"Ho deciso, Castle". Ci volle pochissimo perché Kate ricominciasse a parlare.
Kate Beckett non era una donna che amasse trastullarsi nell'indecisione. "Saliamo in macchina".
"Mi dirai strada facendo la destinazione? E' una sorpresa nella sorpresa?".
Quella serata stava iniziando a sembrare una partita a scacchi, si convinse Castle.
"No. E' quello che ho scelto". Era molto decisa. Come sempre.
Se fino a quel momento Castle era stato sicuro di aver condotto il gioco secondo le sue regole, non era più del tutto certo di aver ancora in pugno la situazione.
"Hai scelto la macchina?". C'era una logica che non vedeva?
"Esattamente. Apri".
Castle ponderò le frasi usate dalla moglie, scrutandola in viso per indovinare segni rivelatori delle sue reali intenzioni, o del significato più profondo delle laconiche parole con cui si era espressa.
Al termine della ricognizione decise che non c'era alcun significato nascosto. Intendeva proprio quello che aveva affermato: salire in auto. A fare che cosa?
L'interrogativo doveva essersi palesato sul suo volto, perché lei si avvicinò e, con molto garbo e dolcezza, con l'aggiunta del lieve imbarazzo tipico di quando veniva toccata nelle sue zone cedevoli e non era del tutto a suo agio nel mostrare la sua vulnerabilità, gli spiegò: "Voglio che ce andiamo in giro senza meta, senza programmi, solo noi due".
Lo fece intenerire vederla incerta, quasi a chiedere la sua approvazione.
"Ok". Non ebbe bisogno di riflettere sul gesto successivo: le allungò le chiavi, pronto per farle da compagno di viaggio (lei non aveva bisogno di nessun navigatore), come era sempre stato nella loro storia.
Era una delle prime immagini che gli compariva davanti agli occhi se pensava al loro passato: lui a fingere di guardare di fronte a sé, spiandola di sottecchi, nei loro tragitti più o meno brevi per la città in cerca di indizi.
Aveva visto numerosi stati d'animo scorrere sul suo profilo, nelle sue esplorazioni silenziose. Sapeva fiutare aria di tempesta al solo indurirsi della sua mascella.
Per questo non si aspettava che lei non afferrasse le chiavi, ma che, al contrario, lo informasse che avrebbe guidato lui.
"Da quando? Vuoi sempre farlo tu", replicò sconcertato.
Kate gli toccò un braccio, solo una lieve pressione della sua mano affusolata.
"Guida tu", gli ripeté semplicemente, senza aggiungere altro, girando intorno alla Ferrari e salendo al posto del passeggero.
Qualche volta non riconosceva sua moglie. Non aveva ancora deciso se era una considerazione che lo intrigasse o lo spaventasse.
Si accomodò davanti al volante, inserì la chiave, avviò il motore, senza avere la minima idea di dove dirigersi.
Si voltò verso di lei, e la vide serenamente appoggiata contro il sedile, fiduciosa nel lasciare in mano a lui la direzione del loro viaggio.
Si chiese quanto ci fosse di metaforico in tutto questo e quanto lei ne fosse consapevole.
Decise di partire e di svoltare a caso, solo in base alle decisioni che prendeva volta per volta, anche su una cosa semplice come decidere se svoltare a destra o a sinistra.
Scoprì presto che era un'attività che lo divertiva e che non si concedeva da molto tempo, cioè vagabondare in piena libertà, senza darsi limiti.
Viaggiarono in silenzio per diversi minuti, guardando scorrere il consueto paesaggio cittadino al quale erano così abituati da non farci quasi più caso.
Era tutto nuovo davanti ai loro occhi. C'era qualcosa di diverso nell'essere liberi da qualsiasi obbligo.
Apprezzò il clima disteso e la sintonia che si andava formando tra loro, mentre le tensioni e la fatica della giornata si affievolivano per far lasciar affiorare quello che era il loro spazio d'essere quando tutto il superfluo scivolava via: loro.
Vederla rilassata gli fece dimenticare le aspettative che avevano caratterizzato i lunghi giorni prima di quella data che era sembrata così cruciale e di cui percepiva solo ora il significato essenziale: celebrare loro.
Senza festoni, frasi a effetto, gesti teatrali.
Nella quiete dello stretto abitacolo si ritrovò ad assaporare una sorta di legame spirituale con lei, come se potesse addirittura leggerle nella mente.
Come se lui stesse pensando i suoi pensieri.
Beckett l'aveva capito, forse inconsciamente, prima di lui, e per quel motivo, si disse, aveva scelto d'istinto qualcosa che li avrebbe uniti e avvicinati nel giorno destinato per convenzione a ricordare una tappa fondamentale della loro unione.
In fondo, pensò, il matrimonio è questo: il sottolineare la comunione tra due persone che, tolto il resto, è quello che rimane. Un legame che non si forma in virtù di un celebrante e di due firme, ma che viene da essi suggellato.
E si ripromise di farlo tutti i giorni della loro vita frenetica che li teneva separati più di quanto gli piacesse: onorare il cerchio del loro legame.
Le era molto grato di avergli dato il contesto giusto perché la sua mente frenetica e impaziente potesse placarsi per fargli apprezzare il significato di quella ricorrenza.
Lui avrebbe infilato una serie di attività convulse fino a sfinirli entrambi per trovare il modo perfetto di ricordare quella data.
Non c'era un modo perfetto. O, meglio, lo erano tutti. Perché quelli perfetti erano loro. Anche se si fossero seduti sul muretto del ponte sopra l'autostrada a contare le auto che passavano.

Pieno di riconoscenza, e di accresciuto amore, posò la mano sopra quella di lei, abbandonata lungo il sedile.
Le accarezzò piano le nocche delle dita, disegnando con il pollice linee casuali sul dorso.
Dopo qualche istante di lievi e ripetuti tocchi sempre uguali, incapace di resistere oltre, spostò la mano sul suo ginocchio, alzando l'orlo della gonna e apprezzando la morbidezza della sua pelle.
D'un tratto i pensieri di comunione e vicinanza furono sostituiti da qualcosa di meno aulico e decisamente più terreno.
La Ferrari non era spaziosa, ma... era impossibile? Valutò a occhio spazi e sedili. Non pensava che sarebbe mai arrivato alla sua età a prendere in considerazione l'idea di appartarsi con sua moglie sbirra da qualche parte, quando avevano un loft finalmente tutto per loro.
Era un uomo che amava lussi e comodità ma era una notte strana e, soprattutto, erano molto lontani da casa. E certe ispirazioni andavano colte al momento.
"Non credere che non sappia quello che stai pensando. O facendo", lo interruppe Kate parlando per la prima volta da quando erano partiti alla volta del nulla.
Non era l'unico a leggere nella mente.
Lui si sentì come un ragazzino sorpreso a compiere atti impuri, soprattutto quando lei gli indicò con uno sguardo eloquente la sua manoinvolontariamente arrivata a metà coscia.
"Posso spiegare tutto. Non è quello che pensi". Castle scelse volutamente le frasi che lei si sentiva ripetere tutti i giorni e che la facevano diventare un'erinni implacabile.
"Che delusione. Speravo di sì".
Kate insinuò le dita tra le sue e, senza lasciare dubbi sulle sue intenzioni, spostò le loro mani intrecciate molto più in alto.
Castle fece affidamento sulle sue capacità di pilota provetto per continuare a tenere la macchina sulla carreggiata, mentre si dedicava a passatempi più gradevoli.
Ormai giunti nei sobborghi, lasciati i grattacieli alle spalle, Castle prese la prima strada secondaria e accostò frenando bruscamente.
"Che cosa stai facendo?", gli domandò Kate con gli occhioni innocenti.
"Esaudisco i tuoi desideri", le rispose con la voce di chi aveva deciso di proseguire la serata cercando un altro tipo di congiungimento.
"Non ho espresso nessun desiderio", ribatté lei in tono provocatorio, sapendo che effetto gli avrebbe fatto.
"Oh, invece sì. Hai fatto quel sospiro. Rick sa perfettamente cosa significa".
Avrebbe giudicato più avanti se iniziare a parlare di se stesso in terza persona fosse segno di improvviso decadimento delle facoltà mentali.
"Quale sospiro?", volle informarsi Kate, decisa, dal suo punto di vista, a farlo diventare matto procrastinando fino allo spasimo l'inevitabile conclusione.
Abbandonando le maniere da amor cortese, Castle staccò la mano dalla sua gamba, un po' a malincuore, per piazzargliela dietro alla nuca, la tirò verso di sé e la baciò con impeto, lasciando perdere scambi di gentilezze preliminari e formali .
Come potesse ancora, dopo anni, fargli quasi perdere i sensi solo baciandola, era uno dei tanti misteri di sua moglie di cui non voleva saggiamente conoscere la soluzione.
Il bacio si prolungò rendendo le loro pelli un reticolo ultra sensibile, finché Castle ottenne quello che voleva.
Si staccò di colpo, godendosi l'iniziale riluttanza di Kate a lasciarlo andare e la confusione velata degli occhi che si riaprivano forzatamente.
"Hai sentito?", le chiese tradendo un po' di smania, tenendola ancora immobilizzata contro il sedile.
"Che cosa?". Gli fece più piacere di quanto avrebbe ammesso ad alta voce sentirla così irritata dall'interruzione.
Lui la bramava tutti i minuti della giornata e avere la conferma di riuscire ad accenderla così facilmente aumentava la sua voglia. Era un circolo vizioso.
"Il sospiro che fai quando...".
"Quando?".
"Quando punto. La frase finiva così".
Lei scostò la testa con un gesto deciso, lo allontanò riposizionandolo al suo posto e lo congedò con un: "Tu devi farti vedere da uno bravo. Andiamo". La gonna tornò di nuovo al suo posto, già la seconda volta per quella sera, le gambe si incrociarono, il linguaggio del corpo diceva: "Grazie, non abbiamo bisogno di niente. Ripassi un'altra volta".
No, no, no.
"Dai, Beckett, scherzavo! E' solo che... lo fai sempre e non ti accorgi". Castle sapeva quando un uomo stava perdendo terreno.
"Peggiori la tua situazione più passa il tempo, Castle. Finirò a leggerti i tuoi diritti".
Si morse le labbra per non dire quello che gli stava passando per la mente, perché lei in quelle condizioni, avrebbe demolito tutte le sue motivazioni, idee, scuse, progetti, suppliche, pretese, tentativi di convincimento.
Gli sembrava di essere tornato a quando lei era solo una sua fantasia segreta. Segreta per chi?

"Dove siamo?", gli domandò lei guardandosi in giro.
"Non saprei di preciso. Molto in periferia", le rispose, osservando il desolato panorama intorno a loro.
Case tutte uguali, strada deserta, sacchi dell'immondizia in attesa di essere portati via, un gatto che attraversava la strada libero di godersi le sue scorribande notturne.
E loro avevano un loft a Manhattan. Gli venne voglia di mangiarsi le mani.
"Cosa vuoi fare?", volle sapere cercando di essere galante, ma ponendola solo come domanda retorica. Andare a casa, infilarci sotto le lenzuola e salutare il tetro mondo del sogno americano di provincia, se l'avesse chiesto a lui.
"Voglio andare al cinema. Qui", decretò come se fosse un'idea meravigliosa che le era appena venuta.
"Sei impazzita?", si lasciò sfuggire senza nessuna voglia di scherzare.
"Non essere così suscettibile, Castle. Dove è finito il 'Tutto quello che vuoi, Kate?'".
La trovava sfiancante quando assumeva via via le sembianze della nobildonna ragionevole, in attesa paziente che lui rinsavisse.
"E' martedì sera. Non sappiamo dove siamo e non mi sembra che il posto sia famoso per la movida notturna. Almeno, torniamo a New York".
"E il tuo famoso spirito di avventura?", lo sollecitò Kate, sapendo di toccare un punto debole.
Fingeva, vero? Lo faceva solo per prenderlo in giro.
"Kate". Assunse anche lui un tono giudizioso. "Se anche trovassimo un cinema aperto, saremmo tu, io e quattro maniaci. Le persone normali sono tutte altrove. A casa loro, probabilmente. Come dovremmo fare noi".
"Mi sembra divertente".
Era impossibile ragionarci. Sarebbero andati al cinema e un killer avrebbe tagliato loro la gola. La gente non si sarebbe chiesta come, ma perché. Perché erano finiti in un posto del genere?

Trovarono il cinema. Anzi, Kate lo trovò sulle mappe del suo telefono, dandogli precise indicazioni finché arrivarono e parcheggiarono tra casermoni abbandonati.
Era aperto, cosa che Castle trovò bizzarra, ma adatta all'atmosfera surreale che li circondava.
Un paio di persone svogliate entrarono nel cubo di cemento che ospitava il cinema, nessuna luce fuori a invogliare i passanti, mentre Castle sperava ancora di non dover abbandonare la sicurezza della sua auto che per nessun motivo avrebbe voluto lasciare incustodita lì fuori.
Lei scese per prima, vivace e frizzante, mentre lui le si trascinava dietro stancamente, senza mancare di notare quanto fossero assurdi vestiti eleganti in quello scenario.
Con la morte nel cuore entrò, chiese due biglietti del primo titolo che lesse sui cartelloni, controllando che nessuno guardasse Kate troppo apertamente. Mancava solo la rissa nel vicolo per difendere il suo onore. Anche se, con tutta probabilità, sarebbero finiti con lei che difendeva a calci quello di entrambi.
A sorpresa, Castle si animò quando vide che l'interno della sala non conteneva solo maniaci solitari o reietti della società, ma un buon numero di persone di aspetto normale e famiglie.
C'era vita anche fuori dallo sfavillio delle luci di New York, quindi.
Il suo entusiasmo tornò ai massimi livelli quando si rese conto che c'era un'ampia scelta di popcorn, caramelle, cioccolatini e tutto quello che sacchetti fruscianti potessero contenere.
La lasciò da sola, promettendole di tornare subito e si fece vivo dopo qualche tempo con le braccia piene di ghiottonerie.
Il sole era tornato a splendere nel cielo sereno di Castle.
Fu il turno di Kate di volersi nascondere nei sotterranei del cinema, vedendolo avvicinarsi con un contenitore enorme di popcorn in cui era probabilmente naufragato il Titanic, felice come se fosse arrivato il luna park in città.
"Hai rilevato anche la licenza del chiosco o gli hai solo comprato tutta la merce?", si informò mentre lui prendeva posto vicino a lei.
Fu ricompensata da un marshmallow infilato tra le sue labbra per zittirla. Non finiva mai bene quando iniziava a farle assaggiare personalmente cose commestibili. Non in pubblico, almeno.
Le luci si abbassarono di colpo, erano arrivati appena in tempo per l'inizio del film, di cui non sapevano nemmeno la trama, ma non importava.
Castle mise l'enorme contenitore di popcorn tra di loro, appoggiò a terra le bibite, si accomodò meglio sulle poltroncine di velluto consumato che avevano ospitato generazioni di spettatori e molte altre cose di cui era meglio non essere al corrente e si apprestò a godersi lo spettacolo.
Kate si stupì come sempre delle sue doti di adattamento. E di compostezza, a dirla tutta.
Era convinta che si sarebbe agitato, le avrebbe parlato ininterrottamente e avrebbe ruminato senza pause, come faceva di solito.
Invece sembrava essere molto preso dalle immagini di qualcosa condito di molto sangue, sparatorie, e recitazione banale. Inguardabile.
Per nulla interessata, e già annoiata, Kate si accostò a lui, avvicinando la testa alla sua.
"Ti ricordi la prima volta che siamo andati al cinema insieme?", gli mormorò all'orecchio.
"Scusa, Beckett, sto guardando", le fece notare senza smettere di fissare lo schermo.
Oh, quindi era così che sarebbe andata. Bene, si sarebbe adeguata.
Si predispose a seguire la pellicola. Era finita lei in questa situazione e il film non sarebbe durato molto, in fondo. Prese una manciata di popcorn, non aspettandosi di sentirsi afferrare la mano, dentro alla marea bianca e leggera che si alzava e abbassava a ogni movimento.
"Mi ricordo", le sussurrò Castle che non aveva mai iniziato a guardare il film, stuzzicandole la pelle del suo orecchio e facendole venire qualche piccolo brivido.
"Tu eri impegnata con il dottorino e hai fatto finta di non sapere che io avevo fatto finta di non aver mai visto quel film".
Kate lo guardò a bocca aperta. Non se lo erano mai confessati.
"E io ho dovuto essere molto rispettoso quando quello che avrei voluto fare era questo". Le accarezzò una mano resa ruvida dal sale, seppellita in fondo al contenitore, cosa che Kate trovò vagamente erotica. O forse era il tono di voce e il respiro tiepido sulla pelle, che le facevano venire la pelle d'oca.
"E questo". Le mordicchiò piano il lobo dell'orecchio, mentre lei chiudeva gli occhi sospirando e pensando, come ultimo baluardo della ragione, che di quel passo li avrebbero cacciati.
Non voleva baciarlo, non erano due adolescenti, si ripromise e invece si trovò a baciargli le labbra insaporite, facendo cadere metà dei popcorn a terra. Guardando il disastro si misero a ridere, con una mano davanti alla bocca per non disturbare, senza troppo successo, visti gli sguardi di rimprovero che ricevettero.
"Immagino quanto ti sia costato trattenerti", osservò quando riuscì a tornare seria.
"Moltissimo", riprese Castle, serio, dividendo a metà una stringa di liquirizia e passandogliela, questa volta in modo innocente. Quanto tempo avevano perso negli anni della loro amicizia?
"E' pesato anche a me", gli confessò. Non era il massimo per il povero Josh, ma quello che non sappiamo non ci fa soffrire, si disse. E poi aveva tenuto a freno pensieri, parole e azioni, a quei tempi. Era stata irreprensibile. Quasi, si concesse pensando a Los Angeles e la maniglia abbassata.
"E sì, sapevo che il film l'avevi già visto. Avevi lo sguardo del gatto che si era appena inghiottito il canarino. Devi seriamente rivedere la tua faccia da poker", concluse la sua confessione.
Castle le passò un braccio sulle spalle, dandole un bacio sulla tempia. Kate si abbandonò felice, decisa a godersi la serata, convinta che avessero finito di stuzzicarsi e fosse arrivato il tempo della tenerezza affettuosa.
Non era quello che invece aveva in mente Castle, che la tentò scartando un cioccolatino perfettamente tondo e liscio e usò la mano più vicina al suo corpo per imboccarla.
Non appena morse la superficie più dura, trovando il cuore di cioccolato morbido al suo interno, sentì di nuovo le sue labbra esigenti sulle proprie.
Scivolò in basso sullo schienale, sospirò, si accorse di aver sospirato, anche Castle se ne accorse, si misero a ridere, si baciarono di nuovo, finché qualche vicino sibilò: "Trovatevi una stanza", cosa che li fece scoppiare a sghignazzare ancora più forte, e poi tossire, e poi ancora ridere fino alle convulsioni, finché fecero cadere popcorn, contenitore, bottiglie, involucri di carta, disseminandoli in diverse file di poltrone .
Corsero fuori piegati in due dagli scrosci di ilarità tenendosi per mano, prima di correre il rischio di essere cacciati dal bigliettaio furibondo.