Resident Evil: Never Ending Nightmare
[Undead Snow Queen]
Chapter 6: Step forward
Chris mise le mani a coperchio sulla bocca e sospirò. L' aria calda che fuoriuscì dai suoi polmoni gli provocò un leggero brivido di piacere quando, attraversando i vari spessori dei suoi guanti, toccò la sua pelle fredda e la avvolse con un morbido e umido velo. Il suo fiato condensato sbuffò come vapore da una teiera dagli interstizi delle sue dita, e Chris si concesse di sorridere del semplice piacere di sentire il proprio corpo emettere calore, irradiare a ondate lente l' atmosfera immobile.
Del piacere di sentire l' aria gelida scivolare fra le sue labbra semi-aperte e tuffarsi nei suoi polmoni, intiepidendosi.
Del piacere di essere consapevole dello spazio che occupava, della sua densità, del peso che lo ancorava alla superficie della Terra.
Del piacere di avvertire le vibrazioni dei battiti del suo cuore percuotere i suoi tessuti dall' interno.
Del semplice e unico piacere di sentirsi vivere al ritmo lento di quel pulsare.
Non nevicava. Niente vento. Tutto era immobile.
Era come se quel posto si fosse proibito di vivere nell' attesa di rinascere una volta arrivata la primavera. Il letargo di una frazione intera della terra...
Con il suo calore e il costante e intimo fruscio delle sue cellule che vibravano, Chris si sentiva come una scheggia rossa, in quel deserto bianco e blu. Una scheggia rossa dall' aura pulsante, come una piccola ma tenace lanterna.
Si strofinò gli occhi. Il freddo li irritava, li sentiva in continuazione asciutti e scottanti, come la pelle del suo viso.
La notte era calata prestissimo, come era ovvio. In quella stagione e a quelle latitudini, il giorno non è che uno sprazzo di luce, corto come la vita in confronto all' eterno riposo della morte. Ma rispetto alla sera prima, in cui lui e Leon avevano continuato ad avanzare a lungo anche dopo il tramonto, Chris si sentiva esausto. Erano circa le otto di sera, e si sentiva come se, avendo passato una notte intera a bere e fare sesso ad alternanza, si fosse dovuto alzare di prima mattina per andare al lavoro. Si lasciò invadere dall' ironia di quella metafora: non aveva mai avuto notti insonni e folli, neanche da giovane, e il suo lavoro non era certo uno di quelli che imponevano una routine così rigida... Nel pensare al perché della sua stanchezza, si vide parare davanti agli occhi l' immagine di Leon che dormiva nella tenda alle sue spalle.
La leggerezza che provava qualche istante prima svanì. Il freddo artico riprese a mordergli la pelle, ridicolizzando il calore che veniva da lui e che poco prima lo confortava.
Era stato quello che era successo quel giorno ad averlo svuotato, prosciugato. Non riusciva a mettere parole su quello che pensava, a incastrare in frasi sentite il turbinio di emozioni che lo agitava. Un certo numero di pensieri confusi e contraddittori faceva allegramente a cazzotti nella sua testa, ognuno più fastidioso e perturbante dell' altro.
Il suo compagno aveva compromesso l' esito della missione tentando in modo fantasioso il suicidio.
Ha cercato di uccidersi?
Aveva avuto paura.
Io ho avuto paura.
Odiava Leon.
Avrei fatto la stessa identica cosa.
Sospirò afferrandosi la testa fra le mani e abbassando lo sguardo dalla linea blu dell' orizzonte.
Cosa diamine gli era preso? Si era esposto al pericolo e gli aveva chiesto di ucciderlo.
Di ucciderlo, dannazione! Di sparare alla carica e di farlo saltare in aria alla stregua di quelle bestie contro le quali combattiamo entrambi da un' eternità! Di farlo esplodere insieme a quei mostri!
Non aveva cercato un' altra soluzione, un' alternativa? Era stato pronto a sacrificarsi così, senza neanche pensarci, per evitare che i mostri potessero scappare?
Avrebbero potuto catturarli.
Si, certo, come no...
Non avevano modo di saperlo.
Redfield scosse leggermente la testa. Con un altro sospiro, alzò il viso verso il velo scuro della notte, strizzò gli occhi per via della brezza fredda. Il cielo non era nero, ma di un grigio profondo tendente al blu, elettrico, carico di energia assopita, fremente. Avrebbe voluto trovare nell' immobilità del firmamento la pace e la calma necessaria a fare il punto, ma il cielo carico di nuvole, la nevicata che si avvicinava, l' odore dolce della tempesta che forse si sarebbe scatenata, non fecero altro che gettare altra confusione nella sua già dolorante testa.
Dio, con Jill era tutto così semplice...
Sentì le palpebre abbassarsi e si alzò.
Si stava addormentando, era meglio andare a chiedere il cambio. Ora doveva riposare, non era tempo per perdersi in speculazioni. Se si metteva a pensare così in quel momento, avrebbe perso la concentrazione necessaria a proseguire con la missione. Aveva rischiato il tutto per tutto con quel tiro improbabile, ci era riuscito, Leon era vivo, fine della storia.
Alzò la testa, si batté via la neve dai pantaloni, fingendo di aver chiuso la questione, rimandandola in realtà ad un altro momento.
Di una cosa, comunque, era sicuro: non avrebbe mai perdonato a Leon di averlo messo di fronte a quella scelta. Forse Kennedy non lo sapeva, ma si era trovato di fronte a quella decisione tante, troppe volte.
La missione o il compagno.
Il dovere, o... un' altra forma, più intima e personale, dello stesso dovere.
Aveva scelto di non scegliere. E così avrebbe sempre fatto.
Il freddo si insinuò fino alle sue ossa, facendolo rabbrividire suo malgrado, mentre si girava e compieva i pochi passi che lo separavano dalla tenda.
L' atmosfera tiepida che vi regnava lo avvolse, e senza veramente sapere perché, Chris pensò a Jill.
Leon era sveglio, e apparentemente lo stava aspettando: aveva le mani incrociate dietro alla testa, e apriva un occhio solo per guardarlo entrare, come un gatto infastidito. Il suo zigomo era ormai gonfio, e cominciava a assumere le tonalità bluastre di un ematoma fresco. Sembrava doloroso.
Leon si mise a sedere mentre Chris poggiava la coperta termica, tirava giù la lampo della giacca e si lasciava cadere sul suo materassino. Redfield chiuse gli occhi e lo ascoltò alzarsi, vestirsi con pochi gesti rapidi e sicuri. Nessuno dei due parlò. Non avevano nulla da dirsi. Leon prese il suo fucile, si avvolse il viso con la sciarpa, e uscì nel freddo polare.
Il biondo chiuse la porta dietro di lui e rimase un attimo fermo a fissare l' infinito manto azzurro che si srotolava sotto di lui come una specie di esotico e soffice tappeto. La pelle del suo viso si mise subito a bruciare e formicolare sotto l' attacco del gelo, e il lato sinistro del suo viso riprese a pulsare a lunghe ondate dolorose.
Si arrotolò nella coperta termica e si sedette a gambe incrociate, rivolto verso l' immensa distesa ghiacciata.
Ascoltò il silenzio, lasciando lo sguardo poggiarsi sulle traccie dei cingoli del veicolo che stavano seguendo, e riprosurre il loro percorso verso la sua destra fino a quando non sparivano nella lontananza e nella neve. Aveva la testa vuota, deserta come la taiga che lo inghiottiva. Frugò nella tasca interna della giacca, ignorando l' aria tagliente che si intrufolò verso la sua pelle, e ne estrasse un pezzo di carta rettangolare consunto e spiegazzato dall' essere stato troppo maneggiato.
Sospirò. Sapeva che doveva mettere da parte quel ritaglio, ma ancora non riusciva a separarsene. Da quanto tempo, ormai, sentiva costantemente la mano correre a verificare la sua presenza contro il petto? Ogni volta che le sue dita sfioravano quella superficie rugosa e sottile, si sentiva più calmo, anche se una strana punta gli infilzava il cuore. Era come se il dolore e il rimorso che rappresentava, venuti allo scoperto, lasciassero finalmente in pace le sue meningi doloranti, non come quando erano annidati dietro i suoi occhi e marcivano in silenzio tutti i suoi pensieri.
Imporsi la vista del viso sorridente e scherzoso di un Luis appena venticinquenne che abbracciava due colleghi altrettanto allegri mentre gli rimettevano un premio era doloroso, ma stranamente liberatorio. Un castigo autoinflitto, come per quei monaci che si imprimevano il peccato nella carne, gioendo del perdono pagato con la sofferenza. Niente perdono, per Leon, ma la soddisfazione macabra dell' autoflaggellazione aveva il pregio di esorcizzare il suo dolore. Contemplando quel ritaglio, contemplava il suo rimorso puro, nitido, intero, e quei momenti erano gli unici in cui il dolore si esponeva chiaramente, fuori da lui, fuori dalla gabbia nella quale lo comprimeva in ogni altro momento della giornata. Poteva guardarlo in tutta calma, permearsene a piacere, come il pazzo masochista che gli conveniva di essere.
Il giovanissimo Professor Sera e la sua squadra ricevono il riconoscimento della Commissione Scientifica per le loro ricerche sulla mutazione dei batteri, commentava il giornale spagnolo. Il resto dell' articolo, Leon lo sapeva a memoria: neo-laureato, Luis aveva diretto fruttuose ricerche nei laboratori del suo stato, fino a ricevere, l' agente aveva provato a sorridere pensandoci, i ringraziamenti della famiglia reale. Una giovane promessa per la scienza spagnola. Per Leon era stata una certa sorpresa scoprire che l' uomo che aveva visto per la prima volta in una casa fatiscente, legato e imbavagliato come un salame, fosse una figura di relativo rilievo nel panorama della scienza europea. Di certo non aveva dubitato un secondo della sua intelligenza, gli era bastato cogliere il riflesso vispo dei suoi occhi neri, la modulazione scherzosa e agile della sua voce colma di ironia.
Con il distintivo della polizia spillato a un camicie bianco che Leon non avrebbe mai pensato di vedergli addosso, Luis sorrideva vittorioso nella foto ingiallita.
Era a quell' epoca che Los Illuminados lo avevano avvicinato?
Avevano sfruttato la sua passione cieca per le loro sporche ricerche. Cosa aveva pensato il madrileno accorgendosi che la materia che studiava con tanta foga era stata applicata ad esseri umani, e che come un Einstein o un Da Vinci aveva, anche se indirettamente, preparato la morte di molti di quei popolani che lo avevano accolto?
Nonché la sua.
La sua stupida morte, avvenuta per salvare quell' agente sconosciuto che inaspettatamente aveva fatto irruzione nei suoi piani, variabile instabile, pedina accecata dal dovere, che aveva fatto collassare l' intera struttura della setta e di tutti i rapaci che ci vorticavano intorno. Leon sapeva di essere entrato in quella giostra calpestandone tutti gli ingranaggi e accapottando piani e contropiani nel suo avanzare in linea retta verso Ashley. E alla fine, non era riuscito ad impedire al campione di lasciare l' isola, perché non aveva potuto, come il buon senso avrebbe voluto, sparare a quel suo incubo vestito di rosso. Che tormentando il cuore che gli aveva stregato era riuscita già due volte a farlo fallire.
Ovviamente non aveva modo di sapere se quello che si era fatto sfuggire fosse il primo campione di Plagas a finire sul mercato nero, ma Leon non riusciva ad evitare di pensare che tutta la recente agitazione, Kijuju sopratutto, fosse colpa sua.
E al pensiero di Chris, che di sicuro dormiva nella tenda di un sonno troppo esausto per essere tormentato da incubi, il sonno del giusto, si sentiva colpevole. E debole. Per tutti quegli anni in cui Leon aveva voluto dimenticare, in cui aveva lasciato il governo, per paura di quello che poteva fare a Sherry, maneggiarlo come il pupazzo che era e sbatacchiarlo di qua e di là, prima in Sudamerica, poi in Spagna, a Harvardville e infine in quell' inferno di giacchio, Chris invece aveva volontariamente combattuto Umbrella con tutte le sue forze, si era scontrato di petto con tutta la sua forza esplosiva contro il muro della diplomazia, contro i borgli politici e contro i suoi incubi ed era sempre riuscito a compiere il suo dovere. E ora, aveva ucciso Wesker, ucciso quella specie di aborto di Umbrella che era la Tricell, ucciso, era sembrato, quel loro comune tormento. O almeno, così gli avevano detto... Perché, allora, erano entrambi ancora qui, in mezzo al solito inferno?
Un' emicrania fiorì fra le tempie di Leon. Cosa accidenti gli prendeva, quella sera? Stava guardando il ritaglio, stava di nuovo tuffandosi nelle acque pericolose della sua memoria.Non aveva capito che per continuare ad essere operativo doveva evitare a tutti i costi di riflettere? Aveva persino avuto un incubo...
Ecco, da bravo, svuota la mente. E se proprio devi pensare a qualcosa, pensa a Sherry. Chissà com' è cresciuta. Sarà felice? Avrà degli amici? Si sarà adattata alla sua nuova vita, avrà messo una croce su quella passata?
Sarà ancora viva?
Un brivido percorse tutto il suo corpo. Ok, pessima idea. Non doveva pensare neanche a Sherry.
Non doveva pensare a nulla.
Non doveva pensare e basta.
Chiuse gli occhi, accarezzando con delicatezza la carta inumidita dalla neve che stringeva fra le mani.
"Questo sì che si chiama montare la guardia."
Leon sobbalzò, voltandosi. Chris si strofinava gli occhi arrossati dal sonno e dal freddo, in piedi dietro di lui. Il governativo si alzò, ficcando il ritaglio in fretta e furia nella tasca interna della giacca, furioso di non averlo sentito avvicinare.
"Possiamo stare tranquilli, con una sentinella tanto vigile." rincarò Chris
Leon si preaparò a ribattere, acido, ma colse nello sguardo del moro un lampo di divertimento più che di rimprovero. Rimase immobile, diffidente. Chris sospirò e si lasciò cadere seduto, massaggiandosi gli occhi.
"Qual' è il tuo problema, Kennedy?" chiese con un sospiro
Leon si irrigidì.
" Direi, in primo luogo, che non ho appresso liquidi che non siano corporali per pagare una psicoterapia." rispose
Chris sorrise, smettendo tormentarsi le palpere e alzando verso di lui uno sguardo azzurro, sincero e stanco, chiaro malgrado il buio della notte.
"Allora lo sai cos' è una battuta." disse
Leon sostenne quello sguardo, non senza difficoltà, perché era così sincero, così semplice, così diverso, lo sapeva, dal suo, da fargli male. Poi Chris si distolse, osservando a sua volta i profondi solchi lasciati dal cingolato nella neve.
"Sei stanco?" chiese piano
Leon continuò a guardarlo con intensità. L' agente BSAA fissava la distesa di ghiaccio, imperscrutabile. Il suo profilo preciso si stagliava sullo sfondo azzurro. Pensò che volesse prenderlo in giro, ma Chris si voltò e lo fissò di nuovo negli occhi, così francamente da far capire di essere veramente preoccupato. Leon distolse lo sguardo e si sedette a sua volta, passandosi una mano sul viso.
"Già..." rispose in un sospiro
Ammettere una debolezza, costatò. Sei proprio alla frutta, imbecille.
"Pensavi alla Spagna?"
Leon si voltò di nuovo e si accorse che quella volta era stato Chris a continuare a fissarlo. Questi, inaspettatamente, forse per metterlo a suo agio, balenò un sorriso.
"Sai che certe notti non dormo finché non vado a cercare la pistola?" se ne uscì di punto in bianco " Praticamente, mi addormento solo stringendola."
Kennedy non credette alle sue orecchie. Cos' era, il momento delle confessioni? Si sarebbero raccontati le loro avventure, versato lacrime virili e finito per tirarsi pacche sulla schiena per tutta la notte? E Redfield pensava che ci sarebbe cascato?
Patetico.
"Un orsacchiotto un pò pericoloso..." Sentì la sua voce uscire dal nulla, rispondendo spontaneamente "Fai come me, abbraccia il coltello: la mattina non devi più farti la barba."
Si abbassò la sciarpa e con l' indice gli indicò un taglietto sul mento. Chris rise piano.
Ma che diamine...?
Leon non credeva a quello che era appena successo: come aveva potuto rispondergli in modo tanto sincero? Si tirò sù la sciarpa con un gesto un pò brusco, girando la testa dalla parte opposta a Chris per impedirgli di cogliere il lampo confuso dei suoi occhi.
Rimasero in silenzio alcuni minuti.
Chris era calmo, ma sentiva bene l' agitazione di Leon. Doveva ammettere di essere sopreso: in verità, non si aspettava una risposta tanto aperta, tanto normale dal collega. Aveva più previsto di farsi mandare a cagare, a dirla tutta.
Allora perché sei venuto fuori a cercare rogne?
La risposta in realtà era semplice: perché gli sembrava giusto. Perché Leon poteva anche essere sprezzante, freddo, insensibile, - testa di cazzo, aggiunse mentalmente con una punta di divertimento-, atteggiarsi come una macchina da guerra priva di paure e rimorso, ma rimaneva il suo partner. E quando il suo partner dava segni tanto ovvi di disagio, Chris sapeva che la migliore soluzione era parlargli, spingerlo a rendersi conto che poteva fidarsi di lui. Che potevano fidarsi l' uno dell' altro.
Abituati entrambi alla solitudine, non avevano problemi a non proferire parola durante periodi anche molto estesi. Uniti, i loro silenzi si intrecciarono in un abbraccio conciliante, stretti ma lasciandosi l' un l' altro lo spazio per svilupparsi tranquillamente.
Poi, lentamente, con difficoltà, Leon mormorò a bassa voce, come se temesse di turbare Chris e di violare il suo silenzio:
"Mi dispiace."
Chris cercò di non mostrare quanto fosse sorpreso, rassicurato e contento, e si girò con lentezza controllata verso Leon.
Questi aveva lo sguardo vacuo, coperto come da un velo, e fissava qualcosa di impalpabile oltre al ghiaccio sotto ai suoi piedi. Era facile intuire quanto gli costasse quella confessione. Stava abbassando le difese che aveva messo tanto anni a costruire. Ma perché ora, perché con lui?
Forse proprio perché ora e con lui.
Due sopravvissuti del 1998. Due guerrieri, due uomini che si erano fatti, tempo fa, la stessa promessa: distruggere la Umbrella Corporation, proteggere gli esseri umani dalla loro follia, punire coloro che avevano investito tante vite innocenti nella bilancia truccata del mercato.
Due uomini, malgrado tutto. Due esseri umani, di cui uno con una fiducia infinita verso il resto della loro specie, e l' altro che, Chris lo capiva pienamente solo adesso, si era addestrato a fare l' esatto opposto.
Aprì la bocca per rispondere, ma Leon fù più veloce e lo interruppe. Stava diventando un' abitudine.
"Dovresti andare a dormire." disse "Ho il sospetto che domani non sarà una passeggiata."
"Già." sospirò Chris alzandosi "Già, hai ragione."
Chris si era spinto troppo in là. C' era molto da dirsi, tante di quelle cose da raccontarsi, ma non quella sera. Leon aveva ricevuto il messaggio, aveva risposto, ma aveva bisogno di tempo per metabolizzarlo. Cissà, forse domani si sarebbe chiuso di nuovo, avendo passato tutta la notte a ricostruire il muro che quella sera aveva abbattuto. Qualcosa, però, disse a Chris che quel passo in avanti non fosse altro che il preludio a una lunga camminata. Stava per aprire la zip della tenda, quando sentì la voce di Leon dietro di lui.
"E Redfield..."
Si voltò. Leon fissava ancora il suolo gelato mentre proseguiva:
"...grazie. Quel tiro era... praticamente impossibile. Sei un cecchino formidabile."
Compensare quel ringraziamento inaspettato con complimenti militari: era proprio nel suo stile. Chris si mise le mani sui fianchi, sentendo un sorriso allargarsi sulle sue labbra.
"Cosa vuoi che ti dica?" rispose alzando le spalle " È la pratica."
Solo loro potevano capire quanto quell' umorismo fosse nero.
"E ad ogni modo, neanche tu scherzi: hai fatto almeno cinquanta centri con la sinistra."
Leon alzò le sopracciglia, inclinando la testa di lato con un piccolo sbuffo.
"Gli spari però erano sessanta."
Chris si voltò nuovamente, ma si fermò un' altra volta, un attimo prima di entrare nella tenda.
"Anche a me dispiace." disse " Per il cazzotto, intendo."
Sentì Leon alzare le spalle.
"Me lo sono meritato." rispose
Chris entrò nel loro riparo, ma non resistette alla tentazione di gettare uno sguardo indietro. Leon era sempre immobile, seduto, ma sulle sue labbra aleggaiva, timido e lieve, un sorriso segreto.
Vi raccomando l'ascolto della canzone "Stop and Stare", proprietà dei OneRepublic, immaginandovi cosa sarebbe stato il rapporto di Chris e Leon se si fossero conosciuti in un mondo diverso, dove la Umbrella non esiste e nulla degli orrori della loro vita è venuto a separarli. E preparatevi perché quest' AU un giorno prenderà la forma di una fic da parte mia ;D
Si, lo sò, è un atro di qeui capitoli di pausa, ma non posso impedirmene, li amo troppo XD Inoltre a mio umile parere questa è una parte importante della storia... anche se non sono riuscita ad esprimere tutto quello che volevo.
Ad ogni modo, grazie a chi legge, chi segue, e a chi recensisce!
A presto, spero!
Glaucopis
