"Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata.
Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.
Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra,
Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica.
(Il Piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry)
Il Piccolo Principe
«Dimmi che non eri dove penso che fossi.»
Caroline ha la stessa espressione scioccata che avrebbe se fossi uscita completamente nuda dall'ascensore.
«Non ero dove pensi che fossi» dico. «O meglio, ero dove pensi, ma non con chi pensi.» Questa conversazione è assurda! «Ero nella 3501 con Rebekah» le spiego.
Osservo chiaramente lo sconcerto del suo viso lasciare posto alla curiosità. «L'ochetta bionda senza cervello?»
Annuisco. Forse dovrei dirle che, per la sua sicurezza, dovrebbe stare attenta a chiamarla così.
«Scoperto qualche particolare piccante?» prosegue lei.
Tento di apparire vaga, ma l'immagine di Rebekah che agita il frustino nell'aria producendo un sibilo sinistro si fa strada nella mia mente. «Nulla di interessante.»
Care si sporge un po' di più sul bancone. «Sei stata tu a dirmi che lui si eccita a picchiarla e che lei si diverte a farsi maltrattare, o sbaglio? Possibile che tu non abbia scoperto nulla?»
A volte mi spaventa. Dà l'idea di un tossico alla ricerca della sua dose di pettegolezzi con quegli occhi che le brillano di una curiosità perversa.
«Non ho usato proprio queste parole, in realtà» la correggo. «E in ogni caso, mi dispiace deluderti ma non ho nessun particolare sconcio da raccontarti.»
«Allora cosa ci facevi in camera sua?»
Resto interdetta per un istante, poi mi viene in mente la prima regola per raccontare scuse credibili: fare in modo che non si discostino troppo dalla realtà.
«Abbiamo solo parlato. La sua famiglia alleva cavalli di razza e, avevi ragione, lei e Damon non stanno insieme. Credo che siano qui per sbrigare degli affari, ma non ha voluto dirmi i particolari.»
«Roba top secret» mormora comprensiva, come se avesse a che fare con queste cose tutti i giorni. «Stasera ordiniamo una pizza e noleggiamo un film?» propone cambiando d'improvviso argomento.
A quanto pare se l'è bevuta. Non mi piace mentirle, ma non posso nemmeno raccontarle tutto. Questa storia potrebbe terminare con la stessa velocità con cui è iniziata e credo che meno sappia meglio sarà dopo.
«Care, ho bisogno che tu non faccia domande riguardo a quello che sto per dirti e che tu ti fidi semplicemente di me senza fare commenti.» Mi sforzo di apparire seria, mentre lei mi fissa con circospezione.
«Spara.»
«Prometti?» I suoi occhi indugiano nei miei per qualche secondo, poi annuisce rassegnata. «Stasera ho appuntamento con lui.»
Spalanca la bocca quando capisce chi è il lui a cui mi riferisco. Fa per dire qualcosa, ma io sollevo prontamente una mano per interromperla.
«Hai promesso, Care.»
Leggo chiaramente sul suo viso che sta combattendo una dura lotta con se stessa per rimanere in silenzio.
«Tra qualche giorno, se le cose andranno bene, ti racconterò tutto» aggiungo per tranquillizzarla.
Sospira profondamente. «Va bene» sbotta. «Ma fammi almeno sapere come è andata la serata quando torni, okay?»
Mancano pochi minuti alle otto quando afferro la borsetta, pronta per uscire, gettando un'occhiata da dietro le tende della finestra che dà sul marciapiede.
Stasera non ci sono regole da seguire, nessun ruolo da rispettare, eppure l'idea di far aspettare Damon, e magari arrabbiare, non mi sembra la migliore.
Nel pomeriggio ho ricevuto un suo breve sms :
Passo a prenderti alle 8.00. Indossa un vestito elegante e lascia sciolti i capelli.
Breve e conciso, non c'è che dire.
Lancio un'ultima occhiata alla mia immagine allo specchio: i capelli lunghi coprono la profonda scollatura dell'abito sulla schiena, mentre ho tirato su alcune ciocche sul davanti, fermandole con delle forcine di strass recuperate dal portagioie di Care.
Stasera ho seguito i suoi consigli di moda che da anni si ostina a propinarmi: gonna al ginocchio per non essere volgare, tacchi alti per apparire più alta e slanciata e corpetto aderente che modella i fianchi.
Avverto il rumore di freni proprio fuori dall'appartamento e mi precipito fuori. Un taxi è parcheggiato accanto al marciapiede e scorgo la figura di Damon al di là del finestrino.
«Bonsoir, Elena» dice con tono gentile quando lo raggiungo sul sedile posteriore dell'auto.
Il tassista riparte in silenzio, di certo già a conoscenza dell'indirizzo della nostra meta.
Rispondo al saluto con un po' di imbarazzo, mentre mi fissa con insistenza, il sorriso sfrontato disegnato sul viso bellissimo.
Inizio a sentirmi terribilmente fuori posto nel mio abitino economico, mentre lui appare così dannatamente sicuro di sé.
Solleva una mano e l'avvicina al mio viso. «Hai lasciato i capelli sciolti» commenta, sfiorando una ciocca.
M'irrigidisco, eppure il tocco delicato delle sue dita è così piacevole. D'un tratto mi sento pienamente consapevole che siamo a pochi centimetri di distanza, uno spazio così breve che potrei toccarlo solo muovendomi appena. Tento di spostare l'attenzione su qualcos'altro. «Ho portato con me-»
«Ne parleremo quando saremo arrivati» dice in tono secco, tanto che resto imbambolata con la mano ficcata a metà nella borsetta. «Abbiamo tutto il tempo» aggiunge poi con un'occhiata rassicurante.
In realtà, più si sforza di apparire calmo, più mi sento agitata. Prendo un respiro profondo e mi rilasso contro lo schienale del sedile.
"È solo una cena", mi ripeto. Non devo pensare che alla fine della serata dovrò decidere se affidarmi completamente nelle mani di quello che è poco più che uno sconosciuto.
Il ristorante panoramico che Damon ha scelto si trova all'ultimo piano di un grattacielo dell'Upper West Side. Il nostro tavolo si trova in un angolo appartato della stanza, proprio accanto all'enorme porta a vetri che dà sulla terrazza e da cui si scorge l'immensa distesa verde di Central Park.
Damon non ha aperto bocca per tutto il tempo ed io ho seguito il suo esempio e sono rimasta in silenzio lungo tutto il tragitto da Brooklyn. Nascondo il viso dietro il menu, tentando di guadagnare ancora qualche minuto prima di iniziare la nostra conversazione. Il ristorante è specializzato in piatti tipici francesi ed io non conosco la metà delle pietanze: Fois Gras d'anatra al Servant, Radicchio in Saor, Vol-au-vent al tartufo...
«Gradisci del vino?» La sua voce cattura la mia attenzione. Scopro appena gli occhi, scorgendo un cameriere in smoking che sorride affabile accanto al nostro tavolo.
«Sì, grazie» mormoro.
Ordina una bottiglia di vino francese che non ho mai sentito nominare ed io torno ad esaminare la lista dei piatti.
Il cameriere torna col vino e riempie i nostri bicchieri. Ne prendo un sorso, anche se dovrei aspettare di mangiare qualcosa, prima.
«Ti piace?» mi chiede.
«Sì, grazie» rispondo senza guardarlo.
«Hai intenzione di dire qualcos'altro oltre a "sì, grazie" stasera oppure devo rassegnarmi a cenare in silenzio?»
Abbasso il menu sul tavolo, anche se in questo modo mi sento di nuovo indifesa e vulnerabile faccia a faccia con lui.
«Non ne capisco nulla di vino» sussurro, mentre il cameriere si allontana.
Lui aggrotta le sopracciglia. «Ma non lavori in un bar?»
«Già, e preparo il miglior Cosmopolitan dell'isola...» mi vanto. «Ma non riconosco la differenza tra un vino pregiato e un succo d'uva, per intenderci. È Stefan l'esperto di queste cose. Io mi limito a mescolare i liquori.»
Sembra divertito dalla mia spiegazione. Decido di essere sincera. «Sarei anche curiosa di sapere cos'è un Vol-au-vent.»
Inaspettatamente scoppia a ridere. «Canestrini di pasta sfoglia» mi spiega poi. «Una specialità francese.»
Annuisco e torno a leggere.
«Potresti lasciare che scelga io per te.»
Mi viene istintivo spostare lo sguardo su di lui. I suoi occhi tremano appena mentre mi scrutano in attesa di risposta. In un'altra situazione avrei acconsentito senza pensarci, ma la sua richiesta non sembra essere solo un atto di gentilezza nei miei confronti. Nella sua domanda leggo una chiara richiesta di prendere il controllo.
«Sì, grazie» rispondo di nuovo, ma stavolta un sorriso che vuole apparire malizioso accompagna le mie parole.
Lui pare irrigidirsi. Contrae per un attimo la mascella, mettendo in evidenza i lineamenti duri del viso.
Il cameriere torna a prendere le nostre ordinazione e Damon inizia a parlare in francese, così non capisco nulla di quello che mangerò. In ogni caso, sono di nuovo così agitata che lo stomaco pare essersi serrato.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?» chiedo non appena restiamo soli.
«Non.» Mi sorride, ma ha una strana espressione pensierosa. «Mentre attendiamo l'antipasto, possiamo iniziare a discutere di alcune faccende... sempre che tu ne abbia ancora voglia» aggiunge con un'improvviso luccichio di sfida negli occhi.
«Certo che ne ho ancora voglia» mi affretto a rispondere con decisione.
Recupero la lista che mi ha dato Rebekah dalla borsa. Accanto ad ogni voce ho messo delle spunte, delle x o dei punti interrogativi.
Quando gliela porgo, arriccia le labbra con fare curioso.
«Niente giochi si sangue» mormora, leggendo.
«Il sangue mi impressiona.»
Inclina appena la testa di lato. «Non eri una donatrice?»
«Direi che c'è una bella differenza» rispondo con un sorrisetto.
Assume di nuovo quell'espressione infastidita di poco fa e torna a concentrarsi sui fogli.
«Nessun problema col sesso orale, col sesso anale e con i rapporti omosessuali...»
«Non l'ho mai fatto» confesso, arrossendo leggermente.
«Sesso con un'altra donna?»
Annuisco. «E il sesso anale» aggiungo. Prendo a giocare distrattamente con una forchetta per evitare di guardarlo negli occhi. «Non ho fatto quasi nessuna delle cose su quella lista, a dire il vero, ma non ho problemi a sperimentarle con te. Solo, mi chiedevo se...» Mi mordo un labbro, terribilmente a disagio.
«Sarò spietato e crudele?» Finisce lui la frase per me.
«Già.»
«Certo che lo sarò.» Allunga una mano per sollevarmi il mento e costringermi a guardarlo. I suoi occhi mi paralizzano e mi pare quasi di perdermi in quei pozzi profondi color acquamarina. «E tu desidererai che io lo sia. Oppure metterai fine a tutto questo e tornerai alla tua vecchia vita.»
«E pensi che lo faro? Abbandonare tutto, intendo.»
Resta in silenzio per un istante, come se stesse soppesando le parole. «Credo che il pensiero di essere dominata ti ecciti, ma non sempre siamo in grado di soddisfare i nostri desideri.»
È vero, c'è qualcosa dentro di me che mi spinge a lasciarmi possedere da quest'uomo in ogni modo possibile. Eppure ho paura di quello che potrebbe succedere.
«Quando ho visto quelle persone al club, avrei dovuto provare disgusto, sarei dovuta scappare, invece non riuscivo a smettere di guardare» confesso.
«E cosa provavi mentre guardavi?» Il suo sguardo mi cattura ancora una volta. Sa bene qual è la mia risposta, ma vuole sentirmela dire.
Le le parole mi vengono fuori in un sussurro: «Volevo essere al loro posto.»
Damon sorride. «Non voglio annullarmi davanti al suo volere. Voglio diventare il suo tutto. Voglio sentire il dolore per assaporare più intensamente il piacere, servirlo per compiacerlo, essere punita perché l'ho deluso. E la sua felicità sarà la mia ricompensa ogni volta che godrà del mio corpo, del mio abbandono completo, della consapevolezza che gli appartengo.»
Mi sento avvampare. È quello che ho detto a Rebekah.
I nostri Vol-au-vent ci vengono serviti e restiamo in silenzio per un po' finché non restiamo di nuovo soli.
«Vedo che entrambi avete un'ottima memoria» commento, tentando di mascherare l'imbarazzo.
Lui ride. «Diaciamo che hai sorpreso entrambi.»
«Sorpreso in che senso?»
Addenta un pezzetto di sfoglia e si ferma a masticare piano prima di rispondere. «Ancor prima di conoscere questo mondo, avevi ben chiari quali sono i desideri che spingono una persona a diventare una sottomessa. Pensavo che il tuo fosse solo il capriccio di una ragazzina curiosa.»
Stavolta a farmi arrossire è il fastidio di essere chiamata ragazzina. «Be', Mon Cher, direi che ti sei sbagliato di grosso» ribatto, imitando il suo accento.
La sua bocca si piega in una smorfia, ma il suo sguardo è di ghiaccio mentre mi fissa come se non mangiasse da giorni e io fossi un bocconcino appetitoso. «Quel sorrisetto impertinente, Elena, mi fa venire una gran voglia di sdraiarti su questo tavolo, strapparti quel vestito di dosso fregandomene dei presenti, e cancellartelo dalla faccia.»
Avverto uno strano rumore, come un singhiozzo sordo, e mi accorgo solo dopo di essere stata io a produrlo.
Mi sento come se qualcuno avesse improvvisamente abbassato la temperatura nella stanza portandola di colpo sotto lo zero.
Svuoto completamente il bicchiere in un solo sorso e torno a mangiare. Lui fa lo stesso, come se avesse appena pronunciato la frase più normale di questo mondo e non le parole che, inesorabilmente, mi hanno convinta che, da stasera, voglio essere sua.
Completamente sua.
Alla fine della cena, facciamo qualche passo a piedi lungo la Amsterdam Avenue.
L'aria è fresca ed io rabbrividisco nel mio abito leggero, mentre camminiamo per i marciapiedi illuminati.
Gli ho mostrato le mie ultime analisi, abbiamo discusso di alcune pratiche e ci siamo messi d'accordo sul nostro primo incontro.
Sabato prossimo, al club. Mi ha spiegato che ieri, mentre io e Rebekah eravamo in albergo, si è occupato di prendere una delle stanze ai piani superiori.
Mentre mi stringo nelle braccia, pensierosa, Damon si sfila la giacca e me l'appoggia sulle spalle.
«Grazie» mormoro.
«Non fare quella faccia sorpresa» mi dice sollevando l'angolo delle labbra. «Prendermi cura di te è uno dei miei obblighi. Sei sempre responsabile di quello che hai addomesticato.»
«Cos'è, il motto di voi sadici?» lo prendo in giro. È strano, ma nonostante mi senta ancora intimorita da lui, ho iniziato a sentirmi più a mio agio in sua presenza.
«È una frase di Antoine de Saint-Exupéry.»
Improvvisamente ricordo di aver già letto quella citazione, da bambina.
Mi stringo un po' di più nella giacca e inspiro il suo profumo. Quel profumo che sento già di poter riconoscere tra mille. Il prfumo del mio Padrone.
«Damon?»
Lui si ferma a guardarmi. «Oui?»
«Ho appena deciso quale sarà la mia Safeword.»
Mi osserva curioso.
«Piccolo principe» esclamo.
Damon solleva una mano e mi sfiora appena la guancia in una carezza. «Très bien, ma petite renard.»
Angolino Kinky: Ce l'ho fatta! Oddio, questo capitolo è stato un parto e, nonostante tutto, mi sembra noioso e scritto da schifo, ma al momento non riesco proprio a fare di meglio. Non capisco se l'ispirazione mi sta abbandonando o se ho l'ansia da prestazione per il PRIMO INCONTRO!
Ho perso alcune di voi per la strada, ma si sa, sono cose che capitano. Non me la prendo per chi non c'è, ma gioisco per chi è rimasto.
Grazie a tutte voi: Setsy, Mad_Dary, Beagle26, LEGAN, miatersicore23, Misiamis e Simiale72.
Le mie piccole, dolcissime Renards! ^_^
Kisses
«Dimmi che non eri dove penso che fossi.»
Caroline ha la stessa espressione scioccata che avrebbe se fossi uscita completamente nuda dall'ascensore.
«Non ero dove pensi che fossi» dico. «O meglio, ero dove pensi, ma non con chi pensi.» Questa conversazione è assurda! «Ero nella 3501 con Rebekah» le spiego.
Osservo chiaramente lo sconcerto del suo viso lasciare posto alla curiosità. «L'ochetta bionda senza cervello?»
Annuisco. Forse dovrei dirle che, per la sua sicurezza, dovrebbe stare attenta a chiamarla così.
«Scoperto qualche particolare piccante?» prosegue lei.
Tento di apparire vaga, ma l'immagine di Rebekah che agita il frustino nell'aria producendo un sibilo sinistro si fa strada nella mia mente. «Nulla di interessante.»
Care si sporge un po' di più sul bancone. «Sei stata tu a dirmi che lui si eccita a picchiarla e che lei si diverte a farsi maltrattare, o sbaglio? Possibile che tu non abbia scoperto nulla?»
A volte mi spaventa. Dà l'idea di un tossico alla ricerca della sua dose di pettegolezzi con quegli occhi che le brillano di una curiosità perversa.
«Non ho usato proprio queste parole, in realtà» la correggo. «E in ogni caso, mi dispiace deluderti ma non ho nessun particolare sconcio da raccontarti.»
«Allora cosa ci facevi in camera sua?»
Resto interdetta per un istante, poi mi viene in mente la prima regola per raccontare scuse credibili: fare in modo che non si discostino troppo dalla realtà.
«Abbiamo solo chiacchierato del più e del meno. La sua famiglia alleva cavalli di razza e, avevi ragione, lei e Damon non stanno insieme. Credo che siano qui per sbrigare degli affari, ma non ha voluto dirmi i particolari.»
«Roba top secret» mormora comprensiva, come se avesse a che fare con queste cose tutti i giorni. «Stasera ordiniamo una pizza e noleggiamo un film?» propone cambiando d'improvviso argomento.
A quanto pare se l'è bevuta. Non mi piace mentirle, ma non posso nemmeno raccontarle tutto. Questa storia potrebbe terminare con la stessa velocità con cui è iniziata e credo che meno sappia meglio sarà dopo.
«Care, ho bisogno che tu non faccia domanda domande riguardo a quello che sto per dirti e che tu i fidi semplicemente di me senza fare commenti.» Mi sforzo di apparire seria, mentre lei mi fissa con circospezione.
«Spara.»
«Prometti?» I suoi occhi indugiano nei miei per qualche secondo, poi annuisce rassegnata. «Stasera ho appuntamento con lui.»
Spalanca la bocca quando capisce chi è il lui a cui mi riferisco. Fa per dire qualcosa, ma io sollevo prontamente una mano per interromperla.
«Hai promesso, Care.»
Leggo chiaramente sul suo viso che sta combattendo una dura lotta con se stessa per rimanere in silenzio.
«Tra qualche giorno, se le cose andranno bene, ti racconterò tutto» aggiungo per tranquillizzarla.
Sospira profondamente. «Va bene» sbotta. «Ma fammi almeno sapere come è andata la serata quando torni, okay?»
Mancano pochi minuti alle otto quando afferro la borsetta, pronta per uscire, gettando un'occhiata da dietro le tende della finestra che dà sul marciapiede.
Stasera non ci sono regole da seguire, nessun ruolo da rispettare, eppure l'idea di far aspettare Damon, e magari arrabbiare, non mi sembra la migliore.
Nel pomeriggio ho ricevuto un suo breve sms :
Passo a prenderti alle 8.00. Indossa un vestito elegante e lascia sciolti i capelli.
Breve e conciso, non c'è che dire.
Lancio un'ultima occhiata alla mia immagine allo specchio: i capelli lunghi coprono la profonda scollatura dell'abito sulla schiena, mentre ho tirato su alcune ciocche sul davanti, fermandole con delle forcine di strass recuperate dal portagioie di Care.
Stasera ho seguito i suoi consigli di moda che da anni si ostina a propinarmi: gonna al ginocchio per non essere volgare, tacchi alti per apparire più alta e slanciata e corpetto aderente che modella i fianchi.
Avverto il rumore di freni proprio fuori dall'appartamento e mi precipito fuori. Un taxi è parcheggiato accanto al marciapiede e scorgo la figura di Damon al di là del finestrino.
«Bonsoir, Elena» dice con tono gentile quando lo raggiungo sul sedile posteriore dell'auto.
Il tassista riparte in silenzio, di certo già a conoscenza dell'indirizzo della nostra meta.
Rispondo al saluto con un po' di imbarazzo, mentre mi fissa con insistenza, il sorriso sfrontato disegnato sul viso bellissimo.
Inizio a sentirmi terribilmente fuori posto nel mio abitino economico, mentre lui appare così dannatamente sicuro di sé.
Solleva una mano e l'avvicina al mio viso. «Hai lasciato i capelli sciolti» commenta, sfiorando una ciocca.
M'irrigidisco, eppure il tocco delicato delle sue dita è così piacevole. D'un tratto mi sento pienamente consapevole che siamo a pochi centimetri di distanza, uno spazio così breve che potrei toccarlo solo muovendomi appena. Tento di spostare l'attenzione su qualcos'altro. «Ho portato con me-»
«Ne parleremo quando saremo arrivati» dice in tono secco, tanto che resto imbambolata con la mano ficcata a metà nella borsetta. «Abbiamo tutto il tempo» aggiunge poi con un'occhiata rassicurante.
In realtà, più si sforza di apparire calmo, più mi sento agitata. Prendo un respiro profondo e mi rilasso contro lo schienale del sedile.
È solo una cena, mi ripeto. Non devo pensare che alla fine della serata dovrò decidere se affidarmi completamente nelle mani di quello che è poco più che uno sconosciuto.
Il ristorante panoramico che Damon ha scelto si trova all'ultimo piano di un grattacielo dell'Upper West Side. Il nostro tavolo si trova in un angolo appartato della stanza, proprio accanto all'enorme porta a vetri che dà sulla terrazza e da cui si scorge l'immensa distesa verde di Central Park.
Damon non ha aperto bocca per tutto il tempo ed io ho seguito il suo esempio e sono rimasta in silenzio lungo tutto il tragitto da Brooklyn. Nascondo il viso dietro il menu, tentando di guadagnare ancora qualche minuto prima di iniziare la nostra conversazione. Il ristorante è specializzato in piatti tipici francesi ed io non conosco la metà delle pietanze: Fois Gras d'anatra al Servant, Radicchio in Saor, Vol-au-vent al tartufo...
«Gradisci del vino?» La sua voce cattura la mia attenzione. Scopro appena gli occhi, scorgendo un cameriere in smoking che sorride affabile accanto al nostro tavolo.
«Sì, grazie» mormoro.
Ordina una bottiglia di vino francese che non ho mai sentito nominare ed io torno ad esaminare la lista dei piatti.
Il cameriere torna col vino e riempie i nostri bicchieri. Ne prendo un sorso, anche se dovrei aspettare di mangiare qualcosa, prima.
«Ti piace?» mi chiede.
«Sì, grazie» rispondo senza guardarlo.
«Hai intenzione di dire qualcos'altro oltre a "sì, grazie" stasera oppure devo rassegnarmi a cenare in silenzio?»
Abbasso il menu sul tavolo, anche se in questo modo, mi sento di nuovo indifesa e invulnerabile faccia a faccia con lui.
«Non ne capisco nulla di vino» sussurro, mentre il cameriere si allontana.
Lui aggrotta le sopracciglia. «Ma non lavori in un bar?»
«Già, e preparo il miglior Cosmopolitan dell'isola...» mi vanto. «Ma non riconosco la differenza tra un vino pregiato e un succo d'uva, per intenderci. È Stefan l'esperto di queste cose. Io mi limito a mescolare i liquori.»
Sembra divertito dalla mia spiegazione. Decido di essere sincera. «Sarei anche curiosa di sapere cos'è un Vol-au-vent.»
Inaspettatamente scoppia a ridere. «Canestrini di pasta sfoglia» mi spiega poi. «Una specialità francese.»
Annuisco e torno a leggere.
«Potresti lasciare che scelga io per te.»
Mi viene istintivo spostare lo sguardo su di lui. I suoi occhi tremano appena mentre mi scrutano in attesa di risposta. In un'altra situazione avrei acconsentito senza pensarci, ma la sua richiesta non sembra essere solo un atto di gentilezza nei miei confronti. Nella sua domanda leggo una chiara richiesta di prendere il controllo.
«Sì, grazie» rispondo di nuovo, ma stavolta un sorriso che vuole apparire malizioso accompagna le mie parole.
Lui pare irrigidirsi. Contrae per un attimo la mascella, mettendo in evidenza i lineamenti duri del viso.
Il cameriere torna a prendere le nostre ordinazione e Damon inizia a parlare in francese, così non capisco nulla di quello che mangerò. In ogni caso, sono di nuovo così agitata che lo stomaco pare essersi serrato.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?» chiedo non appena restiamo soli.
«Non.» Mi sorride, ma ha una strana espressione pensierosa. «Mentre attendiamo l'antipasto, possiamo iniziare a discutere di alcune faccende... sempre che tu ne abbia ancora voglia» aggiunge con un'improvviso luccichio di sfida negli occhi.
«Certo che ne ho ancora voglia» mi affretto a rispondere con decisione.
Recupero la lista che mi ha dato Rebekah dalla borsa. Accanto ad ogni voce ho messo delle spunte, delle x o dei punti interrogativi.
Quando gliela porgo, arriccia le labbra con fare curioso.
«Niente giochi si sangue» mormora, leggendo.
«Il sangue mi impressiona.»
Inclina appena la testa di lato. «Non eri una donatrice?»
«Direi che c'è una bella differenza» rispondo con un sorrisetto.
Assume di nuovo quell'espressione infastidita di poco fa e torna a concentrarsi sui fogli.
«Nessun problema col sesso orale, col sesso anale e con i rapporti omosessuali...»
«Non l'ho mai fatto» confesso, arrossendo leggermente.
«Sesso con un'altra donna?»
Annuisco. «E il sesso anale» aggiungo. Prendo a giocare distrattamente con una forchetta per evitare di guardarlo negli occhi. «Non ho fatto quasi nessuna delle cose su quella lista, a dire il vero, ma non ho problemi a sperimentarle con te. Solo, mi chiedevo se...» Mi mordo un labbro, terribilmente a disagio.
«Sarò spietato e crudele?» Finisce lui la frase per me.
«Già.»
«Certo che lo sarò.» Allunga una mano per sollevarmi il mento e costringermi a guardarlo. I suoi occhi mi paralizzano e mi pare quasi di perdermi in quei pozzi profondi color acquamarina. «E tu desidererai che io lo sia. Oppure metterai fine a tutto questo e tornerai alla tua vecchia vita.»
«E pensi che lo faro? Abbandonare tutto, intendo.»
Resta in silenzio per un istante, come se stesse soppesando le parole. «Credo che il pensiero di essere dominata ti ecciti, ma non sempre siamo in grado di soddisfare i nostri desideri.»
È vero, c'è qualcosa dentro di me che mi spinge a lasciarmi possedere da quest'uomo in ogni modo possibile. Eppure ho paura di quello che potrebbe succedere.
«Quando ho visto quelle persone al club, avrei dovuto provare disgusto, sarei dovuta scappare, invece non riuscivo a smettere di guardare» confesso.
«E cosa provavi mentre guardavi?» Il suo sguardo mi cattura ancora una volta. Sa bene qual è la mia risposta, ma vuole sentirmela dire.
Le le parole mi vengono fuori in un sussurro: «Volevo essere al loro posto.»
Damon sorride. «Non voglio annullarmi davanti al suo volere. Voglio diventare il suo tutto. Voglio sentire il dolore per assaporare più intensamente il piacere, servirlo per compiacerlo, essere punita perché l'ho deluso. E la sua felicità sarà la mia ricompensa ogni volta che godrà del mio corpo, del mio abbandono completo, della consapevolezza che gli appartengo.»
Mi sento avvampare. È quello che ho detto a Rebekah.
I nostri Vol-au-vent ci vengono serviti e restiamo in silenzio per un po' finché non restiamo di nuovo soli.
«Vedo che entrambi avete un'ottima memoria» commento, tentando di mascherare l'imbarazzo.
Lui ride. «Diaciamo che hai sorpreso entrambi.»
«Sorpreso in che senso?»
Addenta un pezzetto di sfoglia e si ferma a masticare piano prima di rispondere. «Ancor prima di conoscere questo mondo, avevi ben chiari quali sono i desideri che spingono una persona a diventare una sottomessa. Pensavo che il tuo fosse solo il capriccio di una ragazzina curiosa.»
Stavolta a farmi arrossire è il fastidio di essere chiamata ragazzina. «Be', Mon Cher, direi che ti sei sbagliato di grosso» ribatto, imitando il suo accento.
La sua bocca si piega in una smorfia, ma il suo sguardo è di ghiaccio mentre mi fissa come se non mangiasse da giorni e io fossi un bocconcino appetitoso. «Quel sorrisetto presuntuoso, Elena, mi fa venire una gran voglia di sdraiarti su questo tavolo, strapparti quel vestito di dosso fregandomene dei presenti, e cancellartelo dalla faccia.»
Avverto uno strano rumore, come un singhiozzo sordo, e mi accorgo solo dopo di essere stata io a produrlo.
Mi sento come se qualcuno avesse improvvisamente abbassato la temperatura nella stanza portandola di colpo sotto lo zero.
Svuoto completamente il bicchiere in un solo sorso e torno a mangiare. Lui fa lo stesso, come se avesse appena pronunciato la frase più normale di questo mondo e non le parole che, inesorabilmente, mi hanno convinta che, da stasera, voglio essere sua.
Completamente sua.
Alla fine della cena, facciamo qualche passo a piedi lungo la Amsterdam Avenue.
L'aria è fresca ed io rabbrividisco nel mio abito leggero, mentre camminiamo lungo i marciapiedi illuminati.
Gli ho mostrato le mie ultime analisi, abbiamo discusso di alcune pratiche e ci siamo messi d'accordo sul nostro primo incontro.
Sabato prossimo, al club. Mi ha raccontato che ieri, mentre io e Rebekah eravamo all'albergo, si è occupato di prendere una delle stanze ai piani superiori.
Damon si sfila la giacca e me l'appoggia sulle spalle.
«Grazie» mormoro.
«Non fare quella faccia sorpresa» mi dice sollevando l'angolo delle labbra. «Prendermi cura di te è uno degli obblighi di un Dominatore. Sei sempre responsabile di quello che hai addomesticato.»
«Cos'è, il motto di voi sadici?» lo prendo in giro. È strano, ma nonostante mi senta ancora intimorita da lui, ho iniziato a sentirmi più a mio agio in sua presenza.
«È una frase di Antoine de Saint-Exupéry.»
Improvvisamente ricordo di aver già letto quella citazione, da bambina.
Mi stringo un po' di più nella giacca e inspiro il suo profumo.
«Damon?»
Lui si ferma a guardarmi. «Oui?»
«Ho appena deciso quale sarà la mia Safeword.»
Mi osserva curioso.
«Piccolo principe» sussurro.
Damon solleva una mano emi sfiora appena la guancia in una carezza. «Très bien, ma petite renard.»
