Era corsa sul luogo del delitto ripromettendosi di tornare in ospedale una volta finito lì, ma non poté farlo perché il caso era complesso e aveva avuto uno strascico lunghissimo di scartoffie da compilare al distretto. L'ufficio gelido non aveva alcuna attrattiva se non che almeno c'era un tetto sulla testa e il vento lì non arrivava, all'ennesimo modulo compilato si era fatta una nuova promessa, sarebbe andata non appena l'ultimo foglio avesse preso posto sulla pila difronte a lei.
Di buone intenzioni in buone intenzioni erano passate più di ventiquattro ore, tre delle quali le aveva dormite riversa sulla scrivania, il blizzard aveva mietuto vittime anche tra i poliziotti, molti si erano ammalati e quelli rimasti in servizio si erano ritrovati a coprire i turni vacanti, compresa lei. Si stirò cercando di riprendere il controllo delle sue membra intorpidite, prese il cellulare, iniziò a digitare un messaggio e, per la quarta volta in quelle ore, lo cancellò quando era arrivata alla fine. Perché era così difficile? E perché nonostante fosse ormai certa di essersi immaginata tutto, continuava ad avere la sensazione d'aver provato emozioni, sentimenti non suoi, ma di Castle? come era possibile? Forse le due dita di whiskey non erano state solo 'due dita'… prese la borsa, si avvolse la sciarpa attorno al collo e uscì, aveva rimandato fin troppo
Stava decisamente meglio, la sensazione di essere stato investito da un tir in corsa l'aveva finalmente lasciato per qualcosa di più blando, ora gli sembrava solo di dover smaltire l'acido lattico di una maratona, il cuore funzionava a dovere, i polmoni anche e tutti gli altri organi fondamentali. Anche il cervello lavorava a pieni ritmi, ad una velocità decisamente troppo elevata, era pieno zeppo di interrogativi che spesso s'infrangevano su qualche immagine nebulosa che non riusciva a decidere se archiviare tra i ricordi o tra le produzioni oniriche di quelle ore
Continuava a nevicare e si accorse che il solo vedere quello spettacolo gelido gli provocava brividi di freddo, il corpo ricordava come tutto fosse iniziato. Le venne in mente il berretto di lana di Beckett, sorrise tra sé, che diavolo andava a pensare? Poi il ricordo si fece più ampio e preciso e diverso, decisamente diverso, il cuore iniziò a battere più velocemente, possibile? Possibile che invece fosse tutto vero?
Aveva bisogno di parlarle, non sapeva ancora cosa esattamente le avrebbe detto, ma sentiva l'urgenza di farlo. Prese il telefono, poi lo lasciò, per telefono no, aveva bisogno di guardarla negli occhi, perché più ripensava allo sguardo che aveva ricevuto appena tornato tra i vivi e più era certo che cozzasse con il saperla legata ad una altro uomo.
Cercò i vestiti ma non ne aveva, giusto, era arrivato lì senza quasi nulla addosso, uscì nel corridoio trovò una stanza di servizio, in tutti i film c'è sempre un infermiere che lascia la sua uniforme appoggiata su un carrello, pronta all'uso del protagonista di turno, no? Bingo! Pantaloni e camice a maniche lunghe, non proprio caldissimo ma meglio del camice aperto che indossava in quel momento. Si diresse risoluto verso l'uscita, rallentando mano a mano che si avvicinava alla porta, ebbe una specie di déjà-vu, si rivide sbattuto a terra, respinto da qualcosa di sconosciuto, e poi fuori, con lei. Le porte automatiche si aprirono anche se lui si era fermato alla soglia, una folata di vento gelido lo investì risvegliandolo dai suoi pensieri confusi, fece un passo verso l'esterno ed un altro, faceva troppo freddo ma lui doveva andare da lei e parlarle.
Era arrivato vicino al parcheggio, cercava un taxi ma sembrava fossero stati tutti inghiottiti dalla bufera, un tocco alla spalla lo fece girare di 180°, pensava che qualcuno dall'ospedale si fosse accorto della sua fuga, s'era già preparato l'espressione contrita di circostanza, e invece trovò il viso preoccupato di Beckett. Infagottata nella sua giacca a vento, sciarpa alta quasi fin sulla bocca e immancabile berretto che però lasciava scoperta la rughetta profonda sulla fronte
"cosa ci fai qui all'aperto vestito come fosse primavera? Torniamo dentro Castle non ti è bastato il terrazzo?"
si tolse la sciarpa e gliela passò sulle spalle mentre lui tentava di spiegare le sue intenzioni "avevo bisogno di parlarti"
"esistono i telefoni"
"non sempre si può parlare al telefono…"
"potevi… insomma fare tutto tranne che andartene in giro in quel modo!"
Lo aveva riaccompagnato fin dentro la sua stanza, poi era uscita senza dire una parola e lui aveva perso ogni velleità, non era venuta per lui, stava andando da Josh e l'aveva incontrato per caso nel parcheggio, idiota, idiota, idiota!
Abbassò lo sguardo e s'accorse che aveva dimenticato il cappello, di nuovo quel cappello che lo perseguitava… se lo rigirò tra le dita, avrebbe dovuto cercarla per restituirglielo, ma non aveva voglia di assistere ad un incontro tra fidanzati, era meglio, molto meglio, quello che si era immaginato lui… con lei che piantava in asso il dottor motocicletta nel corridoio dell'ospedale
Era talmente preso da quei pensieri così poco edificanti e assolutamente scorretti che non si era accorto che lei fosse rientrata, con due tazze fumanti nelle mani
"ecco, bevi, così ti riscaldi, che devo fare con te?"
" " ora non stava sognando vero?
Ne bevve un sorso "è il secondo caffè che mi porti, mi ci potrei abituare…" lo disse senza pensarci, perché era così, lui ricordava che…
La vide sbiancare "e tu come… quindi è vero?" l'espressione con cui accolse quella frase era un misto di stupore e sollievo, come se anche lei avesse passato le ultime ore a rimestare in ricordi e sensazioni del tutto spiazzanti
"non ne ho idea, io ricordo delle cose… ma alcune sono solo frutto della mia immaginazione credo" alzò le spalle stringendo la tazza tra le mani, ora poteva farlo ed era bellissimo
"tipo?" lei lo incalzava, aveva bisogno di capire
Sospirò, tanto cosa aveva da perdere "tipo tu e Josh… nei miei ricordi eravate in corridoio e…"
"L'ho piantato in asso, sì. Eri lì anche in quel momento?" le tremò leggermente la voce insieme alle mani lui alzò lo sguardo che aveva tenuto fisso sul liquido nero fino a quel momento "ho paura a dirlo ad alta voce, ma… credo di sì" quindi non si era immaginato nulla? Era vero! lei e Josh avevano rotto e lui li aveva ascoltati…
"eri lì… vedevi e sentivi tutto" non era esattamente una domanda, più una presa di coscienza, ci stavano arrivando insieme
"io, non ne sono sicuro, però una cosa me la ricordo benissimo e sappi che non te la perdonerò mai Beckett"
"Cosa?" lo guardò sospettosa, ma la scintilla nei suoi occhi aveva già avvisato che il registro stava cambiando, più leggero forse, le sembrava avesse abbozzato anche un sorriso
"Il berretto di lana? Sul serio? Ho ancora la sensazione di averlo in testa, il pizzicore insopportabile" continuava a tenerlo tra le mani, incapace di esprimere a parole il senso di tenerezza che gli aveva smosso quel gesto fatto quasi per disperazione
Lei aveva colto la palla al balzo, ormai erano sulla china di un discorso del tutto inverosimile, per tutti, tranne che per loro due
"ah, vogliamo parlare di cose imperdonabili? Ok, eri in casa mia" aveva posato il caffè e si era portata le mani sui fianchi, modalità molto battagliera, lui l'adorava quando faceva così
"sì e con questo?" mise l'espressione più innocente che riuscì a riprodurre, sperò che i suoi occhi blu facessero il resto, stava giocando decisamente sporco
"Mentre facevo la doccia, ero NUDA" le mani sempre sui fianchi, l'espressione scandalizzata, o almeno provava a mostrarsi così
"ero sempre girato dall'altra parte…" lui invece sfoggiava espressioni da testimonial di onestà e correttezza, neanche fosse un candidato alle elezioni
"E dovrei fidarmi…" stava cedendo, le mani erano scese lungo il corpo e forse stava per sedersi sul bordo del letto
"Sì. Sono stato un gentleman, lì e nello spogl… ops" si pentì immediatamente, la vide scattare di nuovo con una molla "Nello spogliatoio del distretto? Anche lì mi hai seguita?"
"Io non potevo farci niente, era una specie di energia…" niente, l'espressione innocente non sembrava funzionare più
"Certo, sì chiamiamola energia…sei solo un guardone" alzò la testa cercando di mostrarsi molto, molto indignata, ma poi cercava di guardarlo con la coda dell'occhio
lui se ne accorse e affondò "Se lo avessi fatto ora saprei dove hai quel tatuaggio…"
"Uhm, non lo hai visto… ma hai pensato di farlo" incrociò le braccia, armistizio?
"Eh beh, quello devi concedermelo, ero incorporeo, alquanto confuso… sarebbe stato una specie di premio di consolazione" subdolo ad usare il suo stato, veramente poco sportivo… ma quella non era una gara e lei decise che la schermaglia poteva anche terminare lì "Ok, è una rondine, piccola"
"Dove?" gli occhi speranzosi vagarono liberi alla ricerca di qualche indizio
"Uhm, pensavo volessi scoprilo da solo…" stavolta sì, si era seduta molto vicino a lui che davvero non aspettava altro da giorni, poter avvertire la vicinanza del suo corpo, e sapere che se avesse voluto avrebbe potuto anche sentirlo sotto il suo tocco, non immaginava Rick, quanto il suo desiderio fosse simile a quello di Kate
"oh, ma questo devo interpretarlo come un invito…" le prese la mano, per ora si accontentava di quello
"non lo so, sto ancora aspettando io l'invito alle cena che avresti vinto…" alzò il sopracciglio in segno di sfida
"aspetta che mi rilascino da questo posto e vedrai ti lascerò a bocca aperta" sfida raccolta
"mi accontento di bocca piena di ottime leccornie, non farmi tremare i polsi anche nel pensare al nostro appuntamento"
"appuntamento, che bel suono non trovi? Si lo so che detesti fare le cose in modo tradizionale, soprattutto il fatidico primo appuntamento" parlò senza pensare, e quell'affermazione stupì anche lui, ma come faceva a saperlo?
"e tu cosa ne sai?"
"ed io cosa ne so…non lo so…" era spiazzato anche lui, quanto lei "stai facendo giochetti di parole ora?"
"no è che è strano ma forse… il fatto che io t'abbia potuta vedere senza vestiti è l'ultima cosa per dovresti preoccuparti" aveva capito, forse
"ora mi inquieti"
"avevi paura del buio, ma non volevi la luce accesa" altro ricordo non suo ma di Kate, che lei non gli aveva mai raccontato…
"chi te lo ha detto? Mio padre, è stato qui? Quando?"
"non ho mai avuto il piacere di incontrare tuo padre… sei stata tu" la guardò improvvisamente serio, aveva dovuto attraversare il suo corpo per indurla a guardare verso la finestra, per salvarla da McCain e in quel momento era successo qualcosa
"ma io non… ohh aspetta… aspetta…- alzò gli occhi come per fare mente locale - hai una lista dei desideri… e in cima ci sono io?" finì la frase incredula di ciò che aveva detto, confusa, e colpita dal significato di quel ricordo non suo
"ok, questo gioco sta diventando allarmante… ma ora so perché sono riuscito a riprendermi il mio corpo, nonostante tutto"
"credo di saperlo anche io. Ti ho sentito sul letto… ma pensavo fosse solo il parto della mia immaginazione, desideravo così tanto che tu ti risvegliassi che…"
Non le fece terminare la frase, la baciò, non ce la faceva più ad aspettare, era stato doloroso essere lì disteso accanto a lei e non poterla toccare, baciare, ora invece poteva farlo, doveva farlo o sarebbe impazzito
"Ti ho sentita, sai, quando sei uscita dall'ospedale e hai guardato su, verso la stanza e ti ho sentita ancora di più quando sono entrato per metterti in guardia da McCain"
"Ed io ho sentito te"
Stavolta lo baciò lei, tenendogli il viso fra le mani
"Lo sai non credo che possano esistere parole per descrivere quello che ho sentito quando eri lì, con me, non pensavo che potesse esistere un sentimento così forte e tu lo provi per me?"
"Non ci posso fare niente, è una specie di energia…"
Sorrise e la baciò ancora, poi si ritrasse guardandola serio
"Invece, nonostante quel viaggio astrale dentro di te, credo che rimarrai per sempre, il mistero più grande da risolvere, ritengo mi ci vorranno anni, decenni di accurato studio…"
"mi sacrificherò per la scienza, allora"
Alle sette, sarebbe passato alle sette in punto, "primo appuntamento in piena regola, rilassati non sono così brutte le tradizioni…" quella frase le rimbombava nella mente mentre era arrivata ormai al decimo vestito scartato. Tre fatti fuori perché appartenenti ad ere prossime ai dinosauri, due le avevano posto seri dubbi esistenziali del tipo 'forse ho passato anni posseduta da un essere dai gusti pessimi', gli altri cinque erano uno troppo sexy, l'altro troppo serio, l'altro ancora troppo sportivo seguito da uno troppo succinto e infine uno troppo e basta.
Fissava l'armadio semivuoto, seduta sul letto, non aveva mai avuto problemi a decidere cosa mettersi per far colpo su un uomo al primo app… un attimo, ma lei non doveva fare colpo, quello lo aveva già fatto, no? Doveva solo essere… sé stessa, ed era… ed era… difficilissimo!
Si lasciò andare con la schiena sul materasso pieno di vestiti, chiuse gli occhi, era nervosa sì, perché voleva semplicemente che tutto fosse perfetto, alcune immagini iniziarono ad emergere da recessi lontani, non erano ricordi suoi, non erano rimasugli di sogni, ora sapeva cosa fossero, non le era più capitato da giorni, le lasciò risalire del tutto in superficie, e quando arrivarono si rese conto che non erano immagini vere e proprie erano più simili a residui di stati d'animo, sorrise rimanendo ad occhi chiusi, non aveva bisogno di quei ricordi rubati a Rick, lei lo sapeva già, lo aveva capito fin dall'inizio quale fosse il vero Rick Castle, forse la prima volta che le aveva sorriso sincero e poi quando lo aveva visto con Alexis. I suoi matrimoni, falliti perché anche lui aveva le sue paure, alla ricerca della persona giusta da amare, si era dato colpe che non aveva, e non aveva capito, no fino a tre anni prima non aveva idea di cosa fosse realmente l'una e sola, ora lo sapeva eccome.
Kate si tirò su, aveva deciso, era perfetto, sarebbe stato tutto perfetto.
Suonò, lei scese, si godette la sua espressione estasiata mentre varcava la soglia del palazzo, probabilmente anche il suo sguardo non lesinò complimenti al suo splendido accompagnatore che con un sorriso divertito si affrettò ad aprirle lo sportello della Mercedes grigia che li attendeva, esagerando nei gesti da gentleman "non mi innervosirai con tutta questa manfrina, sappilo, mi sono preparata"
"non credo…" le sorrise compiaciuto, salì in auto girò l'isolato poi fermò l'auto
"Ed ora, che succede?"
"Succede che avevo promesso di lasciarti a bocca aperta… e poi… il concetto di 'appuntamento tradizionale' può reggere ad una nuova tradizione credo"
"Ma cosa…"
"Ti serviranno queste, credo…"
Le porse una scatola e l'aprì, un paio di sneakers facevano bella mostra di sé all'interno, lei le guardò poi guardò lui sempre più soddisfatto "intendiamoci quel tacco 12 è incredibilmente sexy, ma se vuoi guidare quella credo non vada bene"
Seguì il suo dito e alla fine della traiettoria c'era la Ferrari tirata a lucido "ma… non ho vinto la scommessa…"
"no, ma lo hai preso tu il cattivo, non io e poi… adoro quando innesti le marce…"
"sei un feticista delle marce?"
"uhm, sì e del collo piede da tacco 12, e degli occhi verdi screziati di marrone, e del profumo di ciliegie e…"
"…e fermati o non saliremo mai sulla Ferrari…"
"non ti priverei mai di quel piacere…"
"sei tremendo Castle…"
"ok… ok… ti avevo promesso che avremmo mangiato leccornie, prima… andiamo" le porse le chiavi da cui pendeva un cavallino rampante, lei le prese fermandone l'oscillazione ma non le tolse subito dalle sue mani, al contrario sfiorò le sue dita e gli fece eco lasciandogli un'occhiata maliziosa "prima…"
Due ore dopo, una corsa in Ferrari, una cena divertente e rilassata, erano finalmente dove avevano voluto essere, tra le braccia l'uno dell'altra, ad ascoltare i battiti accelerati provocati dal piacere appena raggiunto, la mano di Castle che disegnava lo stesso percorso di sere prima, quando incorporeo l'aveva desiderata e aveva creduto di doverla salutare per sempre. Anche Kate, con gli occhi chiusi, riviveva quegli attimi, poi li riaprì per godersi il presente, vivo, fisico e unico.
fine
