"But who will you be when the monsters
have all fallen from your soul?"
- JH Hard

7 – Castle

Era rimasto fuori dalla porta del suo appartamento, immobile, quasi abulico, oppresso dal timore che, da lì in avanti, qualsiasi azione avesse compiuto – compresa l'inerzia – niente tra loro sarebbe più stato lo stesso. Non avrebbe saputo definire con certezza di che cosa si componesse quel tra loro, che gli vorticava tra le pareti del cuore, ma era destinato a trasmutarsi in qualcosa di ignoto e forse opposto alle sue speranze.

Riponeva ben poca fiducia nelle sue doti persuasive, ed era quindi propenso a credere che non l'avrebbe dissuasa dal continuare la sua folle battaglia contro forze più grandi di lei, ma doveva provarci. Quando si concedeva l'oblio di considerare le altre opzioni in gioco - non dirle niente, ma starle accanto e combattere con lei -, tornava inevitabilmente a cadere nell'unica scelta obbligata. Beckett doveva lasciar perdere, fare un passo indietro. Non tanto perché fosse ossessionata o poco lucida per gestire il caso che la coinvolgeva in prima persona, ma perché non esisteva nessun modo, tra quelli che lui aveva continuato ad analizzare incessantemente, in virtù del quale potesse uscirne vittoriosa. Ma soprattutto viva. E a quel punto ogni pretesa di ragionamento lineare si disfaceva. Lei non poteva morire. Punto. Lui non l'avrebbe permesso. Non riusciva nemmeno a generarne l'immagine nella mente, ben bloccata in quella zona dove finiva tutto ciò che non era in grado di affrontare, perché l'avrebbe mandato in pezzi.

Rilassò le spalle contratte, diede un'occhiata lungo il corridoio per accertarsi che nessuno lo avesse seguito e, fattosi coraggio, bussò piano. Lei spalancò subito la porta, come se fosse stata in attesa dietro lo spioncino, facendolo trasalire lievemente, anche se riuscì a camuffare il piccolo sobbalzo dietro un'espressione di calma apparente.
Non poteva permettersi di essere tanto nervoso, o almeno non doveva mostrarlo.
Beckett fu sorpresa nel trovarselo davanti, ma decisamente non troppo felice, da quel che poté dedurre dalla sua espressione accigliata. Sapeva che quello per lei era un momento difficile, sapeva che era sottoposta a una prova impervia che non lasciava spazio ad altre considerazioni di ordine emotivo, ma ne fu un po' ferito, e insieme allarmato. Aveva sperato che lo accogliesse in maniera meno ostile, meno indicativa di una distanza tra loro che ora gli pareva incolmabile, mentre osservava i lineamenti induriti dalla tensione e un generale atteggiamento che suggeriva che, ben lungi dall'essere uniti da un legame privilegiato grazie al quale potessero affrontare insieme i drammi del mondo, erano solo due persone che avevano occasionalmente condiviso qualcosa di ben poco profondo. O prezioso.

Fu una constatazione interiore amara da accettare, ma scacciò il disagio e si fece forza, perché sapeva che la situazione era delicata e andava gestita con equilibrio e ponderatezza, due qualità che in lei ultimamente vacillavano – anche se aveva preferito tenerlo per sé - e spettava quindi a lui il compito di attingere a una fonte di buonsenso verso la quale iniziava a perdere fiducia. Tutto quello che avrebbe voluto fare era scuoterla, o magari perfino abbracciarla in una svolta improbabile ai suoi stessi occhi, e prometterle che sarebbe andato tutto bene.
Qualsiasi cosa purché rimanga viva, si ripeté come un mantra, preparandosi ad affrontare la furia compressa che da lei si sprigionava. Qualche volta avrebbe preferito saperla leggere con meno dolorosa puntualità.

"Che cosa c'è, Castle?", lo interpellò bruscamente, senza prendersi la briga di salutarlo con qualche convenevole, mettendo via la pistola, senza incrociare il suo sguardo.
"Sono passato a vedere come te la cavavi". Cercò di non accentuare il tono di scuse che gli venne spontaneo. Lei gli rivolse un'occhiata scettica.
"È per questo che sei qui? Per chiedermi come sto? Non potevi telefonare?", la sfumatura di derisione era palpabile e colpì il bersaglio, indisponendolo.
Come poteva essere la stessa persona che aveva condiviso con lui un'intimità che era andata ben oltre quella dei loro corpi? Chi era questa estranea che lo teneva a distanza e sembrava tollerare a malapena la sua presenza? Era sicuro che morisse dalla voglia di cacciarlo dal suo appartamento. Fu a un passo dal perdere immediatamente la pazienza e mandare all'aria i suoi piani. Si impose di tornare alla calma.
Da qualche parte sotto quel gelo, sotto quei modi respingenti, doveva esserci - ben nascosta ma comunque presente - la donna del tutto diversa che lui aveva incontrato. Una versione di quella Beckett che si trovava davanti, meno sulla difensiva meno aggressiva. Doveva aggrapparsi a quella convinzione. Doveva tenere a mente che, sepolta da spessi strati di autodifesa e resistenza, c'era la sua vera essenza, che lui aveva potuto incontrare e conoscere anche se solo nello spazio di una brevissima notte. Ma tanto era bastato per stabilirne con assoluta certezza l'esistenza. Farla riemergere sarebbe stato un altro paio di maniche, ma non si abbatté, o almeno cercò di non farlo.

Ignorò i suoi tentativi di iniziare una lite con lui, generare altro conflitto – come se quello in cui erano finiti non bastasse. Sapeva che reagire seccato non avrebbe contribuito allo scopo più grande per il quale era lì, che invece doveva rimanere prioritario su tutto il resto. Non intendeva farsi trascinare dentro la sua ossessione fino al punto da venirne accecato lui stesso e centrifugato insieme a lei, prima di essere scagliato lontano. La posta in palio era troppo alta, perché potesse concedersi il lusso di prenderla troppo sul personale e leccarsi le proprie ferite. Di quello si sarebbe occupato una volta che l'avesse saputa al sicuro.
"Volevo accertarmene di persona. E offrirti il mio aiuto. Magari posso esserti utile in qualcosa".
"Mi saresti più utile altrove".
Si sentì come se lo avesse schiaffeggiato. Tendeva a dimenticare quanto tagliente potesse diventare quando era ai ferri corti con l'idea che lui servisse solo a intralciare il suo cammino, combinando guai e nient'altro.
Nonostante i continui moniti alla prudenza, si alterò quanto bastava perché i suoi buoni propositi perdessero la loro presa salda. Continuare a permetterle di sfogarsi su di lui non li avrebbe avvicinati di un passo all'obbiettivo che si era proposto venendo fin lì ad affrontare la tempesta, equipaggiato con qualche misero strumento e molta apprensione.
"Kate...".
Si avvicinò di qualche passo, deciso a non farsi spedire aldilà di una porta sbattuta, nel primo momento di distrazione. Non per l'umiliazione di essere cacciato, ma solo perché lei aveva più che mai bisogno di quell'aiuto che rifiutava piccata. E non era paternalistico nella presunzione di sapere meglio di lei che cosa le servisse. Voleva solo disperatamente che rimanesse in vita.

Kate indietreggiò, decisa ad aumentare la distanza tra loro, quasi che lui costituisse un fastidio intollerabile che non aveva né voglia, né tempo di gestire.
"Castle, se devi dirmi qualcosa, fallo e basta", si spazientì.
Ricordò a se stesso, un po' a fatica, che sotto quell'asprezza non mitigata e diretta contro di lui – che era di fatto l'unico che potesse condividere con lei il suo fardello – esisteva un centro vulnerabile e sensibile, minacciato dagli eventi in corso, che lei riteneva di dover proteggere a ogni costo, colpendo proprio chi a lei teneva di più.
O forse non si trattava di essere incautamente incappato nel ruolo del capro espiatorio, forse era lui stesso a venir visto come una minaccia? La vedeva ritrarsi da lui con sempre maggiore forza e convinzione. Il problema era personale, quindi? Un pensiero raggelante si fece strada, prima che potesse bloccarlo.
Appariva fermamente decisa a rigettare tutto quello che lui doveva per forza significare per lei, arrivati a quel punto, dopo lunghi anni trascorsi a imbastire un riluttante avvicinamento, che aveva generato una fiducia conquistata a fatica, che credeva inattaccabile. Come poteva farlo, dopo quello che era successo tra loro? O era forse a causa di quello che era successo tra loro? Proprio per colpa di quell'intimità che avevano condiviso?

"Devi fermarti", esordì dopo una piccola pausa di riflessione che gli era servita per decidere che non c'era tempo per riflessioni filosofiche sulla natura di qualsivoglia legame in essere tra loro, ma era necessario andare al sodo. Lei avrebbe anche potuto respingerlo, lo avrebbe accettato. Ma morire, quello no, non poteva farlo. Avrebbe dato tutto quello che poteva per trattenerla di qua del baratro.
Gli lanciò un'occhiata di pura insofferenza, come se lui si stesse trastullando in qualche giochetto infantile, senza capire la gravità della situazione e facendole perdere tempo.
Sentì montare dentro una rabbia strisciante, che non riuscì a soffocare. Il dominio di sé, al quale si era affidato, cominciava a vacillare.
"Beckett, tutte le persone associate al caso di tua madre sono state uccise. Sai di essere tu la prossima sulla lista". Aveva parlato con più veemenza, sperando che bastasse il tono accorato a farle arrivare il messaggio forte e chiaro.
"Montgomery mi ha assegnato una scorta, non corro nessun rischio". Come se una cosa del genere potesse davvero fare la differenza. Lo riteneva tanto sciocco? O era lei a non avere una percezione realistica dei fatti?
"La scorta non basta", rispose telegrafico.
"Io non ho paura, Castle".
Lo guardò dritto negli occhi, come se volesse sfidarlo a negare che lei fosse una persona di enorme coraggio o temerarietà. Lo era. Ma non sarebbe stato sufficiente.
"Dovresti averne, invece. Perché questa volta non puoi vincere. Ti uccideranno. Devi lasciar perdere". Non avrebbe voluto costringersi a essere tanto diretto, perché il fine non era sconvolgerla, ma salvarla. E quella era appunto l'unica strada che gli era rimasta.
"Castle, non hai il diritto di venirmi a dire come comportarmi", si infuriò, perdendo le staffe e quel gelo che l'aveva fin lì avvolta.
Si arrabbiò anche lui, lasciando per la prima volta sfogare l'istinto invece della ragionevolezza. "Ne ho ogni...". Diritto. Ricordarglielo in quel frangente, tra tutti i momenti possibili molto più adatti a un confronto su un tema tanto controverso, non era una mossa molto diplomatica. Si impose di nuovo la calma con sforzo sovrumano.

"Se non ti importa di morire, pensa almeno alle persone che tengono a te, a quello che passeranno se dovesse succederti qualcosa. Vuoi che tuo padre sperimenti di nuovo un inferno del genere?".
"Mio padre?", gli sputò in faccia quelle due parole, colme di disprezzo. "E cosa mi dici invece di te, Rick? Stai parlando per lui o per te stesso?".
L'impatto di quella forza distruttrice lo raggiunse in pieno. Chi dei due era impazzito?
"Ovviamente nemmeno io voglio che tu muoia, Kate! È questo che hai bisogno di sentirti dire?". Gli sembrava assurdo perfino doverlo specificare.
Lei non sembrò soddisfatta della risposta, che ignorò.
"È la mia vita. Non sei tu a prendere le decisioni". Gli girò le spalle, come se ne avesse abbastanza di lui, delle sue idiozie e intendesse congedarlo così.

La calma era un ricordo lontano. Colmò la distanza tra loro con lunghi passi agitati, furente per il trattamento ricevuto, ma soprattutto per la sua cieca cocciutaggine, che poteva avere conseguenze tragiche.
Le mise le mani sulle spalle, con forza. Lei forse non si aspettava il gesto deciso, perché lo lasciò fare senza ribellarsi. Era la prima volta che si permetteva di toccarla apertamente da molto tempo a questa parte. E in condizioni molto meno idilliache, anche se avvertì nitidamente la consistenza e il calore della sua pelle sotto le dita, nonostante il surplus di emozioni ingestibili che lo tenevano sotto scacco.

"Devi smettere di essere tanto irresponsabile!". Aveva alzato la voce, in preda alla stizza. Quando se ne accorse, allentò la presa sul suo corpo, come se volesse chiedere scusa per quel gesto inappropriato, accarezzandole le braccia con fare supplichevole. Avvicinò la fronte alla sua. Era sicuro che se ne sarebbe andata, o che la libertà che si era preso avrebbe intensificato le fiammate della sua rabbia, cosa che invece non accadde, con suo immenso stupore. Significava che se fin dall'inizio avesse agito con l'istinto invece che non la razionalità, se l'avesse abbracciata, protetta, presa di peso e portata fisicamente lontana, avrebbe avuto più successo?
La sentì respirare agitata, mentre lui rimaneva in ascolto di un'eventuale reazione avversa.

"Ti prego, Kate, fermati. Non voglio che tu muoia. Non potrei sopportarlo", mormorò, abbandonando ogni tattica bellica, per mostrarsi a lei nel massimo grado di vulnerabilità che poteva concedersi con un altro essere umano.
Lei sembrò cedere impercettibilmente a ogni parola da lui pronunciata, senza allontanarsi. Chiuse gli occhi. Non riusciva a credere di esserci riuscito, di averla portata in salvo, di non dover vivere nella costante apprensione che potesse morire da un momento all'altro. Di potersi rilassare. E, chissà, magari di poter ripartire da quello che avevano lasciato a Los Angeles. A un certo punto parve quasi che lei rispondesse al contatto fisico, che non aveva mai osteggiato.

E fu proprio per questo motivo, per essersi aperto tanto, per aver seguito la via del cuore, ed essersi mostrato senza filtri, che la sofferenza fu ancora più lancinante quando lei si ritrasse inaspettatamente con un'unica mossa decisa, quasi che l'avesse pianificata e provasse ripugnanza per lui, e si allontanò fremente di sentimenti che sospettava essere ben poco concilianti nei suoi confronti. Conosceva il suo corpo più di quanto a lei facesse piacere, probabilmente. Sapeva riconoscere quando stava per essere vittima di un assalto furente.
"Si tratta sempre di te, non è vero, Castle?", buttò lì sarcastica. "Non è di me che ti preoccupi, ma solo di te stesso".
Il colmo. Non c'erano altre parole per descriverlo.
"Si tratta di noi!", tuonò esasperato. Quella non era nemmeno più testardaggine. Era solo voglia di punirlo e fargli del male.
"Non c'è nessun noi!", ribatté con alterigia, fronteggiandolo.
"Non sembravi pensarla così qualche settimana fa a Los Angeles, non trovi?!". Stava urlando, ormai, accecato anche lui per un minuscolo istante, ma pur sempre uno di troppo, dal desiderio di restituirle il dolore che lei gli aveva procurato.
Sorrise, beffarda. Incrociò le braccia.
"Sei stato zitto fino a oggi per potermelo rinfacciare quando ti faceva comodo, Castle?".

Se qualcosa di più grande di loro non fosse intervenuto a fermarlo, non sapeva come avrebbe potuto non cedere al desiderio di strozzarla. Nessuno riusciva a fargli perdere le staffe come lei. Nessuno. Era ben oltre la capacità di essere lucido per entrambi. Anzi, tra i due, non era certo lei ad apparire confusa. Voleva solo ferirlo, e non ne capiva il motivo, cosa che lo disorientava più che mai. Oltre al fatto che non se lo meritava, o almeno così credeva.
"Sono stato zitto perché...". Non ce la faceva. Non riusciva a raccogliere le idee e mettere insieme una frase che avesse senso. Aborriva il solo pensiero di combattere contro di lei, quando voleva unicamente salvarla. Avrebbe voluto andarsene, ma non poteva lasciarla da sola. Comunque si stesse comportando, qualsiasi fosse l'origine di un tale desiderio di colpirlo, teneva a lei e alla sua incolumità. Non era il momento di tirar fuori un discorso che sarebbe stato solo un pretesto per litigare.

"Kate", si era ridotto a sussurrare. Non aveva più molte riserve di energia a cui attingere per farle arrivare il messaggio che gli premeva di più. "Se tu morissi...", probabilmente morirei anche io, non era forse il modo migliore di farle capire quanto contasse per lui. L'avrebbe spaventata. Ne era spaventato lui per primo. Riprovò.
"Se dovesse capitarti qualcosa di brutto, ne soffrirei, è vero". Messo giù con tanta diplomazia non rendeva nemmeno in minima parte l'intensità di quello che provava al solo figurarselo nella mente. "Ma non mi sto preoccupando per me. Non voglio che butti la tua vita, come invece mi sembra che tu sia intenzionata a fare".
"Non ti riguarda, Castle. Come hai detto tu, è la mia vita". Suonò come un epitaffio e gli si gelò il sangue.

Sarà anche la tua vita, ma sono coinvolto anche io non era la cosa giusta da risponderle, questo gli era molto chiaro, se non avesse voluto sentirsi dire che pensava solo a se stesso e via di nuovo verso altre recriminazioni. Come se lui fosse egoista e la volesse solo per sé, quando la verità era che lui voleva semplicemente che vivesse. Era così difficile da capire?
"D'accordo". Doveva arrendersi. Di quel passo l'avrebbe convinta ad andare là fuori a farsi ammazzare per il solo gusto di comportarsi in modo esattamente opposto a come lui la stava pregando di fare.
"Hai ragione, non mi riguarda. Fai quello che vuoi, ne hai ogni diritto", cedette.
Quando la partita era persa, era più dignitoso ritirarsi e lasciare il campo, invece che impuntarsi e rendere il fallimento ancora più disastroso. Non voleva giocare con qualcosa di più grande di lui.

Si avviò mestamente verso la porta, sforzandosi di non incurvare le spalle e apparirle derelitto, vinto dal peso insopportabile dell'essere costretto a lasciarla da sola a combattere contro i suoi fantasmi. Si voltò un'unica volta. "Ma ricorda che prima o poi dovrai accettare il fatto che qualcuno tenga a te sul serio, più di quanto tu creda di meritare. Perché io tengo a te, Kate. Moltissimo. E non smetterò mai di farlo".