Immerso nell'acqua fino alle spalle, concentrato nel tentativo di mantenere una posizione di equilibrio che non rompesse l'incanto del momento, solo dopo qualche tempo Castle si arrischiò a muovere piano una mano, per accarezzarle la pelle della schiena, disegnando con lentezza misurata e voluta ampi cerchi che partivano dalla colonna vertebrale fino ad arrivare ai fianchi.
Li sentì ossuti sotto al suo palmo, ma si impose di non allarmarsi. Non era troppo magra? Sarebbe stato suo compito assicurarsi che mangiasse abbastanza. E doveva smettere di fare tutte le altre cose pericolose che adesso non gli venivano in mente. Poteva leggere, fare passeggiate, riposare. Nient'altro.
Doveva prendersi cura di se stessa, a tutto il resto avrebbe pensato lui. Era lì per quello.
Si appuntò mentalmente di ricordare di svuotare la piscina, al più presto. Le avrebbe spiegato che nella notte c'era stata un'improvvisa e inaspettata siccità. Quel genere di cose che capitano a causa del riscaldamento globale.
Tutto quell'esercizio fisico doveva essere interrotto fino a quando lui in persona non avesse parlato con un medico.

Kate non dava segni di vita, anche se era sicuro che stesse respirando. Il suo radar funzionava perfettamente.
Avrebbe voluto abbracciarla un po' più stretta – gli dolevano i muscoli nel tentativo di trattenersi – ma non voleva darle fastidio. Esagerare. Ecco un'altra cosa che doveva segnare nella lista che stava diventando via via più lunga: niente effusioni fisiche. Per sempre. O, almeno, finché non fosse nata la bambina. Poi avrebbero potuto, con calma, tornare alle loro abitudini. Fino ad allora lei sarebbe stata una santa, intoccabile.
Fece emergere una mano dall'acqua per rinfrescarle una guancia. Il sole pomeridiano poteva essere ancora violento e lui non voleva che si scottasse.
Non si curò del fatto che solo qualche minuto prima si era preoccupato che prendesse freddo.
"Rilassati, Castle", mormorò Kate stringendosi a lui.
Forse la questione della santa doveva essere rivista. Magari un po' di contatto fisico non avrebbe guastato. Del resto la vicinanza non era necessaria per creare quell'ormone che serviva a creare legami? Ossitocina. Ecco qual era la parola giusta. Strano come in certi momenti gli venissero in mente le cose più assurde.
No, non era strano. Stava cercando di concentrarsi su altri dettagli per non issarla sul bordo e dedicarsi a tutto quello che fino al giorno prima era sembrato normale e anzi auspicabile e desiderabile, tenendo conto che la piscina era stata appositamente costruita in uno spazio intimo e privato, e cioè invisibile a chiunque nel giro di chilometri, nemmeno se proveniente dal mare. Non che pensasse che qualcuno dovesse spiarli, ma avevano trascorso molti pomeriggi pigri e piacevoli nella totale certezza di avere tutta la privacy del mondo.

"Sono molto rilassato", le rispose in automatico, continuando a sorreggerla, spostando solo lievemente la testa per non farsi solleticare dalle sue labbra invitanti. Dovevano darsi un contegno.
"Sei rigido come un tronco, Castle. Proprio come quello che tu e Alex avete trovato in riva all'oceano ieri e avete voluto a tutti i costi portare a casa".
Gli indicò il reperto di notevoli dimensioni che faceva bella mostra di sé in giardino. Lui e Alex si erano divertiti a inventare una storia di pirati, vascelli fantasmi e baie misteriose. Anche se era troppo piccolo per seguire le sue elaborate trame, il bambino lo ascoltava sempre con gli occhi spalancati.
Il suo divertimento preferito rimaneva comunque quello di riempirsi di sabbia dalla testa ai piedi, con la scusa fare costruzioni che le onde dell'alta marea facevano scomparire, di fronte ai suoi occhi delusi.
Si era mossa, parlando, e questo aveva creato delle piccole onde intorno a loro che minacciavano di allontanarla. Aumentò la presa delle gambe intorno al suo bacino, cosa che fece vacillare ulteriormente il suo proponimento di castità assoluta.

Aveva ragione, in ogni caso. Non era rilassato. Era confuso e un po' sconvolto. Esisteva lo stress post traumatico indotto dalla notizia inaspettata di un'altra paternità, nonostante potesse contarne già due? Perché l'evento l'aveva colto tanto impreparato?
Perché era la prima volta che poteva starle vicino. Perché l'altra volta non c'era stato. Perché voleva recuperare il tempo perduto. Perché voleva fare tutto per lei, ma non aveva idea di dove cominciare e questo lo disorientava.
E anche perché non avevano pensato ad un altro bambino. Sì, erano due adulti che sapevano quello che facevano. Ma lui aveva sempre immaginato che prima si sarebbero sposati. Come si faceva una volta. Come avrebbero dovuto fare anche loro.
Se.
Se non fosse scomparso chissà dove. Sentì la famigliare e sempre spiacevole stretta allo stomaco, mentre stancamente si imponeva per l'ennesima volta di non pensarci.
Perché rovinare un momento tanto perfetto? Perché tornare indietro a rivangare brutti ricordi? Lei sembrava decisa a proiettarsi nel futuro. Non avrebbe voluto rimanere indietro. Voleva seguirla e stare al suo passo.

"Andrà tutto bene, Castle", continuò Kate, comprendendo lo sforzo in atto per dissimulare il piccolo buco nero che dimorava ancora al suo interno, compreso l'ampio sorriso con cui si era mascherato, che non l'aveva affatto ingannata.
"Di solito sono io a dirlo", ammise a malincuore, con la sgradevole sensazione di apparirle petulante e fastidioso.
Il sorriso che ebbe in risposta fu meno scenografico, ma molto più autentico del suo.
"Si vede che alla fine mi hai convinto", rispose guardandolo con quegli occhi nocciola dall'espressione così affettuosa che lo fecero sentire un idiota.
Non disse nulla, per non rovinarle l'umore a causa del proprio stato d'animo conflittuale.
"Perché sei preoccupato? È perché non l'abbiamo deciso? Forse... non lo volevi?".
Il solo fatto di averla indotta a porgli quella domanda lo inorridì. Che razza di impressione le aveva fatto?
"No, Kate. No. Assolutamente, no". Gli urgeva di convincerla che non fosse così e cancellare quei cumuli di ombre dai suoi occhi.
"Non è un problema, Castle. Non ne abbiamo veramente discusso e se anche l'idea poteva allettarti – allettava anche me – un conto è un pensiero astratto, un altro la realtà. Alex è ancora molto piccolo e...".

No, no, no.Doveva fermarla subito. Come erano finiti dall'abbracciarsi pieni di euforia a quella strisciante atmosfera di disagio tra loro? Beh, si stava abbracciando anche adesso, rivalutò. Ma lui stava togliendo ossigeno all'entusiasmo di entrambi.
"Sono molto felice di avere un altro bambino, Kate, credimi. Ne sono così felice che inviterei il vicinato per una festa con i fuochi d'artificio".
Un'occhiata allarmata lo convinse a fare marcia indietro. "Festa che ovviamente non organizzeremo". Lo divertiva pensare che non fosse del tutto certa che non lo avrebbe davvero fatto, a sua insaputa, magari. "Non rinuncerei mai alla mia nuova bambina del tutto identica a te".
Kate sbuffò. "Non riusciresti a gestire due Beckett insieme, Castle, lo sai benissimo anche tu".
"Mettimi alla prova", insistette per stare al gioco. In realtà era sicuro che non sarebbe sopravvissuto a due Beckett. Soprattutto se una avesse voluto a tutti i costi uscire di casa per avere degli appuntamenti.
"È solo che...".
"Sapevo che c'era qualcosa che ti tormentava".
Fece un profondo respiro.
"È solo che è la prima nostra gravidanza insieme e vorrei starti vicino come non ho potuto fare l'altra volta e invece esagero e sbaglio", confessò in un soffio.
Era la verità. Non c'era altro, non da parte sua.
Kate rimase in silenzio, osservando l'oceano lontano. Si chiese che cosa stesse pensando. Era qualcosa che aveva ancora il potere di mandarlo in frustrazione.
Tornò a rivolgersi verso di lui, posandogli una mano sulla guancia.
"Già. L'altra volta non ci sei stato", commentò con una nota di tristezza appena percettibile, ma chiaramente udibile per le sue orecchie sensibili e allenate.
Perfetto. Adesso magari l'avrebbe anche fatta piangere. Perché non le raccontava anche qualche storia straziante che aveva dei cuccioli orfani come protagonisti? Perché non se ne era stato zitto, invece che dover per forza parlarle di eventi dolorosi?
La costrinse a guardarlo negli occhi. "Ma ti prometto che questa volta ti starò accanto come non ho potuto fare con Alex. Molto di più, anzi. Tutto quello che potrò". Le parlò con tono accorato e il cuore in tasca, per farle capire la totale serietà delle sue intenzioni.
Non era qualcosa su cui volesse scherzare.

Non si aspettava però l'allarme che le si disegnò sul viso.
"Intendi dire che mi tormenterai il doppio rispetto a quanto avresti fatto in una situazione normale, Castle? Perché non credo di meritare una punizione del genere. Mi vedo già costretta in casa a riguardarmiper tutti i nove mesi. So che è questo che hai in mente", concluse gemendo disperata.
Castle scoppiò in una fragorosa risata.
"Non sono andato così tanto avanti con il pensiero, ma sì, credo che impedirti di uscire e obbligarti a riposare a lungo sia un'ottima idea".
Il calcio che gli arrivò non fu così violento come era nelle intenzioni di partenza, perché attutito dall'acqua. Ma servì a metterlo in guardia.
La baciò piano sulle labbra.
"Lo faremo insieme, questa volta, Kate", bisbigliò.
"Lo ricorderò quando starò partorendo, Castle. Magari ti andrà di prendere il mio posto", ribatté sarcastica.
Gli sfiorò una tempia. "So che ci sarai. Ma promettimi che non ti dannerai l'anima per darmi tutto quello che mi è mancato l'altra volta".
L'accenno a tutte quelle mancanze lo gettò nello sconforto. Non gli era ancora passata. A nessuno dei due. Ma si sforzò di essere positivo.
"Prometto di non esagerare. Nel caso puoi sempre darmi qualche calcio".
Si sorrisero.
"Saremo felici, Kate. Felici e basta".
Sapeva che non era una promessa che potesse farle, ma sembrò giusto così.
Il bacio divenne più profondo, ma lui non lo fermò. Le allentò anzi il laccetto del costume striminzito, facendola divincolare per il solletico.
Forse avrebbero potuto iniziare a riguardarsi più tardi. Sembrò essere d'accordo anche lei, che non si oppose ai suoi tentativi poco nascosti di generare endorfine appaganti per entrambi.