Capitolo IV
Lago Malford, Georgia, il mattino seguente
Miss Parker aprì un occhio ed intravide una lama di luce entrare da una fessura degli scuri. Sbadigliò e si stiracchiò, facendo una smorfia: la sera prima aveva proprio esagerato col jogging, i muscoli le facevano ancora male. Ci voleva un massaggio, ma dubitava che ci fosse un massaggiatore nel raggio di chilometri.
Con un sospiro, accese la luce, poi si alzò ed a piedi nudi andò ad aprire la finestra. Come al solito, si soffermò qualche istante a respirare la frizzante aria mattutina, osservando il cielo terso; si sentiva soddisfatta, in pace con se stessa, come non ricordava di essere mai stata nella sua vita adulta. Sapeva di aver fatto un sogno, bello e rasserenante, ma non lo ricordava. Rammentava solo una sensazione di appagamento e di conforto quale non provava più dall'infanzia.
Con un sospiro, si scrollò da quei pensieri e si recò in bagno, dove si sciacquò gli ultimi residui di sonno dagli occhi e si spazzolò i capelli scarmigliati. Infine, tornò in camera, e casualmente il suo sguardo cadde sullo specchio dell'armadio. Si fermò a guardarsi, sorridendo lievemente divertita del fatto che, invece delle solite, raffinate camicie in seta e pizzo che portava a casa, lì indossasse semplici pigiamini in cotone stampato composti da t-shirt e pantaloncini. Poi si girò ed aprì la porta, con l'intento di andare in cucina per bere un bicchiere di succo di frutta prima di intraprendere l'ormai consueta ginnastica del mattino.
L'aroma del caffè appena fatto le raggiunse le narici, bloccandola a metà di un passo. Tese le orecchie al rumore di qualcuno che si muoveva in cucina. Poi notò che il corridoio era illuminato dalla luce esterna proveniente dall'altra camera e dal soggiorno.
L'adrenalina le invase le vene: chi c'era, lì in casa con lei? Chiunque fosse, probabilmente non era male intenzionato, dato il comportamento che aveva finora tenuto – se lo fosse stato, l'avrebbe assalita nel sonno – ma come osava introdursi a quel modo in casa sua?
In punta di piedi, tornò in camera e prese la pistola dal cassetto del comodino, tolse la sicura e, tenendola spianata davanti a sé, si avvicinò cautamente alla cucina, pronta a tutto.
A tutto, meno che a quello che vide.
Jarod era chino davanti al frigorifero aperto, intento a scrutarvi dentro evidentemente in cerca di quanto necessario per preparare la colazione. Sul fornello aveva già appoggiato il tegame per friggere le uova ed il tavolo era stato preparato per due commensali con piatti, tazze, bicchieri e posate.
In quella, l'uomo si voltò, tenendo in una mano due uova, nell'altra il pacchetto con il bacon. La vide ferma sulla soglia, in pigiama, a piedi nudi e con la pistola puntata contro di lui, e si immobilizzò.
"Buon giorno, Miss Parker", la salutò in tono del tutto normale. I suoi occhi bruni non tradirono la minima sorpresa: si era aspettato di vederla esattamente così.
"Tu!", sibilò Miss Parker. Non sapeva se sentirsi indignata, sorpresa o lieta, e quella confusione la irritava oltre ogni dire.
"No, si dice buon giorno", la corresse lui ironicamente, poi sollevò le mani accennando al loro contenuto, "Posso posare questa roba? E chiudere il frigorifero?"
Miss Parker abbassò la pistola, continuando però a tenerla puntata nella sua direzione.
"Va bene", concesse, al che Jarod spinse la porta del frigo con un piede, richiudendola, e posò uova e bacon sul bancone della cucina.
"Si può sapere cosa ci fai qui?", lo interrogò Miss Parker. Il suo tono aggressivo mirava a nascondere i suoi sentimenti agitati, ma Jarod vide oltre la facciata, come aveva sempre fatto con lei.
"Sono venuto a trovarti", rispose tranquillamente, "Ho sentito Sydney, che mi è parso alquanto preoccupato per te, e ho pensato di farti una visita."
"Sydney s'impiccia troppo dei miei affari", sbuffò Miss Parker, ma si accorse che il suo tono non era fermo come avrebbe voluto, "So badare a me stessa."
"Su questo non ho alcun dubbio", concordò Jarod, "ma tutti abbiamo bisogno di un amico, di tanto in tanto."
"Io basto a me stessa", ringhiò lei, ma suonò più come una difesa che come un'affermazione. Jarod se n'accorse, ma scelse di soprassedere.
"Che ne dici di abbassare quel cannone e di sederti?", le propose invece, "Sto preparando la colazione, come avrai notato, e non ho intenzione di andare da nessuna parte a stomaco vuoto."
"Oh, sì che andrai da qualche parte", dichiarò Miss Parker, ritrovando la baldanza e tornando a sollevare la pistola, "Al Centro, e subito."
Jarod sollevò gli occhi al cielo.
"Ancora con questa storia?", sospirò, "Ma quanto la finirai?"
"Tra poco, quando ti avrò consegnato agli spazzini", rispose lei, cercando di rammentare dove aveva lasciato il cellulare. Jarod parve leggerle nella mente e sogghignò:
"Se cerchi il tuo telefonino, sappi che l'ho smontato e nascosto", le annunciò, "In quanto al telefono fisso, ho tagliato i fili."
"Hai pensato proprio a tutto, eh?", brontolò lei, contrariata, "E va bene, vuol dire che ti legherò, ti caricherò in macchina e ti porterò indietro io stessa."
A questa dichiarazione, Jarod aggrottò la fronte e strinse la mascella; la sua espressione non prometteva niente di buono, ma Miss Parker non batté ciglio. L'uomo si mosse e le si avvicinò lentamente, fino a fermarsi davanti a lei, la canna della pistola a pochi centimetri dal petto. Con la sua notevole statura la sovrastava di quasi tutta la testa, ma lei non arretrò d'un passo.
"Sai bene che non mi potrai portare indietro vivo, al Centro", disse Jarod a denti stretti, "Dovrai uccidermi."
Miss Parker non si mosse. Gli occhi azzurri piantati in quelli bruni di lui, lo fissava con sguardo terribile, ma l'uomo non si lasciò intimidire.
"Avanti, spara", la esortò, a muso duro, "Forza! È l'unico modo che hai per riportarmi al Centro. Non ci tornerò mai da vivo, lo sai perfettamente anche tu."
Ancora, lei non accennò a muoversi. Si sentiva paralizzata, incapace di premere il grilletto o di fare qualunque altra cosa.
"Spara!", le urlò lui in faccia. Miss Parker trasalì violentemente e strinse più forte il calcio della pistola. Le sue nocche sbiancarono, ma il dito sul grilletto era come privo di vita.
Un nodo le serrò la gola, soffocandola.
Con un'esclamazione che era come un grido di sofferenza, spostò l'arma e lasciò cadere il braccio.
"Non posso!", gracchiò. Jarod si sentì immensamente sollevato: aveva avuto ragione, lei non gli avrebbe sparato. Nascose però accuratamente il suo sollievo sotto una maschera rabbiosa; allungò una mano e le prese la pistola, posandola sul tavolo dietro di sé.
Miss Parker sentì le lacrime riempirle gli occhi e fu presa dalla collera. Come osava, Jarod, come osava?!
"Maledetto, tu lo sapevi!", lo aggredì verbalmente, e subito dopo anche fisicamente, afferrandolo per il davanti della maglietta, "Sapevi che non avrei sparato!"
Jarod l'afferrò per i polsi, nell'intento di placarla.
"Non ne ero sicuro…", cominciò, ma lei non lo sentì, sopraffatta da un'ira violenta, irrazionale, rivolta non sapeva neppure lei se contro di lui o contro se stessa. Si liberò con uno strattone e gli assestò un pugno alla mascella, facendolo arretrare barcollando e sbattere di schiena contro il frigo.
"Calmati, Parker!", le gridò, ma lei gli stava già venendo addosso, le mani in posizione d'attacco, gli occhi fiammeggianti. Scartò di lato, ponendo il tavolo tra di loro.
"Insomma, Parker, si può sapere cosa ti prende?!", le lanciò. Non riusciva assolutamente a capire perché lo stava aggredendo in quel modo.
Ma lei non lo ascoltava. La sua mente era in preda ad un furore cieco, irragionevole, quasi folle. Tutto il suo mondo, le sue certezze, le sue convinzioni, erano crollate nello spazio di un secondo e si erano ridotte a miserevoli macerie. La collera che provava era l'unica difesa contro la paura, la spaventosa paura del vuoto che avrebbe trovato quando il polverone si fosse alfine posato, quando sarebbe stata costretta ad affrontare il fatto che non le rimaneva più nulla. Non suo padre. Non il Centro. Non la caccia. Niente.
Il viso deformato da una smorfia rabbiosa, afferrò il bordo del tavolo e lo rovesciò, stoviglie e tutto. Jarod arretrò precipitosamente verso il soggiorno. Lei gli corse dietro, ed ancora l'uomo si ritirò, finché non arrivò alla porta, l'aprì e si fiondò all'esterno.
"Vigliacco!", sputò Miss Parker, "Fermati e combatti!"
Jarod l'aspettava al varco: non appena superò la soglia, senza alcuna cautela nella sua sconsiderata rincorsa, lui l'afferrò per un braccio e, sfruttando il suo stesso slancio, le fece compiere un quarto di giro scaraventandola lunga e distesa sull'assito del portico. Atterrando, la donna travolse una delle sedie ed il tavolino.
Jarod saltò giù dalla veranda sul prato che circondava la casa.
"Vuoi combattere?", le gridò in tono di sfida, "E va bene, allora! Alzati, Parker! Battiti!"
Lei non se lo fece ripetere, si tirò in piedi e balzò sull'erba, mettendosi di fronte a Jarod. Lui la pungolò, facendole cenno di attaccarlo, il volto atteggiato ad una maschera provocatoria. Miss Parker partì all'assalto, piroettando su se stessa in un calcio girato alto, ma Jarod si chinò fulmineamente per evitarlo e, facendo perno su una gamba, distese l'altra in una spazzata che tolse alla donna l'appoggio e la fece cadere di schiena. La botta le tolse il fiato; vide Jarod che si tuffava su di lei e riuscì a rotolare di lato, poi a balzare nuovamente in piedi. Tentò di sferrargli un calcio nelle costole, ma lui le afferrò il piede e glielo torse, facendola gridare di dolore e costringendola a piroettare su se stessa per alleviarlo. Cadde ancora una volta, faccia a terra; mentre Jarod si alzava per saltarle addosso, si girò appena in tempo per usare le gambe in una sforbiciata che lo colse alle ginocchia e lo gettò a terra supino. In un attimo gli piombò seduta sulla pancia e Jarod riuscì a stento ad irrigidire i muscoli addominali in tempo per evitare di rimanere senza fiato. Miss Parker tirò un pugno, ma Jarod lo parò usando un braccio ed afferrandole il polso in una stretta di ferro. Lei allora tentò con l'altro, ma venne ugualmente bloccata. Anticipando qualsiasi nuova strategia, come per esempio una bella testata in faccia, Jarod le sollevò ed allargò le braccia, togliendole l'appoggio e facendola praticamente cadere su di lui.
I volti a pochi centimetri l'uno dall'altro, rimasero a fissarsi ad occhi sbarrati, fissi, ansimando affannosamente, immobili come statue di sale.
Poi Miss Parker abbassò lo sguardo sulle labbra di Jarod, vicinissime alle sue.
Non seppe mai quale fu la molla a spingerla, ma un momento dopo la sua bocca era su quella di Jarod.
Cominciò brutalmente, non un vero bacio bensì solo un altro modo di combattere, di cercare la supremazia su di lui. Ma ben presto si trasformò, divenne ricerca disperata, domanda ansiosa, risposta affannata, e poi ancora esplorazione frenetica, passione sfrenata, bramosia convulsa. Anni, decenni di represso desiderio reciproco deflagrarono in pochi istanti, travolgendoli irresistibilmente, quasi soffocandoli in un turbine di sentimenti ed emozioni dalla forza pari ad un ciclone.
Miss Parker si rilassò tra le braccia di Jarod, la mente come in cortocircuito, la percezione dell'universo ridotta alla sola consapevolezza delle loro bocche unite in un bacio mozzafiato e dei loro corpi che aderivano l'uno all'altro. Jarod avvertì il suo abbandono ed allentò la presa sui suoi polsi. Miss Parker usò le braccia ora libere come leva per distendere il proprio corpo su quello di lui, poi gli prese il volto tra le mani ed aumentò la forza del loro bacio. Jarod sollevò le braccia e le chiuse attorno a lei, una mano sulla schiena, una sulla nuca. I suoi pensieri s'erano involati, la mente era vuota di ogni cosa che non fosse Miss Parker, le sue labbra morbide, la sua lingua calda, il suo respiro ardente, il suo profumo eccitante. Il sangue gli corse immediatamente all'inguine, ed in pochi secondi fu pronto per lei.
Miss Parker percepì la sua eccitazione premere contro di lei; il suo corpo rispose all'istante inondandole il grembo con un fiotto di calore. Gemette, colta di sorpresa dalla violenza del proprio desiderio.
La reazione fu di spavento, tanto forte da rasentare il panico. Con un ansito, si strappò dalle labbra e dall'abbraccio di Jarod, rotolando via di lato; si rizzò seduta, ma tremava così incontrollabilmente che non riuscì ad alzarsi per fuggire. Così, si arricciò su se stessa, abbracciandosi le ginocchia e nascondendo il volto.
Sbigottito, Jarod rimase a terra ancora qualche attimo prima di riuscire a riprendersi abbastanza da sollevarsi a sua volta seduto. Guardò la giovane donna rannicchiata su se stessa e colse il violento tremito che la scuoteva. Capì che era in preda al terrore, ma non riusciva a credere di esserne lui la causa.
"Parker… che ti succede?", mormorò, avvicinandosi e posandole una mano sulla spalla, "Sono io, Jarod… Perché hai paura di me?"
Miss Parker non ritirò dal suo tocco, ma scosse la testa.
"È una follia, Jarod", disse a denti stretti, rifiutandosi di guardarlo. A Jarod occorse meno di un secondo per comprendere a cosa si stava riferendo.
"Che cosa è una follia?", chiese comunque, sollecitando una spiegazione di cui in realtà non aveva bisogno, ma deciso a farle portare in superficie quel pensiero.
"Noi due", rispose Miss Parker, bruscamente, "Non esiste. Non siamo destinati insieme."
"E chi lo dice… il Centro?", commentò Jarod, il tono ironico stemperato nell'amarezza, "Dimentichi che da bambini ci hanno fatto incontrare nell'intento di provocare un'attrazione tra di noi? Attrazione che c'è stata, innocente come può esserlo tra fanciulli, ma innegabile. Poi si sono accorti di quanto pericolosa poteva essere quell'attrazione e ci hanno separati, fatti diventare due estranei, tentato di renderci nemici l'uno dell'altra…", parlando, si chinò verso di lei ed accostò la bocca al suo orecchio, proseguendo a bassa voce, "Ma non ci sono riusciti, vero Parker? L'hai visto tu stessa poco fa in cucina, quando non sei stata capace di spararmi. Poi abbiamo lottato, è vero, ma com'è finito il combattimento?"
Nel percepire il suo alito caldo contro la pelle del collo, Miss Parker rabbrividì. Si sentiva debole, ed era una sensazione che odiava. Per tale ragione reagì con violenza, spinse via Jarod con una mano e scattò in piedi come una molla.
"Stai dicendo delle assurdità, Jarod!", esclamò in tono aspro, "Ti ripeto che è una follia!"
A grandi passi tornò in casa e sbatté la porta con forza, ma non la chiuse a chiave: era inutile, se Jarod era entrato una volta lo avrebbe fatto ancora. Come una furia si precipitò in camera e da lì in bagno, dove aprì la doccia; si spogliò quasi strappandosi gli indumenti di dosso, poi si infilò sotto il getto dell'acqua fredda. Il primo spruzzo la fece boccheggiare, senza fiato, ma rimase ostinatamente ferma finché non cominciò a sentirsi intirizzita. Finalmente chiuse la doccia, afferrò un grande telo di spugna e si strofinò vigorosamente per riattivare la circolazione superficiale e riscaldarsi; poi usò il phon per asciugarsi i capelli. Quando tornò in camera, si sentiva più calma, la mente lucida; i bollenti spiriti erano scomparsi.
Si vestì, indossando biancheria di pizzo sotto ad una maglietta aderente senza maniche e dei jeans elasticizzati che sottolineavano la sua bella figura dalle lunghe gambe, poi pensò che era troppo sexy per affrontare Jarod dopo quanto era appena successo. Ma non aveva molta scelta, il suo stile era sempre stato sexy, formale o casual che fosse; perfino la tuta da ginnastica era attillata e non nascondeva nulla delle sue curve squisitamente femminili.
Per non smentirsi, si recò nuovamente in bagno e si truccò gli occhi con matita, mascara ed eye-liner, ma lasciò la bocca al naturale. Sollevando il mento con aria di sfida, tornò di là; come si era aspettata, trovò Jarod in cucina, intento a friggere le uova col bacon come se non fosse mai stato interrotto. Tutto era stato rimesso in ordine, ed il tavolo nuovamente apparecchiato. Perfino la pistola era stata raccolta e posata sul bancone.
Senza un motto, Miss Parker si sedette. Qualche istante dopo, Jarod si voltò e le sorrise.
"Con la pancia piena il mondo sembra migliore", dichiarò, avvicinandosi con la padella e facendole scivolare nel piatto un uovo con due riccioli di bacon croccante. In quella il tostapane fece ding e ne saltarono fuori quattro fette di pane abbrustolito al punto giusto. Jarod riempì il proprio piatto, posò la padella sul fornello spento, poi andò a prendere il pane e lo portò in tavola in un cestino, che posò accanto al vasetto della marmellata di mirtilli, la preferita di Miss Parker. C'erano anche miele e burro, una bottiglia di succo d'arancia, una caraffa di latte freddo, due ciotole di corn flakes ed un flacone di sciroppo d'acacia. Dal forno a microonde Jarod trasse un piatto con una pila di frittelle, preparate in anticipo e tenute al caldo. Quando infine si sedette di fronte a Miss Parker, sul tavolo non c'era quasi più posto per altro. La giovane donna osservò quella profusione di cibarie, che le ricordava le colazioni che preparava sua madre, e si sentì suo malgrado divertita.
"Una colazione pantagruelica", commentò, facendo una smorfia per celare il proprio sorriso.
"Niente di meglio per iniziare la giornata", ribatté Jarod, cominciando ad imburrare una fetta di pane tostato.
Miss Parker si mise a mangiare con diffidenza, ma ben preso scoprì di essere molto affamata. Del resto, la sera prima non aveva neanche cenato, stremata dalla corsa estenuante cui si era sottoposta, e quel mattino aveva già speso un bel po' di energie, sia fisiche che mentali, combattendo contro Jarod – e contro i propri sentimenti. Quel pensiero la sconcertò, ma lo accantonò subito, così come soleva fare con le idee che la disturbavano, semplicemente rifiutandosi di accettarne l'esistenza.
