Non avrebbe voluto che la accompagnasse a casa. Non in senso logistico, perché era venuto a prenderla lui e lei non avrebbe saputo come fare, altrimenti.
Voleva salutarlo ed entrare da sola, con la dignità intatta, e senza dover affrontare lo sguardo di un uomo che provava tenerezza per lei, che magari era sinceramente dispiaciuto, ma che non aveva voglia di farsi carico del caos di un'altra persona.
Non lo avrebbe giudicato male, per questo. Solo non voleva essere considerata una sorta di... invalida. Sì, si sentiva così.
Ma lui aveva insistito. O meglio, le aveva aperto la portiera ed era parso subito evidente che non avrebbe ceduto. Sarebbe entrato in casa con lei a qualsiasi costo.
Kate, rassegnandosi all'inevitabile lunga serata di spiegazioni, invece che di flirt, l'aveva preceduto e l'aveva invitato a entrare.
Era buffo. La casa era a malapena grande per contenerlo e lui aveva cercato di non andare a sbattere da nessuna parte.
Si era arrotolato le maniche della camicia, l'aveva fatta sedere sul divano e le aveva portato una coperta.
Non contento, si era dato da fare in cucina con il bollitore, per prepararle qualcosa di caldo, portandosi in giro quel sedere sodo fasciato nei pantaloni stretti.
Non è che siccome le era capitata una cosa brutta, non si accorgeva delle cose belle che le giravano per casa, si era detta ,sbirciando e distogliendo lo sguardo quando lui si voltava a parlarle.
Si mosse verso di lei, le porse una tazza fumante, prima di sedersi sul divano.
"Non c'è bisogno che mi spii. La visione è gratuita. Offre la casa", la informò avendo notato le sue mosse.
"Non so nemmeno di cosa parli", si indignò per finta. "E poi dovresti essere più gentile. Io sono stata male", continuò alzando il mento con fierezza.
"Lo dicevo per farti stare meglio".
"Ah, quindi guardarti il sedere dovrebbe farmi stare meglio?".
"Lo vedi che lo stavi guardando per davvero? Lo sapevo!".
Uno a zero. Maledetto.
Kate sapeva che stavano solo rimandando l'inevitabile. Gli doveva ben più di un chiarimento, ma era così stanca, che avrebbe solo voluto stendersi sotto alla coperta e chiudere gli occhi per un tempo infinito.
Lui avrebbe fatto la guardia dai mostri fuori dalla porta.
Bel pensiero, ma non era giusto. Posò la tazza sul tavolino.
"Mi dispiace aver rovinato la cena", introdusse l'argomento partendo da lontano.
"Vuoi che ti cucini qualcosa?", si offrì lui volenteroso.
"Non ho fame".
"Dovresti mangiare".
"Voglio solo dormire".
"Vai di sopra. Io rimango qui, nel caso avessi bisogno".
No, così era troppo. Molto generoso da parte sua aiutarla, ma non era corretto per nessuno dei due.
Lei non poteva iniziare a contare su di lui. E lui aveva il diritto di andar via dalla sua vita piena di confusione. Ogni passo oltre sarebbe stato doloroso per lei e forzato per lui.
"Grazie, ma...".
"Se vuoi dirmi che hai apprezzato il mio buon cuore e altri parti del mio corpo non in vista, però non potresti mai impormi, chiedermi, eccetera, mi sto già annoiando. Possiamo andare oltre? Non vado via di qui, stanotte. Questo divano è molto comodo".
Le costava fatica, sotto il bombardamento di buone intenzioni, non rifugiarsi di nuovo nel cerchio delle sue braccia e osservare da lì lo scorrere della vita.
Solo che non poteva permetterselo, e nemmeno lui. Lei doveva prendersi cura di se stessa e lui non era responsabile dei suoi tormenti, ed era meglio che tornasse alla sua vita senza problemi, con le sue donne da pagina sei.
"Ok, Rick. Il meno che possa fare è darti delle spiegazioni".
"Non mi devi niente. Sei stata male, capita. Va tutto bene, per me".
Più parlava e più era difficile per lei proseguire. Doveva vuotare il sacco.
"Non mi sono mai trasferita a Londra. E non sono originaria del New England. Ho sempre vissuto a New York". Ecco, l'aveva fatto. Basta bugie.
Lui non se lo aspettava, lo vide chiaramente dalla sua reazione. Pensava proprio a tutt'altro. Rimase immobile, fissandola.
Si passò una mano tra i capelli, spettinandosi in un modo che lo rese se possibile ancora più irresistibile. Peccato che adesso si sarebbe arrabbiato e l'atmosfera si sarebbe rovinata.
"Cioè... tu mi stai dicendo che... vivi a qualche isolato da me?! Ma è meraviglioso! E io che pensavo di dover fare avanti e indietro da Londra continuamente. Sai... amo gli aerei e tutto, ma una relazione a distanza diventa pesante a un certo punto...".
Fu il suo turno di rimanere senza parole.
"Aspetta. Aspetta. Che cosa stai dicendo? Quale avanti e indietro da Londra? Quale relazione a distanza?", scosse la testa per scacciare lo sconcerto derivato dalla sua reazione.
"D'accordo, forse ho corso troppo, però è un tale sollievo sapere che vivi nella mia stessa città e io devo solo prendere un taxi per vederti". Era sinceramente felice ed eccitato, come se gli avesse detto che Babbo Natale esisteva davvero.
"Rick. Non abbiamo nessuna relazione", scandì bene le parole per farsi capire. La stava prendendo in giro? L'ansiolitico nel suo corpo le impediva di interpretare bene la situazione? Era fuori di testa?!
"Non sono neanche un avvocato", proseguì.
"Ok", rispose lui come se non gli importasse nulla.
Aveva mentito su tutta la linea, come poteva prenderla così bene?
"Non ti dà fastidio che non ti abbia detto chi sono veramente?".
"No", rispose per nulla turbato. "Eravamo due sconosciuti che magari non si sarebbero più rivisti, potevo esser e un pazzo mitomane, l'avrei fatto anche io al tuo posto".
Davvero, non era una persona normale.
"E' tutto qui? C'è dell'altro che vuoi dirmi? Eri un uomo e poi hai cambiato sesso?", proseguì lui, interrompendo le sue riflessioni.
"No. Sono sempre stata una donna, se questo ti fa sentire meglio". Forse non era una buona idea continuare con le confessioni, forse con lui era impossibile fare un discorso serio.
Rimase in silenzio, cercando di decidere come continuare.
"E se non sei un avvocato, cosa fai nella vita?", la anticipò lui.
"Sono un detective della polizia".
Se gli avesse regalato una carrozza con dei cavalli volanti, non avrebbe potuto farlo più contento.
"Davvero? Ma è meraviglioso! Cioè... detective vero? Di cosa?".
"Omicidi".
Mancò poco che battesse le mani.
"E' una cosa fantastica! Posso chiederti dei consigli per i prossimi libri?".
La studiò attentamente.
"Questa cosa ti rende, se possibile, ancora più sexy. Ti ci vedo ad arrivare sulla scena del crimine con quelle tue gambe su tacchi altissimi e dare ordini con fare dispotico. Devo assolutamente pensare a un personaggio con queste caratteristiche e tu mi darai una mano, detective... ?".
"Beckett. Detective Kate Beckett".
Lui la guardò come se il nome non gli suonasse nuovo. Era il momento della verità.
"Mi hanno sparato, qualche settimana fa. Al funerale del mio capitano. Forse l'avrai letto sui giornali". Non riuscì ad andare avanti.
Lui le prese una mano, lei si ritrasse nel suo bozzolo, seppellendosi dentro. Era la prima volta che lo diceva a un estraneo. E adesso sarebbe passata dall'essere una persona normale, all'essere la persona ferita da compatire.
"Mi dispiace, Kate", non aggiunse altro, la voce piena di comprensione e affetto. Non le fece altre domande, aspettando con pazienza che lei andasse avanti, se lo voleva. Questo la fece calmare e la spinse ad aprirsi più del solito.
"Non... ", iniziò, senza riuscire a proseguire.
"Non devi parlare, se non vuoi", le strinse la mano che non aveva lasciato, rassicurandola.
"No, è giusto che tu lo sappia e io devo dirlo ad alta voce. Non mi sono ancora ripresa. Fisicamente sì, tutto il resto... direi che non me la sto cavando bene".
Non le disse che era normale, che ci vuole il tempo necessario, che prima o poi passa tutto. Niente frasi scontate. Niente compassione. Gli fu grata per questo.
Poi le venne da piangere. Per la prima volta da quando era successo pianse per se stessa, per la pena che si faceva, per la rabbia di non poter essere quella di prima, per tutto quello che le era stato portato via.
"Vieni qui", le disse lui piano, tirandola contro di sé.
Sfogò tutto il suo dolore e la sua amarezza sulla sua ampia spalla fisicamente intesa, come non aveva mai fatto.
Crisi di panico, pianti a dirotto, probabilmente trucco sfatto, era la prima volta che si faceva vedere da un uomo in quelle condizioni. Da un altro essere umano, a dirla tutta.
"E' che... sono così arrabbiata", si confidò a fatica, tra i singhiozzi.
"Perché arrabbiata?", le chiese lasciando che le lacrime lo inondassero.
"Perché rivoglio la mia vita di prima. Perché io non sono questa persona che non riesce a stare fuori a cena. Voglio vivere come le persone normali. Voglio... smettere di avere paura che mi venga un attacco solo perché esco in strada. Non voglio avere le gambe che mi tremano. Non voglio... preoccuparmi anche di questo. Non voglio avere paura di uscire di casa".
"Ehi. Sei venuta fino a qui da sola. Mi sembra un bel passo per una che non esce di casa".
"Ma io non voglio dovermi porre il problema", gli rispose con voce sconfitta.
Sospirò, prima di tirar fuori quello che la faceva soffrire di più. "Non voglio essere la vittima di un cecchino. Lo so, faccio il poliziotto, è un rischio calcolato. Ma così, senza che me lo aspettassi, in modo tanto vigliacco... mi fa sentire... fragile. E non è una bella sensazione", ammise a fatica. Adesso aveva detto proprio tutto.
Lui sembrò in procinto di dire qualcosa, ma si trattenne.
"Se devi dire qualcosa, dilla". Era troppo stanca per essere anche diplomatica. Ripristinò una certa distanza tra di loro, tornano al suo posto, dentro alla sua coperta. Aveva una vaga idea di quello che sarebbe arrivato.
"Penso... che siano molte le cose che non vuoi", espose con cautela.
"E ho ogni diritto di non volerle. Mi piacerebbe proprio vedere tutti voi saputelli affrontare una cosa del genere", replicò arrabbiandosi subito. Lo sapeva che sarebbe finita con i consigli non richiesti.
"Ehi", la fermò rimanendo calmo. "Io non sono il nemico".
"Qualche volta mi pare che lo siate tutti", disse amaramente. Si era aperta troppo e se ne era già pentita. "Avevi altro da dire?", lo incalzò brusca.
"Solo che... mi sembri una persona abituata a scagliarsi contro gli ostacoli a forza", continuò con un po' di reticenza.
Le venne da ridere. "Ti informo che noi della polizia buttiamo giù le porte a calci. Forse non ne eri al corrente".
"Puoi evitare di farmi pensare a queste immagini erotiche? Non riesco a concentrarmi", le risposte assecondandola con tono leggero.
"Ti piacciono le dominatrici, Rick?", lo punzecchiò maliziosa, nel tentativo di cambiare argomento.
"Vuoi farmi finire il discorso, o passiamo subito al latex e alle manette? Sono aperto a ogni suggerimento".
"Ok, scusa. Continua". Era meglio non prendere quella strada.
"Penso solo che se continui a sbattere contro il cemento, ti farai sempre male".
"Ti pagano, per queste metafore?", lo interruppe sferzante.
"Invece devi solo trovare il punto di minor resistenza. E' questa la vera forza", concluse senza farsi distrarre.
Lei rimase attonita, non se lo aspettava. Aveva cercato di usare il sarcasmo come diversivo, per farlo smettere di parlare, e invece, non solo lui non ne era stato turbato, ma le aveva anche mostrato la faccenda da un altro punto di vista, senza farla sentire minacciata.
Preferiva pensarlo superficiale e donnaiolo, che persona di un certo spessore. Sarebbe stato più semplice vederlo andare via.
Lui si accorse di averla colpita. "Hai detto di sentirti fragile. Sai qual è il contrario di fragile?".
"E' un quiz televisivo?". Non riusciva a evitare di cercare a tutti i costi di non affrontare il discorso.
"Sì. Il premio sono io". Il banco vince sempre.
Lei si concentrò sulla domanda.
"Robusto?".
"Le cose fragili temono gli urti. Le cose robuste, invece, non li temono, perché non ne vengono scalfite".
"Quindi?".
"Quindi il contrario è tecnicamente qualcosa che viene sì colpito, ma che in qualche modo assorbe l'urto e ne trae profitto per la propria sopravvivenza".
"Chi sei? Obi Wan?", sbottò infastidita, dopo qualche attimo di pausa.
"Solo se mi rende più attraente ai tuoi occhi".
Non perdeva un colpo e lei non riusciva a smontarlo. Era un uomo impossibile, che riusciva a non farsi intimidire da lei.
"Non puoi essere diversa da quella che sei adesso. Usa quello che hai per creare qualcosa di nuovo. Fallo diventare il tuo motore. E' l'unico modo che hai per non essere una vittima".
Avrebbe tanto voluto mandarlo via, perché aveva ragione, ma non erano i discorsi che voleva sentire. Voleva la bacchetta magica che l'avrebbe fatta tornare alla sua esistenza precedente.
"E' finita la seduta di psicoterapia?", domandò per darsi un tono, volendo a tutti i costi avere l'ultima parola.
"Sì. Accetto pagamenti in natura. Tira fuori le manette". Le sorrise dolcemente, e lei trovò più insopportabile quello che lesse nei suoi occhi di tutti i discorsi finora fatti.
"Lo vedi? Mi stai guardando come mi guardano tutti quelli che sanno quello che mi è successo. Ecco perché non voglio dire niente".
"Cioè come?".
"Come se provassi compassione per me".
"Io ti guardo da giorni come se volessi spogliarti, se posso essere del tutto sincero. Altro che compassione". Accavallò le gambe, completamente a suo agio. Kate non rispose.
"Ehi, torna in te. A quest'ora avresti già dovuto mandarmi fuori a calci, solo per aver osato dire una cosa del genere".
"Magari volevo dirti che andava bene anche a me, ma adesso hai rovinato tutto e non lo saprai mai", lo canzonò alzandosi. Sapevano entrambi che non era così. Per il momento.
"Rick...", iniziò a occhi bassi, preparandosi al commiato.
"Lo so, sono meraviglioso, grazie per le parole illuminanti, ti prego continua a ispirare il mio cammino con tanta saggezza, anzi perché non mi mandi tutti i giorni una frase di riflessione sul senso della vita...".
Lei scoppiò a ridere, per la prima volta quella sera.
"Ok, mi arrendo. Ho capito. Buonanotte".
Cominciò a salire le scale, fermandosi a metà e girando solo di pochi gradi la testa.
"Lo so che non vuoi rimanere sul divano. Andiamo", usò il suo miglior tono autoritario.
Lui la raggiunse con un balzo, come se non stesse aspettando altro.
"Devi rimanere dalla tua parte di letto", gli ingiunse severa.
"Tutto quello che vuoi".
"E niente manette".
"Niente manette".
"Ok".
"Per questa volta".
"Che cosa?!".
Questa volta il punto era suo.
