Capitolo IV - FENICE

L'enigma della fenice ha più astuzia

davanti a noi: noi due siamo una sola cosa.

Dunque, ai prodigi naturali si adattano entrambi i sessi.

Noi moriamo e nasciamo come la fenice, e ci dimostriamo

misteriosi per questo amore.

John Donne, The Canonization

Gellert riacquistava ogni giorno di più forza e poteri. Ma a cosa gli serviva? Non aveva la minima idea di come ritrovare Albus Silente. La vecchia biblioteca di Durmstrang, che conosceva come le sue tasche, si era rivelata sorprendentemente inutile: dov'erano i testi scritti in codice sui Doni della Morte, e sugli Horcrux?

Ebbe la risposta dopo settimane di strenue, estenuanti ricerche.

Qualcun altro cercava le stesse informazioni proibite! Una donna nello sbocciare della sua giovanile maturità e bellezza: persino lui, Gellert, che era quasi sempre stato attratto dagli uomini, non poteva negarne il fascino.

E non solo quello, dopo averla osservata con attenzione. Si Materializzava alle soglie del Castello, una terrificante, gelida costruzione in stile gotico che per quasi sei anni Gellert aveva chiamato casa. Poi si Disilludeva, e compiva incantesimi e maledizioni degni del suo livello, quando era il famigerato Mago Oscuro Grindenwald, all'apice del potere, negli anni 30 e 40 del secolo che ormai volgeva al termine. Non era un caso che si fosse scatenata la più violenta guerra Babbana che il mondo avesse mai ricordato, proprio in quel periodo. Era lui ad averne ordito ogni mossa, come in una complessa, gigantesca, realistica partita di Scacchi Magici.

Senza Albus, era andato completamente alla deriva. Lui era la bussola del suo cuore, che dirigeva la brillantezza e la spregiudicatezza della sua mente e le sue sfrenate passioni, i suoi pericolosi sogni pieni di ambizione. Senza di lui, era in tumulto. Spezzato, distrutto. E anche il resto del mondo doveva esserlo…

Un giorno Gellert, dopo aver seguito la giovane donna Disilludendosi a sua volta, la colse di sorpresa. Temeva di non reggere ancora un confronto ad armi pari, perciò la aggredì alle spalle e la Disarmò. Uno scintillante sguardo furioso e carico d'odio gli rispose. Aveva la ferocia di una tigre. Se fosse stata un Basilisco, lo avrebbe ucciso all'istante. Grindenwald non poté fare a meno di sorridere, nonostante tutto: si trovava davanti a un temperamento affine, e anche lei doveva averlo riconosciuto.

Farmi cogliere impreparata, che mossa stupida… sentiva chiaramente i suoi pensieri.

-Ammetto di essere stato poco cavalleresco, mia affascinante strega.

Poi giudicò che i convenevoli fossero durati fin troppo. Gli puntò la bacchetta alla gola e le gridò contro:

-Chi sei? Cosa sai degli Horcrux? Cosa stai cercando a Durmstrang? Rispondi: Imperio!

La strega rovesciò gli occhi all'indietro, il suo sguardo si fece annebbiato. Le sue labbra si aprirono e iniziò a bisbigliare. Gellert tese l'orecchio, sempre più concentrato, ma senza mollare la presa.

-Non. Te. Lo. Dirò. Mai- scandì lentamente, e gli rise in faccia.

Sapeva resistere alla Maledizione Imperius, constatò Grindenwald, esterrefatto. Ed era certo di essere il mago più potente attualmente in vita nello scagliare una Maledizione senza Perdono.

-L'hai voluto tu- disse Gellert, spazientito. –Suppongo di averti sottovalutata. Crucio!

Bellatrix si contorse e urlò di dolore, ma si riprese più velocemente del previsto. E anche ai tre attacchi che seguirono. Maghi potenti erano crollati, impazziti o morti al primo impatto della Maledizione. Gellert era sempre più interdetto.

-Sei abituata alla tortura.

-Preferisco infliggerla- ribatté Bellatrix, imperturbabile. –Ma non si può padroneggiare al massimo la maledizione Cruciatus, senza essere capaci di resistere al dolore. Lo sopporterò fino alla morte, e non ti dirò una parola.- Di nuovo quella risata trionfante e un po' folle.

Gellert rifletté, e passò al contrattacco.

-Sei una potente Maga Oscura. Seguivi Lord Voldemort?

-Come osi pronunciare il suo nome, tu indegno mezzobabbano, sporco traditore del tuo sangue…

La maledizione la colpi con violenza proprio al centro del petto, e Bellatrix questa volta si accasciò.

-Attenta a come parli. Non sai con chi hai a che fare. Finora è stato solo il riguardo verso i tuoi straordinari poteri che mi ha trattenuto…- Con un complesso incantesimo, Gellert legò Bellatrix, mani e piedi, e la condusse nei sotterranei di Durmstrang. La stanza segreta nella quale si allenava con i suoi primi seguaci era rimasta intatta. La depose a terra, e la donna lo guardò con odio.

-Dunque, lascia che ti esponga la situazione. Hai due possibilità. La prima è il silenzio. Nel qual caso ti lascerò qui, imprigionata e completamente in mio potere, finché non ti deciderai a parlare o morirai. Ma presumo che nessuna delle due prospettive sia allettante per te…di certo colui per il quale raccogli informazioni di così vitale importanza potrebbe aver bisogno di te...ammesso che non sia già morto e che tu non tenti disperatamente di riportarlo indietro. Cosa che non potrai mai fare rinchiusa qui dentro, dico bene?

Bellatrix sputò.

-Che maniere. E pensare che ti avevo preso per una signora di un nobile casato- disse Gellert, con sarcastica disapprovazione. –Ma lascia che ti esponga la tua seconda opzione, che spero ti piacerà di più. Non ti farò altre domande sui tuoi scopi personali (la situazione è abbastanza chiara)… e ti do la mia parola che ti lascerò andare, a patto che tu risponda sinceramente a una singola domanda, che non ha nulla a che vedere con te o con il tuo…Signore.

Bellatrix chinò la testa. –Ti sto ascoltando.

-Sapevo che eri una strega ragionevole quanto potente- sorrise Gellert. –Bene, supponiamo, per pura curiosità accademica, che un mago potente sia stato colto di sorpresa dalla morte… ma che abbia creato un contenitore per la propria anima, in modo da rendersi quanto più possibile…immortale. Mi spiego?

Bellatrix impallidì, ma chinò la testa.

-Bene. Supponiamo ancora che questo mago sia ridotto a una creatura debole e priva di coscienza, e che non sia in grado di rientrare in possesso del proprio corpo… ti suona familiare, non è vero?

La strega si fece ancora più pallida, ma annuì.

-Eccellente. E adesso, continuiamo pure a supporre che un suo amico, o seguace, o magari…amante?- Inarcò un sopracciglio, guardando fisso la strega, ormai esangue. -…dicevo, supponiamo che questo mago, o strega, sappia esattamente come aiutarlo a riprendere possesso del suo corpo. Ma che ci sia un problema fondamentale… non sa dove si trova. La domanda è: come fare a localizzare ciò che rimane della sua anima?

-Dài per scontato che sia possibile- lo schernì lei.

-Dev'essere possibile.- dichiarò Gellert. Lei rimase impassibile. –Credevo che avessimo un patto. Legilimens!

Il vuoto più totale. Gellert imprecò mentalmente. Era anche un'Occlumante eccezionale!

-Ciò che so, lo saprai soltanto per mia volontà- disse Bellatrix, sorridendo.

-Non direi. A ogni attimo che passa, sono convinto che tu sia la più disperata e fanatica seguace di colui che si faceva chiamare Lord Voldemort. E ora rispondi alla mia domanda, o resta qui a marcire.

Bellatrix gli rivolse un'altra occhiata feroce, poi si rassegnò a parlare.

–Devi avere l'Horcrux che contiene la sua anima…

Gellert sospirò. La bacchetta di Sambuco. Il ragazzo, Harry Potter, ormai doveva essene il legittimo proprietario…chissà cosa ne aveva fatto. E non poteva esporsi e rischiare di prenderla, non nelle sue condizioni.

-Non c'è altro modo?

La strega tacque, poi parlò, lentamente. –C'è, in effetti. Ma può provocare la morte del mago che compie il rituale…

-Non importa. Vai avanti.

-Devi avere una parte del corpo del mago che vuoi localizzare…ti porterà a quello che rimane della sua essenza.

Una parte del corpo… come dire un pezzo delle montagne lunari. Gellert non vedeva Silente da decenni, e naturalmente non conservava nulla di lui. Cercò di nascondere la delusione.

-Dammi le formule di entrambi gli incantesimi, e ti libererò.

-Come faccio a sapere che non mi ucciderai una volta che avrò parlato?

-Non ti fidi della mia parola?

-E come potrei? Non so neanche chi sei.

-Un buon argomento. Ma temo che tu non abbia molta scelta.

Bellatrix esitò solo per qualche istante. Il suo Signore aveva bisogno di lei. Recitò le formule.

Gellert la trascinò, sempre Disillusa, al limitare della foresta, poi formò uno scudo protettivo tra sé e la donna: quando l'avesse liberata, la sua rabbia sarebbe stata incontenibile.

-Da qui puoi Smaterializzarti. Una mossa sbagliata, e non vivrai per ricordarlo.

-Ti avverto che quando ci rivedremo uno di noi due morirà. E farò di tutto perché sia tu…Gellert Grindenwald- disse Bellatrix.

Agghiacciato per essere stato riconosciuto, Gellert gridò:

-Oblivion!- Gli occhi della strega si fecero vacui (finalmente, pensò, un incantesimo che funziona), e la lasciò sola con la sua bacchetta, a liberarsi dalle catene.

L'incontro con la strega lo aveva lasciato sconvolto. Era davvero così potente, o era lui ad essere ancora terribilmente debole? E cosa fare per ritrovare Silente? Correre il rischio di entrare a Hogwarts, ammesso che la Bacchetta si trovasse lì…

Si addormentò tra l'erba alta, sotto le stelle, troppo esausto persino per cercarsi un riparo. Sogni confusi della sua adolescenza si susseguirono uno dopo l'altro. Una scopa Comet Duecentosessanta, i caratteri minuti e complessi delle Antiche Rune, gli occhi acuti di Albus Silente che scrutavano nelle profondità della sua anima, i dolcetti allo zenzero della zia Batilda, una scatoletta con il simbolo dei Doni, contenente i suoi averi più preziosi…la sua vecchia bacchetta, alcuni ritagli di giornale, formule magiche proibite, una ciocca di capelli castani…

Una ciocca di capelli castani.

Come aveva potuto dimenticarselo? Ma era davvero successo una vita fa…forse mille vite fa, ed era un miracolo che se ne fosse ricordato. In preda a un infantile, patetico romanticismo, si erano scambiati dei pegni l'uno dell'altro. Anche Silente aveva conservato un suo ricciolo biondo, da qualche parte.

Aveva nascosto la scatola in uno scomparto segreto della parete della sua camera di Godric's Hollow, a casa della zia Bathilda. Possibile che ci fosse ancora? Doveva assicurarsene subito.

Godric's Hollow era un borgo di antico splendore e prestigio magico. O, almeno, lo era stata un secolo prima. Adesso poteva vedere segni di imbarbarimento: una coppia Babbana passeggiava spingendo una carrozzina, un pub di tradizioni più che rispettabili si era munito di luci al neon, e da un grande stereo, che funzionava pressoché indisturbato dalla magia presente nella zona (a quanto pareva, troppo poca), provenivano i rumori assordanti e ripetitivi di quella che i Babbani di oggi osavano chiamare musica.

C'erano altri cambiamenti: una statua, da lontano un monumento ai caduti, da vicino si rivelò un omaggio alla famiglia più famosa del secolo. Un uomo con gli occhiali, una donna con i capelli lunghi e l'espressione gentile che teneva un neonato in fasce. James e Lily Potter, e il loro figlio Harry, così diceva la targhetta. La loro casa era sulla stessa strada di quella della zia Batilda. Era crollata a pezzi, distrutta dall'attacco di Voldemort, ma si vedevano i segni dell'affetto e dell'incoraggiamento di migliaia di maghi, in forma di disegni e graffiti.

Voldemort, che era odiato da pressoché tutta la comunità magica, per mano del quale tanti maghi e streghe di immenso potere erano caduti…

E lui, Gellert Grindenwald, era stato secondo solo a lui quanto a malvagità, crimini ed efferatezze. Naturalmente, allora gli era sembrato tutto legittimo. Per il bene superiore. Scosse la testa, all'apparenza un ragazzino dall'aria innocente che contemplava le rovine di qualcosa che era troppo giovane per ricordare o anche solo per comprendere.

Ebbe un tuffo al cuore quando arrivò alla sua vecchia casa: era distrutta, al pari di quella dei Potter. Si Disilluse e si fece strada tra le macerie. Una parte di salotto c'era ancora, così come l'odore pestilenziale. Rabbrividì: la casa recava i segni di una magia nera molto potente. Cos'era successo alla zia Batilda? In realtà, era la sua prozia: aveva dato per scontato che fosse già morta, ma a quanto pareva era successo di recente, e, forse, era stato un delitto. Toccò le mura, che gli trasmisero l'immagine di un enorme serpente dagli occhi rossi che si cibava del cadavere della zia…Un ragazzo, una spada dall'elsa dorata… Possessione. Voldemort era stato lì, era entrato nel corpo di un serpente e aveva combattuto con il ragazzo Potter.

Ma cosa c'entrava la zia? Non meritava di fare una fine simile. Era una di quelle donne rispettabili, affettuose e immancabilmente positive, incapaci di concepire un brutto pensiero o di riconoscere il male, anche quando se lo trovava davanti. Nonostante la sua immensa cultura e intelligenza, riusciva a far sembrare la sanguinosissima Storia della Magia una favola per bambini.

Persino quando era arrivato, lo aveva accolto a braccia aperte, presentandolo entusiasticamente a Silente, perché due giovani in gamba come loro dovevano per forza fare amicizia (almeno su questo, aveva ragione). E, nonostante la lettera di espulsione da Durmstrang, lei era rimasta convinta che fosse un ragazzo troppo vivace che si era messo nei guai per un torneo di Gobbiglie dopo il coprifuoco, per aver letto un libro proibito o per un'altra sciocchezza del genere.

In realtà, aveva esercitato le Arti Oscure con i suoi compagni più intimi, raggiunto tutte le conoscenze possibili sugli Horcrux e sui doni, aggredito un paio di Babbani… per non parlare della conoscenza carnale con un suo professore e due dei suoi seguaci. Naturalmente, loro avevano nascosto l'attrazione per lui fino all'ultimo, e l'iniziativa era partita da lui. Avevano convinto se stessi che lo avevano fatto per sperimentare: lui, invece, precoce e spregiudicato in tutto, lo aveva fatto per piacere.

Lo sguardo gli cadde su un bigliettino rosa con una fastidiosa scrittura verde acido. Il mittente, una certa Rita Skeeter, ringraziava Batilda per le informazioni che le aveva fornito ('anche se ora non te lo ricordi più'), e le inviava la copia del suo ultimo bestseller: Vita e bugie di Albus Silente.

Il libro non si trovava da nessuna parte, ma Gellert temeva di indovinarne il contenuto. Represse un moto di rabbia: di sicuro quella donna aveva ingannato la zia e aveva intessuto una sordida storia da tabloid dalle sue ingenue confidenze. Doveva essersi affrettata a tempo di record a cercare gli scheletri nell'armadio, poco dopo la morte di Albus… Albus non è morto, si disse, risolutamente. Si fece coraggio, e con un Incantesimo di Appello recuperò la scatoletta, ammaccata e piena di polvere e calcinacci, ma miracolosamente intatta. La ciocca castana era ancora lì dentro.

Gellert la portò alle labbra, commosso e invaso dai ricordi. Poi pronunciò l'incantesimo che aveva estorto alla strega Mangiamorte. Cristalli di ghiaccio lo invasero mentre usciva dal suo corpo, ma continuò, concentrato. Oltre Godric's Hollow, oltre Hogwarts… era un edificio fatiscente che sembrava una casa infestata. Finestre staccate dall'intonaco, l'ululare del vento, e qualcos'altro…un'eco.

Lontanissima, molto meno di un fantasma, eppure così sensibile…aveva percepito la sua intrusione, e stava scappando, in preda a un panico cieco…

Sto arrivando, Albus, pensò, e si Smaterializzò.

Gellert dovette vincolare ciò che restava dell'essenza di Albus, testardo anche in quello stato, alla casa in cui si era nascosto. Era quasi del tutto priva di mobili, ma c'era un letto dalle coperte rosse e lacere, le lenzuola ridotte a brandelli. Gellert lo sistemò, si assicurò che lo spirito fosse ben protetto nel suo cerchio incantato, e uscì a fare provviste.

Si trovava a Hogsmeade, e la casa era nota come La Stamberga Strillante. Non fu sorpreso che Silente avesse scelto un posto così vicino all'amata Hogwarts: si vergognava troppo persino per indugiare nella foresta, pensò. Molto appropriatamente, si era nascosto in un posto che aveva la reputazione di essere infestato, perciò quasi tutti ne giravano al largo.

Non riusciva a comunicare con lui. Percepiva soltanto paura, e un desiderio assoluto, totalizzante, di essere abbandonato a se stesso e lasciarsi morire.

Ma Gellert non glielo permise. Si sfinì con incantesimi di magia Oscura, rinunciando al cibo e al sonno: lo costrinse a possedere piccoli animali, lo nutrì del suo sangue.

Preparò la pozione che gli avrebbe permesso di riportarlo in vita: dovette aspettare diversi mesi prima di poter ottenere tutti gli ingredienti. Poi dissotterrò le ossa del padre di Silente, donò fino all'ultima goccia del suo sangue, versò tutto nella pozione, poi liberò lo spirito dalla sua sfera protettiva e, prima che potesse scappare, lo guidò con la bacchetta al calderone nero e fumante, immergendovelo sempre più a fondo…

La pozione divenne scarlatta, il colore del sangue, ma più scuro.

Pronunciò la formula, cercando di infondere forza nella voce. Qualcosa si mosse nella superficie, poi rimase immobile. Gellert aspetto, divorato dall'angoscia. Che la strega lo avesse ingannato?

Nulla.

Disperato, calciò il calderone e gridò: -Sei un vigliacco! Muori, allora, rendi vana la nostra vita, i nostri sogni, il nostro amore! Non sai affrontare il dolore, ti sei rinchiuso in quella scuola per non pensare più alle tue azioni! Sei diventato il grande Auror, a costo di sconfiggere e rinchiudere in una segreta il tuo unico amore! Non mi sei neanche venuto a trovare una volta in carcere! Non sei neanche capace a morire, e non hai il coraggio di vivere…oh, perché ti ho incontrato, perché mai ho posato gli occhi su di te…- Ormai Gellert piangeva a calde lacrime, che cadevano dentro il calderone. Singhiozzava come il ragazzino che era, esausto, il cuore sanguinante. Ci mise parecchi minuti per realizzare che la pozione ribolliva ancora, ma che era diventata di un brillante colore dorato…il colore che da sempre associava a lui.

Una tenue speranza gli si formò nel cuore, debole come una fenice neonata. Si sporse sul bordo, per osservare meglio, e si rese conto che mormorava. Ma non erano incantesimi.

-Oh, ti prego, Albus…non lasciarmi…vivi per me, ho bisogno di te…Io, Gellert Grindenwald, per l'amore che ti portavo…che provo ancora per te e che proverò sempre, ti ordino…no, ti scongiuro di tornare da me!

Un gemito indistinto gli rispose, e dal calderone emerse una sagoma sempre più grande, che si contorse e urlò orribilmente. Era terrificante vedere quel contorcersi e allungarsi di membra, come nella parodia di un parto. Quando aveva ripreso possesso del suo corpo, non se ne era quasi reso conto: ma realizzò che Albus Silente era in preda a un insopportabile dolore. Lottava per venire al mondo una seconda volta, e non poteva aiutarlo…

Dopo lunghissimi minuti di agonia, un giovane nudo, pallido e scheletrico era inginocchiato nel paiolo, troppo debole per muoversi. Gellert lo avvolse in un mantello, lo aiutò ad alzarsi e lo mise a letto.

-Albus. Mi senti? Mi riconosci? Sono io, Gellert…

Uno sguardo azzurro, vitreo e appannato si posò su di lui. –Oh, Gellert- bisbigliò con un filo di voce, - perché l'hai fatto?

Passò mesi a prendersi cura di lui. Lo nutrì, lo lavò, gli parlò, dormì accanto a lui, e finalmente un giorno Albus posò lo sguardo su di lui, di nuovo penetrante come quello di un tempo.

-Suppongo che stavolta la vittoria sia tua. Dovrò rassegnarmi al fatto di essere vivo, poiché tu l'hai deciso per me…

-Oh, Albus!- Gellert si inginocchiò davanti a lui, e gli prese le mani. Forti, e non più segnate dalle rughe. Era ancora magro, ma aveva riacquistato l'aspetto e il fascino che possedeva a diciotto anni: lunghi capelli castani, e lineamenti severi ma attraenti.

Albus continuò. –Volevo soltanto morire…in pace. Ce l'avrei fatta se tu non mi avessi trovato…

-Già, eri un bel pezzo avanti- commentò acidamente Grindenwald.

-Perché non me l'hai permesso, Gellert? Mi odi così tanto?

-Odiarti?- L'altro sgranò gli occhi, incredulo. Dopo tutto quello che aveva fatto per lui…

-Farmi riemergere all'esistenza con tanto accanimento…con tutto il brutale apparato delle Arti Oscure che ho aborrito ormai per quasi un secolo…farmi tornare alla depravazione dei miei anni giovanili, in questo corpo a me estraneo che mi ricorda…il male che è successo...

-Albus!- Lo interruppe Gellert, sconvolto. –E' così che consideri quello che c'è stato tra noi? Male? Un errore?

-Un…abominio- disse Silente, piano. –Per tutta la vita ho cercato di revocare l'Horcrux, ma quella maledetta Bacchetta Invincibile…lo hai fatto apposta, non è vero?

Annuì, e non poté fare a meno di reprimere un sorriso per la sua aria indispettita, nonostante il disgusto di Silente gli spezzasse il cuore.

-E ora vuoi… vendicarti…

-Vendicarmi?-sbottò Grindenwald, incapace di trattenersi. –Ti ho cercato per mesi, ogni mio pensiero è stato per te! Mi sono dissanguato, consumato, preso cura di te…

-E hai torturato, e probabilmente anche ucciso…vuoi che non sappia come funzionano queste cose? Anche questo, hai fatto per me? Come pensavi che avrei reagito? Oh, come devi odiarmi, Gellert…quasi quanto io odio me stesso…- Silente si mese la testa tra le mai.

-Non c'è niente per cui ti odi o voglia vendicarmi, Albus…

-Ti ho sconfitto-bisbigliò lui, rabbiosamente.

-Ho lasciato che lo facessi. Non avrei mai potuto ucciderti…

-Hai anche lasciato che ti catturassero?

-Non ho avuto molta scelta. Ma non sei tu, sono i miei crimini che mi hanno condannato all'ergastolo…

-Sono lieto che tu lo riconosca- ribatté Silente, asciutto. Esitò, poi la sua voce si fece più dolce.

-Ho saputo…che hai mostrato…pentimento, negli ultimi anni di vita…

Ognuno si pente quando è vecchio e in prigione, avrebbe voluto dire Gellert, ma si trattenne.

-Sei venuto a trovarmi?- chiese, incredulo. Cos'avrebbe dato per rivederlo, almeno una volta…

-Io… venivo una volta al mese…a Numengard- confessò Silente. –Guardavo in alto… la tua finestra era la terza sulla sinistra, nella torre più alta…

-Oh, Albus…tutto questo tempo, e non l'ho mai saputo…

Silente tentò di nascondere le lacrime, ma non ce la fece. –Volevano espatriarti…deportarti ad Azkaban, la prigione più terribile… più della metà dei giudici era favorevole a lasciarti rinchiuso in una cella giorno e notte, con i Dissennatori…Ho detto che erano fuori controllo, che ti avrebbero Baciato… e loro…hanno risposto che sarebbe stato quello che meritavi per i tuoi delitti…

Gellert era talmente concentrato su di lui che dovette ricordarsi di respirare.

-Li ho pagati con tutto il mio oro alla Gringott. Ho offerto ai tedeschi i miei servizi di Auror, contro il governo sovietico. Li ho illusi che, tornato in Inghilterra, sarei salito al potere, sarei diventato Ministro della Magia…nessuno poteva dubitarne, all'epoca, solo io sapevo che il potere era la mia debolezza, che dovevo starne per sempre lontano…ma comunque, ci hanno creduto. Non potevano permettersi di avermi come nemico. Ho dato il mio autorevole giudizio, davanti a tutti…ho detto che meritavi la possibilità di…redimerti, che dovevo avere voce in capitolo dato che ero io ad averti sconfitto…e ti hanno commutato la pena in ergastolo, a Numengard…

-Sono rimasto sorpreso che non mi abbiano condannato a morte, in effetti…- bisbigliò Gellert, tremando al pericolo che aveva scampato. Azkaban…Il bacio del Dissennatore…

-All'inizio sono stato legato mani e piedi, incapace di muovermi…ma poi…oh- realizzò all'improvviso- sei stato tu?

Silente annuì. Aveva insistito, ricattato e pagato, fino all'ultimo anno della sua vita, perché fosse trattato come gli altri prigionieri, vestito decentemente, slegato almeno due volte al giorno, e sfamato.

-Hai fatto tutto questo per me…e non sei mai venuto a trovarmi?

-Me l'hanno impedito… temevano che avrei potuto farti evadere…

-Ma di certo avresti potuto aggirarli…

-Non mi fidavo di me stesso- sorrise Silente, con un lampo di autoironia. –Temevo che ti avrei liberato, e in più…non sopportavo di vederti…

-Certo, non ero un bello spettacolo…non come adesso- Gellert si avvicinò a lui. Albus vedeva ogni sua efelide sullo zigomo destro, le labbra piene, gli occhi accesi dalle ciglia lunghe…Arrossì, e si scostò. Aveva vissuto fino a centosedici anni, era stato uno spettro ed era resuscitato, aveva ucciso, era stato un Auror, un preside, un vecchio venerabile con la barba bianca… e adesso era tornato a tutte le pulsioni e la frenesia della giovinezza, e lo desiderava ancora, maledizione!

-Non…era per questo. Mi sentivo in colpa…sentivo di meritare la pena quanto e più di te…

Silente si fermò, incapace di dire altro.

-Volevi distruggere il tuo Horcrux, ma non hai distrutto il mio- disse Gellert, piano.

Silente scosse la testa.

-Hai intenzione di dirmi dove l'hai nascosto?

-No, naturalmente- disse, con l'ombra di un sorriso. Parve combattere con se stesso per alcuni, lunghissimi istanti, poi, con sorpresa di Gellert, si alzò. Era abbastanza in forze da reggersi in piedi, la schiena dritta, il passo energico.

-Cosa fai?- chiese Grindenwald.

-Me ne vado- disse Albus. –Ora che ho chiarito che non ho intenzione di combattere con te, spero che tu giudichi compiuta la tua vendetta e che non…mi importunerai oltre.- Raccolse i suoi scarsi averi, e si diresse verso la porta.

-Importunarti? Vendetta? Come fai a non capire, tu, imbecille pallone gonfiato di un Grifondoro? Sono innamorato di te!- Si Materializzò davanti a lui, e lo baciò con passione. Albus rispose al bacio, colto di sorpresa.

Era mille volte più intenso e meraviglioso di come se lo ricordava, un secolo prima. Erano due adolescenti, a Godric's Hollow, invincibili e con tutta la vita davanti…

-No- bisbigliò Albus, separandosi da lui di scatto.

-Non...provi più niente per me?

Albus represse una risata isterica. Provava troppo. Amore, dolore, rimpianto, senso di colpa, passione, un'inesplicabile tenerezza, tutto intrecciato come pelle di Girilacco.

-Io…non credo…che sia più possibile per noi, stare insieme- disse infine Albus.

-Non è mai stato possibile come adesso…guardaci!- sbottò Gellert, indicando i loro corpi.

–Abbiamo una seconda opportunità…

Albus lo guardò, cercando di restare impassibile.

-Se cedo di nuovo adesso, non potrò mai perdonarmelo. Dopo tutta una vita passata a redimermi per le mie azioni…

-E' questo che sono, per te? Una tentazione? Il serpente che ti ha fatto deviare dal tuo brillante cammino? Se è così, vattene pure.

Silente annuì e aprì la porta. Non voleva farlo, ma gli rivolse uno sguardo di desiderio, di affetto così bruciante che Gellert avvampò e gli sbarrò la strada.

-Sai cosa credo? Che tu mi ami ancora, e che non pensi di meritarti di essere felice. Hai espiato abbastanza, e anch'io. Ti ho riportato in vita per amore. E' l'amore la risposta, come hai sempre sostenuto. Vorresti rinnegare te stesso, i tuoi sentimenti, soltanto perché hai paura? Non fuggire da te stesso…ti prego, Albus… resta con me…

Gellert allungò una mano davanti a lui, e Albus la prese. Finalmente lo strinse in un abbraccio, sicuro, senza paura.

-Ho provato a dimenticarti- sussurrò furiosamente all'orecchio di Gellert. –Volevo odiarti, distruggere il frammento di anima che mi avevi donato, ma non ci sono riuscito. Quell'unica estate che abbiamo avuto insieme…per tutta la mia vita, la mia coscienza si è fermata lì con te. Prima di morire…volevo che la mia anima tornasse integra, e ho tentato l'unica cura possibile…rimorso per il male che avevo commesso. Ma ogni volta che ci provavo, vedevo te, il tuo sorriso. Sentivo le tue braccia che mi stringevano, il sapore dei tuoi baci, quando pronunciato l'incantesimo mi dicevi 'il tuo cuore è mio'. Non potevo…non sono riuscito a pentirmi di averti amato. Ogni volta che evocavo il mio Patronus a forma di fenice, era il tuo viso che esplodeva nei miei pensieri. Non ho mai smesso di pensare a te, Gellert Grindenwald. Sei stato fino all'ultimo la mia arma più potente, il mio unico ricordo felice. Avevi ragione, il mio cuore è tuo, la mia anima ti appartiene, e fino all'ultimo respiro non ho mai smesso di amarti…

Gellert lo baciò. Piangevano entrambi, incuranti del mondo al di fuori. I baci e le carezze si fecero sempre più appassionati, esigenti, e Albus ricambiò, frenetico. Tremava dal desiderio. Gellert lo distese sul letto e si sfilò la veste da mago, in fretta. L'altro lo contemplò a occhi socchiusi. Era abbagliante, il petto scolpito, i muscoli guizzanti, la peluria bionda che iniziava dallo stomaco e continuava, più giù… Albus arrossì. Non poteva fare a meno di guardare il muscolo teso sotto la biancheria intima. Tese una mano…

-No-lo fermò Gellert- Voglio guardarti anch'io…- gli sfilò i vestiti e gli baciò le tempie, le labbra, il collo, il petto nudo. La sua bocca si chiuse sul suo capezzolo eretto, e Albus gemette.

Gellert scese più giù, le sue mani trovarono il suo desiderio…

Albus s'irrigidì. – Aspetta…no..

-Cosa c'è?

-Non è..il momento….

Gellert trattenne una risata esasperata e si staccò da lui, riluttante. Era sicuro che Albus lo avrebbe ucciso in un modo o nell'altro, e non si sbagliava.

–Stai scherzando? Abbiamo aspettato oltre cento anni! Non è mai stato il momento più di adesso! Non posso resistere…

-Io…lo voglio quanto te, ma c'è qualcosa che devo…sapere…

-Tu e le tue domande…saresti dovuto finire a Corvonero…

-Il cappello l'ha considerato per quasi cinque minuti, in effetti…

-Vuoi sbrigarti?- La situazione era talmente assurda che era vicino all'isteria. Il suo corpo pulsava di eccitazione. –Chiedimelo allora, e in fretta!

Silente si tirò su col gomito, e disse solo una parola. –Ariana.

Gellert gemette. –Albus…è stato un incidente…

-Il senso di colpa per la sua morte mi ha accompagnato per tutta la vita…lo sento anche adesso… ti prego, dimmelo…

-Cosa vuoi che ti dica, Albus? Se ho scagliato io l'incantesimo che l'ha uccisa?

-No- disse lui. –Non voglio sapere questo. Devo sapere se l'ho uccisa io.

-Non hai scagliato tu un incantesimo mortale contro tua sorella, Albus!- protestò Gellert. –Lo sai, non hai mai ucciso nessuno se non una schiera di maghi oscuri per legittima difesa e quel rivoltante Babbano…

-Ti prego, non ricordarmelo…

Gellert esitò. –Cambierebbe qualcosa tra noi…se ti dicessi che sono stato io?

Albus impallidì. –E' così?

-Rispondimi prima. Devo saperlo…

Albus rifletté per un lungo momento. –Eravamo giovani e folli. Credo che potrei perdonarti… a patto che sia stato un incidente…

-Credi che l'avrei uccisa per rimuovere l'ostacolo che t'impediva di partire con me?!- esclamò Gellert.

-Non ne saresti stato capace…vero?- Silente lo implorò con lo sguardo.

-In realtà…-cominciò Gellert, poi si fermò. Lo aveva considerato più di una volta… ma sapeva che Silente non gliel'avrebbe mai perdonato.

-So chi ha ucciso tua sorella, Albus- disse infine, il desiderio di poco fa ormai scomparso.

Silente aspettò, fremendo, supplicandolo silenziosamente.

-Se stessa. –Allo sguardo incredulo dell'altro, Gellert continuò. –Lo sai meglio di me, era malata…instabile. Lo scoppio della magia l'ha spaventata. Vedere tuo fratello Aberforth che invece di consolarla e proteggerla sparava maldestri incantesimi contro di me… l'ha sconvolta. Poi lui ha lanciato uno Schiantesimo…l'ha colpita solo di striscio, l'ha lasciata intontita…spaventata. L'ho vista urlare (intanto, Aberforth ti aveva colpito al naso, ed eri caduto a terra)… e poi ha perso il controllo. Credo che la sua magia sia implosa e si sia rivolta contro se stessa…uccidendola. Un modo molto simile a quello in cui morì tua madre, non è vero? Era stata lei, in uno dei suoi attacchi…ma il risultato l'aveva sconvolta…

-E per non ferire noi, ha rivolto la magia contro se stessa-disse Silente, piano. –Non conoscva il suo potere…- Aveva un senso, e voleva disperatamente crederci.

-Sai che non ti mentirei mai- bisbigliò Gellert, accarezzandogli i capelli.

Siamo sempre stati una sola mente.

E Silente lesse la verità nei suoi pensieri, come al solito senza bisogno di incantesimi.

Quella sera, cenarono ai Tre manici di scopa, serviti da Madama Rosmerta, l'attraente barista, che li prese per due studenti stranieri in gita di piacere. In un certo senso, era così. Una stanza accogliente li attendeva al piano di sopra, e Albus e Gellert si trattenevano a stento dal pensare ad altro. La loro brama si rifletteva nei loro sguardi, nelle loro mani che si sfioravano, nei loro discorsi sconnessi, che s'interrompevano a metà frase.

Albus dedicò un rapido pensiero ad Aberforth, che gestiva la Testa di Porco a qualche strada di distanza.

Gellert lo intercettò. –Il tuo fratellino amante delle capre non sa che sei qui, vero?

-No, e non intendo illuminarlo a tale proposito- disse Albus, allegro, alzando il suo calice di ottimo idromele. –Credo che ce ne andremo presto.

-Lo credo anch'io- disse Gellert, ricambiando il brindisi. –Ma non stasera.

Quella notte, fecero l'amore per la prima volta. I loro corpi accaldati lottarono e si unirono. Gellert premette il viso contro la nuca dell'amante, le mani che gli accarezzavano la schiena nuda, la curva perfetta delle natiche… Albus tremò di piacere e aspettativa.

-Hai paura?-chiese Gellert, soffiandogli nell'orecchio.

-Sono terrorizzato-gli rispose di rimando Albus. –Ma è una paura che non vedo l'ora di affrontare.

-Plaudo al tuo coraggio- mormorò Gellert, con voce rauca. Dopo, non ci fu più tempo per parlare.

Albus sentì le dita di Gellert che lo esploravano e si contorse per il piacere. L'amante lo afferrò per i fianchi e lo tenne fermo. Oh, Gellert…ti prego

Pazienza, Albus…

Ma neanche lui ne aveva molta.

Affondò dentro di lui e lo penetrò lentamente, eccitato dai suoi gemiti.

Voleva farlo durare di più, essere più delicato, ma non ci riuscì. I loro corpi si mossero all'unisono, sempre più velocemente…esplose dentro di lui con un'unica spinta.

-Ohhh- gridò Albus. Anche Gellert gridò, in preda a un piacere mai provato prima.

Giacquero abbracciati e ansimanti, ancora scossi da scariche elettriche.

-Ti…è piaciuto?

-Me lo stai chiedendo sul serio? – Albus rise. - Io….non pensavo che fosse così…

-Oh? E come te l'aspettavi?

-Non immaginavo che…quel punto…io…- s'interruppe e arrossì, imbarazzato. Non credeva che sarebbe mai riuscito a parlarne a voce alta.

-Oh…bé, immagino che i libri non insegnino tutto…

-Questa è la cosa più saggia che tu abbia mai detto da quando sei tornato in vita- disse Gellert.

Albus lo percorse con lo sguardo. –E…per te...uhm… è stato soddisfacente?

-Non era evidente?-chiese l'altro, inarcando un sopracciglio.

-Quello che voglio dire è…che…-Albus s'impicciò di nuovo e arrossì furiosamente.

-Tu…l'avevi fatto altre volte…

-Mai così- gemette Gellert, appoggiando la testa sul suo petto. Cercarono il contatto mentale.

Siamo amanti?

Sì.

Siamo l'uno dell'altro?

Sì. Vuoi continuare a definirci?

-Sei irresistibile- disse Albus, perforandolo con lo sguardo. Il corpo sudato, i peli biondi del petto, arricciati, i muscoli tesi e guizzanti, e quel viso incantevole…un angelo, se non fosse stato per gli occhi pieni di malizia…

–Non posso credere che tu sia mio. Sei soltanto mio, non è vero?

-Cosa mi stai chiedendo esattamente?

-Siamo..uhm…imbarcati in una relazione esclusiva? Si dice così?

-Oh, Albus-Gellert rovesciò la testa all'indietro, e rise.

–Davvero, mi farai morire…Lo siamo, a meno che tu non voglia…uhm… fare altre esperienze per allargare i tuoi orizzonti…

-I miei orizzonti sono già infiniti…- gli baciò il petto - Immensi…- lo girò, e gli percorse la schiena con la lingua. -Spalancati…- le sue dita lo esplorarono, e scesero più giù.

-Per la barba di Merlino, cosa stai facendo?

-Shhh. Tocca a me, adesso… - disse Albus, e lo prese.