Capitolo 3
Era passata una settimana da quando il Signor D ci aveva fatto ripulire tutto il suo ufficio, avevo provato a regalargli qualche penna per farmi perdonare ma non aveva granché funzionato, però si era tenuto i miei doni.
Le cose erano parecchio peggiorate in quei giorni, in effetti era da circa un mese che il campo non se la passava bene ed era la prima volta che mi fermavo tutto l'anno. Mia madre si era dimostrata troppo occupata per badare a me o a mio fratello, Travis aveva avuto una brutta discussione con lei l'estate scorsa e da allora non l'avevamo più sentita. Solo il pensarci mi faceva venire un nervoso indescrivibile, così decisi di ritornare nella mia casetta. Era mattina e il Sole doveva essere sorto da qualche ora, il caldo dell'estate cominciava a farsi sentire, ma non era un calore che ti accarezzava la pelle come fino all'estate scorsa, l'atmosfera di disagio si espandeva per tutto il campo e non percepirla era a dir poco impossibile.
Quando superai la soglia dell'ingresso, i raggi solari entravano dalla finestra creando un contrasto piuttosto elevato con gli spazi in ombra. Saltellai rapidamente verso il mio letto, sedendomi su di esso. Non facevano altro che ripeterci di allenarci ed allenarci ed allenarci fino allo sfinimento, sinceramente ero quasi stufo di passare le giornate sotto un'armatura pesante e combattere con una spada che a mano a mano diveniva sempre più incontrollabile. Era da settimane che non facevamo altro che ripetere la stessa routine ed era da settimane che non accadeva un bel nulla, perché ad eccezione dell'immancabile preoccupazione che aleggiava tra le case, il campo non era mai stato attaccato.
Sbuffai sonoramente, lasciando che la mia fievole frustrazione si spegnesse nel silenzio, poi presi un block notes e cominciai a fare qualche schizzo con la matita, e dico schizzo poiché era noto a qualunque mezzosangue che i miei disegni fossero … come si può dire, soggettivamente interpretativi ecco. Inizialmente ricoprii il foglio di righe a caso, anzi a dirla tutta non ero nemmeno realmente presente mentre scarabocchiavo, ero mentalmente disconnesso dal mondo, insomma.
- "Le tue abilità ci farebbero molto comodo in questo momento, come puoi vedere il campo non è nel suo massimo splendore." – la voce di Chirone mi arrivò dritta all'orecchio, facendomi alzare lo sguardo verso la porta chiusa, non avrei dovuto trovarmi qui e se mi avesse scovato a … non fare niente avrebbe potuto seriamente arrabbiarsi. Il suo tono di voce pareva piuttosto preoccupato e dannatamente ansioso, come di qualcuno che si guarda disperatamente in giro per assicurarsi di essere davvero solo.
- "Lo vedo purtroppo, c'è una tensione troppo opprimente da queste parti, ma sarò più che felice di rendermi utile in qualche modo." -
Riuscii a sentire qualche rumore leggero e immaginai una breve serie di pacche di gratitudine sulle spalle, poi dei passi che si allontanavano lentamente e non potei far altro che sospirare sollevato. C'era mancato un soffio.
-"Hai qualche impegno nel pomeriggio?" – Avril si trovava di fronte a me, con un sorrisetto appena accennato sulle labbra.
-"Non lo so, devo sentire Travis." -
-"Ma è possibile che passi più tempo con tuo fratello che con la tua fidanzata? Sul serio, potrei ingelosirmi." – mi riprese scherzosamente ed io le ressi il gioco.
-"E cosa faresti, sentiamo." -
-"Se continui così potrai vederlo con i tuoi occhi." -
-"Ok, ok; mi hai convinto." -
-"Allora ci vediamo verso le 17.00?" -
-"Può andare." –
Eravamo seduti ai lunghi tavoli per pranzare ed avevamo appena finito di bruciare il cibo in onore degli dei, quando Chirone attirò l'attenzione di tutti colpendo ripetutamente un bicchiere con un piccolo cucchiaino.
- "Vorrei approfittare del fatto che vi troviate tutti qui per presentarvi il nuovo istruttore di scherma, si occuperà delle vostre lezioni da questo pomeriggio stesso, spero che vi comporterete adeguatamente." – aveva concluso con una nota di avvertimento nella voce e un'occhiata veloce, per un solo attimo i nostri sguardi si incrociarono e sentii il bisogno di voltare la faccia da qualche altra parte, era sempre così con Chirone, nessuno riusciva a sostenere quel suo sguardo per più di una manciata di secondi, era un misto di avvertenza e minaccia al tempo stesso.
- "Buongiorno a tutti, miei cari ragazzi. Io sono Quintus e, come Chirone vi ha già detto poco fa sarò incaricato di farvi da insegnante per il resto dell'estate. Perciò a parte questo credo non vi sia altro da aggiungere, potete tornare pure ai vostri piatti, grazie." – aveva un sorriso strano sul volto.
-"Benvenuti alla mia prima lezione, spero di non fare una figuraccia davanti a tutti. Non me lo perdonerei mai." Era simpatico infondo, normalmente gli istruttori si limitavano a mostrarti gli esercizi e fulminarti con gli occhi in caso sbagliassi qualcosa, ma Quintus pareva uno forte. Aveva un'aria vissuta, ma non ci feci granché caso, doveva essere per la barba e i capelli grigi. "Qualcuno si offre volontario per mostrarmi il vostro metodo di combattimento? Nessuno? Dai, non mordo mica. Su, due volontari o scelgo io." -
Vidi qualche mano alzata, i figli di Ares si sarebbero azzuffati tra loro pur di combattere. Clarisse non era presente, non sapevo dove fosse e mi sembrava strana la sua assenza. Lei non avrebbe mai perso un'occasione per battersi.
Quintus indicò un paio di ragazzi tra i volontari della casa della guerra e si sedette accanto agli altri, lasciando abbastanza spazio perché i due fratellastri potessero cimentarsi nell'arte che più prediligevano. Si batterono per non so quanto, nessuno di loro sembrava dell'intenzione di fermarsi e i colpi venivano parati a qualche centimetro dalla pelle. Vedere combattere i figli di Ares era come assistere a due leoni di uguale stazza e forza, nessuno di loro avrebbe mai ceduto e così fu. Quintus richiamò i due, alzandosi nuovamente in piedi e facendo loro cenno di risedersi sul prato. Ero a gambe incrociate proprio nella parte opposta alla loro e potevo vederli chiaramente in faccia, non erano stanchi e sapevo che sarebbero stati pronti a battersi di nuovo se ne avessero avuto la possibilità. Sinceramente preferivo di gran lunga rubare piuttosto di sferrare e parare colpi all'impazzata, era meno rischioso e sicuramente molto più divertente che rischiare la vita in battaglia.
- "Siete stati molto bravi, ragazzi, ma ora vorrei veder combattere … tu" e indicò un ragazzo dai capelli castani e la corporatura da bravo soldatino allenato qual'era, Darren. "..e tu." – a quel punto non potei che sgranare gli occhi, mi stava prendendo in giro? Doveva avermi visto nella casa di Ermes altrimenti dovevo essere proprio sfigato se su una ventina di mezzosangue sceglieva proprio me. Già immaginavo una sconfitta plateale, ma quando mi alzai e guardai Darren in faccia sentii come la sensazione che avrebbe cercato di renderlo il meno imbarazzante possibile.
Impugnai stretta la spada e solo allora mi resi conto di non avere lo scudo, a dirla tutta nemmeno Antoine e Francis l'avevano usato, ma mi sorpresi lo stesso di essermene accorto solo in quel momento. Mi diedi dello stupido mentalmente.
Riuscii a schivare qualche affondo e mandare a segno (quasi) qualche colpo, ma il combattimento sembrava non avere mai fine. Combattere contro un mezzosangue non era come combattere con un mostro, un mostro non aveva alle spalle il tuo stesso allenamento e le tue stesse tecniche perciò era più facile da uccidere. Tutto un tratto non mi parvero proprio così inutili quelle lezioni. Insomma se riuscivo a battere un mio simile non dovevo preoccuparmi per le creature abominevoli che vivevano nell'ombra, giusto?
Darren combatteva bene ed era un amante delle armi come i suoi fratelli, era forte e non perdeva mai la concentrazione a differenza di me. Sembrava che la mia mente si concentrasse su tutto fuorché sul duello, mi sentivo un idiota. Infatti non ci volle molto perché riuscisse a disarmarmi, facendo cadere la mia spada a qualche metro di distanza, puntandomi la punta della lama alla gola.
Quintus si alzò proprio in quell'istante, mentre noi ci squadravamo ancora l'un l'altro. –"Bravi. Se poteste fondervi in un'unica persona verrebbe fuori il guerriero perfetto." Fui costretto e perdere il contatto visivo con il mio avversario a quell'affermazione. "Vedete, per vincere sono necessari due aspetti fondamentali; il rimanere impassibili e la capacità di sapersi adattare alle situazioni." – sinceramente mi sembravano due cose contradditorie, ma preferii non esternare le mie considerazioni a riguardo.
-"Sei stato bravo, prima." Quintus sembrava sincero, nonostante a me pareva avessi fatto schifo. Annuii lievemente a disagio. Mai contraddire gli istruttori. Una regola che prima o poi imparano tutti, giusto dopo aver pulito un paio di pavimenti con un spazzolino e lucidato qualche tappezzeria. "Vedi, la maggior parte di voi giovani mezzosangue crede che il mantenersi irremovibili in battaglia sia una virtù, sferrare colpi su colpi senza lasciare che nulla catturi la vostra attenzione, essere determinati a rimanere nelle vesti di un soldato imperturbabile con gli occhi chiusi alla paura, al pericolo. Da una parte avete ragione, ma non riuscirete mai a sopravvivere là fuori se non imparerete a muovervi, a guardare aldilà dell'avversario, a saper schivare oltre che ad attaccare. L'arte della fuga non è esattamente ben vista qui, ma ti posso assicurare che il saper fare un passo indietro a volte avvicina la vittoria." – non sapevo bene se prendere la sua spiegazione come un complimento o tradurla con "In altre parole sei un vigliacco.".
Dopo aver salutato Quintus, mi diressi verso i bagni. Avevo proprio bisogno di rinfrescarmi e una doccia sarebbe stata più che gradita. Non c'era anima viva e questo mi fece sorridere. Acqua calda!
Mi infilai sotto il getto dell'acqua, chiudendo le palpebre come per pensare, in realtà volevo solo evitare che l'acqua mi entrasse negli occhi. Non so quanto rimasi sotto la doccia o quanto tempo mi fossi imbambolato lì come una statua di marmo, ma quando riaprii gli occhi non ero solo. Le docce non erano divise, non c'erano pareti a separarle, l'unico muro che si ergeva dal pavimento era quello che suddivideva il piano, da una parte le docce dall'altra gli spogliatoi. Praticamente quel luogo era stato costruito seguendo dei progetti scolastici, non c'erano altre opzioni possibili. Non mi vergognavo affatto del mio corpo, sia ben chiaro, insomma ero giovane, piuttosto carino ed avevo il classico fisico da mezzosangue perciò non provavo alcun timore a mostrarmi nudo davanti agli altri ragazzi, che poi erano i miei fratellastri infondo.
Feci un cenno di saluto con la mano, leggermente a disagio. Non credevo che qualcuno potesse entrare nell'edificio proprio in quel momento, sperai solo che Darren non spifferasse tutto a Chirone o sarei finito nei guai.
- "Senti, so che non …" – cominciai.
- "Non ti preoccupare, non sono qui per minacciarti ed andare a riferire a uno dei boss che ti stai facendo una doccia e che non è esattamente l'orario prefissato per farlo." Mi sorrise rassicurante "E comunque sei stato bravo prima." -
- "Se arretrare e schivare quanti più colpi possibili sono considerate delle virtù, sì allora sono stato proprio bravo, un modello da seguire ed imitare oserei dire." – replicai sarcasticamente.
- "E dai, non essere troppo duro con te stesso. Non sei così male." – avrei voluto pensare la stessa cosa, ma proprio non ci riuscivo. Ero un imbranato.
Mi resi conto solo in quel momento di non avere appresso né shampoo né balsamo, se invece di Darren fosse entrato qualcun altro avrebbe sicuramente collegato il fatto ad una semplice pigrizia, uno sciopero dai propri doveri, ma io non ero venuti lì per saltare gli allenamenti, volevo solo lavarmi e l'essermi dimenticato gli strumenti necessari per farlo, dovevo ammetterlo, avrebbero reso la faccenda assai ardua.
Chiusi l'acqua, legandomi un asciugamano in vita con i capelli ancora inzuppati. Darren era ancora in piedi, la spalla appoggiata pigramente alla parete che mi fissava. Non stava sorridendo, ma non era nemmeno arrabbiato o perso chissà dove, mi stava semplicemente guardando con la consapevolezza di farlo.
Mi fermai davanti a lui, era decisamente più alto di me, la linea dei miei occhi corrispondeva allo spazio tra le sue labbra e il suo naso. Tendo a sottolineare di avere un'altezza media rispetto agli altri, non ero né troppo basso né troppo alto, quindi era lui ad essere uno spilungone.
- "Ti lascio le docce libere, se sei qui per startene in santa pace non preoccuparti, mi rivesto e mi tolgo di mezzo." Lo incitai con un sorriso divertito, pazientando per qualche secondo una risposta che però non arrivò mai. Sentii un calore sulle labbra, un sapore dolce e tiepido per quello che mi parve l'istante più rapido e lungo della mia vita. Non mi ritrassi al contatto, non protestai quando allontanò il suo volto dal mio, rimasi lì fermo, immobile e tutto mi sembrava così confuso da non riuscire a capire più nulla.
