istintivamente, la patologa, si ritirò in fretta tornando ad osservare la sua mano con la pedina stretta fra le dita.
Ingoiò nervosamente e mosse la regina per mangiare il pedone in c6.
Con uno scatto repentino, l'uomo di fronte a lei mangiò la sua regina con il pedone che aveva in b7.
Molly fissò quel volto distorto da un ghigno duro e si rinchiuse nelle spalle.
«Noioso, noioso…Noioso!»
Il detective chiuse le palpebre e scosse leggermente la testa.
La patologa si fece ancora più piccola. Sentì nuovamente la voce seria di Sherlock dire "Grazie Molly…continuo io!".
Si alzò lentamente, le braccia abbandonate lungo i fianchi, gli occhi fissi sul pavimento.
La voce sinuosa di Jim Moriarty attirò lo sguardo di entrambi i presenti su di lui.
«Grazie mille Molly…spero non ci sia del rancore fra di noi, sai…per ciò che c'è stato?!»
La patologa arrossì e si immobilizzò.
«Ma oramai credo non sia più così, mia cara…abbiamo chiarito, dico bene?»
Non riusciva più a muoversi, il fatto che si stesse implicitamente parlando del suo "rapporto" con Moriarty, davanti a Sherlock…
Il detective, lo sguardo ancora inchiodato a quello dell'uomo, sciolse le mani e tese la sinistra, lentamente, verso la patologa.
Molly, gli occhi ancora bassi, le braccia molli, allungò lentamente la sua mano destra sino a posarla su quella dell'uomo ma non riuscì a muoversi.
Fu solo quando sentì la mano di Sherlock stringersi attorno alla sua e tirarla verso di sé, che riuscì a muovere le sue gambe ed a posizionarsi dietro di lui.
«Vai, Molly!»
Avrebbe voluto rispondere di no ma la voce del cattivo delle favole parlò per lei.
«No Sherlock! Molly resterà qui, a farci compagnia!»
Il detective sbottonò la giacca e si accomodò sulla poltrona che apparteneva a John.
«Non credo sia necessario. La partita è praticamente finita.»
«Esattamente! Ho dei progetti per te e per lei!». La patologa si accasciò fino a sedersi sul tavolo basso di fronte al sofà. «A te, Sherlock!»
Il consulente investigativo incrociò le dita delle mani, le sopracciglia corrugate ad osservare l'uomo. Gli occhi erano quasi spalancati, le narici si allargavano e richiudevano convulsamente, le labbra tese da troppo tempo fremevano leggermente. Era certo della vittoria e stava aspettando solo di poterne godere i benefici. Un animale acquattato che dopo ore di paziente attesa, freme quando ormai mancano pochi istanti al balzo.
Sherlock Holmes sciolse con innaturale lentezza le mani ed allungò due dita verso l'alfiere bianco più vicino a sé. L'uomo di fronte a lui rilassò le labbra a mascherare il sorriso innaturale.
«Alfiere in a6…» Jim Moriarty alzò le sopracciglia, le narici si bloccarono improvvisamente, le labbra erano solo un taglio nero sul viso. «Scacco matto!»
Prima che quelle parole fossero realmente comprese da Jim Moriarty, il detective si alzò, richiuse la giacca e si voltò verso la patologa mimando un perentorio e muto "vai via!". Molly strinse i pugni poggiati sulle ginocchia e mosse la testa in segno di diniego, nonostante lo sguardo duro e severo dell'uomo che non ammetteva repliche.
Un suono sordo proveniente dalla poltrona li fece voltare verso il camino.
«Scacco…matto…»
Il detective incrociò le mani dietro la schiena e si voltò completamente verso il suo avversario.
«Per essere precisi è il matto di Boden**: si sacrifica la regina per permettere agli…»
Jim Moriarty spostò il suo sguardo dalle pedine al detective.
«…alfieri di fare scacco, quando c'è stato un arrocco lungo...sei stato fortunato.»
Il consulente investigativo alzò le sopracciglia con aria canzonatoria.
«Fortuna? Non credo nella fortuna né tanto meno nel caso. Ho semplicemente concluso la trappola che Molly aveva iniziato…» Moriarty abbassò lo sguardo sino a posarlo sul volto della patologa, prima che il detective riattirasse la sua attenzione «a quanto pare le tue abilità scacchistiche sono limitate…»
L'uomo sogghignò, infilò le mani nelle tasche ed alzò le spalle prima di ritornare di fronte alla scacchiera.
«Come puoi dirlo Sherlock?! Non mi hai battuto tu, lo ha fatto la nostra cara Molly! Continuo a sottovalutarla...Rivincita?»
La ragazza guardò di sfuggita quell'essere per poi spostare il suo sguardo su Sherlock. Lo vide chiudere e riaprire le palpebre, inspirando pesantemente.
«Ora basta! Dimmi che cos'è che vuoi!»
Moriarty si chinò agilmente e prese la pistola che aveva precedentemente posato sul tavolo basso.
Molly si alzò istintivamente. Il detective rimase immobile, frapponendosi fra lei e l'uomo.
«Io voglio te Sherlock! Voglio che tu muoia, te l'ho già detto, non essere noioso!»
Il detective fece qualche passo sino a posizionarsi a pochi centimetri dal volto del suo interlocutore.
«Benissimo, allora concludiamo la faccenda!»
Jim Moriarty sorrise leggermente.
«Come siamo nervosi!» Con il braccio armato puntato verso il detective, si allontanò da lui e si rivolse con tono confidenziale e scherzoso alla patologa. «Credo ce l'abbia con me! Sai, Molly, è dovuto tornare a Londra per colpa del mio fedele Lord Moran e suppongo di aver interrotto il suo dolce idillio con Miss Adler. Non è vero, Sherlock?»
Molly sbarrò leggermente gli occhi in direzione del detective. Tutto ciò che vide furono le sue mani stringersi e le spalle irrigidirsi. Poi riabbassò lo sguardo, tornando a fissare la trama del tappeto…non voleva saperlo, non voleva sapere di Sherlock ed Irene, non voleva!
* Inspirato a "Paura" di Stefan Zweig
** Il matto di Boden esiste ^^ E' una metodologia di scacco matto scoperta dall'inglese Samuel Boden nel 19° secolo ed è lo scacco per eccellenza per quanto riguarda gli Alfieri
