I giorni a casa si susseguivano lenti e quasi interminabili. Ne passai tre ma ne persi solo uno di lezione. Viaggiavo tra il letto dove cercavo di dormire e il divano dove cercavo di studiare. L'estate era ormai finita e il freddo si stava riprendendo il dominio incontrastato della città, com'era sempre stato nei secoli dei secoli. Penso che la parte peggiore dell'onda di calore che era arrivata, fu proprio il suo essere inaspettato. Non eravamo pronti e in realtà non lo eravamo mai stati.

Inaspettato come quello che stava succedendo a me All'università e dentro di me. Cosa scattava nel mio cervello quando si trattava della Robbins? Non riuscivo a rispondermi. L'inerzia che mi prendeva quando mi si parava davanti era la stessa che caratterizzava i miei pensieri. Facevo di quei viaggi lunghissimi pensando ai nostri dialoghi e ai nostri sguardi ma non ne cavavo niente. Una ricerca esasperata che non mi portava da nessuna parte, se non all'esasperazione.

Esasperata, ecco cos'ero. Ma allo stesso tempo mi sentivo costantemente eccitata. Quasi fosse primavera. Era un'inerzia che dentro mi faceva saltare, mi faceva correre, mi faceva ridere delle cose più stupide. Specialmente quando queste riguardavano la Robbins. Era primavera dentro di me, anche se non me lo sapevo spiegare. Ed era così incontrollabile che qualche giorno prima ci avevo perso pure i sensi.

I miei genitori non mi avevano mai visto studiare così tanto. Specialmente studiare matematica. Era sempre stata una materia a cui mi dedicavo in maniera sporadica, proprio quando era strettamente necessario, ma in cui, come in tutto il resto, ero sempre andata discretamente bene. Mentre mia madre poco se ne curava, credo che mio padre stesse capendo meglio di me che mi stava succedendo qualcosa di strano. Ogni volta che incrociava il mio sguardo mi sorrideva sornione. Quando mi perdevo inesorabilmente nei miei pensieri, e poi rinvenivo magicamente, trovavo sempre lo stesso sorriso ad aspettarmi. Ma stava zitto. Saggiamente, taceva. Per mia fortuna. Anche perché non avrei avuto la più pallida idea di come avrei potuto o dovuto rispondergli.

C'era solo un nome che mi frullava nella testa ed era il suo. Studiavo la sua materia e quando non studiavo, facevo innumerevoli viaggi mentali. Viaggiavo sui binari delle funzioni non monotone, con impervie salite, alti picchi, burroni ripidi e infime fosse. Viaggiavo quasi costantemente, tra lo studio e la Robbins. Era la mia primavera, nonostante l'autunno avesse già da un pezzo preso il sopravvento. Ero fuori tempo con tutto il resto tranne me stessa. Ero contenta ma non sapevo nemmeno io esattamente per cosa.

Poi ricadevo, ricadevo giù per una funzione decrescente quasi parallela all'asse delle y. Cadevo verso il punto di minima senza sapere come la monotonia sarebbe poi cambiata. Era una discesa in caduta libera al cui confronto le montagne russe erano il deserto del Gobi. Ero costantemente sull'orlo del precipizio ma era così bello che quando me ne accorgevo era sempre troppo tardi. Ma anche se me ne fossi accorta, probabilmente non mi sarei spostata comunque.

Erano i suoi capelli che raccontavano estate? O il colore erba appena tagliata di fresco dei suoi occhi? Le sue camicie di lino mi coccolavano il sonno che non riuscivo a trovare. Mi guidavano lungo quella tortuosa strada che percorrevo senza sosta nel mio cervello. Non sapevo nemmeno dove mi avrebbe portata, non c'era una destinazione non c'erano cartelli né indicazioni. Nel chilometraggio incerto ma persistente del mio cuore non esisteva il cambio manuale. Spingevo inconsciamente l'acceleratore lungo una strada scoscesa, come lungo gli scogli dell'oceano: le falesie correvano come podisti al fotofinish a infrangersi sulle onde, su quel mare così grande che faceva paura anche solo a pensarlo. Così ero io, in corsa perenne e col piede sul pedale di destra.

Mi sarei schiantata? Ero davvero pronta a correre il rischio di farmi seriamente del male? Avrei potuto restare ferma. Mi davo dei pizzicotti al cervello occasionalmente, giusto per ricordarmi che ero io la stupida che si era infilata in quella situazione. Io, proprio io, da sola, con quello sguardo inebetito alla prima lezione della Robbins. Potevo ancora ricordarmi il vestito che aveva, la sua pelle sudata e il suo sguardo indagatore. Ma cosa c'era che mi aveva catturato così tanto?

Era il rispetto che sentivo portasse nei miei confronti? O il suo profumo rosa antico e rosso vermiglio? Mi rendevo conto che cominciava ad occuparmi ogni singolo pensiero. Di tanto in tanto avevo veramente paura, e il suo misterioso modo di comportarsi nei miei confronti non aiutava di certo le mie paranoie a svanire. Cosa si celava dietro l'angolo? Mi sentivo stupida a farmi questa domanda quando la risposta la conoscevo benissimo. Dietro l'angolo c'era il midterm, che si avvicinava inesorabilmente. Oltretutto non avevo ancora ben chiara la procedura degli integrali doppi mio malgrado e sarei dovuta andare veramente a ricevimento dalla Robbins prima che arrivasse l'esame.

L'esame. Ecco, appunto. Mi doveva andare bene per forza. Dovevo dare il massimo. Non potevo accontentarmi come avevo sempre fatto. Non con lei. Non l'avrebbe accettato e io non ero pronta a perdere un'altra volta la sua considerazione. E se per caso l'avevo già persa? Cercai di allontanare il pensiero pensando al suo sorriso, e in parte ci riuscii. Ci riuscii meglio quando vidi una bionda per televisione e il mio stato catartico fintamente primaverile ritornò come un vecchio amore che finge di non essersene mai andato.

Un'altalena. Incessantemente su e giù, giù e su. In un parco giochi in cui io ero in tutto e per tutto fuori stagione. Ma non sentivo freddo. La primavera vinceva tutto e mi dava la sensazione di essere invincibile. Anche se alla Robbins non avevo dimostrato esattamente questo. Lei mi faceva sentire anche tremendamente vulnerabile. E intanto continuavo a spingermi incessantemente, senza la minore capacità (o volontà?) di fermarmi.

Cosa nascondeva la Robbins? Dal giorno che aveva disegnato quella X alla lavagna col pennarello rosso, dopo avermi ripreso, non potevo più liberarmi. La primavera insegnava matematica e mi aveva rapito. E io avevo la sindrome di Stoccolma.