Capitolo 7

Brittany si prese l'intera settimana libera. Aveva detto ad Artie che stava molto male e che in quelle condizioni per lei non c'era modo di vedere alcun cliente - sapeva che così non aveva altra scelta che lasciarla a casa. Artie aveva ragione su una cosa - lei era il suo diamante e nessun'altra aveva così tanti clienti fedeli che continuavano a tornare con un certa frequenza, sarebbe stato un pazzo a licenziarla. Brittany sapeva che probabilmente le avrebbe fatto fare turni extra una volta tornata, probabilmente sarebbe dovuta andare a casa sua per ripagarlo di tutto, ma in qualche modo nonostante questo sarebbe sopravvissuta.

La bionda sapeva che aveva bisogno di ogni minuto del suo tempo libero per rendere la vita di Abbey il più piacevole possibile - ed era consapevole che sarebbe stata quasi una sfida.

Nonostante il fatto che Brittany non sapeva quasi niente di come allevare un figlio, Abbey era in un una situazione parecchio incasinata. Le mancava suo padre, era bloccata con una persona che conosceva solo grazie alle occasionali visite durante le festività, e doveva dormire in una casa a lei estranea. Aggiungendo il fatto che era stata testimone di Dio sa cosa la notte che Puck era stato arrestato. Un casino, questo era.

Il problema principale di Brittany era che Abbey si rifiutava di parlare con lei. Si era completamente chiusa, diceva solo qualche parola quando piangeva. Cominciò lungo il viaggio dalla stazione di polizia fino all'appartamento di Brittany durante il quale Abbey non aveva fatto altro che fissare fuori dal finestrino con gli occhi pieni di lacrime.

La bionda le aveva costruito un seggiolino con alcuni cuscini così che la bambina minuta potesse sedersi più in alto nel sedile del passeggero. Le aveva comprato una piccola bottiglia di Fanta, sperando che la limonata l'avrebbe aiutata a farla sentire un po' meglio. Ma Abbey non faceva altro che guardare con sguardo perso e asciugarsi le lacrime che non la smettevano di cadere.

"Ehi Abbey…" cominciò Brittany, "So che adesso sei molto triste, ma io mi prenderò cura di te, okay? Non devi avere paura. Papà è…" Dov'era papà? Cosa doveva dire a sua figlia su dove era suo padre? Non ne aveva idea.

"Papà per un po' non può tornare a casa perché a fatto una cosa che non poteva fare… ma quando tornerà, allora nessuno sarà più arrabbiato con lui perché avrà imparato dai suoi errori…"

Brittany scosse la testa a se stessa - era una cosa comprensibile per una bambina di quattro anni? Non lo sapeva, e la mancanza di reazioni da parte di Abbey non era esattamente d'aiuto.

"Quindi mentre tuo padre non c'è, starai con me, okay? Tu e io ci divertiremo insieme, sarà come una vacanza! Non è bello? Una piccola vacanza dove faremo tantissime cose divertenti e, prima che tu te ne renda conto, tornerà tutto alla normalità!" Cercò di sorridere felicemente alla piccola ma in realtà non era per niente felice. Niente sarebbe tornato alla normalità, non entro qualche anno. Non riusciva a crederci, solo alcuni minuti con sua figlia e stava già mentendo di nuovo.

Abbey guardò oltre con le guance arrossate e un'espressione tormentata sul viso, tirando il suo cuscino per abbracciarlo più stretto.

"Voglio andare a casa con papà," si lamentò, singhiozzando forte improvvisamente, le lacrime cadevano incontrollate sul suo cuscino lasciando scie bagnate ovunque.

"Ehi piccola, non piangere…" Brittany cercò di confortare sua figlia, cercando di accarezzare il suo ginocchio ma la bambina urlò e spinse via la sua mano.

Non sarebbe stata in grado di spiegare come si sentiva in quel momento, immaginò solamente che se lo meritava. Si meritava esattamente questo - sua figlia, che aveva dato via, che piangeva e le mostrava che pessima persona fosse, che non sarebbe mai stata la sua vera madre, che Puck era l'unico a cui teneva. In quel momento capì che in effetti c'erano solamente due cose al mondo in cui era brava - una era il sesso, l'altra era prendere le peggiori decisioni possibili per la sua vita. In quello era un'esperta.

Solo quando avevano raggiunto l'appartamento della bionda Abbey smise leggermente di piangere. Ogni tanto dei singhiozzi facevano tremare il suo corpicino ma i suoi occhi erano spalancati alla vista del grande e lussuoso appartamento nel quale avrebbe dormito. Il suo stanco e leggermente confuso cervello sembrava sopraffatto dai nuovi ambienti e molto probabilmente era troppo occupato per continuare a piangere. Non aveva mai visto niente di simile, i mobili, le grandi camere, l'illuminazione - era affascinante.

Brittany si rese conto che non aveva nulla per far vestire la bambina, nessun pigiama, niente per il mattino seguente. Decise che la prima cosa che avrebbero fatto era prendere alcune cose dalla casa di Puck e andare a fare shopping, ma quello non era esattamente di aiuto in quel momento.

"Ehi Abbey, con cosa dormi di solito?" domandò Brittany con voce amichevole, mettendo la bambina a sedere sul divano.

La piccola bionda non disse nulla, si limitava a fissare le ginocchia, tirando su col naso.

"Di solito indossi il pigiamino?" provò la donna e fu sollevata quando la bambina annuì, almeno sembrava che la ascoltasse.

"Okay, allora che ne dici - adesso facciamo un bellissimo pigiamino nuovo! Purtroppo non ho vestiti per bambini ma ne faremo uno noi, è ancora più bello! Ti farò vedere il mio armadio e potrai prendere quello che ti piace, poi lo taglieremo per adattarlo a te. Sarai bellissima!"

Brittany tese la mano davanti ad Abbey che sembrava considerare attentamente la proposta della donna sconosciuta. Quando finalmente prese la sua mano, Brittany fece un sospiro di sollievo, portando la bambina nella sua camera da letto.

Aprì il grande armadio (il suo armadio privato non conteneva nessuno dei vestiti che indossava al lavoro) e vide gli occhi di Abbey spalancarsi ancora di più per l'assurda quantità di vestiti.

La bambina si avvicinò e con attenzione toccò alcune camicette e dei vestiti colorati, sentendo il tessuto con le sue dita minute, guardando di tanto in tanto da sopra la spalla per vedere se andava veramente bene che toccasse tutte quelle cose. Brittany le fece un sorriso di incoraggiamento e annuì prima che la bionda indicasse timidamente una camicetta di raso rosa.

"Oh vuoi questa?" domandò Brittany, prendendo il tessuto dalla gruccia. "Ottima scelta, sarai fantastica!"

Il pollice di Abbey era tornato in bocca, probabilmente succhiarlo la rassicurava.

"Adesso guarda come farò un bellissimo pigiama per te," disse felice la donna bionda, prendendo un grosso paio di forbici e tagliando la camicetta per renderla più corta, facendo scorrere le forbici lungo la stoffa costosa.

La bocca di Abbey si aprì scioccata, il pollice dimenticato per un secondo.

Brittany alzò le braccia di sua figlia, togliendole il vestito verde e infilandole la sua nuova camicia da notte rosa da sopra la testa. Tagliò via le maniche così da avere la giusta misura per la sua bambina, anche se le calzava grande lo stesso attorno al suo esile e piccolo corpo.

Abbey sembrò apprezzare il suo nuovo completo, volteggiando su se stessa e guardandosi allo specchio.

"Ti piace?" chiese Brittany speranzosa e la bambina annuì con entusiasmo. Spinse la coperta nel grande letto al suo fianco, dando una pacca sul materasso invitandola a sdraiarsi, quando vide la paura e la tristezza avanzare di nuovo negli occhi di sua figlia. Era chiaro che non voleva dormire in un letto estraneo, il suo nuovo completo non la stava aiutando poi molto.

Le ci vollero quasi due ore di programmi di televendite in TV nel grande schermo piatto di fronte al letto prima che la bambina si addormentasse esausta, abbracciando il suo cuscino.

Anche Brittany era esausta, fisicamente ed emotivamente. Era la prima notte che dormiva a fianco di sua figlia. La prima notte in quattro anni.


Il mattino seguente, dopo aver dormito appena, Brittany si svegliò al suono del pianto della bambina vicino a lei che era seduta sul suo letto, singhiozzando e guardando in basso le sue ginocchia.

"Ehi, tesoro, che succede, perché stai piangendo?" chiese, subito completamente sveglia.

La bambina non rispose, non la guardava, semplicemente tirò le gambe più vicino abbracciandole davanti al petto.

"Tesoro, hai fame? Vuoi che ti prepari qualcosa per colazione?"

Abbey scosse la testa e Brittany cercò di tirare in un abbraccio la bambina un po' tremante. Quando si avvicinò si rese conto dell'umidità sul materasso, capì subito che sua figlia aveva fatto la pipì a letto, chiarendo il suo spiacevole imbarazzo.

"Aw Abbey, ehi," disse dolcemente. "E' stato solo un incidente, non essere triste, lo pulirò, non è un problema."

Abbracciò la bambina che sembrò riprendersi e la portò in bagno, lasciando scorrere dell'acqua calda nella grande vasca da bagno. Abbey continuava a tirare su col naso e a singhiozzare, affondando la faccia nel collo della bionda più alta.

"Adesso potrai fare un bel bagnetto con Mister Duckie, poi quando sarai fresca e pulita, mangeremo, andremo a prendere le tue cose e poi a comprare qualcosa di carino, okay?"

Mettendo sul coperchio del water la bambina che ancora non reagiva alle sue parole, aprì il piccolo armadietto del bagno e cercò a tentoni l'anatra di gomma che teneva lì dentro, una delle poche cose rimaste che le ricordavano giorni felici.

Schiacciò il giocattolo che fece qua qua e Abbey tornò silenziosa, fissandola con quei grandi occhi blu.

"Mister Duckie non vede l'ora di fare il bagnetto con te, mi ha appena detto che non gli piacciono le bambine tristi, gli piacerebbe molto tirarti su il morale e vedere il tuo bellissimo sorriso."

Abbey prese la papera senza dire niente e la schiacciò nelle sue mani con attenzione, cercando di controllare i singhiozzi.

"Quale ti piace? Fragola o pesca? Oh, oppure mela verde, anche quello è fantastico!" domandò la bionda con voce allegra, indicando le varie bottiglie vicino alla vasca. Sua figlia non disse niente, accarezzò solamente la testa della papera con il pollice.

"Okay, credo che prederemo quello alla mela. Mister Duckie dice che il verde sta bene con le sue piume gialle."

"La bionda desiderava essere più brava coi bambini, desiderava sapere come farla sorridere e conoscere più cose di lei."

Assicurandosi che per la bambina non ci fosse troppa acqua nella vasca e controllando attentamente la temperatura, Brittany guardò di nuovo Abbey e la aiutò a togliere la sua camicia da notte fatta in casa. La aiutò con cura ad entrare nell'acqua calda e mise Mister Duckie vicino a lei, dandogli una lieve spinta per farlo nuotare piano sulla superficie.

"Vado a vedere in cucina se ho qualcosa di buono per colazione e fra pochi minuti torno per aiutarti a lavarti i capelli okay?" Fece del suo meglio per sembrare allegra e rassicurante e finalmente Abbey annuì.

Sentì un gigantesco nodo alla gola quando guardò la triste ed esile bambina seduta nella vasca che sembrava completamente smarrita. Cercò di sorriderle ancora una volta prima di uscire dalla stanza, lasciando la porta leggermente aperta così da riuscire a sentirla nel caso Abbey la chiamasse.

Brittany si rese conto che non aveva idea di cosa piaceva a sua figlia per colazione, non sapeva qual'era il suo piatto preferito, non sapeva neanche quanto doveva mangiare una bambina della sua età. Non sapeva niente e desiderava non essere da sola, desiderava qualcuno che venisse da lei e le dicesse cosa fare.


Per il resto della giornata l'obiettivo di Brittany fu quello di vedere sorridere Abbey. Non aveva voluto i cereali per colazione, aveva pianto quando si erano fermate a casa di Puck per prendere le sue cose, si era aggrappata al montale del letto, piagnucolando che non voleva andarsene.

Guardando nella piccola scatola dei giochi di Abbey, la donna bionda realizzò che nessuno dei giochi che aveva dato a sua figlia era nella sua camera. Puck doveva averli portati via. Tutto ciò che aveva erano giochi vecchi e piuttosto usati e un mucchio di jeans e vestiti, alcuni di loro probabilmente già fin troppo corti per lei. Cosa aveva fatto Puck con tutti i soldi che gli mandava ogni mese? Capì che non voleva sapere la risposta.

Si fermarono per comprare un vero seggiolino per la macchina ad Abbey e alcune tendine parasole di Winnie the Pooh che scelse lei stessa. Brittany voleva fare tutto nel giusto modo, voleva fare del suo meglio e non perdersi nessun dettaglio importante.

In città entrarono in ogni negozio di giocattoli, le comprò dei nuovi vestiti che Brittany sperò le stessero bene visto che non voleva forzare sua figlia a provarli. Comprarono alcuni mobili per la sua nuova camera, cose che sarebbero state consegnate nell'appartamento di Brittany entro il giorno successivo, e si fermarono al negozio di DVD per comprare ogni singolo cartone animato che avevano.

Al negozio di dolciumi, Abbey finalmente ammise di essere un po' affamata, così lasciarono il negozio con due enormi sacchetti pieni di caramelle e una grande dose di zucchero filato rosa con cui la piccola bionda si riempì la bocca.

"Ti piacciono le tue nuove cose?" chiese Brittany con voce amichevole, accarezzando il capelli biondi della figlia. Abbey alzò le spalle.

"Stasera se vuoi possiamo guardare uno di questi film. Possiamo anche guardarne due o tre se non sei troppo stanca. Winnie li può guardare insieme a noi!" esclamò, lasciando spuntare fuori dalla loro borsa del negozio della Disney il grande orso di peluche. "Non vede l'ora di vedere il nuovo film di Pimpi!"

"Oh, siii, mi mancano Pimpi e Tappo e Christopher Robin!" imitò la voce dell'orso, sperando di sentire finalmente ridere la piccola bambina.

Abbey si limitò ad annuire e Brittany prese la sua manina nella sua, tornando alla macchina. Sapeva di avere una lunga strada davanti a sé, una lunga strada prima che sua figlia la accettasse, e che aveva bisogno di assumere una tata per badare a lei, un'altra estranea con cui doveva confrontarsi, la stava uccidendo dentro.

"Ehi, tesoro, in un altro momento possiamo anche andare a visitare papà se vuoi…" disse svogliatamente, guardando Abbey che - per la prima volta in quel giorno - rispose con un cenno del capo e un sorriso.


Erano passati alcuni giorni da quando Brittany aveva portato a casa la sua bambina e ancora non era stata abbastanza coraggiosa da chiamare Santana. Non sapeva se l'avrebbe chiamata di nuovo, si sentiva combattuta. Sapeva che per lei era meglio non coinvolgerla, sapeva che probabilmente Santana la odiava comunque, aveva solamente bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno che non vedeva l'ora di incontrare, avere qualcuno attorno che la distraesse dal fatto che era una madre terribile che non ne faceva mai una giusta. Voleva un sostegno - ma chi prendeva in giro? Non aveva mai avuto nessuno a sostenerla da anni, aveva fatto tutto da sola proprio come doveva essere. Se solo non sentisse di averne così disperatamente bisogno.

Aveva bisogno di qualcosa di normale nella sua vita, qualcosa che non aveva niente a che fare con la situazione in cui si trovava, ma Brittany si sentiva terrorizzata e perfino in colpa per aver considerato di rendere Santana parte della sua vita.

Però, nonostante tutto quello che stava succedendo, Santana era sempre nella sua testa, giorno e notte, uno misto di questo caldo sentimento che la latina innescava nel suo corpo e l'estremo imbarazzo che sentiva quando ricordava l'ultima volta che si erano viste.

Brittany cercò di mettere da parte il suoi pensieri ricordando cosa aveva in programma per quel giorno - i colloqui con la tata.

Aveva messo un'inserzione sul giornale e alcuni portali online, cercando una donna che avesse esperienza con i bambini piccoli, che fosse affettuosa, premurosa, divertente e disponibile a lavorare durante la notte, dormendo in quella che sarebbe stata la sua ben arredata camera da letto nell'appartamento.

Avevano chiamato molte persone - probabilmente perché la bionda era disposta a pagare molto bene - ma solo due sembravano abbastanza discrete da essere prese in considerazione.

Brittany doveva ammettere che aveva segretamente sperato che la latina vedesse il suo annuncio e che la chiamasse, chiedendole come stava, magari offrendole anche il suo aiuto, ma sapeva che quel pensiero era stupido e assurdo, lei era la sola che doveva chiamare Santana e comprese che conosceva la mora abbastanza da sapere che lei non avrebbe mai fatto il primo passo dopo il loro accordo.

Abbey era vestita in un bell'abito giallo con un fiocco rosso nei capelli e un paio di graziose scarpe di vernice. Stava seduta sul divano, aspettando con pazienza, il cuscino sulle ginocchia, tenendo in maniera protettiva Winnie the Pooh nel suo braccio destro.

Ci fu un piccolo momento in cui Brittany si sentì orgogliosa, orgogliosa di avere una figlia bellissima e ben educata, orgogliosa che avesse passato questi primi giorni senza stare male o piangere troppo spesso. In realtà avevano trascorso alcuni momenti piacevoli, guardando la TV a letto, mangiando cioccolato, giocherellando col ketchup mentre cucinavano il pranzo - e sì, alcune volte Abbey aveva riso e sorriso, anche se ancora non le parlava.

Il campanello suonò e a quel rumore entrambe le bionde saltarono sulla sedia.

"Oh che emozione, vero? La faccio entrare, tu puoi aspettare qui, tesoro."

Abbey annuì e Brittany fece un balzo verso l'ingresso principale, fissando l'alta donna che sembrava leggermente diversa dalla foto che aveva mandato nella sua domanda di impiego. Era vestita con uno strano abbigliamento da skater: un peloso cappello di cotone verde indossato talmente basso sulla testa che quasi le copriva i piccoli occhi.

"Ciao. Zizes. Lauren Zizes," si presentò la donna, senza preoccuparsi di accettare la stretta di mano che Brittany le aveva offerto e semplicemente spostandola di lato, mentre entrava. "Quindi, dov'è il piccolo pasticcino?

Brittany alzo le sopracciglia e si schiarì la gola, chiudendo la porta dietro di sé, corrucciata.

"Lì in fondo, nel salotto…" spiegò, seguendo la donna piuttosto maleducata.

"Hey, piccoletta!" Sentì urlare Lauren attraverso la camera, dando ad Abbey una pacca sulla spalla con fare amichevole, "Come va?"

Gli occhi della bambina si spalancarono scioccati, guardando la madre come se avesse bisogno di essere salvata.

"Non parla?" sussurrò Lauren a Brittany coprendosi la bocca in modo che Abbey non potesse sentirla.

"Ha bisogno di tempo per abituarsi alle persone…" spiegò Brittany, domandandosi se non avesse dovuto sbattere fuori la signorina Zizes.

"Oh, ti abituerai velocemente a me, ciambellina, non c'è bisogno di essere timida!"

Brittany poteva vedere Abbey tirare Winnie ancora più vicino a sé, mentre cercava di distrarsi sistemando la maglietta rossa dell'orso sulla pancia.

"Quindi… signorina Zizes…"

"Lauren!" la corresse la donna e Brittany si schiarì la gola.

"Lauren… perché vuoi questo lavoro?"

"Oh, adoro i bambini, quelle cosette così carine. Sono bravissima con i bambini, può chiedere a chiunque."

"Ne sono sicura…" rispose piano la bionda, guardandosi attorno nella stanza. "Hai già lavorato con dei bambini?"

"Nahh, ma ho una sorellina. A volte è una rompipalle, ma di solito mi prendevo cura di lei quando mia mamma era fatta di crack."

Brittany la fissò come fa un cervo davanti ai fari di una macchina.

"Sto scherzando, bionda!" esclamò scoppiando in una sonora risata. "Ho lavorato da McDonald's e organizzavo le feste di compleanno dei bambini, credimi, quei piccoli mostriciattoli mi adoravano!"

Brittany si muoveva a disagio sulla sedia e guardò Abbey, sentendo di doverla salvare il più presto possibile da quella situazione.

"Abbey?" la chiamò con voce dolce. "Dimmi… ti piace… McDonald's?" chiese, sperando che la sua piccola avesse colto l'allusione o che non le piacesse davvero la catena di fast food.

Abbey la guardò con quei suoi grandi occhi blu, scuotendo selvaggiamente la testa. Brittany fece un ampio sorriso.

"Okay, um, sono molto dispiaciuta Lauren, ma credo che tu non sia la persona giusta per questo lavoro. Apprezziamo che tu sia venuta…"

"Ma che…?"

Brittany si alzò semplicemente e spinse la donnona fuori dalla stanza, sospirando di sollievo quando la porta si chiuse di nuovo.

"Che tipo, eh?" disse, guardando la piccola che si era alzata dal divano e camminava verso di lei. Brittany sentì il suo cuore fermarsi quando la piccola figura le abbracciò timidamente la gamba.

"Troveremo una tata migliore che si occupi di te quando non ci sono, tesoro, te lo prometto," sospirò dolcemente, toccandole affettuosamente i capelli.

Quasi mezzora dopo il campanello suonò per la seconda volta e Brittany pregò Dio che questa donna potesse essere più idonea e meno spaventosa di quella precedente.

Quando aprì la porta la salutò una faccia amichevole. Un'esile rossa in una modesta gonna arancione e una camicetta stava di fronte a lei, così magra che Brittany sentì il bisogno di nutrirla.

"Buongiorno signorina Pierce, mi chiamo Emma Pillsbury, è veramente un piacere conoscerla," disse sorridendo, stendendo una mano che indossava un guanto. Un guanto? Che strano.

"Non vedo l'ora di incontrare sua figlia, sono sicura che è stupenda come lei!"

Brittany sorrise al complimento della donna guidandola dentro casa, corrucciandosi un po' alla vista della signorina Pillsbury pulire la sedia prima di sedersi.

"Ciao dolcezza, io mi chiamo Emma," si presentò a Abbey con un sorriso amichevole. "Come ti chiami?"

"Il suo nome è Abbey," rispose Brittany per sua figlia, sedendosi vicina a lei, posando la mano sulla gamba della bambina.

"Ha quattro anni ed è un po' timida," aggiunse.

"Oh, non fa niente," rise Emma, togliendosi il guanto e pulendosi le mani con qualche germicida che tirò fuori frugando nella sua grande borsa. Brittany si domandò cos'altro avesse immagazzinato in quella cosa enorme, quasi aspettandosi che uscisse una grande lampada da terra come in Mary Poppins.

"Le piace il pulito, vero?" domandò la bionda con uno sguardo leggermente divertito e fu sollevata quando la rossa sembrò non essersi offesa.

"Oh, sì, è solo che non non mi piacciono i microbi," ammise sinceramente. "Non che pensi che la sua casa è piena di germi," aggiunse frettolosamente, "è solo un'abitudine. Sa, se mi assume come tata mi assume anche come donna delle pulizie, pacchetto doppio!"

Brittany non poteva discutere sul fatto che approvava quella informazione, aveva a malapena il tempo per pulire la casa da sola, soprattutto adesso che doveva prendersi cura di una bambina.

"Allora okay Emma, cosa le piacerebbe sapere su di noi?"

"Oh, ci sono tantissime cose," l'altra donna rispose con voce allegra, battendo le mani.

"Amo tantissimo cucinare, quindi qual'è il piatto preferito di Abbey?"

Brittany rimase in silenzio. Non aveva ancora idea di quale fosse il suo cibo preferito, finora avevano mangiato solo dolci e pasta.

"Le piace la pasta?" affermò, anche se suonò più come una domanda.

"Oh okay, la pasta va bene," rispose Emma. "Che mi dice delle allergie? E' allergica a qualcosa che dovrei evitare di cucinare?"

La bionda comprese che queste domande erano ragionevoli ma non aveva nessuna risposta da darle. Si limitò a fissarla.

La potenziale tata sembrò capire il disagio della bionda e decise di lasciar cadere la domanda, donandole uno sguardo comprensivo.

"Um… quindi dove dovrei stare?" decise di cambiare argomento e Brittany si alzò per mostrarle la camera. Fecero un piccolo tour della casa, Abbey le seguiva. La piccola bionda preferiva ancora nascondersi dietro le gambe della madre ma sembrava meno a disagio di quando era con Lauren.

Brittany le spiegò che avrebbe dovuto lavorare dalle sette di sera fino verso le otto del mattino, ma che sicuramente avrebbero programmato dei giorni liberi. Emma la rassicurò che non era un problema dato che era single e non aveva un marito o dei bambini ad aspettarla a casa.

Quando finirono le prime domande, Brittany si girò nuovamente verso Emma.

"Se non le dispiace vorrei parlare con Abbey per un minuto, lei è la sola a cui spetta la decisione finale."

"Sì, certamente," rispose la donna sorridendo, sedendosi nuovamente sulla sua sedia pulita. "Aspetterò."

Brittany guidò Abbey in cucina e la mise a sedere sul bancone in modo da essere faccia a faccia allo stesso livello.

"Allora, tesoro, che ne dici? Ti piace la signorina Pillsbury?"

Abbey alzò le spalle.

La bionda voleva davvero che alla figlia piacesse Emma perché aveva un'impressione positiva della donna, quando improvvisamente capì chi le ricordava la rossa.

"Hey Abbey, sai cosa ho capito?" chiese sorridendo e Abbey scosse la testa.

Brittany abbassò la voce e sussurrò all'orecchio di sua figlia.

"Ho capito che Emma assomiglia un po' ad una di quelle scimmie di Madagascar! Hai visto i suoi grandi occhi?"

La piccola bambina fece un ampio sorriso e cominciò a ridacchiare, ricordando il cartone che aveva visto insieme alla madre la sera prima. Avevano mangiato popcorn e riso alle battute e Brittany aveva ballato per lei sulle note di "Mi piaci se ti muovi".

"Quindi dici che dovremmo darle una possibilità?" domandò speranzosa e si sentì più che sollevata quando finalmente Abbey annuì.


Il primo giorno che andò via per lavoro, Brittany si sentì profondamente infelice. Sapeva che Emma si sarebbe presa cura di Abbey, si fidava di lei, ma non poteva sbarazzarsi della sensazione che Abbey fosse delusa di lei. Mentre lasciava la sua bambina ad una tata, lei avrebbe permesso ad un estraneo di approfittarsi del suo corpo. Che terribile esempio che era.

Alla fine della serata, Karofsky la stava aspettando in macchina - già ansioso perché era stata via più a lungo del solito - quando finalmente la bionda si avvicinò al veicolo nero, con aria del tutto emotivamente confusa.

"Guida e basta, okay?" ordinò mentre si sedeva vicino all'uomo nella macchina, il quale ebbe immediatamente l'impressione che qualcosa non andava. Guardò da vicino Brittany e si accorse del livido rosso sul suo collo e le lacrime secche sul suo viso.

"Ma che cazzo, Brittany, cos'è successo? Dimmelo subito, cos'è successo, dov'è quel figlio di puttana e cosa ha fatto?"

"Niente Dave, è tutto okay…"

"Zitta e guardami, Brit!" ordinò, la rabbia nella sua voce non ammetteva protesta. "Cosa cazzo ti è successo al collo?"

Lei distolse lo sguardo, sospirando e cercando di controllare le sue emozioni.

"Era uno a cui piacciono i giochi di ruolo perversi…" cominciò a spiegare con voce rotta. "Voglio dire, va bene, devo giocare a qualche gioco del cazzo tutte le volte, ma è andato un po' troppo oltre…"

"Cosa significa oltre? Dico sul serio, sei pazza? Perché non mi hai chiamato? Si presume che tu debba tenere il telefono vicino a te, devi premere un maledetto tasto! E' ancora dentro?"

"Dave…" cercò di calmarlo. "Rilassati, ti prego… voleva che io fingessi di tornare da qualche corso di autodifesa, dicendomi che voleva vedere se avevo imparato qualcosa…"

"Mi sto sentendo male…" gemette Dave, mordendosi il pugno in modo da mantenere il controllo.

"Era solo rude e urlava che dovevo mostrargli cosa mi avevano insegnato e, voglio dire, questa roba non è divertente, ma va bene, l'ho fatto… ma quando ha iniziato a soffocarmi mi sono spaventata…" deglutì, toccandosi il collo.

"Conosco la perversione, che le persone fanno queste stronzate per godere, ma non erano questi gli accordi, avrebbe dovuto dirmelo prima di iniziare, ha un costo extra, non poteva farlo, ho avuto paura…"

"Io lo ammazzo…" borbottò Dave ma Brittany posò la mano sulle sue.

"Sono riuscita a spingerlo via… non aveva neanche finito ma non mi importa…" continuò. "Non penso che volesse davvero farmi del male, non aveva armi, non mi ha attaccata quando l'ho spinto via, penso che fosse anche un po' imbarazzato… mi ha dato una mancia extra…"

"Dovrebbe vergognarsi…" la corresse Dave a denti stretti e Brittany le rivolse un debole sorriso.

Sapeva che quei rischi facevano parte del mestiere, sapeva che non ne valeva la pena stare male per questo. Il problema era che la linea fra 'accettabile' e 'in pericolo di vita' era sottile e molto spesso poco definita ed era difficile distinguere la differenza. In qualsiasi altra notte passata ci sarebbe semplicemente passata sopra, avrebbe accettato il dolore e la sofferenza e la paura di aver forse trovato un cliente disposto a farle del male o peggio… ma questa sera era diverso. Questa sera aveva una bambina che la aspettava a casa e che faceva affidamento su di lei, e che se lei fosse morta sarebbe rimasta sola… non poteva rischiare.

"Portami a casa, okay?" chiese piano e Dave annuì.

"Perché stai facendo questo Brit? Per cosa ti stai punendo?" le chiese l'autista alto con voce seria, guadando la strada di fronte a lui.

Brittany non disse niente. Non avrebbe capito. Nessuno lo avrebbe fatto.


La bionda non poteva ancora tornare a casa. Aveva chiamato Emma e chiesto se tutto andava bene e la donna la aveva assicurato che Abbey stava dormendo, aveva mangiato e lavato i denti e che non si doveva preoccupare. Sapeva che Emma sarebbe rimasta lì ancora per qualche ora e sentì di aver bisogno di distrarsi. Non poteva semplicemente sdraiarsi vicino a sua figlia dopo tutto quello che era successo, aveva bisogno di staccare per un po'.

Ancora prima di pensare, compose il numero di Santana - il bisogno di sentire la sua voce, di cercare conforto nella sua presenza era diventato insostenibile.

Quando Santana rispose, un senso di sollievo fluì lungo il corpo di Brittany, sollievo per il fatto che la latina aveva risposto lo stesso quando aveva visto il suo numero, sollievo che ci fosse ancora una debole speranza di far funzionare le cose con lei.

"Stai bene?" chiese la mora, a quanto pare percependo il triste tono della bionda quando l'aveva salutata.

"Non molto…" ammise Brittany con una voce così instabile ed acuta che quasi non si riconosceva. Non voleva iniziare a piangere in quel momento.

"Cosa c'è che non va? E' per Abbey?" chiese la latina preoccupata, e la bionda fu felice che l'altra donna si ricordasse del nome di sua figlia.

"No… lei sta bene… ha una tata adesso…" spiegò, anche se non era sicura del perché avesse aggiunto l'ultima parte di informazione.

"Sì, ho visto l'annuncio…" ammise piano Santana e in qualche modo Brittany non ne fu sorpresa. Passarono alcuni momenti di silenzio.

"Pensavi di fare domanda per il lavoro?" riuscì a chiedere Brittany dopo un po', in qualche modo aveva bisogno di sentire la risposta alla domanda che si era fatta in tutti quei giorni.

La latina rise, provando a far sembrare assurda l'idea della bionda. "Uh, no? Ti avevo detto di chiamarmi quando avresti capito cosa fare…"

"Lo so…" rispose piano Brittany.

"E…? Lo hai fatto?"

Brittany non aveva risolto molto, ma aveva una tata e voleva stare con Santana, quello non contava?

"Credo che mi sto avvicinando… lentamente…" provò a riassumere la situazione.

"Beh, questo è un bene," concluse Santana aspettando che Brittany andasse avanti.

"Mi hai… um… pensata? In questi giorni?" La voce di Brittany era timida ed insicura, aveva paura della risposta dell'altra donna.

Era tornato il silenzio, la bionda odiava il silenzio.

"Sì."

Era una parola, una semplice parola, due lettere, ma sembrava esserci molto significato in quella parola. Era tutto quella che aveva bisogno di sentire.

"Puoi dirmi dove sei?" la supplicò Brittany e la mora le diede l'indirizzo del suo hotel.

Non ci mise molto a raggiungere il posto, aveva guidato un po' più veloce del dovuto. Non vedeva l'ora di vederla di nuovo, di sentire il suo odore, di toccarle i capelli…

Quando finalmente la porta di Santana oscillò aprendosi, Brittany non poté fare a meno di stringerla in un abbraccio, aveva bisogno del contatto fisico, del senso di sicurezza. Sentiva di poter essere finalmente se stessa, anche se quella sensazione era completamente assurda, tenendo conto che l'altra donna ancora non conosceva il suo più grande segreto.

Si sedettero sul letto e la bionda non riuscì a lasciare la mano di Santana, bisognosa della sua vicinanza.

"Oh mio Dio, Brittany che cosa ti successo al collo?" chiese scioccata l'altra donna alla vista del livido. Velocemente Brittany si coprì con le mani i segni rossi con gesto protettivo.

"Non è successo niente."

"Non sembra niente, Brit, ti prego parlami…"

"Santana voglio chiederti una cosa," la liquidò, ed era chiaro che non le avrebbe dato nessuna spiegazione.

Santana sembrò che stesse combattendo una battaglia interiore, non volendo davvero lasciar perdere ma anche non sapendo come far in modo che la bionda si aprisse. La guardò, tesa, fino a quando finalmente sospirò.

"Certo… di cosa si tratta?"

Brittany la guardò negli occhi, qualcosa come dolore, fragilità riflesso nel suo sguardo.

"Lo so che… lo so che è complicato con me…" iniziò a dire balbettando, "Lo so davvero. E ci sono cose di me, alcune cose sulla mia personalità, il mio passato… cose di cui non posso parlare, non ancora…"

Lo sguardo di Santana mostrava confusione e impotenza ma ascoltò attentamente.

"Non mi aspetto che tu capisca, ma per me è difficile aprirmi con le persone. E so che alla fine vorrò aprirmi con te, solo che ancora non posso…"

Santana annuì piano, non essendo sicura di aver capito quello che la bionda stava cercando di dirle.

"Ma tu… tutto ciò che so è che mi sento davvero bene con te… è come se tu fossi veramente quella giusta per me… Oh mio Dio, non voglio sembrare una pazza…" borbottò interrompendo il contatto visivo.

"No, dillo e basta," sussurrò la latina, qualcosa come sincera speranza nella sua voce.

Brittany si schiarì la gola.

"Saresti… saresti disposta a continuare a vedermi? Nonostante tutto quello che sai finora?"

Sentì come se stesse completamente lasciando uscire le sue emozioni, non abituata ad avere bisogno di qualcun altro.

"Vederti? Uh… non sono proprio sicura di aver capito cosa significa…" meditò a voce alta, i suoi occhi marroni cercavano quelli blu.

Neanche Brittany lo sapeva. Non sapeva spiegarlo, sapeva solamente che non voleva non vedere Santana, aveva bisogno di lei nella sua vita, di avere qualcosa da aspettare con impazienza. Rispose con l'unica cosa che sapeva fare, l'unica cosa che sentiva di poter offrire a chiunque.

"Non lo so, solamente continuare a vedermi… la notte… solo… fisicamente. Nessuna complicazione, te lo prometto, solo noi - semplice, senza legami…"

"Oh" rispose Santana, non essendo in grado di nascondere la sua delusione. "Sicuro, sì, certo che voglio."

La donna bionda sorrise calorosamente. "Emma rimane fino al mattino, possiamo già vederci tutte le notti dopo il lavoro. Voglio dire, naturalmente non tutte le notti dopo il lavoro…" si corresse nervosamente.

"Sì, per me va bene, inoltre al ristorante ho i turni fino a tardi, quindi immagino che non sarò a casa prima di te."

"Perfetto," sospirò sollevata, senza cercare di nascondere il sorriso.

"Perfetto," ripeté Santana, anche se la sua risata sembrava esitante.

Si guardarono negli occhi e Brittany non riuscì a trattenersi oltre, si sentiva semplicemente grata, incoraggiata, finalmente in grado di lasciarsi alle spalle la spiacevole esperienza di quella notte. Posò la sua mano sulla coscia della latina e la baciò, molto più lenta, molto più dolce delle altre volte.

Le loro labbra si sfioravano lentamente l'un l'altra senza fretta, solo la lingua della bionda cercava lentamente l'entrata.

La stanza era completamente silenziosa ad eccezione degli occasionali suoni delle sirene della polizia e il suono dei clacson delle macchine lungo le strade di New York City. La finestra era aperta e una fresca brezza notturna, sfiorò le braccia della bionda, facendola rabbrividire.

Santana tirò Brittany ancora più vicina, offrendole un caldo abbraccio e tracciando soffici baci lungo il mento dell'altra donna fino a quando raggiunse il livido sul suo collo.

Non esitò nemmeno prima di accarezzare lentamente la pelle offesa, lasciando dolcemente la lingua attorno ai segni rossi come se cercasse di farli sparire. Brittany era riconoscente del fatto che Santana non non avesse fatto altre domande ma fosse ancora disposta a riconoscere che qualunque cosa fosse successa l'aveva ferita, che aveva bisogno esattamente di quel tipo di conforto.

Santana si prese il suo tempo, facendo stendere lentamente la bionda sul materasso e muovendosi su di lei, leccando ancora l'area sotto il mento della bionda, giù verso il suo décolleté, mentre le massaggiava dolcemente il seno attraverso il tessuto della sua camicia.

La bionda finalmente fu in grado di rilassarsi, una cosa che era davvero così rara, qualcosa che non sapeva neanche come fare. Il sesso era sempre un lavoro per lei, sempre un'azione che aveva un unico obiettivo - far venire il cliente - e velocemente, se possibile. Era quello che aveva provato con Santana la prima volta, mostrandole cosa poteva fare per rendere il loro tempo insieme ancora più incredibile di qualunque altra cosa avesse mai provato - ma questo? Questo era semplicemente fantastico, la sensazione di essere voluta bene.

Brittany non poté fare a meno di lasciare uscire un gemito quando Santana accarezzò il suo capezzolo e sentì il suo bisogno e la sua eccitazione crescere sempre più forte.

"Voglio solo che ti stendi e che ti godi il momento, okay? Voglio farti star bene…" sussurrò al suo orecchio la latina e gli occhi della bionda si chiusero al suono della sua bellissima voce suadente. Sembrava che lei sapesse esattamente cosa succedeva nella sua testa, come se conoscesse i posti giusti dove toccarla, le parole giuste da dire - funzionavano insieme.

All'inizio fu strano quando Santana cominciò ad accarezzare il suo clitoride con la bocca. Sentiva i muscoli della sua pancia tesi, sentiva il suo solito impulso di spegnere i suoi desideri, il tipico meccanismo di protezione che manifestava quando un cliente la toccava così intimamente - ma cercò di ignorarlo, si rese conto che quella era la donna che desiderava veramente, non una persona che disprezzava.

"Rilassati, piccola…" le ordinò dolcemente, percependo il leggero disagio della bionda. "Cerca solamente di sentirmi."

E Brittany la sentiva, molto più di quello che pensava fosse possibile. Sentiva il calore nel suo corpo, sentiva la leggera carezza umida della lingua della donna, sentiva le sue dolci mani sul corpo, sentiva il suo caldo respiro fra le gambe, la vibrazione dei suoi gemiti attorno al suo punto più sensibile. Lei sentiva - e non voleva che finisse.

"Ti prego non fermarti," gemette dopo un po', il piacere diventava quasi insostenibile, l'improvviso bisogno di liberarsi, qualcosa a cui semplicemente non era abituata. "Non fermarti."

Santana non aveva intenzione di fermarsi, non aveva neanche intenzione di stuzzicarla, si limitò a leccarla fino al punto di non ritorno.

Brittany si rese conto di non aver bisogno di ulteriore stimolazione, non aveva bisogno di dita che spingevano dentro di lei, non una semplice scopata - tutto quello di cui aveva bisogno era intimità, ed era proprio quello che le stava dando Santana.

Quando venne premette le mani sopra gli occhi, non riuscendo a trattenere un rumoroso gemito. Il suo orgasmo la fece scuotere con forza, ricordandole come poteva essere stare con qualcuno a cui si teneva, sperando che quel sentimento non si fermasse mai.

Non c'era alcun imbarazzo, niente che sentisse di dover trattenere.

Non notò neanche le lacrime che colavano sulle sue guance, non sapeva da dove venivano, non era in grado di spiegarlo. Era solamente grata per questa persona speciale che strisciò lentamente sul suo corpo, che la confortò con il suo caldo peso su di lei e che le baciò all'infinito.