"Deprived of all his thoughts
The young man struggles on and on"
Metallica, The Unforgiven
Donatello ha aperto piano la seconda porta che dalle scale interne introduceva al corridoio; di lì si arrivava direttamente ai locali che fungevano da deposito. Scavalcare il cancello e forzare le serrature era stato un gioco da ragazzi. D'altronde, era un semplice magazzino farmaceutico.
All'interno, una debolissima luminescenza violacea ha permesso ai suoi occhi abituati all'oscurità di individuare, sbirciando dietro l'angolo del corridoio, la telecamera del sistema di sicurezza. Secondo i suoi calcoli, avrebbe dovuto incontrarne due prima che Raph mettesse fuori gioco la guardia nella sala video, dall'altro lato della struttura.
Nascosto dietro l'angolo, ha tirato fuori uno shuriken dalla sua cintura, poi affacciandosi velocemente l'ha lanciato proprio al centro della minuscola ottica.
Il lievissimo crepitio elettrico ha rotto per un paio di secondi il silenzio.
Adesso, poteva avanzare fino alla prima stanza. All'interno avrebbe potuto trovare i medicinali che gli servivano.
Si è inginocchiato davanti alla porta; mentre le mani verdi lavoravano veloci con i ferretti per aprire l'ennesima serratura, una strana sensazione ha iniziato ad accarezzare fastidiosamente i pensieri del mutante.
Forse è solo l'ansia. La paura per Leo. La stanchezza, poiché aveva dormito solo un paio d'ore. La fastidiosa cognizione di star compiendo un piccolo reato, seppur ne avesse tutte le ragioni.
Ma sentiva che qualcosa non andava, e non riusciva a capire cosa.
Ha cercato di non farsi distrarre da una stupida sensazione. Bastava aprire la porta, prendere i medicinali e filare. Tempo di disattivare anche questa telecamera…
La telecamera.
Appena aperta la porta, nella sua mente il pensiero si è messo a fuoco. Quando aveva colpito la prima telecamera, nella frazione di secondo in cui lo shuriken era in volo, aveva notato qualcosa. Cosa?
Ha dato uno sguardo in alto, all'interno della sala. La seconda telecamera era proprio sopra la porta.
Ha capito.
La lucina. Non c'era la lucina.
Le telecamere erano disattivate.
Si è messo velocemente contro la parete. Una goccia di sudore è scesa sul lato della fronte, a perdersi tra le fibre della maschera viola. La consapevolezza l'ha colpito come un pugno.
Telecamera. Magazzino. Messaggio.
Avevano avuto il messaggio, che li aveva avvertiti che uno di loro era ammalato. I medicinali che gli servivano erano molto specifici, difficilmente reperibili: si trovavano in alcuni ospedali, dove non sarebbero mai andati poiché erano pieni di umani, e solo in quel magazzino farmaceutico a New York. Le telecamere erano disattivate.
Merda. Che idiota che sono, che idiota!
Ha preso il T-phone.
Raph ha risposto al primo squillo.
"Donn-"
"Scappa Raph. È una trappola!"
…
(poco prima)
Raffaello era appiattito contro il muro, accanto alla porta aperta, fuori dalla gabbiola della sicurezza. Dall'interno, si irradiavano le luci sfarfallanti dei monitor di controllo.
Ha tirato fuori il sacchetto sigillato che gli aveva preparato Donnie, e l'ha strappato con attenzione, tenendolo lontano dal suo volto. Pure così, l'odore pungente del cloroformio che imbeveva il fazzoletto è arrivato ad irritargli i fori di respirazione.
Senza il minimo rumore, ha varcato la soglia. Ha intravisto l'uomo di guardia, seduto davanti ai monitor, con le braccia distese lungo i fianchi.
Mi dispiace amico, devo metterti a nanna.
Lui solitamente avrebbe preferito menar le mani. Ma non con un povero cristo che faceva il suo lavoro.
Si è avvicinato, alle spalle della guardia; i piedi fasciati hanno fatto qualche passo silenzioso sul freddo pavimento dello stanzino.
Si è bloccato di colpo.
Sotto la sedia dell'uomo, una macchia scura. L'uomo era assolutamente immobile.
Ha fatto un altro passo, improvvisamente in allarme.
Una goccia è caduta dal dito dell'uomo.
Sangue.
Raffaello ha sentito un brivido gelido scorrergli lungo tutto il corpo. Ha girato piano intorno all'uomo, per guardarlo in faccia.
Occhi sbarrati in un viso bianchissimo. Dalla ferita oscena della gola recisa, il sangue gocciolava ancora.
L'adolescente mutante ha fatto un balzo all'indietro, mollando il fazzoletto che aveva in mano. È riuscito a trattenere il grido che gli stava esplodendo nel petto.
Mio Dio! L'hanno ucciso! L'hanno ucciso!
Ha sentito la testa girare, il cuore iniziare a martellare come se volesse uscire dalla gabbia toracica. Qualcuno aveva ucciso questa guardia, solo pochi minuti prima. La nausea gli è salita alla gola. La sua mano ha afferrato un sai per istinto, prima che lui se ne rendesse conto. Con l'altra ha preso il T-phone.
Donnie. Doveva avvertire Donnie.
Appena afferrato, il telefono ha squillato: Donatello lo stava chiamando. Si è stupito che la mano tremasse mentre schiacciava il pulsante di risposta.
"Donn-"
"Scappa Raph. È una trappol-"
Un bagliore. Ha fatto uno scatto di lato. Le punte di un taser si sono rotte contro il muro al suo fianco.
Ha riposto velocemente il T-phone per prendere l'altro sai. Quattro uomini in divisa nera sono entrati dalla porta.
…
Donatello saliva velocemente per le scale, inseguito.
Non sparano. Mi vogliono vivo.
Questa era relativamente una buona notizia.
Appena si era accorto della trappola, ed era uscito dalla stanza di deposito per tornare sui suoi passi, le luci della struttura si erano accese. Si era trovato circondato da decine di uomini in divisa militare nera.
Aveva valutato velocemente che sarebbe stata più intelligente una fuga. Lui, a differenza di Raph, evitava sempre lo scontro, se possibile. Erano troppi, anche per un ninja. E poi una lotta richiedeva tempo, e Leo non ne aveva.
Aveva usato il suo bo per farsi strada, con un salto, sulla testa degli avversari, e poi aveva imboccato le scale, per arrivare sul tetto.
Stava salendo, volando sui gradini, a due a due. Ma fatte appena poche rampe, si è accorto che un gruppo di nemici arrivava di corsa anche dai piani superiori. Si è bloccato per un attimo su un gradino, ha sentito quelli dietro farsi più vicini.
Ha raggiunto il pianerottolo, ha tentato di aprire la porta di ferro. Era chiusa. Non c'era tempo per forzarla.
A questo punto, ha deciso di scendere nuovamente. Aveva studiato abbastanza le tecniche di combattimento per sapere che è avvantaggiato chi arriva dall'alto.
Col cuore che galoppava forte per la scarica di adrenalina, si è scagliato col suo bo sui primi avversari in salita. Il vantaggio della sorpresa gliene ha fatto buttare giù un paio, che sono caduti su quelli subito dietro di loro.
Ha calpestato gli uomini a terra, e con un altro colpo ha fatto cadere di mano un taser ad un soldato che già prendeva la mira. Ruotando su sé stesso, ha assestato un haito uchi col taglio della mano sulla gola di un uomo che aveva cercato di sferrargli un pugno; altri due che salivano hanno tentato di afferrarlo: Donatello si è agilmente divincolato, e facendo un balzo all'indietro, li ha buttati giù ambedue con un calcio. Un altro paio di soldati hanno schivato i compagni che cadevano e salendo hanno cercato di colpirlo, con dei manganelli; Donatello ha mollato il suo bo, inutile in uno spazio così angusto come le scale, li ha deviati, ha fatto un salto in aria, e facendosi leva con le mani sulle loro spalle ha dato ad entrambi una ginocchiata sul torace. Già tre affiancati si erano fatti strada ed hanno cercato di agguantarlo; lui è balzato su di loro, colpendone due sul volto, gli è passato di sopra mentre cadevano, è sceso di altri gradini, ma è arrivato proprio in mezzo al mucchio degli inseguitori. Decine di mani l'hanno afferrato.
Ha capito con sgomento che prendere le scale era stata una mossa stupida. Non si sarebbe dovuto infilare in uno spazio stretto. Ci sono errori che nella vita si pagano cari. Certo, non poteva immaginare che in quella struttura ci fosse un intero esercito.
Divincolandosi le braccia ha sferrato due pugni a quelli più vicini. Qualcuno l'ha tenuto per le gambe. Una testata, e giù un altro.
Ma nel frattempo quelli che scendevano erano arrivati, e quelli buttati a terra prima si erano rialzati.
Erano troppi.
Altre mani l'hanno ghermito, con forza. Alle braccia, al guscio, al collo. Ha dato un morso alla mano che ha trovato vicino alla sua bocca.
Si è sentito trascinare al pianerottolo, poi la massa di corpi l'ha spinto contro il muro. Ha sbattuto forte il viso. Ha visto delle stelle bianche danzargli davanti agli occhi, mentre la bocca si riempiva del gusto ferroso del sangue. Un piccolo fiore rosso ha macchiato il bianco lucido della parete. Gli avevano spaccato il lato della bocca, e forse avrebbe perso un dente o due. Stordito, ha capito di essere immobilizzato contro il muro, non ce la faceva a muoversi.
Poi, è stato spinto per terra. A quel punto, qualche mano l'ha mollato, e mentre alcuni uomini ancora lo tenevano giù, altri hanno iniziato a colpirlo violentemente. Pugni, calci, manganellate.
Sotto la gragnola di colpi, ha istintivamente chiuso gli occhi e cercato di portare le mani alla testa. Ha lottato con tutte le sue forze, ma lo tenevano fermo per le spalle, e per le caviglie; mentre punte di stivale e sfollagente arrivavano a mordere dolorosamente le sue gambe, e le braccia, e la testa, rimbombando sul guscio, facendo scricchiolare il piastrone.
Ha cercato di fare l'ultima cosa che avrebbe a quel punto potuto salvargli la vita. Utilizzando tutta la sua forza si è raggomitolato il più possibile su sé stesso, in quello che poteva sembrare solo un tentativo di difendersi dai colpi. Invece il suo braccio è arrivato ad afferrare qualcosa dall'interno della sua cintura e, nascondendolo, l'ha portato alla bocca, facendo atto di proteggersi il viso.
Donatello aveva sempre scherzato, interpretato il relativismo einsteiniano in senso filosofico, su come fosse mutevole la nostra percezione del tempo in base a ciò che si fa in un determinato momento. Il tempo passava troppo veloce quando April era al suo fianco. Troppo lento, quando Leo gli ordinava di stare in attesa davanti ad una sospetta base dei Kraang. Adesso, lui sapeva che in termini di tempo cronologico forse erano passati appena cinquanta, sessanta secondi dall'inizio del pestaggio. Ma il suo tempo soggettivo si era dilatato in una dimensione quasi infinita, fatta di dolore. Lui aveva già ricevuto dei colpi, anche duri, nella sua giovane vita. Ma mai tanti, mai tutti insieme. Il dolore di ogni percossa si veniva a sommare al precedente, amplificandolo. Quando un colpo arrivava in zone più sensibili, nei gomiti, nonostante le protezioni, nella muscolatura delle cosce, nell'attaccatura del guscio, nelle dita dei piedi, nella delicata zona inguinale, esplodeva in scariche che attraversavano tutto il corpo, facendo sfuggire suo malgrado gemiti soffocati e lacrime dagli occhi serrati.
"Basta così."
Donatello non ha apposto resistenza mentre è stato alzato in ginocchio: era troppo intontito, e tutto il corpo pulsava per i corpi ricevuti, in calde ondate di dolore che arrivavano dalla pelle fin dentro le ossa.
Le orecchie fischiavano; ha aperto gli occhi a fatica. Uno gli faceva male, un colpo lo aveva centrato sull'arcata; sperava di non averci rimesso la retina. L'altro bruciava per il sangue che gli colava dentro da una lacerazione sulla fronte.
Ha guardato l'uomo fermo davanti a lui. Ha visto i suoi freddi occhi grigi. L'ha riconosciuto.
Nella sua mente confusa, un groviglio di pensieri.
Raph aveva fatto in tempo a mettersi in salvo?
Chissà se il trasmettitore che aveva costruito era effettivamente a prova dei suoi succhi gastrici.
Quell'uomo davanti a lui gli avrebbe causato ancora dolore.
Leo, Leo non aveva tempo…
Poi l'oscurità l'ha avvolto.
