Capitolo 3

–Perché? Perché?
–Tu non sai quanto mi ha fatto male…
–Tu non sai quanto avrei voluto…
–Cosa stai pensando? PERCHÉ MI HAI FATTO QUESTO?
Ci avevano circondato da ogni lato. E continuavano ad arrivare. Presto non avremmo più avuto via di scampo a meno di passare letteralmente attraverso di loro. E tutti portavano un'arma, un bastone, o semplicemente picchiavano furibondi con le mani, come bambini vendicativi. E tutti ci tempestavano di domande come di colpi…
Erano le domande del loro creatore. Un creatore furioso con noi perché non era riuscito a capirci. A impossessarsi completamente della nostra anima. Ci aveva voluti qui per questo. Per ottenere le risposte direttamente dagli originali. Finalmente l'avevo capito.
Ma in qualche modo… negli occhi brucianti di tutte quelle copie… leggevo un dolore che forse era anche nostro. Quante volte avevo rischiato di ferirti perché non riuscivi a comprendere il mio comportamento? Quante volte non avevo saputo cosa dirti? Era forse lo stesso anche per te?
Non sempre riusciamo a… a leggerci dentro perfettamente come gli eroi di un romanzo. Non sempre riusciamo a capirci…
In qualche modo, questo mi faceva stare male…
Ma se c'era una cosa che non potevo permettermi di fare adesso, era restare fermo a compatirmi.
Ti afferrai e mi diressi dritto verso un gruppo di tue sosia irate, portandoti in braccio. Le loro clave e pistole si alzarono tutte verso di te.
Nessun colpo riuscì a raggiungerti. Per fortuna anche quando vado al massimo non c'è nessun problema a trasportarti per brevi distanze.
Sapevo che non sarebbe servito a seminarli tutti. Quelli che possedevano i miei poteri sarebbero riusciti ad inseguirci. Ma perlomeno potevamo mettere un po' di distanza tra noi e loro. Anche se era soltanto una soluzione temporanea.
–Non possiamo semplicemente continuare a scappare da tutti loro. Rinvieremmo semplicemente lo scontro… e le nostre energie prima o poi si esauriranno. Non sappiamo se per i cloni è lo stesso. Dobbiamo trovare la fonte e fermare chi li guida, una volta per tutte.
Rimanesti silenziosa, la testa china, senza neanche un cenno d'assenso.
–Perlomeno abbiamo un vantaggio… grazie al comunicatore. Non credo che loro lo possiedano. Anche se dovessero cercare di confonderci, con questo sistema ognuno di noi saprà sempre dov'è l'altro.
Allora alzasti lo sguardo. Non ti avevo mai visto con occhi così sgranati e confusi. –Non ho sentito niente.
–Cosa?– esclamai ad alta voce. Mi fermai sui rami di un albero. Tu ti tenevi la testa tra le mani.
–C'è una scarica… un'interferenza. Come l'altra volta che siamo venuti qui, quando non riuscivamo a localizzarti… ma stavolta è peggio. Sapevo che stavi parlando nel comunicatore, ma riuscivo a sentire soltanto energia statica…– Mi fissasti in preda all'ansia. –Non ti capisco… non ti capisco più.
Mi morsi le labbra. Il nostro avversario era ben scaltro. Doveva aver previsto tutto.
–Allora– conclusi –non dobbiamo assolutamente permettere a nessuno di separarci.

È antico come il mondo, il desiderio di fondersi con un altro… di essere una sola anima… una sola mente, un solo cuore…
E con chi potevo riuscirci, io… senza più un corpo fisico… senza più carne, forse senza anima… se non con qualcuno che fosse almeno in parte COME ME?
Non è forse la stessa cosa, per voi due? Non vi siete cercati e trovati per questo?
O non lo è?…
Ma è possibile… è concepibile… riuscire ad essere davvero una cosa sola con un altro essere? Potrei aspirare a questo? Anche se fosse un essere che ho creato ed animato IO?
E se non fosse possibile… varrebbe la pena di vivere senza che la vita fosse altro che una lunga rassegnazione?
Come si può vivere sapendo che l'unica cosa che desideri al mondo è irraggiungibile?
Dovevo saperlo… dovevo avere le risposte…

Fu allora che vedemmo l'edificio.
Era in mattoni, simile ad una fabbrica di qualche decennio fa. Poche finestre, strette, a vetri. Stile completamente diverso da quello dei quartieri normali, probabilmente uno degli esperimenti del computer per ricreare ambienti differenti. Solo che non riuscivo a ricordare di aver mai visto niente di simile. Non doveva aver preso questo dai miei ricordi.
Sul davanti, una specie di bocca di tunnel ad arco, come sulla facciata di una caserma dei pompieri. E a sorvegliare questo enorme ingresso senza portone, diverse mie copie con abiti differenti, pesantemente armate. Potevo pensare a pochissime cose che bisognasse proteggere con un simile dispiego di forze.
–Dobbiamo distrarli ed entrare là dentro. Credo che troveremo almeno una delle chiavi di questo mistero.
–E se fosse una trappola?
–Che altra scelta abbiamo? Bisogna tentare. Se è come penso… non dovrebbe neanche essere tanto difficile.
Infatti era come pensavo. Ti facesti vedere per prima. Mentre puntavano le armi esitando indecisi sul da farsi, io li presi alle spalle. Temevo che non avresti avuto il coraggio di colpirli anche sapendo che non erano me, ma avrei dovuto conoscerti meglio. Ne mettesti a dormire una buona metà mentre io mi occupavo degli altri. Poi corremmo dentro.
L'ambiente sembrava un enorme garage o hangar presso l'imboccatura, ma trovammo rapidamente delle scale che conducevano a un labirinto di stretti corridoi sotterranei. Correvamo senza una parola. Presto prendesti tu il comando, guidandomi con sicurezza attraverso svolte e passaggi mentre io ti guardavo le spalle. Un paio di volte incrociammo degli altri guardiani.
–Tu mi hai…
–Ho detto che non volevo…
Li paralizzammo prima che potessero completare le loro frasi sconnesse o dare l'allarme, e andammo avanti. In quasi tutti i casi, comunque, la tua abilità riuscì a farci evitare lo scontro.
E finalmente eccola. Una porta di metallo assurdamente grande, considerato il muro in cui era incassata. Ridicolmente facile da aprire, anche. Non era nemmeno chiusa a chiave. Bastò una spinta.
L'interno era buio. Salvo…
–Mio Dio…
–Lo sapevo…
…per le file su file di capsule per l'animazione sospesa, ricolme di liquido, che emettevano un debole bagliore azzurrastro. Dentro nuotavano, attaccati a respiratori, i veri abitanti della città ideale. Quelli che avevamo già incontrato e che avrebbero dovuto ancora viverci. Uomini, donne e bambini a centinaia, addormentati a tempo indeterminato, tolti di mezzo per sostituirli con gli attori del sogno ossessivo in cui si era perso il loro computer guardiano. Almeno non li aveva uccisi. Come pensavo… non doveva ancora essere impazzito del tutto. Il suo scopo originale, il suo dovere, era talmente radicato in lui che non avrebbe fatto realmente del male a quelle persone, qualunque altra cosa succedesse.
Ma era comunque inquietante… come ritrovarsi a guardare una legione di fantasmi.
–Dovremmo farli uscire di qui e portarli in salvo.
–Non ora. Finché restano là dentro sono al sicuro. Noi no. E non sappiamo nemmeno se esista una via di scampo. Dobbiamo arrivare alla sala di controllo e trovare lui. Se è possibile, gli parleremo… ma se non fosse rimasto cosciente nemmeno un po', allora… sai che potremmo esserci costretti, vero?
Annuisti, per quanto con tristezza. Percorremmo la sala lentamente, in cerca di un'altra uscita. In qualche modo, quello spettacolo ci toglieva la voglia di correre.
–Mi chiedo che sogni stiano facendo? Ognuno vede quello che più desidererebbe, forse… oppure condividono tutti la visione di ciò che sta accadendo nella mente del computer?
–Non lo so. Anche per questo cercare di svegliarli sarebbe pericoloso. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essere anche collegati alle menti dei robot.
Trattenesti il fiato. –Ma in questo caso… non siamo noi a far loro del male distruggendo i robot?
–Io…– mormorai. –No. Io… spero davvero di no. Voglio credere che lui non avrebbe fatto una cosa del genere.
Perché un uomo che ama te, per quanto degenerato, per quanto ridotto a un'ombra di ciò che era prima… non potrebbe mai abbassarsi a niente di simile. Proseguimmo in un pesante silenzio.
–Tu pensi…– ti sentii mormorare alle mie spalle dopo un po' –pensi… che tutti questi esperimenti su di noi… abbiano lo scopo di prendere il nostro posto? Cioè, una volta create due copie identiche, lui si proietterebbe nella tua e sognerebbe di essere felice per sempre con la mia, vero?
–Sì. È probabile che sia così. Anche se non posso sapere cosa gli passi esattamente per la testa.
–Ma allora non potrebbe permettersi di uccidere nemmeno noi, no? Se è per questo che gli serviamo, per avere un riscontro reale… se ci uccidesse prima di aver avuto le risposte che cerca, perderebbe ogni cosa.
Mi bloccai. A questo non avevo pensato. Avevi colpito come sempre nel segno. –Ma allora… allora perché? Possibile che anche questo non sia che una messinscena per…
Non riuscii a finire. Una luce improvvisa ci accecò da una serranda che stava aprendosi rumorosamente in fondo alla sala, quasi volesse zittirmi. Al di là, proteggendomi gli occhi, distinsi la sagoma familiare del banco di controllo circolare… della cupola sensoriale centrale… degli schermi e quadranti che avevo già visto, completati da bracci meccanici prensili che scendevano dal soffitto a raggiera. E compresi che era davvero una trappola. Lui era qui. Aveva realmente fatto trasferire il proprio corpo fisico dai servitori che aveva costruito, oppure tutte le ingannevoli stradine che avevamo percorso servivano proprio allo scopo di confonderci portandoci alla cupola di controllo secondo il percorso da lui programmato?
In ogni modo… adesso eravamo dove volevamo arrivare… nonché proprio dove doveva averci voluti fin dall'inizio.
E naturalmente dovevamo aspettarci che fosse ben difeso.
Arrivarono come una valanga da tutte le direzioni, prendendoci di sorpresa. Erano tutti identici a noi, tutti vestiti con la nostra stessa uniforme, tutti dotati delle nostre stesse armi. Cercai di afferrarti la mano, ma loro furono rapidi quanto me a bloccarmi il braccio mentre tu scomparivi nel flusso delle tue sosia. Che poi si fermarono puntando tutte la pistola mentre i miei doppioni facevano lo stesso. Le capsule rientrarono nelle pareti, trascinando al sicuro i loro occupanti che avevano fatto da esca per noi, lasciando il posto alle gradinate di un enorme anfiteatro senza spettatori… dove due schieramenti divisi da poche decine di centimetri occupavano ora il centro della scena. Un centinaio di me, un centinaio di te… gli uni rivolti contro gli altri, tutti con le armi pronte, tutti con lo stesso sguardo sgomento e spaventato negli occhi, di chi non vuole far questo ma deve. Lo stesso nostro sguardo. Il comunicatore non funzionava. Qual eri tu, tra tutte quelle copie identiche? Non avevo modo di scoprirlo prima che mi uccidessero. E sparando a casaccio avrei potuto colpire proprio te.
Il lampo del terminale principale mi disse la sua eccitazione. Ecco lo spettacolo che si aspettava di vedere. Ecco la risposta che gli avremmo dato… e che sarebbe stata allo stesso tempo la nostra morte.
Ora dovevamo soltanto recitare… l'ultimo atto della sua commedia.