Evanescence, Where Will You Go
La sedia di metallo alla quale era legato con del nastro adesivo non era stata ideata per chi avesse un guscio dietro la schiena. Raffaello si trovava quindi costretto in una posizione alquanto scomoda, con le braccia tese bloccate insieme dietro la spalliera ed il busto piegato in avanti. Inoltre le gambe erano leggermente divaricate e fissate un po' troppo strettamente ai piedi anteriori della sedia.
Non aveva sentito bene quello che gli avevano detto quando l'avevano lasciato rinchiuso in quella piccola stanza illuminata da una fredda luce al neon. Le orecchie ancora fischiavano e si sentiva la testa in una boccia di vetro.
Aveva sentito però ben forte il pugno in faccia che gli era arrivato prima quando con il comando vocale aveva ordinato al T-phone l'autodistruzione. Una delle trovate più geniali del suo fratello nerd, che almeno adesso gli stava dando un piccolo conforto per il fatto che la loro tana non sarebbe stata rintracciata. Almeno suo padre era al sicuro.
Almeno lui.
Per quanto riguardava i suoi fratelli, non ne era così convinto. In primo luogo vi era la lieve ansia per la mancanza di comunicazione con i suoi fratelli minori; non era sicuro che fossero in pericolo, forse si trattava solamente di un piccolo problema di comunicazione che si sarebbe potuto risolvere al rientro con qualche pacca sulla testa. I suoi "fratellini" erano in gamba, lo sapeva. Se avesse mai avuto il minimo dubbio in proposito, erano bastati i difficili avvenimenti dei mesi scorsi a dissiparlo del tutto. Diamine, quanta feroce determinazione nel tranquillo Donnie. E con quanta devastante risolutezza combatteva Mikey quando le cose si facevano serie. Il ricordo di come ruotava il suo kusarigama contro di loro gli faceva venire ancora i brividi…
Ma adesso, solo un pensiero trafiggeva come un chiodo la sua mente.
Leonardo. La paura per la sorte di suo fratello permeava la sua anima nonostante si sforzasse di scacciarla via. L'esplosione era stata devastante, e per quanto ne sapeva, suo fratello era proprio in quella stanza di fuoco quando la deflagrazione ha scosso l'intera struttura. Lui stesso era sopravvissuto per puro miracolo, poiché era lontano e con le spalle alla porta, ma si sentiva ancora tutto indolenzito come se fosse stato travolto da un treno. La pelle del viso, del collo, della parte anteriore delle braccia e delle gambe, era poi arrossata per la lieve ustione e pizzicava dolorosamente. Se fosse stato dentro la stanza, non avrebbe avuto scampo. E Leo… Leo dov'era in quel momento? Sperava che si fosse allontanato da dove aveva sentito per l'ultima volta la sua voce che lo chiamava.
Leo, so che ce l'hai fatta. Non combinarmi questa, fratello.
Lui doveva credere, doveva convincersi che suo fratello ce l'aveva fatta. Come gli diceva sempre il suo Sensei? Allontana i pensieri negativi e concentrati sul presente. Ed attualmente lui aveva un bel po' di problemi.
Ha girato la testa verso il tavolo alla sua sinistra. Il T-phone giaceva distrutto accanto ai suoi sai, agli shuriken, alle due bombe fumogene fabbricate da Donnie con i gusci d'uovo.
Ed accanto a tutta una serie di arnesi che l'hanno fatto rabbrividire.
Delle tenaglie, dei coltelli di varie dimensioni, un martello, uno sfollagente, un tirapugni, un piccolo saldatore, una batteria d'automobile ed altri oggetti dei quali preferiva ignorare la funzione.
Lo sapeva, erano messi lì in bella mostra per spaventarlo. Ebbene, ci stavano riuscendo benissimo. Dire che aveva paura sarebbe stato un eufemismo. Era terrorizzato. Ma avrebbe fatto suo meglio per non darlo a vedere, quei bastardi non avrebbero mai avuto questa soddisfazione.
Ha abbassato lo sguardo al pavimento. Vecchie macchie di sangue rappreso raccontavano storie di bestiale ferocia. Raffaello ha cercato di mantenere calmo il suo respiro. Cosa diavolo combinavano questi macellai in questa stanza? Temeva di doverlo scoprire di lì a poco.
Ha rabbrividito nuovamente. Sentiva il cuore battergli forte dentro il carapace.
Dannazione, Leo. Dove sei? Ho bisogno di te. Adesso.
Quando la porta si è aperta, si è dato dello stupido per aver sperato per una frazione di secondo che fosse suo fratello. Invece erano quattro uomini con le divise nere della sicurezza che avevano tutta l'aria di appartenere piuttosto ad un reparto armato.
Due di loro si sono fermati ai lati della porta; un altro, uno smilzo di colore con una profonda cicatrice sul volto, si è avvicinato al tavolo, ha preso un coltello ed ha iniziato a girarselo tra le mani.
Diavoli dell'inferno, si comincia.
Il quarto gli è venuto così vicino da poter sentire l'odore della sua colonia. Alto, muscoloso, capelli brizzolati tagliati cortissimi, gelidi occhi grigi, l'ha guardato un attimo con un'ostentata espressione di disgusto.
"Iniziamo con una domanda facile facile: cosa cazzo sei, mostro?" Mani dietro la schiena, ha avvicinato il suo volto a quello di Raffaello e ha piegato il collo con un sorriso cinico; la sua voce era il verso di una iena.
Calmo. Raffaello stava ordinando a sé stesso di restare calmo. Loro non sapevano chi fosse. Non sapevano niente di lui. Doveva cercare di trovare qualche storia che gli desse qualche chance, o che gli permettesse almeno di guadagnare un po' di tempo. Doveva pensare, in fretta. Avrebbe voluto avere in quel momento la calma di Leo, o l'intelligenza di Donnie, o l'empatia di Mikey. Invece lui non aveva nessuna delle tre cose. E non riusciva a pensare a niente, dannazione!
"Mi hai sentito? So che puoi parlare, mostro."
L'uomo dagli occhi grigi ha girato lentamente intorno a Raffaello, e si è fermato alle sue spalle. Il mutante ha sobbalzato suo malgrado quando con un dito gli ha toccato il retro della testa; il dito era scorso avanti e dietro, come a verificare che fosse vero, fatto di pelle e carne e non plastica.
Poi l'uomo ha iniziato a scorrere le dita di entrambe le mani sul bordo del carapace, dietro il collo, nella parte nascosta dove il guscio si univa alle spalle. Raffaello era teso, tutti i muscoli irrigiditi. Quel contatto lo disgustava, gli faceva venire i brividi. L'uomo si è spostato nuovamente davanti a lui, a scorrere le dita sulla pelle ustionata delle braccia, premendo un po'con le unghie a lasciare delle piccole striature rosate.
Raffaello non riusciva a rallentare il suo respiro. Paura, ribrezzo, rabbia si rimescolavano nel suo sangue.
"Sei strano, mostro. Sei qualcosa tra un uomo ed un animale. – Ha nuovamente avvicinato il suo viso, un ghigno malvagio sul volto rasato – La domanda è: sei più uomo o più animale?"
Così dicendo ha stretto la sua mano sull'interno della coscia del giovane mutante, vicino all'inguine. Raffaello ha spalancato gli occhi. Il respiro gli si è bloccato in gola per un attimo.
Mai, mai in vita sua si era sentito così. Mai aveva subito un'umiliazione maggiore. Avrebbe voluto morire lì, in quel momento. Una paura nuova, sconosciuta, un senso di impotenza e di debolezza infinito, una mortificazione senza pari. Qualcosa che faceva sembrare un'inezia qualsiasi timore che avesse avuto fino a quel momento e che gli spalancava oscenamente davanti una nuova forma di orrore, ancora più buio, morboso, disonorevole.
La parte razionale che era in lui aveva cercato di persuaderlo che quella era una tecnica del torturatore per umiliare, annichilire, annientare la dignità della sua vittima, e gli stava chiedendo di resistere, di calmarsi, di lavorare d'ingegno per salvarsi la vita. Ma quel pensiero razionale era stato travolto e distrutto dalla piena di una rabbia e una furia senza pari.
"AHH" un grido si era alzato dalla sua gola, mentre scattava la testa in avanti con l'intenzione, delusa, di mordere, lacerate, strappare quella mano disgustosa; allora ha iniziato a dimenarsi sulla sedia, tendendo i muscoli in uno sforzo disumano, le vene pulsanti sul suo collo.
Tutto il corpo fremeva, mentre urlava e si torceva per liberarsi dalle costrizioni, le mani si contraevano, la testa si dimenava furiosamente. In quei secondi non riusciva a vedere niente, a capire niente; era solo rabbia, e la bocca sbavava e gli occhi piangevano e la gola era in fiamme.
Si è accorto appena di essere caduto sul pavimento, mentre l'uomo sopra di lui adesso rideva, e quella risata sembrava a Raffaello uno stridere di lame, e un sibilare di serpenti.
Lo smilzo con la cicatrice ha alzato Raffaello da terra, poi l'uomo dagli occhi grigi è tornato a rivolgersi al giovane mutante, sempre ridendo.
"Piano, piano, sei troppo teso, ragazzo mio." Ha tirato fuori dalla tasca un involucro di carta. Raffaello ha potuto vedere che prendeva in mano delle piccole pastiglie bianche. "Adesso lo zio Kurtis ti darà qualcosa per calmarti, e poi ci possiamo fare una bella chiacchierata tra amici."
Raffaello non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse succedendo che l'uomo di colore accanto a lui gli ha stretto i lati delle guance con una forza che non si sarebbe aspettato e gli ha velocemente ficcato in bocca un tubo di metallo, a raschiare dolorosamente il palato; l'uomo dagli occhi grigi gli ha allora fatto scivolare le pastiglie giù per il tubo, diritte in gola. Quindi il tubo era stato ritirato. Tutto in pochi secondi. Rapidi, precisi. Professionisti.
Raffaello tossiva mentre l'uomo di colore, che gli teneva la testa ancora sollevata verso l'alto, chiedeva all'altro: "Quante gliene hai date?"
"Tre."
"Tre? Cazzo. L'hai fritto."
"No. Per un po' terrà. Poi vedremo."
Raffaello ormai aveva superato tutte le fasi della paura.
Si è ritrovato a pensare alla sua casa, a suo padre. A come si sentiva al sicuro quando lui lo prendeva per mano quando andavano a cercare materiale in giro per le fogne. Ha pensato ai suoi fratelli. Alle maratone di film davanti alla TV.
In quel momento ha sentito che tutto era perduto.
