NIENTE SI SPOSA MEGLIO DEL FREDDO CON L'OSCURITA' – SESTA PARTE

Pitch si trovava al limitare di un campo, in quella terra di nessuno al confine tra un piccolo villaggio e la foresta circostante, e si lasciava guidare quieto da uno dei suoi più splendidi Incubi, che avanzava, stranamente, con passo lento e regolare, la testa bassa e le fauci affilate appena dischiuse. L'Uomo Nero lo cavalcava all'amazzone, le gambe elegantemente adese al fianco del demone, il palmo sinistro abbandonato in grembo, il destro poggiato al garrese per meglio mantenere l'equilibrio con l'andatura leggermente ondeggiante della bestia.

Con fare rilassato inarcò la schiena e reclinò il capo verso destra, esponendo lascivamente la giugulare e la profonda scollatura dell'abito e mordendosi debolmente il labbro inferiore; la fronte corrugata celava parzialmente uno sguardo all'apparenza concentrato, ma in realtà le iridi nere e dorate erano perse nella criniera eterea e volubile dell'animale, e nessun pensiero rilevante attraversava la mente dell'uomo.

Nelle notti precedenti a quella Pitch aveva lavorato senza sosta, visitando case su case alla guida di un piccolo drappello della sua schiera oscura, abbastanza ridotto da non dare troppo nell'occhio e rischiare di attirare l'attenzione e le ire dei guardiani, ma sufficientemente potente da far crollare miseramente ogni singolo patetico bambino che aveva sorpreso a dormire beatamente nella propria cameretta. Oh, quale enorme sensazione di potere gli aveva dato terrorizzare tutti quei mocciosi, animare i loro sciocchi sogni con creature d'oltretomba pronte a ghermirli e portarli nell'abisso, sentirli urlare disperati nel sonno! E ogni singola lacrima che questi, inconsolabili, avevano versato tra le braccia dei genitori prontamente accorsi era stata una sua personalissima vittoria, un balsamo per la sua temporanea debolezza, un olio profumato che era colato sul suo corpo ritemprandolo. Ora dopo ora ne aveva cercate di nuove, stille di terrore delle sue vittime che lo avevano colmato lentamente, ridonandogli l'antica forza mai davvero perduta; eppure, più ne aveva ottenute, più affamato si era ritrovato.

Aveva impiegato tre giorni a intuire quale ne fosse il motivo, tre giorni di caccia grossa, in cui si era nutrito di paura fin quasi a starne male: non era quello ciò di cui aveva bisogno. O meglio, non solo quello: le grida angosciate lo avevano realmente reso più potente e temibile, ma non avevano saputo riempire quel piccolo e pulsante vuoto che sentiva nel petto, all'altezza dello sterno.

Era stato proprio per riflettere su questa annosa questione che aveva deciso di prendersi una pausa, in modo da risolvere con calma un enigma all'apparenza insolubile: una pausa rivelatasi fino a quel momento infruttuosa. Più ci aveva pensato e più si era allontanato dalla soluzione, accrescendo la propria rabbia e frustrazione nei confronti di un problema che si stava trasformando sempre più in un nodo gordiano; alla fine, dopo qualche ora di profonda concentrazione, si era lasciato andare ad un accesso d'ira, rinunciando a venire a capo dell'interrogativo e dando briglia sciolta alla sua cavalcatura che, invece di approfittarsene, lo aveva premurosamente guidato in una tranquilla passeggiata.

A quei ricordi Pitch emise un lieve sospiro e si appoggiò con più decisione al garrese dell'Incubo, allungando un poco il collo per osservare meglio la criniera che lo aveva catturato. Con languido abbandono si lasciò incatenare da quella chioma selvaggia, seguendo con gli occhi le infinite e cangianti volute che creava, animata da un vento ultraterreno che solo lei poteva carpire; incantato affogòi in quelle spire oscure, fino a che non vide ogni barlume luminoso venir risucchiato in esse, fino a sentirsi completamente circondato da quella sabbia evanescente, in un morbido tocco avvolgente che sembrava voler rimembrare ben altre carezze, gelide al tatto ma bollenti per l'anima.

Inspirando a pieni polmoni si immerse in quella visione, lasciando lentamente scivolare il capo fino a ritrovarsi col viso volto verso il cielo stellato, ma immediatamente l'idillio ebbe fine. Una luce forte e sfacciata ferì senza alcun riguardo le sue pupille, costringendole a contrarsi fino a diventare punte di spillo per proteggersi dal riverbero, e seppur accecato l'uomo riuscì, socchiudendo le palpebre, a individuare la fonte di tanto fastidio: la Luna.

Oh, giusto, la magnifica, splendida Luna piena, così bianca, così prorompente nella sua chiara luminosità, così romantica, così dannatamente inutile! Quante, quante volte si era appellato a lei, aspettando risposte che non erano mai arrivate? Quante volte l'aveva vista osservarlo con indifferenza nel suo oscuro operato, chiedendole sempre perché, e ricevendo in cambio sempre e solo silenzio? Quanto si era sentito pugnalato alle spalle quando aveva assistito alla nascita dei Guardiani e alla ufficializzazione del loro rango? Quanta misera impotenza aveva provato nell'assistere, in poche settimane, alla quasi completa distruzione del suo regno di terrore, costruito in decenni di duro lavoro? E ora, che cosa faceva quella sciocca? Osava mostrarsi a lui, il Signore degli Incubi, con così tanta sfacciataggine e noncuranza, campeggiando nella volta celeste a simbolo di perpetua speranza nel bene? No...no, lui non avrebbe mai più sofferto a causa sua, mai più! Avrebbe abbattuto uno ad uno i Guardiani, conquistato la Terra pezzo per pezzo, bambino per bambino, fino a inaugurare una nuova Era Oscura che avrebbe fatto impallidire i Secoli Bui. Poi, non pago di ciò,, avrebbe alzato lo sguardo su di lei e con una risata avrebbe ordinato ai suoi Purosangue di farla a brandelli e trascinare ai suoi piedi un implorante Uomo nella Luna: lo avrebbe lasciato pregare e scongiurare, tremante di fronte alla sua terribile e magnifica figura, e alla fine dello struggente appello lo avrebbe disintegrato, camminando poi perfido e indifferente sulle sue ceneri, come perfido e indifferente era stato il suo muto nemico nei suoi confronti.

Preso dall'ira Pitch snudò i denti affilati e ringhiò in direzione dell'astro tanto odiato, abbassando subito lo sguardo per non venire ferito ulteriormente dal suo nitore; poi, chiudendo gli occhi per scacciare le macchie luminose impresse sulla retina, cercò di calmarsi.

Vendetta, sì, dolce e perfida vendetta, questo e solo questo la Luna avrebbe ricevuto da lui, questo e solo questo avrebbe placato l'astio dell'uomo nei suoi confronti, e ripagato gli anni di silenziosi soprusi. Doveva solo pazientare un poco per portare a termine i suoi piani, fortificarsi di più, infoltire la sua schiera, non solo di migliaia e migliaia di Incubi, ma anche di un'arma speciale: il grazioso, piccolo Jack, così ribelle e indipendente all'apparenza, eppure così manovrabile.

Già se lo figurava: tempo poche settimane e il ragazzo avrebbe completamente perso la ragione, lasciandosi guidare dapprima, preda del terrore più puro, in una caotica distruzione, e poi, definitivamente soggiogato e svuotato di qualsivoglia volontà, in oculati attacchi. Lui e il suo gelido bastone sarebbero stati invincibili uniti allo spaventoso potere dell'Uomo Nero, niente e nessuno li avrebbe potuti fermare, e senza dubbio, per Pitch, la rivalsa più appagante sarebbe stata mostrare all'Uomo nella Luna la sua splendida e oscura opera: Frost, il suo Guardiano più giovane eppure più promettente, la sua creatura più innocente e bella, irretita, corrotta fin nel midollo, inginocchiata obbediente ai piedi del Signore degli Incubi, sorda a qualunque richiamo che non fosse un suo ordine, indifferente a qualunque richiesta che non fosse un suo desiderio.

Oh, sì, decisamente sublime come idea, la ciliegina sulla torta avvelenata, il fiore mortifero sulla bara pronta ad accogliere le ceneri del nemico schiacciato! Avrebbe reso Jack il suo personale sicario dei patetici brandelli di felicità rimasti nel mondo, la sua frusta per punire i ribelli, il suo animaletto da compagnia preferito per le tediose ore di luce della giornata: lo avrebbe reso suo, in ogni senso. Insieme a lui avrebbe eretto un magnifico trono di ghiaccio e tenebre per celebrare la vittoria, dove il suo piccolo fiocco di neve, ormai irrimediabilmente sporcato, lo avrebbe sempre atteso, docilmente rannicchiato contro di esso, il capo poggiato sulla seduta in una paziente attesa; e Pitch, ad ogni alba, sarebbe entrato nella sala, fiero della gloriosa battuta di caccia appena terminata, pronto a riscuotere la meritata ricompensa. Lo avrebbe guardato, dapprima da lontano, riuscendo a malapena a intravederlo; poi si sarebbe lentamente avvicinato, carpendo con brama crescente ogni nuovo dettaglio: i vestiti, scuriti dalla nera sabbia che vi si sarebbe inevitabilmente incrostata, le membra esili, smagrite dalle dure battaglie, la pelle serica, ancor più bianca del consueto per la prolungata permanenza nell'oscurità, e ogni minuscolo particolare di quella bellezza tanto corrotta quanto innegabile; infine con passo felpato lo avrebbe raggiunto, chinandosi su di lui e carezzandogli lieve la chioma ribelle, e Jack lo avrebbe ripagato, sollevando verso di lui quel suo sguardo limpido, quelle sue iridi così violentemente azzurre da parere due zaffiri incastonati, così inesplicabilmente profonde da farlo affogare per sempre. Oh, quegli occhi, quegli occhi così belli da non poter essere definiti con alcun aggettivo adeguato...quelli, quelli dovevano restare l'unica parte di Frost a rimanere incontaminata. Non avrebbe mai permesso che la maledizione tenebrosa li infettasse, opacizzandoli come un velo sbiadito, rendendoli gialli e malsani come le orbite demoniache degli Incubi che governava: li avrebbe conservati puri per sempre, e sarebbero stati gli unici brillanti frammenti in un mondo grigio e nero, le sue due polle cristalline in cui non si sarebbe mai stancato di tuffarsi.

Una capricciosa sgroppata della cavalcatura riportò bruscamente Pitch alla realtà, recidendo il filo di pensieri in cui si era gradualmente perduto. Infastidito l'uomo riaprì gli occhi e si stupì non poco nel vedere la bestia malvagia puntare testardamente gli zoccoli e fermarsi, sbuffando e raspando nervosamente la neve fresca con una zampa.

Sempre più perplesso nel vedere una tale creatura comportarsi come un banale cavallo si guardò intorno e individuò, a una ventina di metri di distanza, un oggetto assai interessante, accuratamente appoggiato ad un piccolo capanno per gli attrezzi: un lungo bastone, finemente decorato da trine di brina e ricurvo in punta. Impossibile confondersi, impensabile non intuirne immediatamente il proprietario.

Facendo vagare lo sguardo all'intorno l'Uomo Nero individuò presto una felpa blu, che campeggiava allegra contro i bianchi muri di una casa, e ghignò malvagio. Agile ed elegante smontò dal demone, premiandolo con una languida carezza sotto il muso affusolato per averlo così intelligentemente portato verso una preda tanto allettante, verso uno svago tanto speciale; con uno schiocco di dita fece dissolvere l'Incubo e, ormai dimentico del piccolo vuoto nel petto che lo aveva tanto tormentato, si avviò con passo solenne e felpato.

In pochi minuti Pitch coprì la distanza che lo separava da Jack, giungendogli indisturbato alle spalle e sorprendendolo a frugare in una cassapanca di legno poggiata contro la parete intonacata dell'abitazione; con un pigro movimento del braccio ingigantì l'ombra di un pilastro alla destra del ragazzo, e, non appena questi voltò il capo con fare sospettoso, puntuale si materializzò alla sua sinistra, sussurrandogli nell'orecchio: «Buonasera, Jack».

In un lampo Frost balzò via spaventato, appiattendosi con la schiena contro colonna lì accanto e trattenendo il respiro, ma quando i suoi occhi sbarrati incrociarono quelli di Pitch espirò sollevato, e cercando di mantenere un tono di voce basso seppur alterato lo apostrofò: «Oh Pitch, sei tu! Dannazione, sei impazzito? Mi hai spaventato a morte!».

L'uomo emise una vibrante risata, scoprendo i denti affilati in una perfida espressione divertita, e replicò: «Oh, Jack, lo so benissimo: è la cosa che mi riesce meglio».

In tutta risposta il ragazzo ridacchiò, sommesso e incomprensibile, voltando il capo da un lato per non farsi notare e cercando palesemente di restar serio; a quella vista Pitch corrugò la fronte perplesso, ma si risolse a proseguire il discorso, ignorando l'atteggiamento del suo interlocutore.

«Lo sai, Jack, è il mio lavoro, lo scopo per cui esisto: è ovvio che mi riesca così egregiamente. E il tuo, invece? Credevo che il tuo compito fosse portare ghiaccio e caos ovunque, infastidendo gli esseri umani, non certo derubarli. Da quando è tua abitudine aggirarti nottetempo come un ladruncolo, ficcando il naso dove non ti compete?».

A quella domanda Jack sbuffò spazientito e rispose: «Non è mia abitudine aggirarmi nottetempo come un ladruncolo, Pitch. Mi ci ha costretto qualcuno...».

«Oh, davvero?» lo interruppe l'uomo.

«...già, qualcuno che ha pensato bene di stracciarmi i lacci» completò il giovane, incrociando le braccia e alzando un sopracciglio in segno di disappunto, pur non fissandolo negli occhi.

A quell'affermazione l'Uomo Nero si morse maliziosamente il labbro e lo canzonò: «Oh, Jack, Jack, non ti facevo così vanitoso: da quanto tieni così tanto all'estetica?».

In un lampo le guance di Frost s'imporporarono per l'imbarazzo e la rabbia, e con voce contrariata egli farfugliò: «Ma cosa, come...? Oh insomma, accidenti a te, non sono vanitoso, e i lacci non erano lì per bellezza! Mi servivano! Hai idea di come sia cavalcare il vento senza averli? Sento le raffiche gelide risalirmi fino a metà coscia, congelandomi fino al midollo!».

Assai confuso l'uomo reclinò impercettibilmente il capo, assumendo un'espressione dubbiosa: ecco spiegate le parole che Jack aveva pronunciato subito prima di lasciare la stanza di pietra, tuttavia...

«Non...non sapevo potessi prender freddo...insomma, sei lo spirito del ghiaccio, com'è possibile?» non riuscì a trattenersi dal domandare.

«Oh, Pitch, non c'entra assolutamente nulla: sento il freddo come chiunque altro, forse un po' meno perché ci sono abituato, ma ne soffro anch'io. Non fa nessuna differenza che lo possa comandare: dopotutto, se ci rifletti, tu sai controllare gli Incubi, ma non sei immune alla paura».

Istintivamente Pitch scoppiò in una gelida risata, sbottando: «Oh, Jack, non essere sciocco, io sono la paura!».

Nel vedere il suo interlocutore limitarsi a indirizzargli un sorriso sincero, di nuovo con quella dannata aria matura che aveva assunto l'ultima volta che lo aveva incontrato, l'Uomo Nero si affrettò a proseguire, cambiando discorso: «Piuttosto, vuoi farmi credere che in tre lunghissimi giorni non sei riuscito a trovare neanche un laccio adatto? Stai perdendo smalto, Jack? O forse dei migliaia che ti sono capitati sottomano non te ne piaceva neanche uno?».

Il giovane ridacchiò, divertito dall'ultima provocazione dell'Uomo Nero, e avvicinandosi lentamente a lui rispose: «No, Pitch, non sono vanitoso come te. Purtroppo non sempre essere un Guardiano è desiderabile: certo, ti senti forte, i bambini credono in te e puoi goderti le loro esclamazioni felici quando gli prepari una sorpresa speciale, però sei visibile. Mi basta fare un passo in una strada o in un parco per sentirli subito accorrere a vedere "quello strano ragazzo col bastone, che osa camminare scalzo nella neve". Non ho potuto cercare i lacci di giorno, e di notte resta poco da trovare. Dopotutto, non sono né Babbo Natale né Dente da Latte: una porta chiusa mi ferma, e mi devo accontentare di frugare nelle rimesse in giardino».

Come a voler confermare ciò che aveva appena spiegato Jack, giunto ormai di fronte a Pitch, sospirò e si volse a guardare stancamente il contenuto della cassapanca.

Senza riflettere l'uomo allungò una mano verso il capo del ragazzo, intrecciando le falangi a quelle ciocche disordinate, ma dopo pochi secondi si riscosse e controbilanciò: «Oh, povero piccolo Jack...».

Stizzito l'interlocutore sbottò: «Oh, Pitch, non prendermi in giro!».

Nonostante il tono infastidito il ragazzo non scansò la sua carezza, e Pitch approfittò immediatamente di questa momentanea debolezza inginocchiandosi dietro di lui; vedendo che non si opponeva gli cinse le spalle con braccio sinistro e poggiò il palmo destro sul suo fianco, poi, mantenendosi crudelmente serio nella sua derisione, sussurrò: «Oh, no, Jack, fidati, non sai quanto mi dispiace».

Frost, tuttavia, non raccolse la provocazione, addirittura parve non accorgersene nemmeno: con dita leggere come piume percorse l'avambraccio che lo stringeva e quasi inconsapevolmente inclinò il viso verso destra, esponendo impercettibilmente la giugulare.

L'uomo non aspettava altro: l'attrazione fatale che provava verso quel collo niveo era così forte, il suo richiamo così irresistibile da rendere superfluo qualsiasi invito più esplicito. Col cuore che batteva a mille poggiò guardingo le labbra sotto l'orecchio del giovane, premendo appena, ma non appena lo avvertì rilassarsi e chiudere gli occhi non poté trattenersi.

Abbassando le palpebre a sua volta lo ricoprì letteralmente di morbidi baci, seguendo il tendine sporgente fin quasi alla clavicola e risalendo nuovamente fino a quel piccolo punto sensibile sotto il lobo, poi lambì con la punta della lingua quella pelle setosa, catturandola dolcemente tra i denti e lasciandovi un passionale marchio rosso. Inspirando quella fresca fragranza tentatrice che già si caricava di un sentore speziato fece per proseguire, ma sentì Jack divincolarsi e sfuggire al suo tocco.

Spiazzato dal gesto restò un attimo immobile, ma prima di poter formulare un qualsiasi pensiero, prima ancora di poter realizzare la situazione avvertì due pugni ossuti afferrarlo per il bavero e una bocca gelida aderire alla propria, in un impaziente contatto che non aveva nulla di casto.

Basito, inizialmente non riuscì a reagire, lasciandosi corteggiare dall'irruento desiderio dell'altro, gli occhi sbarrati dallo stupore: mai si sarebbe aspettato una tale audacia, una così improvvisa presa d'iniziativa; tuttavia, ricordandosi con quanta passione il ragazzo gli aveva graffiato la schiena pochi giorni prima, si riscosse, sorridendo perfido all'idea che il suo piccolo fiocco di neve potesse essere così focoso e ripetendosi che tutta questa lussuria non poteva che giocare a suo favore, trasformandosi in una crudele arma di ritorsione.

Con decisione ristabilì gli equilibri, appropriandosi delle sue labbra e domando la sua lingua curiosa, e gioì nel sentire il giovane adeguarsi docilmente, sottomettendosi al suo volere; provocante lo tormentò con lievi morsi, vezzeggiandogli poi premuroso il palato per lenire il dolore, e non si stupì quando lo sentì allentare i pugni e iniziare a carezzarlo.

Esultante gli consentì di sfiorarlo con quei polpastrelli soffici come velluto, che gli percorsero esitanti il collo e il petto lungo tutto lo sterno, regalandogli brividi caldi. Non pago della sua remissività volle ribadire in modo ancor più esplicito chi comandava, e afferratolo per i fianchi stretti lo spinse senza riguardi contro la cassapanca lì accanto, avanzando con un ginocchio e facendo aderire energicamente il proprio bacino al suo: e Jack, in tutta risposta, si lasciò sopraffare senza protestare, limitandosi ad aggrapparsi con più forza a lui per non cadere e lasciandosi infine scappare un debole gemito, soffocato con troppa poca convinzione.

Oh, quale enorme soddisfazione fu per Pitch udirlo! Era bastato così poco, qualche carezza e un bacio in quel punto speciale per farlo cedere! Quel sospiro sfuggitogli non sarebbe stato che uno dei tanti che sarebbero seguiti, solo la prima piccola crepa che l'Uomo Nero in persona si sarebbe premurato di allargare, forzandola fino a farla diventare uno squarcio insanabile da cui far colare ogni stilla di volontà e in cui versare paura, crudeltà e soggezione allo stato puro, distillati in un unico potente elisir che avrebbe riplasmato la mente di Frost, trasformandolo in un'arma micidiale ai suoi comandi. Doveva sfruttare senza indugio questi suoi momenti di debolezza, in cui senza alcuna spiegazione logica da ragazzo indipendente e ribelle qual era si trasformava in amante remissivo e schiavo dei sensi, incurante di mostrarsi tanto voglioso, dimentico del pudore nel suo concedersi ad ogni intimo tocco. Doveva tentarlo, indurlo a seguirlo e trascinarlo nell'abisso: doveva farlo suo a ogni costo.

Dispettoso gli morse la lingua, strappandogli un ansito, e si accinse a risalire la linea della mascella per tornare a torturargli il lobo, ma lo sentì sfuggire inaspettatamente da lui una seconda volta, salvo venir immediatamente artigliato alle spalle dalle sue dita ossute. Aprendo gli occhi per capire cosa potesse essere successo lo sorprese col viso rivolto da un lato, le guance rosse per l'eccitazione e l'imbarazzo mentre cercava di trattenere una risatina; abbassando lo sguardo vide i suoi piedi puntati in cerca di un precario equilibrio e concluse che doveva aver tentato di appoggiarsi al baule, dimenticandosi completamente di averlo lasciato aperto.

Come rispondendo alla sua muta domanda il ragazzo si schiarì la voce, cercando di guardare altrove per non arrossire ulteriormente e tormentandosi un labbro con i denti bianchissimi, quindi esclamò: «Ah, sì! La cassa... la cassapanca giusto, forse, uhm, forse è il caso che la chiuda...».

Pitch non emise un fiato, rimanendo immobile, ma quando Jack alzò le pupille per controllare di essere stato udito lo trapassò con le sue iridi magnetiche, atteggiando la bocca ad un sorriso colmo di malizia e fissandolo con un'espressione così carica di desiderio da farlo sussultare. Lentamente percorse con lo sguardo la sua figura sottile, spogliandolo con gli occhi, dandogli l'impressione di essere così affamato da volergli addirittura strappare la carne dalle ossa; poi, come colpo di grazia, gli lanciò un'occhiata liquida, arretrando quanto bastava per lasciargli agio a sufficienza da stare in piedi comodamente, attendendo silenzioso e bramoso come una pantera prima dell'attacco mortale.

Il respiro del giovane si fece più frettoloso e irregolare, e senza rendersene conto questi schiuse di più la bocca, in cerca di aria fresca; dopo un'ultima profonda boccata di ossigeno, però, scosse il capo per riprendersi e si volse a chiudere il baule.

Non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata...o più giusta, a seconda dei punti di vista: non solo diede le spalle al suo interlocutore, esponendosi indifeso alla sua mercé, ma nell'allungare le braccia per afferrare il coperchio scoprì, per la terza occasione nei suoi incontri con l'uomo, quel sottile lembo di pelle in fondo alla schiena, tra la felpa sollevata e i pantaloni.

Per l'Uomo Nero quelle graziose fossette di venere, che poté ammirare per la prima volta pur avendole già in precedenza ridisegnate all'infinito con la punta delle dita, furono il segnale inequivocabile della resa: senza esitazione né preavviso gli insinuò i palmi aperti sotto la maglia, avvolgendogli il torace in un'unica lunga carezza dallo stomaco piatto fino alle clavicole sporgenti, e poggiò la fronte sulla sua spalla sinistra.

Il ragazzo proruppe in un sospiro sensuale e si irrigidì, cercando con tutte le sue forze di non far cadere l'anta; con un sorriso sadico Pitch gli catturò il lobo tra i denti, tormentandolo fino a fargli tremare i polsi, e solo quando vide il compagno prossimo a cedere intervenne in suo aiuto, prendendo al posto suo il legno con la sinistra e riponendolo senza il minimo rumore.

Finalmente libero da quel peso inutile Frost espirò pesantemente, inarcando voglioso la schiena fino a farla aderire al petto dell'uomo e strusciando la gota contro il suo collo; poi, con premura d'amante, sovrappose l'avambraccio destro al gemello che giaceva sotto la sua casacca, e volgendo il viso depositò un lievissimo bacio sulla guancia incavata di Pitch.

Quel gesto intenerì quest'ultimo: il suo piccolo fiocco di neve sapeva essere davvero dolce. Dolce quanto lui, il Signore degli Incubi, sapeva essere crudele.

Con violenza l'Uomo Nero serrò l'abbraccio, stringendo l'altro a sé, ficcando incurante le corte unghie della destra in quella pelle tesa tra le costole e le falangi affilate della sinistra nella carne morbida del fianco, e quando sentì il giovane gettare il capo all'indietro con un ansito gli azzannò la giugulare. Non poté più staccarsene: Jack, con un singulto, aveva sollevato le braccia, aggrappandosi alla sua nuca e costringendolo a piegarsi ancor di più su quella vena tanto irresistibile, fino a che non lo aveva sentito succhiare e mordere con più decisione, e Pitch non si era certo fatto pregare, proseguendo la sua opera fino a far comparire un succhiotto porpora, che si sovrappose quasi perfettamente ad un segno sbiadito già presente, un residuo del loro incontro precedente.

Simulando noncuranza evocò la sabbia magica e in serici tentacoli la fece risalire curiosa lungo le gambe del compagno, sfiorando direttamente l'epidermide fresca sotto i pantaloni e raggiungendo, come già il ragazzo gli aveva anticipato, la prima parte delle cosce. Leccandogli lascivo il retro dell'orecchio gli graffiò i pettorali appena accennati, mentre con la sinistra scese dalla vita fino all'osso sporgente del bacino: con lentezza insostenibile seguì l'orlo dei pantaloni, facendogli trattenere il fiato per l'attesa, poi agganciò l'indice ai lacci sottili e li sciolse, allentando la stretta dell'indumento sulla sua erezione crescente.

Frost sospirò di sollievo, ma quando lo sentì infilarsi sotto il tessuto lo bloccò, afferrandolo tremante per il polso e facendogli perdere il controllo sulle nere volute che aveva richiamato. Cercando di riprendersi con respiri profondi si giustificò con voce sopraffatta dal piacere: «Ah, aspetta Pitch...non...non qui, qualcuno potrebbe vederci...».

Rabbia. Rabbia allo stato puro. Questa fu l'unica cosa che provò l'uomo nell'udire quelle parole. Oh, il suo piccolo fiocco di neve era preoccupato che potessero vederli, certo, ma non era necessario che stesse così in ansia, oh, no: nessuno li avrebbe visti. Questo per il semplice fatto che l'Uomo Nero era invisibile agli occhi dei mortali. Nessuno credeva in lui, nessuno poteva osservare la sua figura, e se mai fossero davvero stati sorpresi da un bambino accanto a quella cassapanca, questi avrebbe potuto osservare solo Jack, Jack il Guardiano, lo spiritello del ghiaccio amato da tutti, e accanto a lui...niente. Assolutamente niente. L'infante lo avrebbe guardato stare in piedi accanto alla casa da solo, arrossire e gemere senza un motivo plausibile, strusciarsi contro il vento, tremare come una bestia in calore per un amante che non esisteva!

Con crudele violenza Pitch affondò i denti nella nuca del compagno e gli strinse la virilità serica attraverso i pantaloni, strappandogli un alto lamento di dolore misto a piacere e costringendolo a sostenersi al baule per non cadere. Accantonando ogni premura lo agguantò per il braccio sinistro e lo fece voltare bruscamente, avventandosi famelico sulla sua bocca e sollevandogli felpa e maglia fino alle clavicole, scendendo subito a tormentargli il petto con gli incisivi affilati; trattenendogli con la destra la casacca arrotolata fece scivolare la sinistra lungo il fianco, graffiandoglielo metodico fino a raggiungere i calzoni, e con uno strattone li abbassò un poco.

Sentendo il giovane gemere e stringere spasmodicamente il coperchio a cui era appoggiato gli corteggiò con la lingua gli addominali appena accennati, procedendo verso il basso fino a strusciare languidamente la guancia contro la sua virilità turgida appena liberata; Frost, in tutta risposta, proruppe subito in un lungo e caldo sospiro, più simile a una esplicita richiesta che a una espressione di piacere, e istintivamente spinse un poco il bacino contro di lui, tentando di approfondire il contatto.

Perfido Pitch glielo negò, scansandolo fino a che questi non si riappoggiò docile alla cassapanca, aspettando con un gemito impaziente che fosse l'amante a condurre.

Riottenuto il controllo della situazione l'uomo tornò a dedicarsi al compagno, solleticandolo col naso subito sotto l'ombelico, leccandolo con fare voglioso lungo quel sottile e morbidissimo incavo tra il bassoventre e la coscia, gustandosi fino in fondo quella pelle speziata, riscaldata fino a bruciare dalle sue esperte attenzioni. Più proseguiva e più il giovane si perdeva nel piacere, mordendosi le labbra gonfie e reclinando il viso; e più il giovane si perdeva, più l'Uomo Nero si smarriva in quel corpo sublime che non riusciva a non corteggiare, a non contemplare con crescente lussuria e adorazione: quell'epidermide profumata, quella carne così soffice e calda, quell'eccitazione così bisognosa di essere soddisfatta da un tocco più intimo del semplice e distratto sfiorare dello zigomo, ogni cosa in Jack lo implorava con insistenza, invitandolo ad un meraviglioso viaggio senza ritorno. Un richiamo a cui non poté resistere.

Inspirando profondamente quella fragranza inebriante, quel sentore di sesso e neve perfettamente miscelati insieme, Pitch aprì gli occhi, riuscendo a vedere solo uno sfocato alone ialino al posto del ventre del ragazzo, e senza quasi realizzare la situazione schiuse la bocca e prese la sua virilità turgida, accogliendola voglioso fino in gola.

Immediatamente il giovane si inarcò come un cavallo selvaggio, prorompendo in un alto grido di piacere, così sensuale che l'Uomo Nero non poté non gemere in risposta, aggrappandosi disperatamente ai suoi fianchi per trasmettergli i brividi che lo attraversavano. Con uno spintone lo costrinse a sedersi sul bordo del baule, sfiorando con le labbra quell'organo di puro velluto; intralciato dalle sue ginocchia gli abbassò con un unico strattone pantaloni e mutande, arrotolandoglieli in un mucchio disordinato attorno alle caviglie e aprendogli le gambe.

Sistematosi con più agio poté finalmente iniziare a succhiare con maggior decisione, mentre coi palmi aperti massaggiava le cosce del compagno, seguendo i sensibilissimi nervi della parte interna e convogliandogli tutto il piacere verso l'inguine. In poco tempo il ragazzo, che ansimava ormai vistosamente, dovette accasciarsi contro la parete per non perdere l'equilibrio, troppo scosso dai tremiti per potersi sostenere da solo; quando sentì gli incisivi affilati dell'uomo corteggiargli la virilità per tutta la lunghezza emise un singulto e portò fulmineo la sinistra alla sua nuca, intrecciando le falangi d'alabastro a quei capelli neri come le notti di luna nuova e chiedendogli silenziosamente di più.

Estasiato l'Uomo Nero lo accontentò, carezzandogli col palato l'erezione, dalla base alla punta, dalla punta alla base, e poi di nuovo, in una danza infinita, lasciando che quella mano ossuta premesse sempre più esigente sul suo capo e senza tuttavia farsi dettare il ritmo, che variava capricciosamente per prolungare il piacere. Titubante gli infilò la destra sotto la felpa che era ricaduta e raggiunse il petto, appoggiandola in corrispondenza del cuore per sentirne il battito impazzito, e gioì nel sentirlo pulsare a tempo col proprio.

Ormai non esisteva nient'altro all'infuori di loro due, nessun Guardiano, nessun Incubo, nessun bambino da proteggere o impaurire, nessun Uomo nella Luna, solo loro, Jack e Pitch, uniti indissolubilmente in quell'amplesso carnale; per un attimo l'uomo rimembrò di avere dei piani riguardo al suo futuro, dei piani che voleva e doveva attuare, e che in quel momento pareva aver parzialmente dimenticato, ma riflettendoci quanto bastava ricordò che tutto quello lo faceva per irretire Frost, per corromperlo e portarlo dalla sua parte, e più partecipazione dimostrava più sarebbe stato facile vincere, per cui era il caso di andare avanti e non pensare troppo. Non che fosse effettivamente in grado di pensare: quei ragionamenti avevano a malapena lambito la sua mente per pochi secondi, in una toccata e fuga che fu più frutto un riflesso incondizionato che di una vera e propria necessità di meditare su ciò che stava facendo.

Archiviata anche quell'ultima banale questione, l'Uomo Nero riprese il suo lavoro con lussuriosa lena, sorridendo ad ogni sussulto del giovane, percependo la sua essenza e nulla all'infuori di essa, non la gelida neve accumulata intorno ai suoi polpacci, non il duro gradino di pietra su cui poggiavano le sue ginocchia, non la ruvida cassapanca contro cui saltuariamente batteva il pomo d'adamo per la troppa solerzia. Si sentiva completamente circondato dal compagno e incapace di staccarsene: le sue cosce ancor più spalancate di prima lo invitavano sconciamente ad approfittarsi di lui, accogliendolo in un morbido abbraccio avvolgente, il suo cuore che batteva furiosamente lo incitava a non fermarsi, i suoi gemiti sempre più alti saturavano l'aria surriscaldandola, la sua mano gli premeva sulla nuca sempre più esigente, eppure premurosa. Rapito continuò, accogliendo la sua erezione in profondità, estasiato dalla sensazione di soffocamento che gli dava, incurante di respirare, desideroso solo di poterla corteggiare all'infinito.

All'improvviso avvertì Jack trattenere il respiro e cercare di allontanarlo tirandolo per le ciocche corvine, e capì che era arrivato al limite: ignorando volutamente i suoi strattoni serrò le labbra sulla virilità, leccandola languido un'ultima volta e provocandogli l'orgasmo. Questo fu incredibilmente intenso: il giovane inarcò di scatto la schiena, aprendo le gambe fino a esporre i tendini tesi all'inverosimile, stringendo spasmodicamente la chioma dell'uomo con la sinistra e l'asse massiccio con la destra, e venne con un gemito terribilmente sensuale, così alto e caldo da scuotere il compagno fin nel profondo.

Quest'ultimo lo strinse per i fianchi, assecondando la sua spinta, e accolse con un sospiro vibrante il seme tanto desiderato che gli venne riversato in bocca; socchiudendo gli occhi appannati lo fece scorrere sulla lingua, gustandolo fino in fondo: lo trovò bollente, speziato come immaginava, ma inaspettatamente dolce e con una impossibile nota di fresco, un vero e proprio distillato di Frost, la sua essenza più concentrata e disinibita.

Tremando si tirò debolmente indietro, lasciando scoperto l'inguine del ragazzo e appoggiando la guancia sulla sua soffice coscia sinistra, le labbra schiuse per riprender fiato, le braccia incastrate in qualche modo dietro il bacino dell'altro per non scivolare a terra. Si sentiva letteralmente esausto: abbandonato contro il baule non riusciva a far altro che ansimare, la schiena scossa da tremiti continui, il bassoventre quasi stritolato dalla crudele stoffa dei pantaloni tesa tra le gambe sconciamente spalancate. Sarebbe bastato pochissimo, una lieve carezza per alleviare quel bisogno pulsante e raggiungere l'apice, ma non se lo concesse: preferì rimanere immobile, godendosi quel piacevole dolore, quella sofferenza ancor più completa della soddisfazione, che pur restando sospesa lo faceva sentire perfettamente compiuto.

Dopo poco si costrinse ad alzarsi, sostenendosi alla parete intonacata per non scivolare quando vide nero per qualche secondo; aspettando paziente di riprendersi riuscì alfine a schiarire lo sguardo e abbassarlo sul giovane, e istantaneamente gemette. Jack era un autentico spettacolo di lussuria: abbandonato scompostamente contro il muro non era ancora tornato in sé, e mostrava inconsapevolmente il viso congestionato, le palpebre socchiuse che nascondevano parzialmente le iridi liquide e sognanti, le labbra gonfie schiuse e imporporate da qualche goccia di sangue che stillava da un morso troppo convinto, le braccia senza forza allargate in una muta richiesta di abbraccio, il ventre piatto rilassato, le cosce divaricate...oh, sì, quelle cosce magnifiche in cui Pitch si sarebbe rituffato seduta stante. Di nuovo, di nuovo quel corpo urlava con violenza di essere sporcato come la neve sul ciglio della strada, ancora puro nonostante tutto quello che aveva passato, ancora affamato nonostante tutto ciò che già aveva ricevuto. Quasi riusciva a sentirlo sussurrargli insistente: "Prendimi, ancora, toccami, più a lungo, fammi ciò che desideri, un'altra volta..."; con un singulto, però, l'Uomo Nero si trattenne e scosse il capo per riaversi: non si sarebbe mai saziato del giovane, ma non era il momento.

Con premura d'amante gli chiuse le gambe, rialzandogli i pantaloni fin dove riuscì per non fargli prendere freddo, e titubante si chinò su di lui per dargli un bacio, ma con stupore lo vide evitarlo, voltando il viso verso destra in quello che sembrava più un gesto istintivo che ponderato, considerato quanto ancora il suo sguardo era perso.

Istantaneamente l'uomo s'infiammò, pervaso dall'ira per quel rifiuto: come, come osava quell'ingrato negargli ciò che voleva, come poteva anche solo pensare di sfuggirli dopo essersi concesso così languidamente e aver ricevuto così tanto? No, lui non avrebbe mai tollerato un simile atteggiamento, non gli avrebbe concesso di dettar legge, decidendo in autonomia cosa fare!

Dimentico di ogni gentilezza lo afferrò per il collo, trascinandolo sull'orlo della cassapanca e costringendolo ad aprire la bocca in cerca di ossigeno; ratto violò le sue labbra insanguinate con la lingua, rubandogli quel siero metallico e donandogli il frutto del suo piacere, cercando di raggiungere con la lingua ogni punto di quel palato morbido, per essere certo che venisse pervaso da quel sapore incestuoso e quindi dalla vergogna, pensando inevitabilmente: "Assaggia, Jack, assaggia e scopri il sapore della perdizione, lasciatelo scivolare in bocca fino in gola, finché non ne resterai soffocato!".

Il giovane cedette immediatamente, gemendo in quel bacio violento e lasciandosi dominare, partecipandovi debolmente e faticando a respirare.

Reputando di averlo torturato a sufficienza Pitch ruppe il contatto, fissandolo con un ghigno perfido e notando con soddisfazione una lacrima sfuggirgli dall'occhio destro, evidentemente un primo segno di sconfitta; tuttavia, non appena abbassò un poco le iridi sul suo volto per osservarne le labbra martoriate, le vide piegate in quello splendido sorriso, maturo, inspiegabile, terribilmente commovente. Di nuovo, di nuovo quell'espressione felice dopo attimi di tirannia, di nuovo quella gioia immotivata.

Mascherando lo smarrimento dietro uno sguardo colmo di crudeltà, lussuria e sconce promesse l'Uomo Nero lo guardò un'ultima volta e sussurrò enigmatico: «Buona fortuna, Jack...».

Poi si dissolse in un volubile flusso di sabbia magica, indugiando ancora un poco di fronte a Jack, concedendosi un'ultima languida carezza al suo collo seviziato prima di sparire con una violenta folata nel cielo scuro, abbandonandolo per la terza volta.

Jack seguì con lo sguardo l'ombra di Pitch sparire nel cielo, e avendo perso l'unico appoggio che lo teneva in equilibrio si sentì scivolare in basso: con un balzo saltò giù dal baule, tirandosi frettolosamente su i calzoni, salvo incespicare subito nei suoi stessi piedi e rovinare goffamente a terra.

Troppo sfinito per fare alcunché rimase accoccolato nella neve fresca, coricato su un fianco, e respirò profondamente per riprendersi. Sentiva ancora la presenza dell'Uomo Nero accanto a sé, le sue mani esperte accarezzarlo, la sua bocca di velluto tormentarlo languidamente in ogni modo: sulle labbra, sul collo, sul petto, sul ventre, intorno alla sua erezione crescente, e poi di nuovo sulle labbra, il suo sapore misto al proprio. Aveva rifuggito quell'ultimo bacio per non contaminarlo col sangue, temendo che l'uomo potesse rimanerne infastidito, ma la foga con cui lo aveva attirato a sé gli aveva tolto ogni dubbio, e si era quindi concesso a quell'assaggio tanto particolare. Provare il gusto del suo stesso seme era stato strano, forse un po' imbarazzante all'inizio ma decisamente eccitante, tanto che si era lasciato sfuggire una lacrima di piacere nel sentirlo, e aveva sospirato dispiaciuto quando il contatto era stato interrotto.

"Chissà com'è quello di Pitch" si ritrovò a chiedersi pensoso. E immediatamente nascose il viso tra le mani, soffocando una risatina e arrossendo fino alle orecchie per aver fatto un pensiero tanto spinto, senza tuttavia negare con ipocrisia che gli sarebbe piaciuto scoprirlo.

Una volta placato l'eccesso d'ilarità si alzò in piedi, scuotendo via la neve dai vestiti e riallacciandosi con cura i pantaloni; con una breve corsa andò a recuperare il bastone, che aveva lasciato appoggiato contro una rimessa per non averlo d'intralcio nella sua ricerca. La ricerca, appunto: ancora non aveva trovato dei lacci.

Con uno sbuffo s'incamminò, esaminando ancora sommariamente qualche ripostiglio incustodito, senza tuttavia metterci il minimo impegno. Esasperato dall'insuccesso e sfinito dall'incontro decise di desistere e si avviò verso il laghetto ghiacciato da cui era nato come spirito del gelo, passeggiando quietamente e giocherellando un poco con la verga brinata.

Giunto in prossimità della meta vide qualcosa davanti a sé, a pochi passi dal cancelletto del parco: sottile e allungato, sembrava trattarsi un lombrico o un serpente, ma non era certo plausibile vista la stagione. Incuriosito corse a controllare, e con immenso stupore si trovò di fronte ad una stringa: lunga circa un metro, di morbidissimo camoscio, era stata probabilmente abbandonata da qualche ragazzo distratto che l'aveva persa dagli scarponcini.

Senza perder tempo si affrettò ad afferrarla e sistemarla intorno al polpaccio destro, ben deciso a non lasciarsi sfuggire una così fortuita occasione, poi si rialzò in piedi soddisfatto e si incamminò di nuovo.

Oltrepassato l'ingresso del giardinetto si diresse verso le rive dello stagno per contemplarne la superficie dura e brillante, ma qualcosa di lucido nascosto nel canneto attirò la sua attenzione. Scostando le frasche si ritrovò tra le mani un nastro di seta color beige scuro, di quelli che le bambine portano tra i capelli, avvolti a coroncina intorno al capo e magistralmente attorcigliati nelle lunghe trecce.

Ridendo uscì dai cespugli, si inginocchiò e iniziò a legare il tessuto intorno alla caviglia sinistra: e il sorriso che gli illuminava il volto non era nato per l'apparente fortuna sfacciata avuta, ma per quei pochi, finissimi granelli di sabbia nera che aveva trovato intrappolati nella stoffa.

Qui trovate due disegni di una mia cara amica:

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