Capitolo 7
La sveglia di Kurt stava suonando in lontananza, ricordandogli che era ora di alzarsi e prepararsi per la scuola, ma si ritrovò incapace a muoversi per diversi minuti. Quando finalmente si divincolò da quello stato di vacuità che l'aveva travolto, fu solo grazie al pensiero: È al piano di sotto. Non ammattire. È al piano di sotto.
Non riuscì a non chiedersi perché suonasse come una bugia.
Sedette sul letto per qualche minuto, osservando il lato su cui s'era addormentato Sebastian, e improvvisamente non riuscì più a stare lì. Aveva bisogno di uscire.
Si alzò velocemente, incespicando appena giù dal letto per spegnere la sua sveglia, dunque rimase in piedi nel bel mezzo della stanza con le sue stesse braccia ad avvolgerlo. Sebastian aveva detto che poteva non essere solo una 'storia da una notte', e ciò significava che non sarebbe andato via la mattina dopo… avrebbero dovuto parlare, quindi doveva essere ancora in casa. Era la cosa che avesse più senso.
A meno che non si fosse pentito di avergli detto che poteva essere più di una storiella.
Kurt si disse di smetterla di rimuginare sulle diverse possibilità, e invece indossò una vestaglia appesa sulla porta dell'armadio, dunque si diresse verso le scale.
In casa aleggiava la calma. I suoi passi erano silenziosi sui gradini, e si fece strada verso i rumori che provenivano dalla cucina.
"Hey," disse piano, e Viola si volse per regalargli un sorriso sonnacchioso.
"Buongiorno, raggio di sole," lo salutò. "Tutto bene?"
Kurt aggrottò la fronte al tono prudente nelle sue parole. "Intendi per l'alcol?" domandò.
Viola scosse il capo, sorridendo appena, poi si volse di nuovo verso la macchinetta del caffè. "Intendo per Sebastian che fa lo stronzo," rispose. "Sei un tipo da caffè, giusto?"
Il suo cuore cominciò a battere più forte. Lo sentiva chiaramente nel petto, e le mani gli divennero improvvisamente fredde e sudaticce. "Io… che vuoi dire? Sebastian?"
"Avete avuto una discussione, giusto?" domandò Viola, il tono di voce vago mentre premeva i tasti della macchinetta. "Insomma, se n'è andato mezz'ora fa e mi ha detto di mandargli un messaggio appena te ne fossi andato. È quello che fa quando anche noi litighiamo," spiegò lei, rivolgendogli un sorriso comprensivo. "È il suo modo di limitare i danni," continuò. "Rifletti, calmati, torna più tardi e fingi che non ci sia mai stato motivo di arrabbiarsi con l'altro."
"Oh," disse Kurt, poi allungò le mani per poggiarsi sul bancone e mantenersi in equilibrio.
"Lo fa con buone intenzioni," continuò la giovane, esclamando subito dopo: "Aha! Sapevo che sarei riuscita a far funzionare questo diavolo di macchinetta. Caffè, bellezza?"
Si volse e gli lanciò un vero e proprio sguardo per la prima volta da quando era giunto in cucina, era innocente, scompigliata e adorabile, come se non avesse appena dato la notizia che Kurt avrebbe voluto evitare da quando si era svegliato.
Gli sembrava di avere il cuore bloccato in gola. Provò a ricomporsi, pezzo dopo pezzo, così che Viola non lo guardasse e capisse… capisse che non c'erano state discussioni, solo una proposta di fare della loro botta e via qualcosa su cui 'si dovesse riflettere', l'indizio di una promessa che bisognava venisse dimenticata prima che andasse avanti.
Non era arrabbiato in quel momento, in piedi nella cucina degli Smythe nel tentativo di tenersi in piedi, ma percepiva la rabbia giungere come una tempesta.
Quando si riconcentrò sul momento, respirando profondamente per trattenersi dal fare qualcosa di stupido come piangere, l'espressione di Viola divenne quella di chi aveva capito.
"Oh," disse la giovane, l'eco dell'unica parola che Kurt era riuscito a dire da quando aveva capito cosa fosse accaduto. "Non… non avete discusso."
Kurt respirò profondamente, mantenendosi calmo. "No," rispose.
Viola si fece seria allora, e Kurt vide la rabbia che lui stesso covava espandersi in lei a macchia d'olio. "Oddio," soffiò lei, "non… non ha…? Oddio, quel bastardo."
Kurt non era mai stato seriamente claustrofobico prima d'allora, ma pensò di aver capito la sensazione di essere oppresso da qualcosa e il bisogno di uscire.
Tenne a bada il panico con movimenti cauti, non la guardò mentre diceva: "Devo prepararmi per la scuola."
A metà delle scale mentre si dirigeva in camera di Sebastian (in cui non voleva tornare, non voleva, non con il letto e la porta su cui il giovane l'aveva spinto la notte prima, ma doveva prepararsi per lasciare quella maledetta casa), Kurt cominciò a correre.
Al piano superiore, si preoccupò per un secondo di essere davvero sul punto di avere un attacco di panico. Non ne aveva mai avuto uno prima, e non sapeva come ci si sentisse, ma si sentiva come se non potesse respirare anche se inspirava velocemente e ansimando.
Stranamente, il panico lo abbandonò quasi immediatamente come l'aveva colto. Si ritrovò esausto, completamente.
Era stato tutto appeso a un filo. Kurt fissò il letto, respingendo l'opprimente bisogno di piangere. Non aveva voluto fare sesso perché non era tipo da storie di una notte, così Sebastian aveva suggerito che potesse non esserlo per convincerlo che andasse bene così. Era stato tutto appeso a un filo, e Kurt vi aveva appeso su le sue speranze come un vero idiota.
La rabbia non era ancora lì, ma era abbastanza vicina perché Kurt la sentisse nelle sue membra. Dovevano rimanere amici, giusto?
Inspirò e trattenne il respiro per qualche attimo, sforzandosi di rimanere calmo. Non appena si sentì meno sbilanciato emotivamente, raccolse la sua borsa da viaggio e sparì in bagno. Una volta fatta la doccia e preparatosi per la scuola si sarebbe sentito meglio, si disse. Si sentiva confuso perché sembrava confuso. Poteva riuscire a ricomporsi.
Doveva riuscire a ricomporsi. Nessun altro l'avrebbe fatto al suo posto.
Scostò lo sguardo dallo specchio mentre si svestiva, poi girò la manopola della doccia finché l'acqua non fu troppo calda. Quando vi entrò, rantolò per il calore, e chiuse fermamente gli occhi.
Funzionò: era troppo occupato a lavarsi nonostante l'acqua sembrasse bruciare per potersi mettere a piangere. Doveva solo trovare abbastanza distrazioni fino a poter mettere le distanze tra sé e l'ultima notte, allora si sarebbe sentito meglio.
Quando uscì dal bagno, con i capelli e i vestiti in ordine (e la pelle solo un po' infiammata e sensibile contro la stoffa degli abiti), Viola era nella camera di Sebastian.
"Posso aiutarti?" domandò Kurt, raccogliendo le sue cose più velocemente che poteva.
Non guardò la ragazza, ma la pausa di silenzio fu troppo lunga. "Ho provato a chiamare Sebastian, non… non risponde. Non so dove sia."
Kurt chiuse gli occhi, la mano nella borsa mentre vi riponeva dentro il completo della sera prima. "Tornerà quando me ne sarò andato," le ricordò, congratulandosi mentalmente con se stesso per come stesse gestendo la conversazione.
Viola sospirò. "Sono preoccupata," ammise.
Si volse verso di lei a quel punto, la borsa in spalla. "Non è un mio problema," disse, poi la superò per uscire dalla camera da letto.
"Kurt," lo chiamò Viola, seguendolo giù per le scale. "Kurt, so che sei arrabbiato -"
"Non sono arrabbiato," le rispose onestamente. "Non ancora. Ma non voglio stare qui, e poi farò tardi a scuola."
"Kurt," ripeté lei, e questa volta la sua voce era di chi stava sull'orlo delle lacrime. Non era giusto. Kurt rafforzò la presa sulle chiavi della sua macchina e sul manico della borsa. Perché lei poteva piangere, quando lui non poteva permettersi di farlo? "Ti prego, resta qui. Dobbiamo chiarire questa faccenda. Penso che sia, che lui… non sai quello che mamma diceva ieri, era…"
"Viola," disse Kurt, e la sua voce calma riuscì a zittirla immediatamente. "Smettila di farti prendere dal panico. Va tutto bene. Andrà tutto bene. Va' a svegliare Yitzie… Va tutto bene."
Le sorrise, rivolgendole la migliore espressione che potesse fare, nonostante sapesse che poteva sembrare finta e triste. Avrebbe voluto stringerla tra le braccia e dirle di non piangere, ma… non era esattamente il suo ruolo, giusto? E chi era lui per offrirle conforto, nello stato in cui si trovava?
"Kurt, ti prego non andare," ripeté Viola, sussurrando stavolta. "Ho paura che non tornerai mai più."
Il suo sorriso falso non riuscì a tenere un secondo di più a quelle parole, e fissò nella mente l'immagine di lei – in una camicia da notte a maniche lunghe, con i capelli scompigliati sciolti sulle spalle, gli occhi che brillavano per le lacrime, sembrava sua madre e Sebastian e altre cose bellissime – poi sospirò. "Arrivederci, Viola," disse, prima di volgersi per andare verso la sua macchina.
Non si guardò indietro.
/
Kurt riuscì a fare tutta la strada verso scuola senza piangere. Mise la radio troppo forte, cantò le canzoni che non conosceva nonostante volesse tenere la bocca chiusa, e contò le parole in rima nelle canzoni di cui non conosceva le parole.
Quando posteggiò nel parcheggio del McKinley, sedette per qualche momento in silenzio, provando a convincersi a entrare.
I suoi amici avrebbero saputo che qualcosa non andava, ovviamente. Avrebbe dovuto dire di sentire i postumi della sbornia più di quanto non fosse vero, e incoraggiarli a parlare dei fatti loro per distrarsi. Rachel e Finn probabilmente stavano passando qualche dramma con cui avrebbe potuto distrarsi…
Fu il pensiero di Finn a portarlo a ricordare come questi e Sam avessero reagito alla sua amicizia con Sebastian, e Dio, avrebbero notato se avesse smesso di uscire con lui, vero? Avrebbe dovuto trovare qualche scusa per dire che avevano smesso? O che si erano allontanati? O magari avrebbe potuto usare il tempo libero per tornare a fare i compiti da solo al Lima Bean…
O magari lui e Sebastian sarebbero stati bene, una volta che Kurt avesse smesso di sentirsi stupidamente ferito da qualcosa che non era stata pensata per ferirlo. Respiro profondamente, poi prese il cellulare.
Tua sorella è preoccupata per te, scrisse a Sebastian. Chiamala e dille che stai bene.
Si trattenne dall'aggiungere altro – domande, insulti, un numero di cose che gli passavano per la testa – e mandò il messaggio per com'era. Poi, con aria di rassegnazione che gli aleggiava tutt'attorno, aprì la portiera dell'auto.
I corridoi del McKinley, sempre gli stessi, gli fecero cominciare a credere che le cose potessero tornare alla normalità. Quella di prima che arrivasse Sebastian, forse, ma pur sempre una normalità.
Accompagnò Mercedes alla prima lezione, e quando lei cominciò a chiedergli come mai 'sembrasse giù' Kurt utilizzò la storia del brutto dopo sbornia, così la giovane cominciò a parlare di gossip riguardo le New Directions. Bevve ogni parola, concentrandosi su quella distrazione.
Funzionò per la maggior parte della giornata: i suoi amici notavano che c'era qualcosa che non andava, lui scrollava le spalle e spiegava di aver bevuto troppo la sera prima, poi si concentrava sulla migliore distrazione che potesse trovare.
Funzionò finché Matematica non fece crollare tutto attorno a lui.
Era una cosa stupida. Riconosceva la stupidità delle sue stesse emozioni. Sedeva a lezione di matematica cercando di capire un'equazione, e poi ricordava di Sebastian che gliela spiegava mentre stavano chini su un foglio, al Lima Bean, e tutto riprendeva ad avere senso per lui…
Poi Kurt cominciò a sentirsi soffocare.
Si concentrò solo sul proprio respiro per il resto della lezione, e alla fine raccolse veloce le sue cose e si fece strada verso il bagno più vicino.
Le lacrime non vennero su facilmente. Erano rimaste bloccate in gola, facendolo rantolare con terribili respiri mozzi, e Kurt piangeva raramente a quella maniera – di solito era così bravo a rimanere composto – ma il misto del dopo sbornia, delle sue emozioni e del ricordo di Sebastian quando tutto andava meglio… lo aveva lanciato. Si aggrappò ai bordi di un lavandino con entrambe le mani e i singhiozzi lo sconquassarono come se stessero provando a ferirlo.
Durò qualche minuto, in cui Kurt si sentì come se stesse affogando perché non riusciva a respirare normalmente, e non riusciva a sentire nient'altro che le lacrime sul viso e un senso di completa impotenza. E sì, odio per se stesso, perché era stato lui ad arrivare a quel punto. Aveva riposto speranze in qualcosa che Sebastian ovviamente non intendeva allo stesso modo in cui pensava Kurt, aveva messo troppo di sé nelle mani dell'altro, aveva dimenticato che Sebastian non lo voleva… Perché doveva ingannarsi? Perché prendersi la briga? Doveva saperlo, allora, di smetterla di lasciarsi ferire. Avrebbe dovuto saperlo bene.
Dopo che quell'ondata si concluse, Kurt inspirò profondamente per calmarsi. Sollevò lo sguardo al suo riflesso sullo specchio, dunque trasalì e desiderò non averlo fatto. Come avrebbe potuto sistemarsi abbastanza da non insospettire gli amici? Avrebbero visto gli occhi rossi e gonfi e avrebbero saputo che era più di uno stupido dopo sbornia.
Forse avrebbe dovuto andare a casa. Suo padre avrebbe capito, se avesse detto che stava male e… e forse avrebbe pensato che era un dopo sbornia, ma comunque, se avesse detto che stava vomitando suo padre non avrebbe potuto costringerlo a stare a scuola, giusto?
Si stava ripulendo il viso con le salviette di carta quando la porta del bagno si aprì alle sue spalle.
Per un terribile momento, Kurt pensò a tutte le persone peggiori che avrebbe potuto incrociare – Azimio o uno della squadra di football che l'avrebbero preso in giro, o Finn che sarebbe stato imbranato e protettivo o, Dio, Blaine, per ricordargli tutte le stupide decisioni che faceva quando si trattava di questioni di cuore.
C'era qualcosa nell'essere sorpreso (in bagno, era mica diventato idiota?) che lo fece piangere ancor di più. Si sfregò via le lacrime, inspirando profondamente per trattenersi, poi sollevò lo sguardo sulla porta.
Con la mano a tenere aperta la porta, stupefatto, c'era Sam.
"Oh," disse Kurt a bassa voce, poi sorrise. "Hey."
Sam scosse il capo ed entrò in bagno, lasciando che la porta gli si chiudesse alle spalle. "Kurt, cos'è successo?"
Kurt si sforzò di continuare a respirare come si deve. Cercò di ricordarsi che stava piangendo senza motivo, che era stupido e inutile e che si stava comportando come un bambino… ma lì c'era Sam insieme a tutto l'affetto fraterno che era giunto nella sua espressione preoccupata, e si ritrovò a tremare mentre cercava di rimanere tutto d'un pezzo. Il bisogno di piangere e basta era tornato, gli bloccava la gola e il respiro, ma Kurt la mandò giù.
Stava bene, si disse. Era al sicuro. Era solo Sam.
"Ho avuto una brutta giornata," ammise dopo troppo tempo, la voce appena rauca anche se l'aveva tenuta bassa. "Sto bene."
Il cipiglio di Sam divenne ancor più intenso, e gli si avvicinò fino a poggiargli la mano sulla spalla. Kurt deglutì, e poi batté le palpebre per trattenersi dal piangere ancora. "Kurt è ovvio che tu non stia bene," disse Sam. "Parliamone."
In quel momento, Kurt avrebbe voluto raccontare tutto – a cominciare da lui che si innamorava, e si convinceva del fatto che potesse essere desiderato in qualche modo, fino ad arrivare a quella mattina e al fatto che Sebastian fosse andato via per fingere che nulla fosse accaduto – ma sapeva di non poterlo fare. Non c'era modo di ammettere che si stava nascondendo in un lurido bagno a piangere come se il mondo stesse implodendo perché quel cazzo di Sebastian Smythe non lo desiderava.
Non era cambiato nulla dal giorno prima. Nulla. Quindi doveva smetterla di comportarsi come se fosse accaduto qualcosa.
Fece un sorriso tremante, scostandosi dal tocco dell'altro. "È colpa del dopo sbornia e il mio essere emotivo," disse, ignorando il tentativo di rispondere di Sam gettandosi altra acqua in viso.
"Sono preoccupato," stava dicendo l'altro, le sue parole si mischiarono nel fiume di non piangere di nuovo non piangere di nuovo che gli occupava il cervello. "Kurt, devi solo dirmelo, non posso -"
"Non 'devo' fare proprio nulla," sbottò Kurt, asciugandosi il viso con un'altra salvietta di carta. Avrebbe pagato per quel trattamento sulla sua stessa pelle, dopo. "Faremo tardi a lezione entrambi."
E con quello, si convinse a uscire dal bagno.
Sam lo accompagnò alla sua lezione successiva, nonostante Kurt avesse insistito che non c'era bisogno, ma non gli diede nessuna spiegazione. Scrollò le spalle nei momenti di silenzio e poi oltrepassò Sam per entrare in classe.
Una volta sedutosi, lanciò un'occhiata al cellulare. Il suo cuore perse un colpo quando vide la parole Smythe, anche se era solo un messaggio di Viola.
Puoi passare dopo la scuola? Chiedeva la giovane. Voi due dovete solo sedervi e PARLARVI, cazzo. Questa faccenda è ridicola.
Gli tremarono le mani. Sollevò lo sguardo verso l'insegnante, quindi scrisse una veloce risposta.
È a casa? Domandò.
La risposta fu quasi immediata, come se la giovane stesse attendendo solo la sua risposta. No, scrisse. Ma ha chiamato. Sono sicura di poterlo fare tornare a casa se lo minaccio a dovere. Passa da qui… preparerò il caffè e sistemeremo tutto. Xxxxxx?
Kurt non l'aveva nemmeno considerato. Sapeva come appariva in quel momento, e sapeva che le sue emozioni erano abbastanza sbilanciate che sarebbe bastata una semplice occhiata a Sebastian per essere travolto dal ricordo di come fosse baciarlo – avrebbe sempre, sempre saputo com'era – e sarebbe stato così, niente di più e niente di meno.
Come poteva pensare, Viola, che lui sedesse di fronte Sebastian per sentirsi dire cose come Scusa, non intendevo quella cosa, non ti voglio in quel senso senza reagire in maniera eccessiva? Come avrebbe dovuto ascoltare qualsiasi cosa tranne il fatto che era stato conveniente la notte prima, che non era speciale, che non era mai…
Non posso farlo, le scrisse, dunque spense il cellulare.
Non aveva bisogno di vedersela con entrambi i fratelli Smythe quel giorno. Aveva bisogno di vedersela con se stesso; aveva bisogno di rimettere insieme i pezzi e di smetterla di essere tanto incasinato. Se il modo di Sebastian di 'limitare i danni' era quello di andarsene e fingere che la notte prima non fosse mai esistita, allora Kurt avrebbe avuto bisogno di più di un paio d'ore per accettarlo e mettere la storia da parte.
Determinato a trattenersi dal crollare di nuovo, prese la penna e cominciò a prestare attenzione alla lezione.
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La fine della giornata scolastica vide Kurt un po' più in sesto. Non gli tremavano più le mani a intervalli irregolari, e aveva perfezionato l'arte di prestare più attenzione a ciò che stava facendo così da poter ignorare il casino nella sua testa.
Posò i libri nell'armadietto, concedendosi un attimo per osservarsi nello specchio sullo sportello e fare una smorfia, e improvvisamente non fu più solo.
"Devi probabilmente andare al canto coreografato," gli disse una voce fortemente accentata. Kurt esitò, dunque chiuse l'armadietto. Yitzie era poggiato su quello accanto al suo, indossando – tra tutte le cose al mondo – un'aureola tenuta da un cerchietto. Kurt reclinò il capo. "Dopotutto è un impegno, sì?"
"Yitzie?" disse Kurt lentamente, occhieggiando l'aureola. "Che stai facendo?"
Yitzie sorrise, ridicolmente fuori posto nei corridoi del McKinley con un completo scuro e un'aureola, con il suo cappello nero tenuto casualmente tra le mani.
"Ma d'altra parte," continuò Viola, parlando un po' troppo forte. Kurt si volse verso di lei, poggiata sull'altro armadietto accanto a quello suo. Curvò le labbra in un sorriso confuso; la giovane indossava un paio di corna scarlatte. "Abbiamo il gelato e un paio di film… Yitzie ha avuto un infanzia priva di film della Disney, dobbiamo chiaramente intervenire."
"Hai un'argomentazione valida," ammise Kurt. Tornò a guardare Yitzie. "Cosa ne pensi?"
Il giovane si strinse nelle spalle. "E che ne so? Sono solo un angelo dei cartoni animati." Si chinò su di lui e gli piazzò il cappello a tesa larga sulla testa. "Sei tu che devi scegliere. Che cosa scegli, Kurt?"
Kurt respirò profondamente. Gli piacevano Viola e Yitzie – e gli piaceva che fossero abbastanza ridicoli come coppia da presentarsi lì a quel modo in quel momento – ma non era pronto ad affrontare Sebastian. Non quando poteva ancora ricordare tanto chiaramente cosa si provasse baciandolo.
"Andiamo a casa mia," disse.
Il viso di Viola si illuminò. "Abbiamo così tanto gelato, Kurt," disse, afferrandogli la mano.
Kurt si sforzò di fare un sorriso più grande. "Dovrò stare a dieta per settimane, vero?"
"Whoa," disse una nuova voce, e Kurt sollevò lo sguardo per vedere Puck lanciare una seconda occhiata. "Allarme ortodossi. Che diavolo succede, amico?"
"Sono amici miei," spiegò Kurt. "Se qualcuno chiede di me io… sono tornato a casa," disse.
Yitzie gli afferrò la mano libera mentre uscivano dalla scuola, e Kurt si ritrovò a sollevare gli occhi al cielo a quello che poteva sembrare… ancora con gli occhi rossi, con un cappello che non si abbinava al suo outfit, con Viola e Yitzie a tenerlo per mano.
E okay, forse si sentiva come un bambino di sette anni, ma i suoi sette anni non erano stati poi tanto male.
E forse le cose sarebbero andate meglio. Forse avrebbe dimenticato ciò che la notte prima aveva sentito tanto chiaramente, e sarebbe stato in grado di tornare a sollevare gli occhi al cielo alle parole di Sebastian mentre facevano i compiti al Lima Bean. Il dolore si sarebbe affievolito, fino a quando non sarebbe stato così tagliente, fino a quando non fosse riuscito a respirare bene di nuovo. Poteva ancora tornare indietro.
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Andare a casa era decisamente un'idea molto, molto migliore di stare seduto al glee club. Per dirne una, c'era più tranquillità, a parte che per il film e le occasionali risate.
Un'altra ragione per cui era felice di essere lì era che Viola e Yitzie non avevano bisogno di chiedergli cosa ci fosse che non andava. Lo sapevano perfettamente… magari senza alcun dettaglio, ma sapevano abbastanza da non chiederglielo per forza. Dopo le domande costanti che aveva ricevuto riguardo il suo umore durante tutta la giornata, avere degli amici che stessero semplicemente nella stessa stanza con lui, abbastanza vicini da potersi poggiare a loro o da cui mettersi a una distanza confortevole, era esattamente ciò di cui aveva bisogno. Teneva il cappello di Yitzie in grembo, e si ritrovò ad alternare la visione del film con momenti in cui carezzava la falda del cappello, tastando la stoffa con le dita. E Kurt, per quanto odiasse ammetterlo, ne aveva bisogno… non poteva stare con i suoi amici di scuola, che erano affettuosi ma esagerati, ma non poteva nemmeno sopportare l'idea di essere tanto solo, in quel momento.
C'era una parte di lui che si sentiva in colpa a portare via il poco tempo che avevano Viola e Yitzie. Il pensiero cominciò ad assillarlo mentre guardavano Il Principe D'Egitto e la coppia si scambiava un piccolo sorriso, ma rimase inespresso mentre Kurt si concedeva di confortarsi con la loro presenza.
Perlopiù si sentiva stanco.
Viola fermò il film a metà con una lamentela da parte di Yitzie, che disse di aver bisogno di sapere cosa sarebbe accaduto. Saltellò verso la cucina senza preoccuparsi di chiedere il permesso a Kurt. Sentì un'ondata di esasperazione pervaderlo, ma non pensava di averne abbastanza in corpo da arrabbiarsi con lei.
Tornò a guardare la stoffa nera del cappello. Carezzò la falda e sollevò lo sguardo su Yitzie.
Il giovane sembrava pensieroso.
La stessa ondata di esasperazione tornò a pervaderlo. "Non cominciare," lo avvertì.
"Non sto iniziando niente," replicò Yitzie a bassa voce.
Aveva un paio di risposte da dargli, come cosa te ne frega in ogni caso? e Non voglio la tua compassione e basta un solo sguardo, è questo che fa l'essere innamorato?, ma alla fine non aveva energie per discutere. Invece, scrollò le spalle e si concentrò sulla sensazione dei bordi del cappello di Yitzie contro le sue dita.
"Però penso," disse Yitzie in tono molto cauto, "che tu e Sebastian in realtà non vi ascoltate bene l'un l'altro." Kurt sollevò lo sguardo, e l'irritazione nel suo sguardo fece immediatamente chiudere la bocca all'altro, che scostò lo sguardo. "Mi spiace. Non sono io a doverlo dire."
"Pane!" annunciò Viola, ricomparendo nella stanza. "Finirò per vomitare se non mangio qualcosa di diverso dallo zucchero, oggi."
Kurt scostò lo sguardo da Yitzie, si sentiva improvvisamente vulnerabile di fronte a qualcuno che sembrava così capace di capirlo con uno sguardo. Sorrise a Viola mentre tornava a sedersi, perlopiù perché farlo la faceva sorridere a sua volta (come se la giovane disperasse che lui fosse felice e che cercasse indizi che le dicessero che stava meglio). Per quanto fosse strano, far sentire meglio Viola faceva sentire meglio lui.
La giovane fece di nuovo play, e Kurt le permise di accoccolarsi contro il suo fianco mentre si riperdevano nei drammi delle vite altrui.
Non era sicuro di cosa pensassero Viola e Yitzie, che erano tanto sicuri a modo loro, e che conoscevano Sebastian abbastanza bene da sapere che la situazione era tutto un dramma e un problema di Kurt. Quella mattina, avrebbe pensato di sembrare pazzo… ma poi eccoli lì, e in qualche modo lo capivano in un modo che nemmeno i suoi migliori amici riuscivano a pareggiare.
Pensò, ascoltando Viola che cantava un verso in Ebraico, che poteva ancora avere tutto quello anche se avesse rovinato tutto con Sebastian. Doveva solo rimettersi in sesto e tornare ad essere amico con lui, ma anche se non ci fosse riuscito, non avrebbe comunque perso Viola. Perché era testarda e determinata come un mulo, e ci teneva abbastanza da essere lì a offrirgli conforto, anche se era tutta colpa di Kurt che si era fatto ferire a quel modo. Anche se aveva rovinato tutto con suo fratello innamorandosi stupidamente e vistosamente.
Spostò il braccio per passarlo attorno alle spalle della giovane, ed ella si mosse per avvicinarsi di più e poggiare la testa sulla sua spalla.
Con la mano libera, continuava a giocherellare col cappello di Yitzie. Tutto era andato nel peggiore dei modi, e stava ancora bene. Era scosso, vulnerabile e ferito, ma alla fine dei conti stava bene. Riusciva a respirare.
E siccome la sua vita era fatta di momenti in cui veniva buttato giù proprio quando cominciava a riprendersi, il campanello suonò.
Doveva essere l'orario in cui Finn e Sam tornavano dal glee club, ma qualcosa nel senso di colpa dipinto sul volto di Viola gli disse esattamente cosa stava accadendo.
"Non l'avete fatto," disse, guardando Viola sussultare. "Ditemi che non l'avete fatto."
All'improvviso silenzio della ragazza, Kurt si volse a guardare Yitzie. Questi era ancor più confuso di quanto non fosse lui, il che gli disse di chi era stata quell'idea.
Si alzò dal divano, stringendo il cappello di Yitzie nella mano sinistra. "Non è giusto," disse a Viola, rigido, sentendosi come se stesse rimproverando un bambino, poi si diresse verso l'ingresso.
Si sentì prendere dal panico mentre andava ad aprire la porta, ma lo superò. Non c'era motivo di andare fuori di matto lì, non con tutti attorno a fissarlo. Cadere a pezzi andava bene nei bagni vuoti, nelle camere da letti e nei posti in cui nessuno potesse vederlo.
Sapeva esattamente chi c'era dietro la porta, ma incontrare gli occhi di Sebastian lo fece sentire come se fosse ancorato al terreno.
"Hey," lo salutò Sebastian, ficcandosi le mani in tasca e apparendo più in imbarazzo di quanto Kurt avesse mai pensato di vederlo. Era un tratto che condivideva con Viola… una cosa che sembrava come l'inabilità a vergognarsi o imbarazzarsi, a prescindere o meno dalla situazione in cui ci si trovasse.
Ed era sparita in un semplice movimento come lo sarebbe stato mettersi le mani in tasca.
Si costrinse a respirare. Il suo istinto da 'affronta–o–scappa' era apparentemente lento, ma quando gli giunse al cervello, ebbe improvvisamente bisogno di uscire di lì. Non si era aspettato di trovarsi in quella situazione in quel momento… era la cosa peggiore. Se avesse avuto un avviso, sarebbe almeno riuscito a darsi un tono…
"Lo sapevi," domandò, lentamente mentre le pensava una per una prima di pronunciarle, "che avevo detto a tua sorella che non ero ancora pronto per questo?"
Lo sguardo di Sebastian si poggiò sopra la sua spalla. Kurt si volse per un breve momento, trovando Viola in piedi un po' più in là, le mani sui fianchi e un'espressione determinata in viso.
Quando Sebastian tornò a guardarlo, sembrava pensieroso. "No," disse, poi ammise: "Ma ho pensato fosse così quando mi ha detto di venire qui invece che a casa."
Kurt annuì, dunque chinò il capo. Una parte di lui avrebbe voluto urlare (era forse il suo istinto che lo portava ad 'affrontare' che saliva in superficie?), ma tutto ciò che gli veniva in mente – avrebbe dovuto essere una mia scelta, come hai osato portarmela via; Non so come gestire la faccenda ora come ora; Sono stato fuori di me tutto il giorno, lo sai? – lo faceva suonare patetico e ovvio. Ed era arrabbiato, Dio se lo era, ma non sapeva come dimostrarlo senza tatuarsi in fronte Ti amo. Non sapeva come esprimersi senza rendere dolorosamente palese di essere innamorato, e che il suo cuore era stato spezzato più e più volte, e quando si sarebbe fermato?
Scegliendo finalmente un'opzione che non gli suonasse terribile, decise di dire: "Ti prego di andartene."
Provò a tenere lo sguardo appuntato sul tappeto, ma era un tentativo inutile; sollevò lo sguardo su Sebastian quasi immediatamente quando pronunciò quelle parole. Sebastian ricambiò lo sguardo e scrollò le spalle.
"Voglio solo parlare, Kurt," disse. "Penso che più a lungo lasciamo la cosa in sospeso, peggio andrà a diventare."
"È stata una tua scelta, ricordi?" rispose Kurt, la sua stessa voce era stridula alle sue stesse orecchie.
"Kurt," disse Viola alle sue spalle, e ciò lo fece irrigidire. "Ti prego." La voce della giovane era appena stanca, come se fosse sul punto di scoppiare a piangere, e anche se Viola era quasi costantemente sul punto di piangere, a volte (cosa spesso ammessa con eccitazione, tra l'altro), riusciva sempre ad ammorbidirlo.
L'iniziale bisogno di volgersi e chiedere a Viola e Yitzie di andarsene a loro volta sparì, ma era ancora arrabbiato, e non aveva nulla a cui rivolgere la rabbia senza mettersi in ridicolo.
"Dammi solo qualche minuto," suggerì Sebastian.
Kurt scosse il capo, permettendo alla rabbia di tornare in superficie, e fu allora che accaddero due cose in rapida successione: chiuse la porta sbattendola, sospirando arrabbiato e volgendosi per andare via…
E Sebastian piazzò la mano sullo stipite della porta.
Gli attimi dopo furono del tutto confusi, per lui. Ci fu un botto disgustoso – inaspettato, mentre Kurt si era aspettato il rumore della porta che si chiudeva – e poi due urla simultanee.
Viola corse accanto a lui, che era paralizzato sul posto per la confusione e l'orrore. La spalla della giovane sbatté contro la sua e incespicò, improvvisamente si stava muovendo a sua volta, anche se non era conscio di cosa fosse davvero accaduto.
"Cazzo!" esclamò Sebastian, accovacciandosi sulla soglia di casa. Stava tutto accovacciato, il capo chino e la mano contro il petto. "Porca troia."
"Fa' vedere," stava dicendo Viola, e a Kurt ci volle un momento per capire esattamente cosa avesse fatto. Rimase lì, gli occhi sgranati e completamente immobile. Sebastian non accennava a muovere la mano e allora Viola lanciò un'occhiataccia a Kurt. "Prendi del ghiaccio," urlò.
Una piccola parte di lui avrebbe voluto difendersi – non voleva fare male a nessuno, Sebastian aveva messo la mano sullo stipite, come avrebbe dovuto saperlo? – ma una parte più grande soffocava nel senso di colpa, perché Sebastian era accovacciato sul pavimento, provava dolore ed era tutta colpa sua.
Sebastian stava ancora imprecando in un misto di inglese e francese, Viola mormorava qualche parola di conforto, e fu allora che Yitzie insistette per prendere il ghiaccio e chiese se Kurt stesse bene, e perché lo chiedeva a lui?
Quando il giovane scomparve, Kurt riuscì a superare lo shock abbastanza a lungo da cadere in ginocchio accanto a Sebastian.
"Mi dispiace così tanto," disse, sorpreso di ritrovarsi sull'orlo delle lacrime.
Sebastian imprecò di nuovo, poi sollevò lo sguardo su di lui e gli rivolse un sorriso forzato e carico di dolore. "Non è stata colpa tua," disse, poi emise un respiro tremolante.
Kurt deglutì. "Devi… devi farci vedere," disse, provando a suonare calmo nonostante gli tremasse la voce. "Potresti aver bisogno di andare in ospedale."
Sebastian imprecò un'altra volta, il volto contratto in una smorfia, e Kurt sentì tutto il corpo dolere in uno slancio di empatia. Pensò di poter sentire il sangue sulla lingua, ma non gli sembrava di essersi morso qualcosa.
"Porco cazzo," soffiò Sebastian.
Kurt poggiò la mano sulla sua schiena, evitando là dove erano posate le mani di Viola, e disse: "Ti prego."
Sebastian lo fulminò con lo sguardo, dunque inspirò profondamente e cominciò a scostare la mano dal petto.
C'era sangue, ma non troppo. Kurt allungò l'altra mano, che tremava troppo per fargli osare a posarla sulla mano dell'altro, e gliela poggiò sull'avambraccio.
"Ecco," disse Yitzie, inginocchiandosi di fronte a loro e tendendo una busta di piselli congelati. "Farà meno male, sì? Pensi di poter muovere le dita?"
Sebastian scoppiò a ridere, e continuava a sembrare dolorante. "Vi odio tutti," insistette, e ciò fece ridere anche Viola.
La tensione si ruppe a quel punto, ma Kurt non riusciva a smettere di tremare.
Yitzie tenne sollevata la busta di piselli, e Sebastian allungò il braccio fino a posarvi sopra la mano. Le dita di Kurt erano ancora strette sul braccio dell'altro, ma ora era come se il tocco lo trattenesse ancorato al terreno.
Sebastian chinò il capo, poi mosse le dita.
"Ah," soffiò, dunque sollevò lo sguardo. "Penso non ci sia niente di rotto."
"Niente di rotto," confermò Yitzie, sorridendo poi a Sebastian. "Shalom, no?"
Sebastian rise di nuovo, e Viola seppellì il volto nell'incavo del suo collo. "Oddio, che stupidaggine, possiamo portare indietro gli ultimi dieci minuti?" domandò.
"Mi dispiace così tanto," disse Kurt, e la voce gli venne fuori tremolante, ma non riuscì a importargliene in quel momento.
"Cazzo," sospirò Sebastian. "Smettila. Mi sento già un cretino. Devo disinfettare il taglio."
Kurt attese finché Sebastian non si alzò per dirigersi in cucina, Viola appesa al suo braccio e Yitzie che seguiva entrambi, prima di permettersi di fermarsi a pensare. Il senso di colpa misto a completa umiliazione era ancora forte, e quella strana preoccupazione che lo aveva tartassato prima di ferire Sebastian era sparito. Si strinse le braccia attorno, poi sollevò una mano a coprirsi le labbra.
Non era sicuro di quanto tempo fosse passato mentre stava lì in piedi, provando a scacciare quel nuovo tipo di panico, prima che Yitzie tornasse al suo fianco. "Hey," disse il giovane, poggiandogli la mano sulla spalla. "Va bene, tutto bene. Torna dentro."
Quando entrarono in cucina, Kurt si distrasse dal senso di colpa (e dal fatto che stesse ancora tremando, come se si fosse fatto male lui) trovando il kit di pronto soccorso. Le dita gli tremavano ancora mentre lo apriva, così si volse e lo passò a Viola. "Tremo troppo, non posso," spiegò.
Viola gli lanciò una lunga occhiata, poi sollevò le mani. Tremava a sua volta.
"Siete due bambini," affermò Yitzie, un inaspettato divertimento che ne colorava la voce. Prese il kit di pronto soccorso dalle mani di Kurt e si avvicinò a Sebastian.
Disinfettare i tagli faceva malissimo, e si ritrovò a sussultare quando Sebastian ritirò la mano di scatto. "Ow, cazzo," sussurrò Sebastian.
Yitzie restò indifferente. "Siete tutti dei bambini," disse, prendendo dolcemente la mano del giovane per posarla nuovamente tra loro. "È una cosa che devo fare."
Sebastian sussultava mentre l'altro continuava a disinfettargli il taglio, e scostò lo sguardo dalla mano per incontrare quello di Kurt. Quest'ultimo sapeva come appariva in quel momento – come se qualcuno di sua conoscenza fosse finito sotto una macchina piuttosto che colpito alla mano da una porta – ma non poteva farci niente. Aveva ancora il volto umido (quand'è che aveva pianto?), e tremava ancora come un pazzo.
Ci fu una scintilla di dolcezza nello sguardo di Sebastian, quando i loro sguardi si incontrarono.
Kurt diede la colpa al fatto che quel giorno era stato… stupidamente emotivo. Era stato un disastro tutto il giorno, e aveva chiaramente raggiunto il limite. Avrebbe solamente voluto cancellare l'intera giornata dalla propria esistenza – magari insieme alla notte prima, che aveva ingarbugliato e messo tutto a subbuglio nella sua mente, perché non riusciva a sopportare di essere baciato e respinto in una così rapida successione. Non da Sebastian.
"Fatto," annunciò Yitzie, attaccando un paio di piccoli cerotti lungo il taglio sulle nocche di Sebastian. "Ora vi lasciamo soli."
Sebastian si schiarì la voce. "Io, uh, non penso di poter guidare in queste condizioni."
Viola sussultò. "Abbiamo due macchine, e solo io posso guidare." Si asciugò gli occhi. "Yitzie, che ne pensi della guida illegale?"
"Possiamo prendere la macchina mentre andiamo in aeroporto domani, se Sebastian potrà guidare," suggerì Yitzie. "Va bene così?"
"Sì, va bene," rispose Kurt, incrociando le braccia. "Ci vediamo domani allora."
"No," insistette Viola. Quando Kurt sollevò lo sguardo, vide che l'espressione della giovane era ferma e determinata. "Aspetteremo in soggiorno. Voi due parlerete."
Kurt sospirò, chiudendo gli occhi. Voleva solo accoccolarsi sul fianco e dormire. Non voleva sconvolgersi ancora, non in quel momento.
Era pronto a rispondere, a mettere insieme qualcosa che suonasse ragionevole anziché emotivo, ma Sebastian riuscì a batterlo sul tempo. "No," disse, e Kurt aprì gli occhi. Il giovane non lo stava guardando. "È una cosa stupida. Se Kurt non vuole parlare, non possiamo forzarlo. Andiamo a casa."
Qualcosa scattò dentro Kurt. Perché quando Sam gli aveva detto parliamone, e quando i suoi amici avevano chiesto risposte, e quando Viola aveva chiamato Sebastian per farlo vanire a casa senza dirglielo… aveva sentito solo il bisogno di chiudersi al mondo esterno e dire no, tutto questo è ingiusto, ma…
Ma quando Yitzie gli aveva messo in testa il suo cappello e gli aveva detto 'Sei tu che devi scegliere. Che cosa scegli, Kurt?' gli aveva dato la libertà di fare la sua scelta, e forse Kurt non aveva scelto di essere solo.
"Andate in soggiorno," disse a Yitzie e Viola.
Sebastian lo fissava mentre gli altri due lasciavano la cucina. "Sei… davvero impossibile," disse.
Kurt scrollò le spalle. Si sentiva ancora provato e stanco, come se fosse stato strizzato di tutte le sue emozioni che aveva tenuto dentro, e che ora giacevano sul pavimento della cucina. Respirò profondamente, raccogliendo i cocci, e disse: "Cos'è che volevi dire?"
Sebastian lo fissò per qualche attimo, poi volse lo sguardo alla sua mano. Era ancora coperta dalla busta di piselli congelati, in una strana posizione.
Kurt strinse le labbra, poi scostò lo sguardo per concentrarsi sulle piastrelle della cucina.
"Potremmo andare al piano di sopra?" suggerì Sebastian, poggiando la busta sul bancone. "Se conosco bene mia sorella, starà probabilmente facendo del suo meglio per origliare."
Kurt sospirò, e si grattò la nuca mentre annuiva. Sembrava una cosa che avrebbe fatto Viola, e non aveva certo bisogno di più testimoni di quanti non fossero necessari, per quella conversazione. "Certo," disse, e lo condusse su per le scale verso la sua stanza.
Non entrava lì dentro dal giorno prima. L'ultima volta in cui ci era stato, aveva indossato il completo per il matrimonio di Peter e Jen. Le cose sembravano migliori allora, pensò, camminando fino al centro della stanza a braccia incrociate e lo sguardo fisso sul tappeto. Tutto era sembrato più facile, anche se pesante allo stesso tempo. Venire a patti col fatto di essere innamorato di Sebastian era una cosa, ma prima di quella notte…
Dio, era un tale casino. Avrebbe solamente dovuto ridere quando Sebastian l'aveva baciato. Avrebbe dovuto fare una battuta sulla tendenza di Sebastian a sedurre chiunque potesse, e poi avrebbe trovato Viola e ballato con lei. Non avrebbe dovuto ricambiare il bacio. Cosa si era aspettato, eccetto quello?
"Kurt," disse Sebastian, e lui sollevò lo sguardo. Era terribilmente imbarazzante. Quella sensazione gli inondava il petto, come se non fosse sicuro di come stare in piedi o mantenere la stessa espressione… non sapeva quello che stava facendo. E poi c'era Sebastian, nella sua stanza, con la mano ferita e l'espressione concentrata.
Stava forse cercando di dire Mi dispiace? O possiamo dimenticare che sia accaduto?
"Perché dovremmo parlarne?" domandò Kurt, l'ondata di rabbia che l'aveva travolto prima che si riaffacciava. Non era la stessa – non voleva sbattere nessuna porta, era solo stanco – ma era lì, sottopelle, che bruciava. "Perché non possiamo dimenticarcene e tornare a essere amici?"
Riconobbe la paura nelle sue parole: e se non avessero più potuto essere amici? E se aveva davvero rovinato tutto?
L'espressione dell'altro mutò leggermente: le sopracciglia si aggrottarono, ma non abbandonò la concentrazione. "È quello che vuoi?" domandò.
Kurt scrollò le spalle, le braccia ancora strette al petto. "Non è quello che vuoi tu?"
Sebastian scosse il capo. "No. Non penso di poter continuare così, Kurt."
Annuì, Kurt, tornando a guardare il tappeto. Sentiva di dover di nuovo piangere – aveva un nodo alla gola e gli occhi bruciavano – ma non gli erano rimaste lacrime. Quel giorno ne aveva già versate troppo. "Okay," si sentì dire, la voce così bassa che fu una fortuna che l'altro riuscisse a sentirlo. "Okay. Allora come facciamo… smettiamo di vederci e basta?" Era una domanda che lo feriva, perché anche se stare in presenza di Sebastian era doloroso, era molto meglio di non averlo del tutto nella sua vita. L'idea di trascorrere il resto della propria vita senza Sebastian la faceva sembrare lunga, solitaria e terribile.
Sebastian gli era vicino prima che Kurt potesse capire che si era mosso. Sollevò lo sguardo, gli occhi sgranati. Non era sicuro di riuscire a decifrare l'espressione dell'altro, ma c'era sicuramente una disperazione persistente dietro di essa, e nemmeno come decifrare la mano non ferita dell'altro sulla propria spalla.
"È questo quello che vuoi?" domandò Sebastian, la voce bassa tanto quella di Kurt un minuto prima.
Kurt non sapeva come rispondere, perché Voglio che tu sia qui, che tu sia sempre qui, Dio, voglio solo che tu sia qui e che sia felice non era una risposta appropriata. E l'unica altra cosa che sapeva dire con completa sincerità era Ti amo.
Quindi non disse niente.
Sebastian lo guardò negli occhi per qualche secondo. Quando Kurt non rispose, si spostò appena, una traccia di vulnerabilità sul suo volto.
Prima che potesse muoversi di un solo centimetro, qualcos'altro scattò nella sua espressione, si chinò in avanti e premette le labbra sulle sue.
Quel gesto tolse quasi il respiro a Kurt. Era durato solo un momento, le loro labbra si erano solo incontrate, ed era ancora troppo.
"Non lo senti?" domandò Sebastian mentre si scostava per guardarlo in volto, in una breve occhiata. La mano sana si scostò dalla sua spalla per poggiarsi sulla sua nuca, e ogni punto di contatto sulla pelle di Kurt sembrava quasi farlo fremere. Sebastian si chinò di nuovo, e questa volta il bacio fu un po' più forte, durò qualche secondo in più, e gli tolse tutto. Era troppo. Era come se stesse annegando e, disperato, Kurt si sentiva troppo aperto, sensibile e delicato…
"Non lo senti questo?" domandò Sebastian di nuovo, questa volta respirando sulle sue labbra.
Si chinò di nuovo, e Kurt volse il capo così che le labbra dell'altro incontrassero la sua guancia.
Sebastian esitò, dunque si scostò lentamente.
Kurt continuò a tenere il capo voltato, fissando il muro tanto da farsi bruciare gli occhi. O forse era solo il suo corpo che doleva perché potesse piangere, non riusciva a dirlo.
Era così confuso, e arrabbiato, e decisamente troppo palese. Non aveva idea di cosa stesse accadendo… perché Sebastian sentisse il bisogno di stare lì, a dirgli prima che non potevano essere amici e poi per dimostrargli cosa significasse baciarsi, era un giorno? Avrebbe dovuto rinunciare all'amicizia per una relazione sessuale? Come funzionava tutta quella faccenda?
Si sentiva la testa girare per il poco cibo e le troppe lacrime, con il cuore pesante per le troppe emozioni, avrebbe solo voluto dormire e fingere di potersi svegliare due giorni prima, quando le cose andavano meglio.
"Mi spiace," disse Sebastian, scostandosi da lui. "Merda. Mi spiace. Non avrei dovuto farlo."
Era troppo. Kurt ritrovò tutte le sue lacrime.
"Mi dispiace," disse, sollevando le mani e premendo la punta delle dita sugli occhi. "Tutto è così incasinato. Voglio far tornare tutto com'era prima, sei così importante per me, non so nemmeno cosa fare…"
"Possiamo farlo," promise Sebastian, e Kurt lo sentì poggiare la mano sul suo braccio. "Possiamo, è stato stupido, non volevo dire che non possiamo essere amici se… se vuoi che restiamo amici."
Kurt scosse il capo, tenendo gli occhi coperti mentre si riempivano di lacrime. "Ho rovinato tutto, Sebastian, non so nemmeno… nemmeno come essere tuo amico adesso, ma non posso non esserlo. Non posso."
"Kurt," disse l'altro, avvicinandosi tanto che stava per abbracciarlo. "Mi dispiace. Ho rovinato tutto. Ma risolveremo tutto. Pensi davvero che mia sorella permetterà che non si risolva la faccenda?"
Quella frase lo fece ridere, anche se non riusciva a smettere di piangere. "È una persona orribile," disse. "Non ci credo che abbia fatto tutto questo. La ucciderò, io… mi dispiace tanto. Non so nemmeno… mi dispiace così tanto."
"Oddio, cazzo, non essere dispiaciuto," disse Sebastian, suonando per la prima volta arrabbiato. "Sono stato io a complicare le cose, non tu. Non avrei dovuto baciarti, io… ho reso le cose complicate quando andava tutto bene."
Kurt scosse il capo. Gli occhi avevano smesso di lacrimare, ma non voleva sollevare il capo, perché era ancora nel panico e poi sarebbe stato tutto gonfio e disgustoso. "Io ho reso le cose complicate," disse, detestandosi. Avrebbe dovuto dire a Sebastian che non era lì per essere sedotto e lasciare che l'altro andasse dal prossimo bersaglio disponibile… non avrebbe dovuto essere egoista, innamorato e disperato, non avrebbe dovuto provare a tenere Sebastian per sé, per qualcosa di più di quello che era disposto a dargli.
"Cosa?" domandò Sebastian con una risata priva di allegria. "Kurt, tu non hai fatto nulla."
Non ci fu un momento di considerazione tra il pensiero e le parole – se ci fosse stato, non sarebbe accaduto nulla. Ma era confuso e sconvolto, e nel momento in cui il pensiero gli attraversò la mente le parole abbandonarono le sue labbra. "Sono innamorato di te."
Il momento di silenzio che seguì quella frase fu carico di panico nella sua mente.
Sentiva come se tutta l'aria fosse stata risucchiata dalla stanza. Scoprì gli occhi ma non sollevò lo sguardo, fissò le sue stesse calze e pensò cazzo, oh no, che cosa ho fatto?
L'istinto di scappare tornò, ma Sebastian era tra lui e la porta ed era a casa sua. Avrebbe dovuto chiedere all'altro di andare. Doveva dirgli di andare fuori, non poteva sopportare ciò che stava per arrivare. Cosa aveva fatto? Che cosa aveva fatto?
"Cosa?" domandò Sebastian, senza fiato e stupito tanto quanto lo si sentiva Kurt.
Quest'ultimo chiuse gli occhi e scosse il capo. "Devi andare," disse, perché era l'unica cosa che avesse un minimo senso.
Sebastian non si mosse. "Kurt, guardami," disse, avvicinandosi di un passo.
Kurt indietreggiò. "Devi andartene," insistette.
"No," rispose l'altro, senza lasciargli modo di replicare, anche se la sua voce tremava. "Kurt, cosa…? Non avevo idea di cosa stesse accadendo." Kurt avrebbe voluto urlare vattene via, ma non aveva l'energia per farlo. Continuò a tenere il capo chino, distinguendo appena le parole dell'altro visto che la sua mente era annebbiata dal panico. "Cazzo. Dio, Kurt. Anche io sono innamorato di te, idiota."
Kurt sollevò lo sguardo, boccheggiando per qualche attimo in cerca delle parole. "Cosa?" chiese infine.
Sebastian era corrucciato e aveva gli occhi sgranati allo stesso tempo. "Non l'avevi capito?" domandò, l'incredulità evidente nella sua voce. "Dopo averti tenuto per mano, aver fatto suonare alla band Friday I'm in love e averti baciato la scorsa notte e adesso, tu hai pensato… cosa? Cosa diavolo hai pensato che stesse accadendo?"
Le labbra di Kurt stavano ancora muovendosi, producendo parole, anche se il suo cervello pareva essersi spento. "Pensavo stessi… giocando?"
"Giocando?" ripeté il giovane.
"Peter aveva detto che avresti provato a sedurre qualcuno," disse, come se fosse un'accusa. "E sei innamorato di qualcun altro!"
"Cosa?" domandò Sebastian, il cipiglio che si accentuava. "Kurt, non sono mai stato innamorato di qualcun altro. Non ho mai voluto qualcun altro, eccetto che per il sesso."
"Ma tu…" il cervello di Kurt parve tornare attivo, ma era confuso quanto prima, questo nuovo tipo di panico diceva tutto questo non è reale, non è reale. "Tu hai detto… quando abbiamo fatto il pigiama party, hai detto…"
Sebastian sollevò le mani al cielo in un gesto esasperato, poi sussultò quando quel movimento gli fece dolere la mano. "Io… Kurt, stavo parlando di te, idiota."
"Smettila di dirmi idiota!" sbottò Kurt. "Io… perché lo dici?"
"Perché è la verità," rispose Sebastian, appena un po' più calmo. "È vero che ti amo, è vero che sei un idiota."
"Non lo sono…" insistette Kurt, poi sentì di nuovo le parole che l'altro aveva detto al pigiama party, sulla persona di cui era innamorato: il più grande idiota che abbia mai incontrato. "Non lo sono, oddio, cosa?" Aveva bisogno di muoversi, quindi si avvicinò al letto e si sedette. "Com'è possibile?"
Non era possibile, gli ricordò il suo stesso cervello. Non lo era. O Sebastian stava giocando (il che era crudele, perché avrebbe dovuto?), oppure si sbagliava.
Quel pensiero – che Sebastian si sbagliasse, che fosse confuso – sembrava calmarlo, stranamente. Aveva senso.
"Dio sa come," dispose Sebastian, particolarmente a bassa voce. "Mi ero ripromesso che non sarebbe mai accaduto, anni fa. Dopo… una cosa che ha detto mia madre." Si passò la mano sul viso e Kurt pensò che sembrava stanco. "Mi ha come assalito alle spalle."
A Kurt sembrava di andare in pezzi. Fissò le sue stesse mani sulla stoffa dei jeans, il modo in cui tremavano leggermente, e provò a concentrarsi sul suo respiro per trattenersi dal fare qualcosa di ancor più stupido. Sebastian pensava di essere innamorato di lui. Come avrebbe dovuto affrontare la cosa? Qual era la cosa logica da fare?
Si disse solo di essere onesto. "Non ti sei mai innamorato," disse in tono cauto. "Potresti solamente essere confuso."
"Penso di aver avuto abbastanza tempo per processare le cosa," rispose Sebastian, sorprendentemente paziente. "Kurt. Guardami." Kurt sollevò il capo e doveva avere l'aspetto di un completo disastro, ma Sebastian sorrideva ancora. "Ti amo."
Scostò lo sguardo. No, non è vero sembrava una risposta troppo brutta, e davvero, come avrebbe dovuto saperlo lui?
La speranza sembrava troppo pericolosa.
"Non so cosa fare," ammise, tornando a fissare il tappeto. Tutto ciò che riusciva a vedere nelle possibilità di speranza era il letto vuoto di quella mattina. "Perché te ne sei andato stamattina?" domandò, sollevando lo sguardo su di lui.
Sebastian chiuse gli occhi e poi chinò il capo, stringendo le labbra per un breve attimo, prima di tornare a guardarlo. "Lei non è… la mamma era davvero ubriaca ieri. Non ha preso il matrimonio di papà molto bene." Kurt gli offrì un cenno confuso. "A volte dimentica che va bene soffrire da soli, sai?"
Si fermò, come se Kurt potesse capire. "Non capisco," ammise invece.
"Mi stava… dicendo che mi si sarebbe spezzato il cuore," ammise, permettendosi una bassa risata. "Ha sempre detto che non l'avrei capita finché qualcuno non mi avesse spezzato il cuore. E sono andato fuori di matto." Lo guardò con grande serietà in quel momento. "Non avrei dovuto. Mi sono svegliato e tu eri lì, tutto ciò a cui ho potuto pensare era che avesse ragione. Che stesse finalmente accadendo e che sarebbe stato brutto come mia madre aveva sempre detto. E quindi sono andato fuori di matto e ho avuto bisogno di fuggire."
Kurt non sentiva di aver davvero processato ciò che gli era stato detto, ma annuì comunque. "Ma sei tornato?"
"Sentivo di doverle parlare," spiegò Sebastian. "Come se avessi dovuto… scusarmi per delle cose venute fuori mentre lei era sconvolta, ieri. E poi lei era sobria e… abbiamo discusso. Per due ore." Kurt si sentiva privo di emozioni, eccetto che per i residui di rabbia, ora diretta a Madeleine Ames per aver ferito il figlio. "Pensa che io sia emotivamente incompetente per aver pensato che spezzare il mio cuore fosse meno peggio che vederti farlo per me. Le ho detto di farsi gli affari suoi. E poi ha chiamato anche il tuo amico Sam per sgridarmi a sua volta."
"Oh mio Dio," disse Kurt, chiudendo gli occhi.
"Già," rispose l'altro. "Ci sono state un sacco di urla, oggi." Kurt riaprì gli occhi e guardò il giovane, che continuò a parlare: "Non che non me le meriti. Io… Cazzo. Se solo avessi saputo cosa provi per me, non ti avrei lasciato solo stamattina. Pensavo che potessi essere interessato, ma non avevo capito fosse… seria."
Kurt sbuffò in quella che avrebbe potuto essere una risata, se fosse stato meno intorpidito da quell'inondazione di emozioni.
"Cosa facciamo?" domandò. Sentiva che sarebbe stato stupido tornare a essere amici ora, con tutte le carte scoperte, ma…
La disperazione tornò a sopraffarlo.
"Potremmo… provare?" suggerì Sebastian, avvicinandosi per sedere al suo fianco. "Insomma, non so davvero quello che sto facendo, ma… Ti amo."
Smettila di dirlo, pensò Kurt, ma riuscì a trattenersi dal dirlo. Lo shock di entrambe la speranza e la vulnerabilità giunte con quelle parole erano troppo da sopportare, perché sapeva che aveva l'opportunità di spezzarlo completamente.
Inspiro tremante e ammise: "Non so come fare."
Sebastian allungò la mano per prendere la sua, e Kurt gli permise di far intrecciare le loro dita.
"Potremmo capirlo insieme," suggerì il giovane, e quella sembrava una promessa.
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Dopo che Sebastian se ne andò con Viola e Yitzie, Kurt rimase seduto in silenzio a tavola con la famiglia, e andò a letto subito dopo. Lunedì era stato sfibrante in molti modi, e tutto ciò in cui poteva sperare era un Martedì migliore.
Sfortunatamente, significava che non aveva molto tempo per pensare. Una parte di lui voleva che si mettesse a sedere per processare tutto ciò che era accaduto, ma tra la necessità di parlare un po' con i familiari e quella più importante di dormire, non aveva trovato modo di trovare il giusto equilibrio.
Si svegliò prima del solito il Martedì mattina, e trascorse un po' di tempo a fissare l'orologio prima di convincersi ad alzarsi dal letto e a infilarsi sotto la doccia.
Il tempo in più fu utile, in realtà, dato che non aveva scelto l'outfit di quel giorno la sera prima come faceva di solito, ma si ritrovò presto ad aspettare al piano di sotto che si facesse l'orario giusto per andare a scuola. Dopo una breve battaglia con se stesso, in cui discusse se fosse il caso o meno di mandare un messaggio a Viola anche se era tecnicamente offeso con lei, cedette mandò un messaggio alla persona a cui voleva effettivamente parlare.
Buongiorno, scrisse a Sebastian. A che ora vi devo aspettare, dopo? X
Immaginando che fosse difficile che qualcuno in casa Smythe fosse sveglio se non c'era da preoccuparsi per la scuola, Kurt trascorse i pochi minuti rimasti per scoprire cosa Mercedes avesse intenzione di indossare quel giorno.
"Buongiorno, Kurt," lo salutò suo padre. Kurt girò sul posto, a tavola, e gli sorrise. "Ti sei svegliato presto."
"Sono andato a dormire presto," gli ricordò, tornandosi a volgere verso il telefono mentre vibrava.
Verremo quando uscirai da scuola, aveva risposto Sebastian. Vieni in aeroporto con noi per la partenza di Yitz, giusto? X
Era a metà della propria risposta quando arrivò un altro messaggio.
Non ci credo che avete visto Il Principe d'Egitto senza di me. Non ti perdonerò mai, Hummel.
Kurt sorrise e scosse il capo. Davvero, è stata un'esperienza unica. Rispose. Mi è piaciuta soprattutto la parte in cui il vostro dio uccide tutti quei bambini.
Poggiò il telefono sul tavolo, fissando il muro. Aveva ancora mezz'ora prima di dover andare a scuola, ma almeno aveva qualcosa che lo intrattenesse adesso.
Una parte di lui lo avvertiva che quel tempo lontani l'uno dall'altro era una buona idea – che stare con Sebastian aveva la tendenza a offuscare la sua capacità di giudizio sulle emozioni – ma si disse che quel tipo di conversazione era in realtà confortante. Qualcosa era sicuramente cambiato negli ultimi giorni, qualcosa di grande e persino terrificante, ma erano ancora Kurt e Sebastian.
Occhio col sarcasmo, rispose Sebastian. È la storia dei miei antenati, Kurt Elizabeth. X
Kurt sbuffò a ridere, poggiandosi allo schienale della sedia e sorridendo debolmente al telefono. Le mie scuse, Sebastian Hezekiah.
La risposta giunse quasi immediatamente. Lo sai che non è il mio secondo nome. X
Passarono un altro paio di minuti, e Kurt si rilassò. Avrebbe potuto superare la giornata. Non era sicuro di cosa diavolo stesse accadendo con Sebastian, ne era ancora spaventato, ma era sempre Sebastian.
Alle sue spalle, Burt si schiarì la gola.
Kurt sollevò lo sguardo dal messaggio che aveva appena ricevuto. (Tzephanyahu non è nemmeno un nome, Kurt, smettila di inventarti nomi ebraici) con espressione interrogativa.
Burt poggiò una tazza di caffè di fronte a lui e si sedette al suo fianco.
"Mi dirai cosa sta succedendo o devo indovinare da solo, figliolo?" domandò.
Kurt strinse le mani attorno al telefono, poi lo poggiò di lato. "Che vuoi dire?"
Burt gli rivolse una lunga occhiata. "Finn mi ha detto che ieri eri del tutto sconvolto. Poi torno a casa e stai salutando Sebastian e i suoi amici. E invece di spiegare perché sembra che tu sia stato in piedi per giorni, ti limiti a mangiare e andare a dormire." Kurt strinse le labbra. "Non sto cercando di impicciarmi, Kurt, sono solo preoccupato."
Kurt vide una soluzione facile per troncare la discussione. Non aveva visto suo padre da prima del matrimonio, e avrebbe potuto inventare una storia sul non aver dormito prima di scuola e di essere stato distrutto tutta la giornata. Burt non avrebbe apprezzato la sua poca responsabilità, ma avrebbe abboccato.
Invece, Kurt inspirò e si ricordo che se poteva credere a qualcuno, quel qualcuno era suo padre. "Papà, io…" esitò, cercando un modo di spiegare la situazione. Dopo un momento, decise che la soluzione più facile era probabilmente la migliore. "Sono innamorato di Sebastian."
Era la prima volta che lo diceva ad alta voce e che non lo faceva per sbaglio. Il giorno prima, gli era sfuggito come se non ce la facesse più a tenerlo per sé, e prima d'allora l'aveva detto solo a se stesso. Dirlo a suo padre sembrava importante, anche se sapeva che non avrebbe mai avuto una reazione negativa, perché ora era venuto fuori come qualcosa di reale e vero.
A contrasto con il peso che Kurt pensava avessero le proprie parole, Burt parve poco sorpreso. "Sì," rispose. "L'avevo intuito. Che cosa ha fatto?"
Kurt sbatté le palpebre. "Io… lo sapevi?" domandò.
Burt sorrise, ancora poco impressionato. "Certo che sì," disse. "Lo so da quando ha cenato con noi, continuavi ad alternare i battibecchi con l'orgoglio che provavi per lui. Non capisco perché ti ci sia voluto così tanto."
Kurt abbassò lo sguardo sul tavolo. "Lo sapevo," spiegò. "Insomma, sapevo ciò che provavo. Ma, uh, ieri mi ha detto che prova lo stesso per me."
Aveva gli occhi fissi sul bordo del tavolo, sicché si perse qualsiasi espressione Burt avesse quando gli chiede, "Ed è una cosa buona, giusto?"
Mordicchiandosi il labbro, Kurt si fece la stessa domanda tra sé. C'era una parte di lui che brillava di speranza, e con il desiderio che quella storia andasse avanti, di poter stare con la persona che amava… ma c'era l'altra parte che non poteva non trasformare la speranza in paura di soffrire. Era molto più facile tenere i piedi piantati per terra che piantarsi in un punto in cui avrebbe potuto cadere con un vigoroso schianto.
"Non lo so," disse alla fine, con voce più bassa di quanto non volesse. "Papà, io…" sollevò lo sguardo a incontrare quello di Burt. "Non so se dovrei permettermi di passare di nuovo tutto questo."
Burt era chino in avanti, le sopracciglia aggrottate nel tentativo di capire. "Questo?" ripeté.
Kurt sollevò la mano poggiata sul tavolo, ma non era sicuro di cosa quel gesto volesse dire. "E se si sbagliasse?" domandò, finalmente riuscendo a spiegarsi. "E se… insomma, Blaine sembrava così sicuro, io ero così sicuro che Blaine mi amasse, ma si sbagliava. E se Sebastian si sbagliasse? Non posso farcela di nuovo."
Incontrò di nuovo lo sguardo dell'uomo, sentendosi improvvisamente piccolo e bisognoso di un genitore.
Si sentiva appena più sollevato, ora che aveva rivelato il suo dubbio.
Ci furono un paio di lunghi attimi in cui tutto ciò che Burt fece fu guardarlo. Kurt ricambiò l'occhiata, aspettando qualcosa – l'ammissione che avesse ragione, un tentativo di confortarlo, qualsiasi cosa stesse arrivando.
Alla fine Burt sospirò. "Kurt," cominciò. "Dopo che tua madre è morta, non ho mai pensato di potermi innamorare di nuovo."
Oddio, pensò Kurt, facendosi piccolo piccolo. Non avevano mai esattamente evitato l'argomento della madre (Kurt non pensava di poter ignorare la sua esistenza, come se fosse stata cancellata dalla sua vita, perché era sempre così presente in tutto ciò che faceva), ma la menzione di lei ora lo faceva sentire improvvisamente in colpa. Non riusciva a capire da dove quel senso di colpa venisse fuori, ma l'idea di ammettere di avere problemi quando tutti erano vivi e in salute nella sua storia romantica…
Schiuse le labbra per scusarsi, ma suo padre parlò prima di lui. "No," disse l'uomo. "Ascolta e basta, Kurt. Dopo che è morta, pensavo che fosse finita per me. Non potrei sentirmi affranto di nuovo come allora, non riuscirei a sopravvivere. E sì, anche se succedesse qualcosa a te, Carole o Finn… non so se potrei sopravvivere. Non voglio pensarci. Amarvi non significa che non sarò distrutto a un certo punto. L'amore non è una garanzia, Kurt," spiegò, chinandosi in avanti come per rendersi sicuro che Kurt lo capisse. "Ma non puoi trascorrere il resto della tua vita nella paura. E magari non credi del tutto a Sebastian, magari è lui quello che fugge, ma non puoi allontanare tutte le persone che ami perché hai paura di poter soffrire. Non potrai farlo per sempre, figliolo."
Kurt annuì, si sentiva di nuovo sconvolto. Inspirò, pensando al dolore, all'amore e ai rischi, e come dovesse essere sembrato un rischio, per suo padre, innamorarsi di Carole. Perché se qualcuno conosceva il dolore, quello era Burt Hummel.
"Grazie," disse, sollevando lo sguardo e sorridendo al padre. Era ancora indeciso e sbilanciato, ma aveva bisogno di quella conversazione. "Grazie," disse di nuovo. "Sei il migliore, papà."
Burt gli diede una pacca sulla spalla, e Kurt tornò alla tazza di caffè che aveva ignorato. "Quando vuoi, figliolo," disse prima di lasciare la stanza.
Dopo un momento, Kurt prese di nuovo il cellulare tra le mani.
Dovremmo parlarne, dopo, scrisse a Sebastian. Senza che Viola ci forzi a farlo.
La risposta dell'altro giunse velocemente. Supponendo che tu parli di Quella Cosa, e non dei tuoi tentativi piuttosto offensivi di creare nomi ebraici, certamente. X
Kurt sorrise. Avrebbe ritrovato il suo equilibrio, si disse. Non poteva fuggire per sempre.
/
Andare a scuola sembrava confortante e strano allo stesso tempo. Camminò lungo i corridoi verso il suo armadietto, e niente era cambiato. Tutto era lo stesso. La scorsa notte, il mondo era mutato con una conversazione, e quel giorno i corridoi del McKinley erano sempre gli stessi.
Non era sicuro del perché sentisse che qualcosa avrebbe dovuto essere diverso, ma si sentiva diverso. Il giorno prima, aveva cercato di tenere alla larga un attacco di panico per tutto il giorno ed era sicuro di essere innamorato di qualcuno che non lo ricambiava. E quel giorno…
Quel giorno, tutto era diverso.
Certo, erano ancora incerti e sbilanciati, e Kurt riusciva ancora a sentire un vago senso di panico quando pensava a cosa potesse accadere (provare a stare insieme avrebbe peggiorato le cose alla fine?), ma era diverso.
Al suo armadietto, aprì lo sportello e sorrise leggermente al suo riflesso.
"Tu," lo chiamò una voce. "Sei stata una persona difficile da incrociare, Signor Hummel."
Il sorriso di Kurt si allargò mentre si volgeva a guardare Rachel. "Non ci ha provato abbastanza, signorina Berry," replicò, prendendo i libri che gli servivano dall'armadietto. "Come posso aiutarla oggi?"
Rachel si poggiò all'armadietto accanto al suo, guardandolo in silenzio mentre raccoglieva le sue cose. Kurt inarcò il sopracciglio quando finì. Non era da Rachel essere così silenziosa per tanto tempo.
"Mi sei mancato," rispose Rachel. "Quand'è che possiamo fare una chiacchierata?"
"Qualcosa non va?" domandò, cogliendo la nota più triste nella voce di lei.
Rachel sorrise. "No, Kurt, mi sei solamente mancato tanto," rispose.
Kurt esitò, si sentiva inaspettatamente commosso. "Oh," disse, dunque le prese il braccio. "Allora troviamoci un angolino tranquillo per il pranzo e raccontiamoci tutto, okay? Sono occupato dopo la scuola; il ragazzo di Viola torna in Francia e ho promesso che l'avrei accompagnato in aeroporto con lei e Sebastian." Non era esattamente una bugia, anche se aveva promesso di unirsi a loro a causa della mano ferita di Sebastian e di una discussione che dovevano avere. Solo che non era tutta la verità.
"Come sta Sebastian?" domandò Rachel. "Non mi hai nemmeno raccontato del matrimonio, eri così occupato a tenere il broncio, ieri." Al cambio d'espressione di Kurt, Rachel lo richiamò: "Kurt?"
"Ti racconto tutto a pranzo," promise lui. "E per quanto riguarda te, ci sono novità?"
Cambiare l'argomento su Rachel Berry era sempre un buon modo per distrarre Rachel Berry, così Kurt si rilassò mentre la conversazione andava avanti.
E forse avrebbe avuto bisogno dei consigli di Rachel – o di uno dei suoi amici meno pazzi (ma ne aveva uno che lo fosse?) – per capire cosa diavolo fare con Sebastian. Era ancora fermo in un limbo tra la decisione di correre via e di evitare il dolore che lo attendeva, o restare e combattere nella speranza che non finisse tutto in un disastro.
"Hey, Rachel," disse Kurt quando giunse il momento di dividersi. "C'è una canzone ebraica… la conosci? È tipo sul mondo che è tutto un ponte?"
"Il mondo è un ponte molto stretto, ma la cosa più importante da ricordare è non avere affatto paura," citò Rachel. "È Rabbi Nachman, penso. Perché?"
"Così," rispose, e pensò ai suoi tre amici che cantavano ma la cosa più importante da ricordare è non avere affatto paura energicamente in macchina il giorno del matrimonio, e a suo padre che gli diceva che non poteva fuggire per sempre dalle persone che amava.
Lasciò che Rachel lo salutasse con un abbraccio e provò a convincersi a ritrovare un equilibrio. Stare nel bel mezzo di un ponte stretto non l'avrebbe aiutato a lungo, avrebbe dovuto mandar giù la paura e continuare a muoversi.
/
Kurt cantò in macchina al ritorno da scuola, perché pensare troppo durante il giorno non gli aveva fatto assolutamente bene.
Si era ritrovato nel bel mezzo di una conversazione con Rachel (che si era trasformata per sbaglio in una conversazione con Rachel, Tina e Mike) su quanto stesse accadendo con Sebastian, e la giovane aveva alternato momenti di disgusto per il suo non 'voler provarci' e in qualche modo empatica per le sue ragioni. Tina aveva offerto conforto, ma era stato inutile, e le due ragazze erano andate avanti a parlare riguardo le loro rotture e di come erano andate avanti per arrivare ad essere dov'erano in quel momento.
Kurt non l'aveva detto, ma aveva pensato che la differenza tra loro era che Tina e Rachel erano certe di essere corrisposte. Kurt non era sicuro di come potessero esserne certe, specialmente Rachel dopo tutto ciò che era accaduto con Jesse, ma non aveva fatto che sottolineare le sue preoccupazioni.
Alla fine, dopo aver rigirato la pasta nel piatto piuttosto che averla mangiata, aveva deciso che la speranza era un'emozione troppo preoccupante. Se si fosse aspettato troppo, sarebbe stato peggio nel momento in cui si fosse ritrovato solo. Doveva stare attento a non farsi aspettative troppo alte.
E poi Sebastian gli aveva mandato un messaggio per dirgli Mi sono appena accorto che i tuoi vestiti sono come quelli di Viola sotto l'effetto di qualche droga, e le preoccupazioni parvero dissiparsi.
Almeno ho qualcosa di più interessante di una divisa scolastica nel mio guardaroba, rispose, ma sorrise e scosse il capo quando ricevette la veloce risposta: Ma davvero? ;) Mi sorprendi, Hummel. X
Quando sollevò lo sguardo, Mike lo guardava pensieroso.
Dopo quello, a Kurt sembrava ridicolo soffermarsi sul problema di Sebastian. Tanto per cominciare, nessuno sembrava davvero capire cosa ci fosse da preoccuparsi, e quindi provare a chiedere consiglio agli amici era un'impresa inutile. E oltre quello, pensare a se stesso continuava a legarlo a speranze e paure, e non gli avrebbe fatto bene diventare più speranzoso o più spaventato.
Così, cantò per tutto il tempo della strada, concentrandosi sulle parole, sulle note e melodie, e fermamente si disse di non perdersi nei propri pensieri.
Quando giunse a casa, trovò Sebastian e Viola seduti sul portico, con Yitzie poggiato al muro, accanto a loro.
"Vi sono mancato?" domandò Kurt mentre chiudeva la portiera della macchina.
"Ti piacerebbe," rispose Sebastian, sorridendogli apertamente. Kurt deglutì, provando a ignorare l'ondata di calore che gli provocò quel sorriso. "Abbiamo esattamente mezz'ora prima che vi porti via tutti scalciando e urlando."
Viola sbuffò e usò la spalla del fratello per rimettersi insieme. "Tu dici così," disse lei, "Ma poi di lamenti quando ti ammacco le costole."
"Giocate pulito," avvertì Yitzie.
Viola sollevò gli occhi al cielo, sorridendo mentre si spostava per fare spazio a Kurt.
"Siete liberi di fare il caffè," disse loro mentre apriva la porta. "Mi aspetto di trovare la cucina pulita come quando l'ho lasciata," li avvertì mentre saliva le scale.
Gli ci volle un po' per capire che qualcuno lo stava seguendo.
Quando fu in cima alle scale, si volse verso Viola con le sopracciglia inarcate. "Mi devo cambiare," le disse.
"Okay," rispose Viola. "Posso parlarti per un minuto?"
Kurt aveva imparato ragionevolmente presto nella sua amicizia con Viola che fare a modo suo era meglio, di solito. Non significava che a lui andasse bene in quel momento – continuava a trovarsi a disagio col suo ruolo nella situazione del giorno prima, dopo averle dato la sua fiducia – ma alla fine sapeva che la discussione sarebbe stata inutile. Così scrollò le spalle e fece strada verso la camera da letto.
Quando entrarono, aprì l'armadio in cerca della camicia che aveva deciso di indossare per quel pomeriggio.
Viola si schiarì la gola.
"Puoi parlare," disse Kurt. "Ti ascolto."
La giovane fece una pausa. "Okay," disse, improvvisamente un po' più in imbarazzo di quanto fosse stato Kurt. Questi la guardò, accigliandosi. "Presumo che questo sia il momento in cui ti minaccio di non ferirlo," spiegò lei, poggiandosi alla sua scrivania. "Ma ad essere sincera, penso che ferire lui ferirebbe te abbastanza da potersi considerare una punizione sufficiente."
Kurt strinse le labbra, poi scostò lo sguardo. "Quindi che cosa stai facendo, se non mi stai terrorizzando?"
Tornò alle proprie camicie, cercando di capire quale sfumatura di blu avesse deciso di indossare.
"Mi sto scusando," disse Viola. "Ed è brutto e fastidioso. È così che ci si sente di solito quando ci si scusa?"
Kurt rise a quelle parole, continuando a guardare i propri vestiti. "Diventa più facile con la pratica," promise.
"Ci sto davvero provando," disse Viola senza respirare, e Kurt finalmente sollevò lo sguardo. "Non a scusarmi – non che non ci stia provando – solo… sto provando ad essere una persona migliore." Quando Kurt inarcò le sopracciglia, continuò. "Oh, tu non lo sai. Okay. Allora due anni fa, sono stata beccata su un'auto rubata. Non l'avevo rubata io, l'aveva fatto quel perdente del mio ex, ma è stato terribile per un po'. E ho provato ad essere meno stupida da allora, e a pensare alle cose prima di farle, ma… penso che mi venga difficile quando si tratta di Sebastian."
"Che vuoi dire?" domandò Kurt, abbandonando momentaneamente la propria ricerca.
Viola aggrottò le sopracciglia. "Yitzie dice che 'perdo il lume della ragione' quando si tratta di Sebastian," spiegò. "È che l'ho visto distrutto prima d'ora ed è stato terribile, Kurt, non puoi capire. Odio quando è così affranto." Si umettò le labbra, fissando il tappeto, poi sollevò lo sguardo su di lui. "E poi sei arrivato tu."
"E poi sono arrivato io," ripeté Kurt, non sapendo cosa volesse dire.
"Tu," disse lei. "Così adorabile, divertente e bello, e lui si stava ovviamente innamorando di te. Ed era divertente all'inizio. Ma poi tu sembravi non capirlo, e così ho provato a spingerti nella giusta direzione ma tu… sei la persona più testarda che conosca, giuro. E mi conosco."
Kurt annuì. "Vuoi dire che non ti piacevo perché avevi paura che avrei potuto ferire Sebastian?"
Viola scosse il capo. "No, oddio. Mi sei sempre piaciuto, non è questo. Volevo solo che aprissi i tuoi cavolo di occhi e la smettessi di ferirlo, poi lui ci ha provato e tutto è andato nel modo sbagliato, e io… non ho smesso di pensare che ero fuori strada. O che ti stavo facendo del male forzandoti ad avere quella conversazione." Scrollò le spalle. "Sono una persona di merda. E non mi dispiace che abbiate finalmente avuto modo di comunicare, ma mi dispiace averti fatto del male."
Kurt dovette tenere in conto il fatto che Viola raramente sembrava tanto seria. La giovane tendeva a trattare la vita come un gioco, e sembrava costantemente divertita da ciò che il mondo le offriva – e Kurt sentiva di conoscerla un po' meglio, sapendo cosa le facesse prendere le cose seriamente. Pensò a lei che piangeva quando Kurt aveva sbattuto la porta sulla mano del fratello, e di come la sua espressione si fosse fatta di pietra quando era arrabbiata con la madre che parlava dell'altro.
Kurt le sorrise leggermente. "Mi cambio," disse. "Non hai molto altro tempo con Yitzie."
Viola rimase in silenzio quando Kurt tornò a guardare le camicie, e quando ella non si mosse, le lanciò un'occhiata.
Aveva il capo appena chino in avanti, gli occhi sgranati. Viola strinse le labbra prima di annuire, e si volse per lasciare la stanza
"Viola," la chiamò prima che lasciasse la stanza. I loro sguardi si incontrarono. "È tutto a posto," disse. "Siamo in pace. Ma non farlo di nuovo."
"Parola di scout!" esclamò Viola, poi gli sorrise prima di abbandonare la stanza.
Kurt inspirò profondamente, chiedendosi se avrebbe mai capito la relazione tra i fratelli Smythe, mentre continuava a cercare un outfit per cambiarsi. Quando trovò il sopra del blu giusto – cotone soffice, maniche lunghe e senza spalle – lo poggiò sul letto e trovò una camicia da mettergli sotto.
Si cambiò velocemente, canticchiando sottovoce, dunque lasciò la stanza.
Quando aprì la porta, Sebastian aveva la mano sollevata, in procinto di bussare.
"Oh," disse Kurt, passandosi una mano tra i capelli per essere sicuro che fossero in ordine. "State tutti bene?"
"Sì," rispose l'altro. "Viola e Yitzie stanno avendo un momento tra loro, in cui posso solo desumere che sia in un Yiddish estremamente rovinato. Come va?"
Kurt fece un passo indietro per lasciare che Sebastian entrasse. "Bene," rispose. "Viola si è scusata."
Sebastian esitò allora, la mano allungata verso i compiti che Kurt aveva abbandonato sulla scrivania. "Seriamente?" chiese, volgendosi per stare faccia a faccia. "È… insolito."
Mormorò in risposta, lo sguardo che cadeva sulla mano livida dell'altro. "Come va la mano?" domandò, e invece di aspettare una risposta, strinse appena le dita attorno alla sua mano e la sollevò tra loro.
C'erano lividi sulle nocche e alla base delle dita. Aveva tolto i cerotti e ora il graffio sulle nocche era visibile. Kurt fece una smorfia e volse la mano dall'altro lato per vedere quanto si fosse esteso il livido.
"Sembra peggio di quanto non sia," rispose Sebastian, dimostrandolo mentre stringeva le dita in un pugno. "Fa un po' male, ma ho passato di peggio."
Kurt si mordicchiò il labbro per un momento, tornando a volgere la mano dell'altro. Sebastian si scostò appena allora, ma invece di lasciare ricadere la mano, si avvicinò finché le dita di Kurt non furono ancorate al suo polso e strinse le proprie attorno al suo.
Il respiro gli si fermò in gola, e sentì il cuore battere più forte mentre sollevava lo sguardo sul giovane.
Sebastian fissava le loro mani, osservando come si completassero, e gli ci volle un momento prima di sollevare lo sguardo a incontrare il suo. Lo abbassò di nuovo, ma sulle sue labbra, e questa volta Kurt sapeva cosa stesse accadendo prima ancora che si chinasse.
C'era qualcosa di completamente diverso in quel bacio. Pensò che potesse essere a causa del fatto che non ci fosse la confusione che aveva in corpo quando si erano baciati la volta prima – o il non comprendere cosa Sebastian avesse voluto dire – ed era più facile, ora, lasciarsi andare. Era più facile farsi più vicino a lui, poggiare la mano libera sulla sua guancia e muovere le labbra sulle sue, e scostarsi abbastanza a lungo da prendere il controllo del suo respiro prima di riavvicinarsi.
Il braccio di Sebastian si ancorò alla sua vita, e Kurt si lasciò stringere. Si premette contro il giovane e piegò appena il capo mentre schiudeva le labbra, ignorando il sospiro che abbandonò le sue labbra quando la lingua di Sebastian carezzò la propria.
Viola urlò dalle scale che dovevano andare, Kurt grugnì quando Sebastian si scostò. Il giovane gli sorrise, divertito, e poggiò la fronte sulla sua.
"C'è un aereo che non si può perdere," gli fece notare.
Kurt inspirò, sentendo il proprio respiro tremolante, poi tornò a guardare le labbra dell'altro.
Cinque minuti, si disse, allungandosi nuovamente.
Questa volta, Sebastian non si scostò. La sua mano risalì sino alla sua nuca e vi applicò una lieve pressione, finché il bacio non divenne in qualche modo più deciso. Kurt ansimò, scostando la mano da quella di Sebastian per poggiarle entrambe sulle sue spalle mentre i loro fianchi si incontravano, poi si aggrappò al tessuto della camicia del giovane.
"Oh," disse, un suono che non aveva registrato nel proprio cervello, poi si allungò a mordicchiare il labbro inferiore di Sebastian. Questi gemette, premendo più forte i fianchi sui suoi.
"Sono seria!" urlò Viola. "Hai detto mezz'ora… dobbiamo andare!"
"Cazzo," disse Sebastian, scostando i fianchi dai suoi. Chinò il capo e lo baciò sul collo, con dolcezza, cosa che non aiutava per niente in quella situazione. "La odio. Non possono andare in aeroporto mentre noi rimaniamo qui?"
Per un momento, Kurt pensò che fosse un'idea fantastica – casa vuota, il letto proprio lì – ma poi qualcosa lo bloccò. Perché si era convinto che se fosse accaduto qualcosa, sarebbe andato molto a rilento e non si sarebbe lanciato di testa… e ora eccolo lì, a pomiciare nella sua stanza, duro, e Sebastian suggeriva che rimanessero indietro…
Non andava a rilento, realizzò.
Sorrise, premendo le loro labbra insieme solo un'ultima volta, castamente, e disse: "Non mi sembra una buona idea."
"Mi vuoi torturare," si lamentò Sebastian. "Odio anche te."
"Mi ami," rispose lui, senza pensarci.
Il giovane sorrise, lo baciò di nuovo e disse: "Sì."
Al piano di sotto, Viola urlò di nuovo e Yitzie rise. Kurt e Sebastian si presero un momento per calmarsi prima di raggiungerli.
/
Kurt insistette per guidare l'auto di Sebastian.
Non che Sebastian non potesse usare la mano – come aveva dimostrato mentre protestava – ma Kurt aveva bisogno di concentrarsi su qualcosa e quella era una buona scusa.
Una parte del suo cervello insisteva che aveva bisogno solo di parlare di tutto finché avessero trovato un senso, ma qualcosa di più forte gli diceva di godersi il momenti. La preoccupazione era ancora lì, ma giaceva dormiente per il momento, perché Viola stava ridendo mentre trascinava Yitzie verso la sua nuova auto (che stava ancora mostrando in lungo e in largo) e Sebastian sorrideva al sole del pomeriggio.
Ebbe l'improvviso bisogno di baciarlo di nuovo, ma erano fuori e farlo significava chiedere guai. Invece, inarcò il sopracciglio di fronte ai tentativi dell'altro di discutere e si sedette al posto di guida.
Sebastian sospirò e sedette al suo fianco. "Sei impossibile," disse.
Il sole splendeva in auto. Sebastian stava sorridendo e Kurt poteva sentire sua sorella cantare anche con le portiere chiuse.
Era così perdutamente innamorato.
Seguì la macchina di Viola fuori dal vialetto, concentrandosi sulla strada per distrarsi dal caos di emozioni che aveva dentro. Il cuore gli batteva ancora in un modo che era sia piacevole che nauseante, e oltre quello, era consapevole di essere ancora sbilanciato e su un ponte molto stretto.
"Dunque," disse Sebastian, poggiandosi al sedile e volgendosi a guardarlo. "Volevi parlare."
Una piccola scossa di panico lo colse (pareva quasi che volesse sempre scappare), ma prese un bel respiro e si disse di stare calmo. "Non so da dove cominciare," ammise, perché era il momento di essere onesto. La scarsità di comunicazione era stato il loro problema principale, e anche se non l'avessero fatta funzionare (se Kurt era troppo spaventato per concedersi di provare), ne avrebbero comunque discusso.
Riusciva a vedere Sebastian scrollare le spalle con la coda dell'occhio. "La cosa principale è già venuta fuori."
Deglutì. "Non significa… insomma, non è una cosa automatica. Non stiamo insieme solo perché… proviamo qualcosa l'uno per l'altro."
L'altro mugugnò, dunque rispose: "Ma sarebbe stupido non stare insieme, no?"
Kurt gli lanciò un'occhiata, solo brevemente, prima di tornare a prestare attenzione alla strada. L'espressione dell'altro non era esattamente facile da decifrare, ma aveva gli occhi bene aperti, come se stesse cercando di decifrare per bene le intenzioni di Kurt.
"Non sarebbe stupido," disse Kurt. "Potrebbe essere la cosa giusta da fare."
Sebastian esitò un po' troppo, e lui arrischiò un'altra occhiata. La sua espressione era cambiata, gli occhi erano appena più sgranati. "Cosa vuoi da me, Kurt?" domandò il giovane.
Kurt sentì le spalle farsi rigide. "Io non sto… non-" Si fermò, prendendo un bel respiro, poi affermò: "Non sto dicendo che non voglio che accada."
"Non è una risposta, genio," rispose Sebastian.
Stranamente, fu quel 'genio' che lo fece rilassare. Non stava considerando un'ipotetica relazione; ma una vera e propria possibilità, tra se stesso e qualcuno che poteva credere non lo avrebbe ferito di proposito. Sebastian era ancora Sebastian, anche se adesso era Sebastian-il-potenziale-fidanzato.
"E se io lo volessi, ma non fossi sicuro di essere pronto?" domandò.
"Allora aspetterò," rispose Sebastian, senza aspettare un secondo. "Se è quello che vuoi. Ma devi dirmi quello che vuoi davvero. Ho smesso di tirare indovinare, fai schifo a dare indizi."
Kurt era felice di aver insistito per guidare, perché gli dava la possibilità di tenere le mani occupate e gli occhi puntati sulla strada. "Non sono sicuro di ciò che voglio," disse. "Voglio dire, io… io ti desidero. Ovviamente. Ma Sebastian, vuoi davvero un fidanzato? Pensavo che non fosse una cosa da te."
"Non lo è," ammise l'altro. "Per cominciare, la parola 'fidanzato' è stupida. E non voglio un fidanzato come se fosse tipo un concetto."
"Giusto," disse Kurt, provando a mandar giù il groppo di disappunto che minacciava di venire fuori. Non era sicuro di voler far parte di una relazione perché avrebbe potuto esserne ferito, e Sebastian non voleva impegnarsi, e… onestamente, l'impegno era l'unica parte che Kurt voleva. La parte che aveva paura lo mettesse nella posizione di farsi male; se Sebastian non era nemmeno interessato a quel campo, perché Kurt avrebbe dovuto mettersi in pericolo? "Giusto, no, non ha senso. Non avrei nemmeno dovuto pensare…"
"Mi finirai mai completare una frase?" lo interruppe Sebastian. "Non voglio un fidanzato, e non ho mai capito perché le persone volessero avere una relazione. Dio, quello che fa mia madre quando si innamora di una persona, finisce per ferirla tutte le volte. Non l'ho mai voluto." Kurt deglutì, concentrandosi fermamente sulla strada per mantenere l'attenzione distante dal dolore che sentiva al petto. "Ma voglio stare con te. E desiderarlo mi spaventa, ma lo voglio."
Ci vollero un paio di minuti per capire quelle parole. Kurt abbassò brevemente lo sguardo alle sue mani, cercando di mettere i pezzi insieme, poi si concentrò di nuovo sulla guida. "Quindi vuoi impegnarti in una relazione con me?"
"Certo, idiota," rispose il giovane. "Sono qui adesso, no?"
C'era stato un tempo in cui Kurt non avrebbe mai immaginato di fuggire da una situazione come quella. Ed eccolo lì con qualcuno di cui era innamorato, che gli diceva di voler avere una relazione con lui – e lui non era sicuro di come dovesse procedere.
Perché cercano ancora così tante cose nel caos che aveva in testa. Quella era probabilmente la prima volta che Sebastian provasse qualcosa per qualcuno, e gli inizi della sua infatuazione erano facilmente scambiabile per innamoramento senza averne esperienza precedente. Kurt lo sapeva bene, avendo pensato di essere innamorato con Finn per tanto tempo, prima di incontrare Blaine e realizzare di essersi sbagliato.
E anche se Sebastian aveva ragione, Kurt sarebbe stato come Peter? Sebastian poteva davvero impegnarsi con una persona… o sarebbe stato qualcosa che avrebbe dovuto sforzarsi di fare?
E poi c'è Parigi, si ricordò. Anche se avesse funzionato per quel momento, Parigi e New York erano distanti, e Sebastian non aveva più parlato della sua imminente decisione. Kurt poteva agitare la sua bandiera Team New York quanto voleva (se fosse anche stato disposto a influenzare la decisione dell'altro), ma Madeleine, Viola e Yitzie sarebbero tutti stati a Parigi l'anno dopo, e l'intensità dell'impegno di Sebastian nei confronti della propria famiglia poteva sbilanciare qualsiasi attrazione per New York. E dopo qualche mese insieme, quanto sarebbero durati una volta lontani? Sebastian avrebbe voluto provarci? E anche se avesse voluto, se avessero fatto un vero e proprio tentativo, non ci sarebbe stato nulla a fermare Sebastian dal trovare qualcun altro, qualcuno che fosse fisicamente vicino e meno emotivamente confuso. Qualcuno che sarebbe andato meglio per lui.
Si rese conto di essere rimasto in silenzio per un considerevole lasso di tempo. Deglutì di nuovo, provando a mandar giù tutto ciò che lo faceva vacillare sotto il peso del dubbio, e disse: "Sebastian, ho paura."
Ci fu un breve silenzio, carico di domande su quanto temporaneo sarebbe stato se avessero deciso di provarci, con le incertezze riguardo l'abilità di Sebastian di sapere se fosse innamorato, e dei respiri lenti e tremolanti di Kurt.
"Aspetterò," promise Sebastian.
Non l'aveva detto, ma Kurt sapeva che stava implicando un ma non aspetterò per sempre.
/
Salutare Yitzie era qualcosa di sorprendentemente triste. Kurt lo conosceva a stento, ma vedere Viola trattenere le lacrime non era facile.
Yitzie aveva un'espressione fissa in volto mentre abbracciava Sebastian, scostandosi per schioccargli un bacio sulla guancia. "Riguardati," gli disse, e in quel momento Kurt riuscì a vederli come fratelli. "Vi non ce la fa a tenerti d'occhio, ricordatelo."
Sebastian ridacchiò, sia infastidito che divertito. "Quella sa a malapena allacciarsi le scarpe da sola, come dovrebbe tenere me d'occhio?"
"Quella può sentirti, stronzo," sbottò Viola, con una mano sul fianco, come se non avesse già gli occhi pieni di lacrime. "E oddio, non farmi cominciare con tutto il casino che hai lasciato e che ho ripulito. Sono praticamente la tua babysitter. Dovrei essere pagata."
"Dovresti essere soppressa," rispose Sebastian.
Viola sgranò gli occhi, ma stava sorridendo. "Portati via il tuo ragazzo e trovatevi qualcosa da fare," disse. "Ho bisogno di un minuto."
Kurt, che si era irrigidito internamente alle parole portati via il tuo ragazzo, le rivolse un sorriso impacciato. Le dita di Sebastian si strinsero attorno al suo polso mentre lo guidava verso lo stand del caffè, distante dalla coppia che si stava dando l'ultimo saluto. Kurt guardò indietro mentre permetteva all'altro di guidarlo, e vide il cappello di Yitzie cadere a terra mentre Viola lo abbracciava.
"Non preoccuparti per lei," disse Sebastian, le dita che si stringevano a mo' di conforto attorno al suo polso. "Sono abituati ai saluti. Staranno bene."
Viola e Yitzie riuscivano a fare funzionare la loro storia dall'Ohio a Parigi. I saluti potevano essere tremendi, ma ancora andava bene tra loro. Forse Kurt era stato avventato a pensare che non potesse nemmeno provare con Sebastian se fosse andato a Parigi. Non avrebbe potuto permettersi di andare a Parigi mentre si pagava il college, ma Sebastian sarebbe tornato in Ohio in visita da Peter e Jen, quindi avrebbero potuto ancora vedersi. Era possibile, si ricordò. Probabilmente alla fine non avrebbe funzionato comunque, perché Kurt avrebbe provato a fare carriera a New York e Sebastian alla fine avrebbe iniziato a lavorare nel sistema medico francese, ma non voleva dire che non potessero nemmeno provarci, giusto?
Sebastian ordinò il suo caffè per lui, e Kurt si abbandonò ai propri pensieri. Non era impossibile, ma non valeva la pena provare tutto quel dolore. Ma anche così, era sempre lì, stupidamente innamorato e consapevole che qualsiasi strada avesse intrapreso, avrebbe finito per ferirlo.
Quando presero i caffè, le dita dell'altro si erano rilassate, come se avesse voluto lasciarlo. Kurt si scostò e lo prese per mano, intrecciando poi le dita alle sue.
La parte di lui che era ostinatamente romantica doleva al pensiero di cominciare una relazione sapendo che sarebbe stata temporanea. E in teoria, non sarebbe stata qualcosa che Kurt avrebbe voluto provare. Ma non era una teoria, erano la realtà e Sebastian, e forse averlo in quel momento era meglio di non averlo affatto.
Era ancora così confuso. Voleva solamente essere capace di mettere ordine nella sua testa, ma i suoi pensieri e i suoi dubbi erano incasinati, e non sapeva come affrontare la cosa.
Voleva solo che tutto tornasse ad avere senso.
Quando furono richiamati, Yitzie lo abbracciò forte. Gli venne dato lo stesso trattamento di Sebastian – un bacio sulla guancia – poi Yitzie disse: "È stato bello conoscerti, Kurt Hummel, ci vedremo di nuovo."
"Lo spero," rispose Kurt, sorridendogli.
"Mi manderai delle mail," aggiunse Yitzie, gli diede dunque una pacca sulla spalla e si volse verso Sebastian. I due si abbracciarono di nuovo, Sebastian sollevò gli occhi al cielo e Yitzie lo strinse forte prima di volgersi a Viola.
"Ti amo," le disse in tono sommesso, come se quelle parole dovesse sentirle solo lei e non le persone che li circondavano. Le passò una mano sui capelli, così poco rispetto agli abbracci che aveva dato a Kurt e Sebastian, e in qualche modo sembrava un gesto più intenso.
Viola sorrise tra le lacrime. "Ti amo anch'io," disse, semplicemente, come se fosse l'unica cosa importante. Come se fosse così facile credere a qualcuno con tutto il proprio cuore, quando aveva l'opportunità di spezzartelo.
Quando Yitzie se ne andò, Viola si volse e si accoccolò tra le braccia del fratello. Kurt rimase da parte, a guardare lo spazio vuoto dove prima c'era il giovane, e si chiese perché per loro fosse così facile e per lui no.
/
Toby se ne andò il giorno dopo, lasciando Sebastian e Viola in casa senza la supervisione di un adulto.
Quell'idea preoccupava Kurt, perché Sebastian e Viola avevano il vizio di mettersi nei guai quando erano soli, ma la sua teoria che avrebbero distrutto la casa in assenza di Toby fu fortunatamente smentita.
Dopo la scuola il giorno dopo, e dopo aver assistito a un altro assolo super emotivo di Rachel al glee club, Kurt fu invitato a quello che inizialmente sperava fosse una sessione di pulizie con Sebastian e Viola. Comunque, anche se c'erano ancora oggetti sparpagliati per tutto il corridoio e i nastri verdi erano misteriosamente ricomparsi, entrambi i fratelli rifiutarono l'idea di pulire.
"Devono tornare in una casa disordinata, Kurt," disse Viola. "È simbolico. La luna di miele è finita, è ora di tornare al mondo reale."
Kurt fissò la pila di nastri sul tavolino da caffè. "Non pensate che avere a che fare con voi due sia abbastanza simbolico?"
"Non si pulisce," concordò Sebastian, tornando in soggiorno con un paio di film tra le mani. Li lanciò tutti sul divano. "Quale vuoi guardare?"
Lo stato della casa continuava a dargli fastidio, ma non era lui a doversene lamentare. Si accovacciò leggermente contro Sebastian mentre guardavano Pulp Fiction, trasalendo alle parti più raccapriccianti, e si rilassò.
Divenne lentamente più facile godersi il momento senza farsi intrappolare da pensieri che salivano in superficie.
E molto dopo, Kurt si permise di essere baciato sulla porta senza farsi prendere dal panico. Perché la sensazione delle labbra di Sebastian sulle proprie, il dolce tocco della sua mano sulla propria nuca e il lento calore che lo avvolse in quei minuti… erano tutti piacevoli.
Naturalmente, la calma dei due giorni seguenti – dei baci e del tempo trascorso insieme senza rimuginare sul fatto che non stessero davvero insieme – finì velocemente.
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La sua ritrovata calma cominciò a vacillare mentre, un venerdì pomeriggio, seduto in aula canto, ascoltava Puck cantare I've lived long enough to have learned, the closer you get to the fire, the more you get burned.
Aveva il cellulare tra le mani perché aveva messaggiato con Mercedes riguardo l'outfit di Rachel (doveva seriamente lasciare che la vestisse lui), ma quando lo schermo si illuminò, c'era un messaggio da SMTYHE.
Ultima notte di totale libertà, gli aveva scritto Sebastian. Vado allo Scandals con una vecchio conoscenza. Te la senti di venire? X
Kurt gli mandò un rifiuto (Non è il mio ambiente, ma divertiti) prima di pensare che forse avrebbe dovuto dire di sì.
Di fronte a lui, Puck cantò: It's hard when you're always afraid; you just recover when another belief is betrayed.
Kurt scosse il capo e si disse che si stava comportando da stupido. Non voleva dire niente; a Sebastian piaceva ballare e aveva amici che andavano sempre allo Scandals. Non voleva dire niente, anche se Kurt non era sicuro quando fosse stata l'ultima volta in cui Sebastian era andato a letto con qualcuno. Non aveva diritto di essere arrabbiato con lui se stava ancora andando a letto con altre persone, perché non era affare suo. Non aveva mai avuto problemi con gli amici che sceglievano di fare quello che volevano col proprio corpo e non avrebbe iniziato in quel momento.
You can't go the distance with too much resistance, cantò Puck, e Kurt incrociò le braccia.
Doveva smetterla di andare fuori di matto per cose che non erano affari suoi. Non sapeva se Sebastian stesse ancora andando a letto con altre persone, ma non stava andando a letto con lui, quindi non c'era motivo che ne fosse al corrente.
Si disse che andava bene così, e si concentrò su Puck che cantava. Si disse che andava bene così quando lasciò l'aula canto con Mercedes al fianco, e si disse che andava bene così per tutta la strada verso casa.
Sentiva che chiedersi se Sebastian stesse ancora andando a letto con altre persone avrebbe riaperto la porta di tutti i dubbi che aveva respinto negli ultimi giorni. Perché improvvisamente erano tornati e non lo lasciavano in pace – domande su quanto la storia sarebbe stata temporanea, su Parigi e New York, quale fosse l'esperienza di Sebastian nel capire cosa provasse e che cosa desiderasse.
Non era normale, per Kurt, sedersi volontariamente a giocare ai videogiochi con Finn e Sam. Quando Blaine aveva rotto con lui, era l'unico modo che aveva per comunicare coi ragazzi – ed era un'ottima scusa per non passare ancor più tempo con Rachel e Mercedes – ma da allora, doveva essere costretto a giocare. Non gli piacevano particolarmente, dopotutto, e Finn era sempre distrutto quando lui vinceva. Ma quel pomeriggio, dopo tre tentativi inutili di concentrarsi sui compiti, finì col chiedere di potersi unire al gioco.
Nessuno dei due chiese cosa avesse, grazie a Dio. Come avrebbe dovuto spiegarglielo, poi?
Stavano giocando a qualcosa che non riconosceva, ma dopo qualche giro di prova (in cui il suo personaggio morì diverse volte) riuscì ad avanzare velocemente, e nonostante l'intero gioco si basasse sul correre in giro con un grande fucile, sorprendentemente c'era pochissimo sangue.
Non aveva davvero realizzato quanto spesso lui e Sebastian messaggiassero durante la giornata finché non fece pausa un'altra volta per mandare un messaggio ('dammi tutti i dettagli di quello che indossi così posso criticare e minacciare di bruciare il tuo intero guardaroba x') e sia Finn che Sam sospirarono melodrammatici.
"Scusate, scusate," disse Kurt, mettendo il telefono da parte.
"Tranquillo, amico," disse Sam quando ripresero a giocare. Kurt si concentrò sull'omino con l'enorme fucile, cercando di capire dove fosse il personaggio di Finn. "Le relazioni all'inizio sono così. Whoa!"
Ci fu un'esplosione sullo schermo che fece ridere Finn maleficamente. Era abbastanza lontano da non ferire il personaggio di Kurt, ma riusciva a vederla in lontananza nella sua sezione dello schermo, quindi vi si diresse.
"Non stiamo insieme," disse, forse dopo qualche secondo di troppo.
"No?" domandò Finn. Non scostò lo sguardo dallo schermo (aveva bisogno di concentrarsi di più, pensò Kurt, per rimediare al fatto che fosse scarso), ma aveva un solco tra le sopracciglia. "Pensavo di sì."
"Non ancora," disse Kurt, senza pensare alle proprie parole finché non vennero fuori. "Voglio dire, siamo… sì, forse," disse alla fine, la confusione nella sua mente gli fece decidere che non ancora poteva essere il sunto più appropriato alla situazione. "Ma non ancora."
Dopo cena e altri videogiochi, acui Kurt pensò Finn e Sam non avevano pianificato di giocare finché lui non aveva deciso di aver bisogno di distrarsi ancora (e le sue altre opzioni erano sostanzialmente stare con amici troppo ficcanaso), si sentì un po' meglio. Non importava che Sebastian fosse o non fosse con altre persone. Non stavano insieme, ma non voleva dire che non lo sarebbero mai stati, perché potevano essere le risposte che tanto lo spaventavano.
Ogni messaggio che riceverai da ora in poi sarà condizionato da almeno quattro shot di vodka… i veri amici mettono in fila gli shots per il tuo arrivo, capisci, scrisse Sebastian, e la cosa lo fece sorridere mentre ricordava il modo di bere di Yitzie al matrimonio, quindi te lo chiedo mentre sono ancora sobrio: posso cucinare il pranzo per te domani? X
Non avrai un gran dopo sbornia? Rispose, ignorando Sam e Finn che lo tartassavano perché si unisse a un altro gioco.
Forse un po', rispose Sebastian. Ti do diritto di torturarmi tutto il pomeriggio, purché tu mantenga la voce bassa. X
Kurt prese un bel respiro, spingendo via le preoccupazioni riguardo ciò che sarebbe potuto accadere quella notte, poi si costrinse a sorridere mentre rispondeva: Certo. Mandami un messaggio per farmi sapere che stai bene – non importa l'orario. X
Mise da parte il telefono, concentrandosi sul gioco.
Molto più tardi, il suo corpo non aveva considerato di dormire fino alle due, fino a quando il cellulare non si illuminò con un messaggio da SMYTHE: Sono tornato a casa ora, angelo. XX
Non era sicuro del perché quel messaggio lo fece raggomitolare sotto le coperte con le ginocchia al petto, o perché si dovette costringere fermamente a non piangere.
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Si rifiutò di essere il primo a mandare un messaggio il giorno dopo, il che gli fece realizzare che negli ultimi giorni aveva iniziato la giornata mandando un messaggio del buongiorno. Giorni prima, si sarebbe rimproverato di essere troppo palese – ma avevano superato quel momento, si erano detti tutto e non potevano rimangiarsi le parole, quindi si limitò a sospirare mentre controllava il cellulare e decideva di farsi una doccia calda per svagarsi.
Non funzionò, ovviamente, ma non se l'aspettava in ogni caso.
L'aspetto positivo del sentirsi ansioso per Kurt era che la cosa lo rendeva produttivo. Peggio si sentiva, più si metteva in pari coi compiti, ed era portato a lanciarsi in qualsiasi progetto stesse lavorando per distrarsi.
Dopo essersi vestito, si organizzò per pulire la casa il più possibile prima che Sebastian gli chiedesse del pranzo.
Passò l'aspirapolvere in ogni stanza della casa (inclusa la stanza di Finn, in cui quest'ultimo riuscì a non svegliarsi e Sam pareva vagamente divertito dalla sua postazione, sul suo letto improvvisato, e aveva quasi finito con il bagno quando il telefono vibrò nella sua tasca.
Dopo essersi lavato le mani (i cellulari erano abbastanza disgustosi con i batteri che aveva già, non aveva bisogno di aggiungerne altri), controllò.
Ho finalmente buttato fuori Problema, e Viola è da un'amica. Casa libera… vieni? X
Kurt esitò per un momento, guardandosi attorno in bagno. Posso venire tra circa 45 minuti, scrisse. Stavo facendo una specie di pulizia frenetica. Sembra più pulito di un omicidio folle. Ti va vene?
Se mi va bene che tu eviti di commettere un omicidio di massa? Certo, ma solo perché farti uscire di prigione sarebbe un problema. Rispose Sebastian. Kurt sollevò gli occhi al cielo. Vieni quando sei pronto. Sto facendo la zuppa… non penso di riuscire a fare altro. Oggi è 'ouch'. X
Kurt rispose che sarebbe partito presto, poi tornò al primo messaggio e fissò le parole Ho finalmente buttato fuori Problema per un momento. All'inizio, aveva pensato che stesse parlando di Viola, ma non era quello il caso.
Sentì improvvisamente freddo, come se avesse avuto bisogno di indossare più strati. Chiuse il messaggio e si disse di non pensarci, perché non erano affari suoi.
Lavorò sul resto del bagno, muovendosi più velocemente o strofinando più forte ogni volta che sentiva quel dolore al petto al pensiero di Sebastian con qualcun altro.
Non erano affari suoi. Non aveva diritto di esserne ferito.
Era uno di quei giorni in cui doveva mettere la radio fortissima in macchina e provare a ricordare le parole di ogni canzone, così da non darsi troppo tempo per pensare. In tutto ciò, contò le parole in rima e pensò a come le parole che non conosceva potessero sembrare poesia…
Eccetto che quel pensiero lo riportò a Rober Browning e like turns of thread the spiders throw, mocking across our path, parole che non avevano ancora senso per lui, ma era così arrabbiato che ebbe bisogno di calmare il proprio respiro.
Dannazione. Avrebbe pranzato con Sebastian. Doveva schiarirsi la mente e riguadagnare compostezza, o sarebbe andata a finire male. Non voleva finire per urlare contro Sebastian su qualcosa in cui non aveva colpa, ma se avesse continuato a sentirsi tanto stupido a riguardo, sarebbe accaduto.
Così, invece di contare le parole in rima o farsi tormentare da turns of thread the spiders throw, Kurt accostò e fissò lo sterzo. Avrebbe fatto chiarezza tra i propri pensieri.
Non stavano insieme. Sarebbe potuto non accadere del tutto, perché essere innamorati non voleva dire niente se non si era capaci di sapere di essere corrisposti. Significava che tutto avrebbe fatto più male se fosse finita… quello lo sapeva. Sapeva che lasciarsi coinvolgere con Sebastian era solo andare in cerca di guai, perché – Ho finalmente buttato fuori Problema – Sebastian probabilmente non sapeva ciò che voleva, e anche se l'avesse saputo, avrebbe potuto non desiderare di impegnarsi nel modo che Kurt voleva. E come ciliegina sulla torta, Parigi e New York erano dannatamente lontane, e c'erano così tanti 'e se' e…
E a volte Kurt poteva essere solo davvero stupido. Perché avrebbe fatto male in un modo o nell'altro, gli avrebbe spezzato il cuore, e l'altra opzione – quella in cui tornava a casa e chiedeva a Sam e Finn di intrattenerlo – non era affatto un'opzione. Pensarlo come se non avesse intenzione di andare da Sebastian e avere dal ragazzo tutto ciò che poteva era ridicolo, perché sapeva che era quello che avrebbe fatto.
Sarebbe andato a casa di Sebastian, e avrebbe accettato di essere già troppo in alto e in attesa di cadere. Se il risultato era lo stesso, almeno poteva godersi la vista.
Mise in moto l'auto e accese di nuovo la radio mentre guidava. Non aveva bisogno di concentrarsi sulle parole adesso, perché aveva respinto l'ondata di panico col pensiero che il dolore sarebbe stato inevitabile. Non c'era motivo di andare nel panico per qualcosa di inevitabile.
Avrebbe potuto godersi il tragitto.
Sebastian sembrava un po' stanco quando aprì la porta, ma in qualche modo ciò non sminuiva il suo sembrare sempre elegante, come se avesse potuto mettere insieme più sicurezza con poco di quanto Kurt potesse farlo con tutti gli strati di abiti che metteva insieme. E in qualche modo la cosa lo faceva sorridere, gli faceva sentire più che dell'affetto quando fu sospinto dentro casa e baciato dolcemente sulla porta.
Non si davano mai dei baci per salutarsi. Ma in retrospettiva, era probabilmente perché Viola continuava a saltellare loro attorno quando si salutavano, e batteva sempre in ritirata velocemente dai loro saluti.
La casa era vuota, pensò Kurt, carezzando su e giù la spalla dell'altro. Le case libere erano decisamente un beneficio.
Sebastian si scostò alla fine, chinandosi di nuovo un paio di volte come se non potesse resistere e lasciando lenti, lunghi baci sulle sue labbra. Kurt sospirò, perché era stranamente dolce e a una maniera che non si era aspettato.
"Non possiamo stare qui tutto il giorno, sfortunatamente," disse Sebastian. "Ho preparato la zuppa."
"E quando dici 'ho preparato'…?" domandò, ricordando la definizione di 'preparato' di sua sorella, che il più delle volte non andava oltre l'usare il microonde.
Sebastian sollevò gli occhi al cielo, scostandosi del tutto e guidandolo verso la sala da pranzo. "Intendo ho preparato," rispose. "Te l'ho detto una volta – sono gli uomini a cucinare nella mia famiglia. Viola fa le cose pronte, mia madre fa prendere tutto a fuoco… e non solo perché le piacciono i pompieri – e io ho trascorso parte della mia vita a pulire il loro disastri e cucinare veri e propri pasti."
Kurt provò a trattenere il sorriso, ma era impossibile. Le sue preoccupazioni sembrarono essere spazzate via quando realizzò che Sebastian si era davvero sforzato per preparargli il pranzo, e ci aveva messo tutto se stesso per aggiungere qualcosa che potesse piacergli. I carboidrati erano la sua debolezza, e il giovane si era assicurato che non ci fossero troppo delle pagnottine intrecciate, ma tutto era… stranamente dolce.
Finirono col parlare delle Nazionali e di come le Nuove Direzioni fossero, come sempre, miseramente impreparati. Era felice che avessero scelto un argomento leggero, perché non era sicuro di poter sostenere altro al momento. E gli sembrava che quel momento, in macchina, in cui si era imposto di stare calmo, fosse accaduto secoli prima.
Poi, il cellulare di Sebastian squillò.
La suoneria fece ridere Kurt, mentre il telefono intonava, "Wake up in the morning feeling like P Diddy."
Ma il divertimento della vasta varietà di suonerie personalizzate di Sebastian finì presto, perché il giovane aggrottò la fronte e gli disse "Solo un secondo, scusa," seguito da un "Hai lasciato qualcosa?" al telefono.
Il sorriso gli morì sulle labbra.
Sebastian si stava sfregando la fronte con quella che sembrava un'espressione di divertita esasperazione, e tutto ciò che c'era di felice in Kurt parve sparire in un lampo. Perché sembrava crudele… non da parte di Sebastian perché non avrebbe potuto prevedere la chiamata, ma… non lo sapeva. Non credeva in Dio, o nei segni, o qualcosa del genere, ma era crudele e basta.
"No," disse Sebastian al telefono, ridendo dolcemente. "Sono piuttosto sicuro che l'avrei notato. … Perché erano rosse, e le mie coperte blu. Come sei potuta andare via senza notarlo…? Senti, fregatene. Controllo in camera, ma poi dovrai accettare di essere una deficiente incredibilmente disorganizzata, altrimenti sconosciuta…" si volse verso Kurt, solo brevemente, e aggiunse: "Mi spiace davvero, davvero tanto. Torno subito."
Sebastian salì su per le scale e Kurt rimase solo, sentendosi stranamente umiliato. Piluccò il pane, cercando di concentrarsi sulla crosta contro le proprie dita, ma non riusciva bene a far smettere i suoi occhi di bruciare.
Perché… cazzo. Cazzo e basta.
Qualcosa nella sua testa gli suggeriva di andarsene, gli diceva che anche se non si frequentavano, non era giusto perché Sebastian conosceva i suoi sentimenti e in quel momento stava andando a controllare se 'Problema' avesse lasciato la sua biancheria lì e per l'amor di Dio, non avrebbe potuto essere un po' più sottile a riguardo? Oddio. Kurt inspirò profondamente, poi si asciugò gli occhi con la manica e si disse di ricomporsi.
Avrebbe smesso di reagire così emotivamente, perché non erano affari suoi. 'Problema' aveva lasciato la sua biancheria lì, e allora? Sebastian non aveva pianificato di renderlo palese, era solo accaduto, e Kurt avrebbe continuato ad agire come se nulla li avesse interrotti. Perché chiunque fosse quella diavolo di persona, non era stato invitata a rimanere mentre Sebastian preparava il pranzo. Era stata nel suo mirino solo una notte e Kurt aveva avuto più di quello, Kurt aveva Sebastian che pensava di essere innamorato di lui, e voleva dire qualcosa.
Così sedette un po' più dritto, respirò con più calma e smise testardamente di sentirsi a pezzi.
Quando Sebastian tornò, roteò gli occhi e si scusò di nuovo per la stupidità dell'altra persona, Kurt sorrise e tornò come nulla fosse alla loro precedente conversazione.
Fu fiero delle sue capacità di superare quel momento.
Dopo pranzo, Sebastian insistette sul fatto che Kurt dovesse assaggiare la torta che Viola aveva comprato, anche solo per godersi il fatto che la ragazza non fosse lì per fermarli.
"Ha sei anni," disse Sebastian. "Deve imparare a condividere così da poter crescere."
"Sebastian, ha due anni meno di te," gli fece notare Kurt, cercando di non far capire troppo quanto gli piacesse la torta al cioccolato. Alla faccia dei carboidrati, sarebbe stato super attento la settimana dopo. "Se lei ha sei anni, tu ne hai otto. … Il che, a giudicare dalla tua gioia nel rubarle la torta, sembra essere appropriato."
Sebastian arricciò il naso, sembrando deliberatamente petulante, e rispose: "Non lo sto rubando, lo sto prendendo in prestito."
Kurt sollevò gli occhi al cielo allora, pensando ai fratelli Smythe e all'immediata gratificazione, il che lo riportò alla telefonata dell'altro. Forse, pensò mentre staccava un altro pezzettino di torta con la forchetta, Sebastian non avrebbe sentito il bisogno di andare a letto con altri se avesse potuto farlo con Kurt.
Il pensiero fu abbandonato velocemente com'era entrato nella sua testa, ma qualcosa gli strinse la gola. Sollevò lo sguardo con un sorriso e un cenno mentre Sebastian gli raccontava della volta in cui la madre aveva rubato un orso per Viola quand'erano bambini, e di come quell'episodio fosse, secondo lui, la base del problema della giovane nel distinguere 'mio' e 'non mio' – e pensò (piano, come se qualcuno potesse sentirlo mentre lo pensava) che aveva ragione. Forse stare con lui avrebbe evitato che il giovane avesse bisogno di stare con altre persone. Se avessero fatto sesso allora… meglio per lui che lo facessero insieme invece che l'altro lo facesse con degli sconosciuti, giusto?
E Kurt, che non era mai stato interessato al sesso occasionale, finì col pensare che non era casuale affatto. Amava Sebastian e l'altro provava qualcosa per lui, e anche se non stavano ufficialmente insieme? Si baciavano, trascorrevano il tempo insieme, e Sebastian gli aveva preparato il pranzo…
Sicuramente l'unica vera differenza sarebbe stata che non sarebbero andati con altra gente.
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L'idea lo tormentava mentre posavano i piatti, e Kurt provò a distrarsi essendo più attivo nella conversazione, ma poi…
Poi c'era Sebastian. Alto, forte e bellissimo, e gli sorrideva come se non ci fosse altro al mondo su cui concentrarsi in quel momento, e non poteva essere così terribile. Non sarebbe andato contro il proprio codice morale, concedersi a Sebastian, perché il giovane avrebbe saputo di avere il suo cuore tra le mani e non l'avrebbe fatto in frantumi di proposito. Avrebbe fatto del suo meglio per non spezzargli il cuore, Kurt ci credeva fermamente.
Così, quando Sebastian propose di guardare un film, Kurt gli si avvicinò e suggerì invece: "Perché non mi porti in camera tua?"
Vedere la scintilla di comprensione nello sguardo dell'altro fu bello abbastanza da compensare il picchiettare fastidioso delle pulsazioni da coniglio che aveva Kurt. Gli occhi del giovane si sgranarono e poi si strinsero in una smorfia divertita, ridicolmente luminosi nella luce del pomeriggio che entrava dalla finestra.
Lo baciò proprio lì in cucina, stringendogli le braccia attorno al busto, e Kurt sarebbe stato bene. Lo sarebbe stato perché era lì, con Sebastian, e non poteva essere la cosa ideale ma era davvero, stupidamente innamorato.
Sebastian lo guidò al piano di sopra con la mano precedentemente ferita, e Kurt si concentrò sul non doverla stringere troppo o sfiorare il livido mentre salivano le scale. La concentrazione lo tratteneva dal farsi travolgere dalle emozioni, ed era grato per ogni dettaglio del corpo di Sebastian che lo distraeva, perché ne avrebbe avuto bisogno in quel momento.
Sebastian si volse una volta entrati nella stanza e lo premette contro il muro. Kurt lo lasciò fare, il corpo arrendevole, e si permise a farsi baciare. Si sentiva frastornato per il modo in cui lo faceva, come se Sebastian fosse un incantesimo sotto cui cadere, e sollevò le mani per aggrapparsi alla sua camicia per sentirsi coi piedi per terra.
Provò a trattenere i sospiri che volevano innalzarsi mentre Sebastian gli sfiorava la lingua con la sua, ma fu inutile… se lo lasciò sfuggire e ciò parve incitare Sebastian, che premette il corpo contro il suo e chiese di più. Kurt schiuse maggiormente le labbra, reclinando il capo all'indietro e partecipando maggiormente al bacio per renderlo più profondo, insistente.
Si separarono abbastanza a lungo perché Sebastian gli sorridesse, radioso e felice in quel momento, prima di baciarsi di nuovo e le mani di Kurt si indirizzarono ai bottoni della camicia dell'altro.
Le sue mani procedettero goffamente per un momento, era troppo preso dalle proprie emozioni per prestare molta attenzione a ciò che stava accadendo, ma riguadagnò controllo abbastanza a lungo da aprire diversi bottoni.
Le labbra di Sebastian si mossero lungo la sua mandibola fino al suo collo, e stavolta non c'era modo di trattenere alcun suono. Sebastian ricambiò quel verso e poi premette i fianchi più vicino a una maniera tale che Kurt dovette poggiare il capo contro il muro.
"Ah," si sentì dire Kurt, le mani abbandonarono improvvisamente la camicia dell'altro per stringersi meglio a lui.
Sebastian lo trasse via dal muro, senza scostare le labbra dal suo collo, e lo sospinse verso il letto tenendolo per i passanti dei jeans.
Fu quando Kurt fece l'errore di aprire gli occhi.
Il letto del giovane era ancora sfatto, e le coperte blu scuro erano lì come se volessero schernirlo, e improvvisamente Kurt non stava pensando a Kurt-e-Sebastian e quel pomeriggio, ma a Sebastian e qualche altra persona la notte prima.
Si irrigidì per un secondo e pensò, Non il letto.
Invece di esprimerlo a voce, Kurt girò Sebastian e lo premette contro il muro, tenendolo lontano dal letto. Sebastian si scostò per sorridergli, qualcosa nella sua espressione dava a intendere che pensasse che Kurt stesse giocando, e Kurt si allungò a mordicchiargli il labbro inferiore.
Sebastian gemette, un bellissimo suono basso che non si era aspettato, dunque lo afferrò per i fianchi di nuovo.
Ignorando l'esistenza del letto alle proprie spalle (e il dolore al petto che ora rifiutava di alleviarsi, il che lo faceva sentire un po' debole), Kurt riprese a sbottonare la camicia dell'altro.
Questa volta, con maggior determinazione, riuscì a sbottonarla del tutto. Si rifiutò di interrompere il bacio, perché era troppo bello per farlo e lo aiutava a non pensare, ma si mosse all'indietro abbastanza da far scivolare via la camicia dalle spalle dell'altro.
Sgranò gli occhi alla vista della canottiera, e poi premette un paio di baci lungo la clavicola mentre con le dita carezzava i bordi del tessuto, la percezione dei muscoli tonici contro le dita. Il respiro di Sebastian era più pesante adesso, e Kurt si sentiva sopraffatto dal bisogno di toccarlo, quindi sollevò la canottiera oltre la testa dell'altro.
Deglutì, per un secondo, poi lo baciò di nuovo. Le loro labbra si muovevano un po' diversamente ora, un po' meno attenti e più disperati, e Kurt premette le mani contro il petto di Sebastian. La sua pelle era calda e liscia, ed era lì di fronte a lui, così reale e solido…
Quando la mano del giovane scivolò sotto la sua camicia, Kurt si scostò bruscamente.
L'espressione di Sebastian era interrogativa, ma lo ignorò e baciò di nuovo, distraendolo dal suo tentativo carezzando il tratto di pelle poco sopra i pantaloni. L'obiettivo dell'altro parve cambiare allora, fortunatamente, mentre lo guidava sino alla chiusura dei pantaloni e lo lasciava andare, facendo scivolare le mani lungo gli avambracci.
Kurt non se lo fece ripetere due volte. Sbottonò i jeans, e Sebastian poggiò la mano sulla sua guancia mentre continuavano a baciarsi. Kurt abbassò la cerniera lentamente, godendo del rumore netto che fece nella quiete della stanza, fece dunque scivolare la mano nei pantaloni di Sebastian per toccarlo dolcemente da sopra la biancheria.
Il verso che sfuggì dalle labbra dell'altro lo fece gemere in risposta, e strinse appena le dita, imparando a sentirlo attraverso il cotone leggero.
Qualunque cosa l'avesse portato lì non importava più, perché Sebastian era incredibilmente bello con il capo reclinato all'indietro e il petto che si muoveva veloce a causa dei respiri tremolanti. Kurt gli baciò la clavicola, poi un po' più giù e…
Si scostò appena di scatto quando la mano di Sebastian si allungò verso i suoi pantaloni, e provò a minimizzare con una risata e un leggero movimento del palmo della mano… e Dio, Sebastian sembrava magnifico anche così, era magnifico, Kurt avrebbe potuto stare lì per sempre.
La mano sinistra dell'altro si mosse senza che Kurt se ne accorgesse, all'improvviso c'era una mano calda premuta contro la sua pelle alla base della propria schiena, e Kurt non riuscì a capire cosa lo fece scostare completamente.
Sebastian lo stava guardando da dietro le palpebre socchiuse, confuso.
"Um," disse Kurt, sentendo il panico affacciarsi, dunque si tese in avanti e lo baciò con la speranza che dimenticasse tutto.
Ma non lo fece, perché le sue mani fecero un gesto quasi interrogativo nel tirargli delicatamente il bordo della camicia.
Il corpo di Kurt decise che doveva scostarsi senza consultare il cervello, e la conseguente domanda di Sebastian gli fece venire voglia di raggomitolarsi su se stesso: "Kurt, che diavolo sta succedendo?"
"Io…" rispose, cercando di capire cosa dire attraverso la nebbia di eccitazione e panico. "Io… Niente. Scusa." Si riavvicinò a lui, invogliando il proprio corpo perché lasciasse che Sebastian lo esplorasse se ne aveva voglia, ma questa volta Sebastian si spostò di lato per non stare più al muro.
Kurt schiuse le labbra, alla ricerca di parole che non arrivavano.
"Potresti solo parlarmi?" insistette il giovane. Era ancora senza maglia e con i pantaloni aperti, i boxer grigi che si intravedevano sotto, ancora ovviamente molto duro, e Kurt cominciava a risentirsi per il suo stesso panico perché Dio, perché doveva essere così stupido? "Non capisco, Kurt, pensavo… perché non vuoi che ti tocchi?"
"Non è così," rispose, si fermò e rifletté prima di continuare: "Non lo faccio apposta."
Il cipiglio dell'altro divenne più cupo. "Quindi inconsciamente non vuoi che ti tocchi?"
Kurt si strinse le braccia attorno, e finalmente guardò di nuovo il letto sfatto.
"Magari non qui," rispose alla fine, decidendo che quella reazione era probabilmente dovuta alla vicinanza con il letto. Lo guardò di nuovo, fulminandolo come fosse la ragione di tutti i suoi sconvolgimenti emotivi del momento, e ricordò di essersi svegliato lì da solo la mattina dopo il matrimonio.
Mentre era occupato a mantenere il respiro regolare, Sebastian si era chinato a prendere la canottiera per indossarla. "Okay," disse, cauto. "Vuoi dirmi cosa ti fa a sentire tanto a disagio in camera mia?"
Kurt strinse ancor più forte le braccia attorno a se stesso, come se stesse cercando di costruirsi una barriera con esse. Improvvisamente tutto sembrava diverso, perché non poteva concentrarsi su Sebastian per non sconvolgersi ulteriormente… si sentiva in qualche modo più sensibile, come nel momento in cui aveva capito con chi stesse parlando Sebastian al telefono.
Inspirò, continuando a guardare il letto (in parte per evitare lo sguardo dell'altro) e provò ad essere onesto. Quella storia di 'aspettare' doveva fargli capire se poteva stare con Sebastian, e mentire in quel momento non l'avrebbe aiutato molto. Sarebbe sembrato un idiota, ma quale altra spiegazione c'era per il suo comportamento?
"Non voglio dire… lo so che non sono affari miei," disse, cercando disperatamente un modo per spiegare cosa provasse, "è solo che…" Si umettò le labbra, scostando lo sguardo dal letto al tappeto. "Pensarti con qualcun altro mi ha… fatto arrabbiare. E ho pensato, Dio è una cosa così stupida, ho pensato che se avessi fatto sesso con me allora non avresti avuto bisogno di andare a letto con altre persone." Le sue parole si infransero nel silenzio, e il desiderio di rimangiarsele, l'atmosfera era intensa, ma ce la fece a superare il momento. "Non quello, so che potresti volerlo fare comunque, perché a volte non si vuole stare solo con una persona, ma ho pensato che forse…"
"Kurt, sta' zitto," disse Sebastian. Fu solo allora che si rese conto quanto il giovane fosse stato silenzioso, e sollevò lo sguardo, ricacciando indietro le lacrime per trovare l'altro a fissarlo con gli occhi sgranati. "Perché lo pensi?" domandò, sollevando le braccia fino a incrociarle al petto.
Deglutì a fatica, cercando di mantenere il controllo sul proprio respiro, mentre pregava se stesso per non piangere. Di solito era così bravo a non piangere di fronte alla gente, e quel momento non sembrava il migliore per interrompere quella tradizione.
"Non lo pensavo, non davvero, finché non mi hai mandato un messaggio ieri riguardo lo Scandals -"
"Fare sesso non è l'unico motivo per cui esco," sbottò il giovane. "Mi piace ballare. Ho degli amici. Yitzie e io uscivamo ogni settimana a Parigi, quindi che pensi, che fosse la mia spalla?" C'era dell'ovvia rabbia dietro le sue parole, e Kurt trasalì perché sapeva… sapeva che Sebastian aveva ogni diritto di essere arrabbiato. Non erano affari suoi se l'altro uscisse per trovare qualcuno per la notte o meno.
"Lo so," disse, la voce più piccola di quanto volesse fare intendere. "Lo so, non stavo davvero pensando, me lo stavo… chiedendo. Se fosse quello il motivo delle tue uscite. Ma poi hai… invitato quella persona a restare per la notte, e ha chiamato per dirti che aveva lasciato la biancheria nel tuo letto e ho dato di matto… non ti sto giudicando, lo so che non mi spetta dire chi puoi e non puoi vedere, è la tua vita e non andiamo nemmeno a letto insieme, ma ho pensato che se fosse così -"
"Oddio," disse Sebastian, e Kurt chiuse la bocca, grato per l'interruzione a quel fiume di parole. Deglutì e sollevò lo sguardo sul giovane, che lo stava fissando e scuotendo il capo. "Oddio, pensi davvero questo di me."
Esitò, improvvisamente confuso, e domandò: "Cosa?"
Sebastian rise allora, e fu un suono aspro, senza alcuna traccia di divertimento. "Pensi… non mi conosci affatto," finì col dire, e si avviò verso la scrivania.
Le braccia di Kurt erano ancora strette attorno a se stesso, ma nonostante ciò si sentiva fin troppo esposto. "Sì invece," disse, insicuro del perché la conversazione si fosse rivoltata a quella maniera.
Sebastian si volse di nuovo, prendendo una delle molte fotografie sparse sulla scrivania. Camminò verso di lui e la tenne sollevata in un gesto che lo faceva sembrare arrabbiato.
Kurt mise a fuoco abbastanza da vedere che era una foto di Sebastian e una ragazza i cui capelli mossi e neri ricadevano sul viso mentre si chinava in avanti e si aggrappava alla spalla dell'altro. Stavano entrambi ridendo, spontanei, senza pensieri e davvero ebbri.
"Questa è Anika Dei," disse Sebastian. "La chiamo Problema. Lei mi chiama Bellezza. E sì, è un bellissimo esemplare di essere umano che è riuscito a perdere il reggiseno ieri, ma a prescindere da quanto spesso dividiamo il letto da ubriaco, lei resta lesbica."
Kurt schiuse le labbra, ma non riuscì a trovare le parole. "Oh," finì col dire stupidamente, improvvisamente rivalutando le ultime ore.
"Esatto," rispose il ragazzo, continuando a reggere la fotografia. "Oh. Non vado a letto con la mia amica di bevute. Ma se fosse stata un ragazzo," disse, abbassando il braccio così da coprire il volto ridente di Anika Rei. "Allora sì… non avresti creduto che non vado a letto con lei. Perché non mi credi per un cazzo."
Kurt abbassò le braccia. "Sebastian, non è…"
"No, hai ragione," disse Sebastian, lanciando la fotografia di lato. "Non è nemmeno per quello, vero? Non è che non credi al fatto che io non scopi con altri ragazzi mentre aspetto che tu capisca che sono davvero fottutamente innamorato di te. Non è questo. È che tu non mi conosci."
"Ti conosco," ribatté Kurt debolmente, perché era l'unica cosa che fosse riuscito a elaborare.
Sebastian rise, lo stesso suono aspro di prima, e scosse il capo. Scrollò le spalle e sollevò le mani. "Almeno ci credi adesso che non mi scopo nessuno?" domandò. "Insomma, solo perché Anika è una ragazza non vuol dire che non ci siano altri ragazzi. Che mi dici di quelli? Se ti dico che non vado a letto con nessun altro da quando ho capito di essere innamorato di te e voglio stare con te, davvero, è abbastanza?" Kurt indietreggiò, barcollante. "Sarà mai abbastanza, Kurt?" E poi, dopo una pausa, con la voce improvvisamente più bassa: "Io sarò mai abbastanza?"
La vista di Kurt era completamente oscurata dalle lacrime in quel momento. Singhiozzò e disse: "Sebastian, non è così…"
"No, è esattamente così Kurt, cazzo," rispose Sebastian, stanco e provato tanto quanto Kurt. "Non importa cosa io dica o faccia, hai già deciso chi sono. Hai già deciso che non funzionerà."
Kurt chinò il capo e sollevò le mani a coprirsi il volto. "Mi dispiace," disse, pronunciando quelle parole come se gli uscissero direttamente di gola. "Mi dispiace. Ti amo."
Era la prima volta che lo diceva di proposito, realizzò. L'ultima volta non ci aveva pensato, gli era solamente sfuggito, ma questa volta sapeva esattamente ciò che stava dicendo, sapeva che aveva bisogno di dirlo.
Ci fu un lungo momento di silenzio, in cui Kurt dovette sforzarsi per mantenere il controllo. Asciugò le lacrime con la manica e strinse i denti per evitare di farne scorrere altre.
Quando sollevò lo sguardo, Sebastian stava fissando un punto da tutt'altro lato e la sua postura sembrava quella di una persona sconfitta.
"Penso che tu debba andartene," disse lui, senza guardarlo.
Kurt mandò giù la nuova ondata di emozioni e annuì appena prima di volgersi e uscire dalla stanza, andare giù per le scale e uscire dall'abitazione.
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Kurt aveva pensato che a un certo punto avrebbe finito le lacrime. Era sembrato accadere quando Blaine lo aveva lasciato – c'erano stati fiumi di lacrime, ma Kurt si era rimesso in piedi ed era andato avanti con la sua vita – ma tutto ciò che riguardava Sebastian lo faceva sentire sempre peggio, e non riusciva a stare meglio.
Era appena a un isolato di distanza quando dovette accostare per calmarsi.
Si chiedeva quanto fosse arrabbiato Sebastian, e quanto avesse mandato tutto all'aria. Perché l'altro era sembrato davvero ferito quando gli aveva detto di andare via, e Kurt ne era la causa – in qualche modo, aveva anche lui il potere di ferire l'altro.
Eccetto il fatto che quella non era una relazione, si ricordò. Avevano solo giocato a ferirsi reciprocamente, e improvvisamente tutto ciò a cui riuscì a pensare fu Sebastian che lo baciava nella sua camera da letto e lui che scostava il volto, confuso e fuori di sé, e cosa avesse dovuto provare se Sebastian lo avesse voluto davvero.
Se non era un'opzione, realizzò. Sollevò le ginocchia di fronte lo sterzo e sedette raggomitolato per un po', le gambe al petto. Sebastian provava davvero qualcosa per lui… l'aveva detto lui stesso, e tutto ciò non sarebbe accaduto se il giovane non ci avesse tenuto tanto. Kurt non avrebbe avuto il potere di ferirlo se Sebastian non avesse avuto dei veri sentimenti per lui.
Inspirò, cercando di soffocare il fiume di lacrime. Deglutì, calmandosi, e si chiese se il potere che aveva fosse più di quanto potesse gestire. Forse non andavano bene l'uno per l'altro. Se non era solo Kurt a essere ferito, allora forse era un segno che era troppo.
Non ci fu modo di distrarsi con la musica nel tornare a casa. Invece, si permise di venire a patti con ciò che era accaduto, perché non c'era modo di evitarlo.
Quando arrivò a casa, desiderò di aver rifiutato di lasciare casa Smythe.
Si sentiva stupido, come se avesse insultato Sebastian in un modo che non riusciva a capire completamente, ma c'era anche un asfissiante pensiero che gli diceva che andarsene era stato uno sbaglio. Non sapeva come sarebbe andata avanti la discussione, ma…
Ma forse aveva bisogno di sapere cosa Sebastian voleva che fossero. Perché non aveva capito, sentiva di non aver capito nulla, e ora i pensieri dell'altro sembravano come un mistero importante. Cosa voleva da Kurt, esattamente?
Cosa voleva da lui se alla fine si stava trasferendo a Parigi? Gli andava bene l'idea di stare insieme solo temporaneamente?
Sebastian era come Kurt, in attesa del dolore causato dalla caduta?
Riuscì a entrare in bagno senza imbattersi in nessuno, si chiuse dentro e sedette sul bordo della vasca per diversi minuti. Alla fine, tirò fuori il cellulare con l'idea di mandare almeno un altro messaggio di scuso, nel caso in cui Sebastian fosse più calmo, ma aveva già ricevuto un messaggio.
Per chiarire, aveva scritto Sebastian, non mi sarebbe andata affatto bene se tu e Blaine foste andati a letto insieme per ricordare i vecchi tempi.
Kurt si accigliò immediatamente. Non lo farei, rispose. Non lo farei mai. Perché lo pensi?
La risposta giunse tanto rapidamente da sorprenderlo. Esattamente, era tutto ciò che l'altro aveva scritto.
Kurt fissò quella parola per qualche attimo, poi mise il cellulare di lato e si prese la testa tra le mani. Aveva bisogno di un paio di giorni che non gli drenassero via le emozioni. Si chiedeva se alla fine sarebbe diventato insensibile, perché in quel momento sentiva troppe cose. Era troppo per lui.
Alla fine, aprì l'acqua della vasca. Si tolse i vestiti e li lasciò in un ammasso sul pavimento del bagno – una cosa che non faceva mai, apprezzava troppo gli abiti, ma non aveva forza per curarsene – dunque entrò e si sedette rannicchiato nella vasca, lasciando che l'acqua troppo calda scorresse sulla sua pelle come un battesimo di fuoco.
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"Vuoi dirmi che cos'hai, figliolo?" domandò Burt, in piedi sulla soglia con una smorfia preoccupata.
Kurt scrollò le spalle, concentrandosi sulla rivista. "Sto bene," rispose, osservando il riflesso sulla pagina mentre muoveva le ginocchia.
"Hm," grugnì Burt. "Leggi quella pagina da un sacco di tempo."
Kurt chiuse il giornale. "Sto bene," insistette, sollevando lo sguardo sul padre. "Sto bene, sto solo… niente. Sto bene."
L'espressione del padre si tramutò in sincera preoccupazione. "Kurt," disse, entrando nella stanza e chiudendo la porta. "Nessuno dice di stare bene così tante volte in una sola frase. Cosa c'è che non va?"
Kurt crollò le spalle. Sapeva di poter parlare a suo padre, davvero, ma non riusciva a trovare un modo per spiegargli cosa non andasse.
"Non penso che funzionerà con Sebastian," disse infine.
Burt annuì. "Okay. Ne sei sicuro?"
Scosse il capo. "È solo che tutto sembra andare per il verso sbagliato," spiegò. "Ogni volta che penso di… Papà, io sbaglio ogni volta."
Non l'avrebbe detto a voce alta, perché l'avrebbe reso troppo reale… e Kurt aveva continuato a dire di non stare male per tutto il tempo cui la gente gli aveva lanciato dolci occhiate di compassione riguardo la rottura, e perché non era niente di che, solo una rottura. Non l'avrebbe detto ad alta voce, ma dentro di sé, pensò: Sono a pezzi.
Quel pensiero creò una nuova ondata di emozioni nel proprio petto, una sorta di nauseante disperazione, perché voleva dire che non c'era niente che potesse fare. Non avrebbe potuto farla funzionare, anche se Sebastian desiderava lo stesso.
Inspirò un rumoroso, tremolante respiro e allora sentì la mano del padre sulla propria spalla mentre veniva attirato contro di lui. "Avete iniziato da un paio di giorni," gli ricordò. "Non puoi aspettarti di ritrovarti in questa cosa e fare andare subito tutto per il meglio."
Era andata a quel modo con Blaine, ricordò Kurt, ma poi… alla fine le cose non erano state reali con Blaine tanto quanto aveva pensato. E Kurt si era sentito diverso riguardo se stesso allora. Stare con Blaine all'inizio l'aveva fatto sentire speciale e desiderato a una maniera che non aveva niente a che vedere con il presente.
C'erano così tante cose che avrebbe voluto dire a suo padre. Così tante cose che erano sbagliate che sarebbero sembrate più semplici se Burt gli avesse dato un'opinione, ma erano tutte messe alla rinfusa nel suo cervello, mischiate, e troppo dolorose da tirare fuori una per una. Così invece, si poggiò contro il fianco del padre, il capo sulla sua spalla, e si concentrò sul regolarizzare il proprio respiro.
Sebastian non mandò messaggi quella sera, e Kurt pensò che probabilmente era meglio così. Doveva fare ordine nella sua vita, ma non quella sera. Quella sera doveva solo rimettere i pezzi insieme.
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Domenica passò, poi ci furono Lunedì e Martedì, e Kurt e Sebastian non avevano avuto nessun contatto.
Kurt aveva ricevuto diversi messaggi da Viola, tutti una variazione del fatto che Sebastian avesse qualcosa e che si rifiutava di parlargliene, anche se normalmente non c'erano segreti tra loro. Ciò fece accumulare il senso di colpa in Kurt, perché odiava essere la ragione dei problemi tra Sebastian e Viola, perché… perché il loro rapporto era speciale e Kurt non voleva colpirlo negativamente.
Non rispose a nessuno dei messaggi, perché solo leggerli lo faceva sentire male, triste e un po' disperato. Se Sebastian non voleva parlargli in quel momento allora non avrebbe tirato fuori il problema, ma non voleva invogliarsi da solo a interferire nella vita dell'altro parlando con Viola.
Lunedì, Quinn intrecciò il braccio al suo e insistette perché preparassero un duetto. Era l'unica dei suoi amici che non gli avesse chiesto una spiegazione del perché fosse stato giù, e Kurt lo apprezzava.
Martedì, Kurt e Quinn cantarono Chick Habit, e lui si sentì un po' più leggero, per un po'.
Sempre di Martedì, dopo scuola, Kurt sedette a un tavolo del Lima Bean, nel caso in cui Sebastian si fosse fatto vivo. Non lo fece. Kurt finì i compiti con così tanto tempo libero rimassto che era come aver rotto di nuovo con Blaine. Quel pensiero strinse un nodo di emozioni nel suo petto, e trascorse la serata con Finn e Sam a cercare di allentarlo un po'. Non funzionò.
Mercoledì, Viola sbucò di fronte al suo armadietto dopo l'ultima lezione.
Col senno di poi, Kurt avrebbe dovuto aspettarselo. Viola era notoriamente pessima in cose come avere un atteggiamento appropriato riguardo le proprietà e i sentimenti altrui, dopotutto, e sapeva che la ragazza teneva a lui in un modo che andava oltre il normale.
Era ancora arrabbiato.
"Per l'amor di Dio," soffiò in sua direzione, chiudendo l'armadietto con uno scatto. "Indossa una campanella, Viola."
"Ciao," rispose lei con una finta aria felice. La sua coda di cavallo ondeggiò mentre lo seguiva lungo il corridoio. "Mi sono annoiata ad essere ignorata perché sei arrabbiato con quell'idiota di fratello che ho."
"Non sono arrabbiato con quell'idiota di fratello che hai," rispose, senza guardarla in volto. "Ora come ora, sono arrabbiato con te. Cos'è successo al rispettare i miei legami senza cercare di forzarmi?"
Viola sbuffò. "Non ti sto forzando in niente," disse. "Sebastian non è qui, è ancora a scuola. I Warblers si allenano tardi; non noterà che non sono tornata a casa dopo scuola."
"Allora perché sei qui?" domandò, guardandola in volto. Due cose furono poste all'attenzione di Kurt molto velocemente: primo, la sua uniforme della scuola privata gli ricordò che se il McKinley aveva finito in quel momento con le lezioni, Viola aveva saltato l'ultima ora, e seconda cosa, aveva gli occhi arrossati. "Hai saltato la scuola?"
"Sono andata via a pranzo," rispose lei in tono leggero. Kurt le lanciò un'occhiata di rimprovero. "Perché, mio padre è un grande educatore e gli importerà qualcosa?"
"Non dovresti… okay. Vabbè. Non sono affari miei," disse Kurt, passandosi una mano sulla fronte nel tentativo di dissipare l'esasperazione e il fastidio.
Viola mormorò di essere d'accordo. "E sono qui perché non hai esattamente detto non preoccuparti Vi, non sono morto per giorni, e volevo essere sicura che stessi bene."
Kurt si fermò di fronte all'entrata dell'aula canto. "Sto bene," mentì, le parole che suonavano poco sincere, con tutta l'irritazione ad essa legata. L'espressione di Viola si fece triste e la giovane si fissò i piedi. Sentendosi come se avesse appena rimproverato un bambino, Kurt continuò. "Va tutto bene. Non sono arrabbiato. Solo, Viola… per favore. Per favore lascia perdere."
"Per favore," disse Viola, e per un momento Kurt pensò che ripetesse a pappagallo. "Devi parlargli. Tu non… non so cosa fare. Non mi parla. Non mi tiene mai fuori così, e non so cosa fare."
Kurt si sentì ammorbidirsi, la rabbia dissiparsi, e allungò il braccio verso di lei. Viola vi si raggomitolò contro, giovane e delicata contro di lui. "Andrà tutto bene," disse contro i capelli della giovane. "Stavo solo aspettando che fosse pronto a parlarmi di nuovo. Penso… ho mandato tutto all'aria." Deglutì, pensando a come Sebastian potesse aver reagito alla loro discussione da sconvolgere Viola a quella maniera.
La giovane si scostò e i suoi occhi erano umidi – ma, pensò Kurt, le sue reazioni emotive erano di solito melodrammatico. "Non essere stupido," disse lei, aggrottando la fronte. "Per Dio, voi anneghereste aspettando che uno divida il salvagente con l'altro. Penso che ti stia aspettando, coglione."
Viola non lo aveva mai insultato apertamente, ma gli ricordo il modo in cui parlava al fratello, e pensò di aver sentito affetto nella sua voce.
Ma poi gli arrivarono le sue parole, e capì che se qualcuno sapeva come andavano le cose, quella persona era Viola Smythe. E Kurt e Sebastian avrebbero aspettato a vicenda di contattarsi, perché non riuscivano a parlarsi, anche quando lo facevano. Ovviamente le loro intenzioni si perdevano.
Kurt si aggrappò alla tracolla, si mordicchiò il labbro e disse: "Hai detto che i Warblers si stanno allenando?"
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Dopo una breve discussione con Rachel ("Le Nazionali sono la prossima settimana, Kurt, non puoi saltare l'allenamento!" – come se poi avessero idea di quali canzoni fare), e una discussione ancor più breve con Viola sul fatto che dovesse tornare a casa invece che seguirlo (come se facesse differenza), Kurt entrò in macchina e la mise in moto.
Non era completamente sicuro di cosa stesse facendo. Ma dopo aver sentito Viola fargli notare che entrambi aspettavano una mossa dell'altro per tornare in contatto, sentì che doveva parlare con Sebastian. Non era nemmeno completamente sicuro di cosa dire, eccetto 'Mi dispiace' e 'Ti amo', e non era sicuro che fossero capaci di passare dal ferirsi a vicenda a qualcos'altro…
E anche se l'avessero fatto, pensò che sarebbe stato solo temporaneo. Era così innamorato, e non riusciva a vedere un modo in cui potesse durare.
Ma aveva bisogno di parlare con Sebastian quando poteva davvero vederlo. Mandarsi messaggi era fuori questione. Doveva essere fisicamente con Sebastian, e…
Oddio, gli mancava. Erano passati solo pochi giorni, e a Kurt mancava. Una parte della sua mente lo pungolava riguardo Parigi e su quanto fosse lontana, quanto sarebbe stato brutto se si fosse abituato ad averlo intorno, ma in quel momento non importava perché gli mancava e aveva bisogno di stare con lui, di toccarlo, di sentire le sua voce e vedere il modo in cui gli si illuminava lo sguardo quando sorrideva.
Il tragitto verso la Dalton fu lungo, Viola dietro di lui nella propria auto, così Kurt ebbe modo di mettere i propri pensieri in ordine.
Una volta era bravo a capire se stesso, ma penso che tutto ciò che aveva fatto nell'ultima settimana era stato arrovellarsi il cervello. E sembrava stupido, ora, che non si fosse mai permesso di avere una vera e propria conversazione con Sebastian riguardo loro (o forse era meglio dire il loro poco contatto), e aveva pensato che potesse essere giusto continuare ad andare avanti come sempre. Perché 'come sempre' chiaramente non stava funzionando – e lo aveva dimostrato quando aveva dato di matto per Anika Dei – e in qualche modo Kurt non era più sicuro del perché era stato sicuro del contrario.
Perlopiù, pensò a quanto gli fosse mancato Sebastian in quegli ultimi giorni. Era abituato a vederlo regolarmente e scambiare messaggi ogni poche ore, e stare senza tutte quelle cose – come nella sua vecchia vita, suppose – lo faceva sentire a disagio e solo.
Capì, mentre parcheggiava alla Dalton, che era in parte dovuto al fatto che erano amici (e provava qualcosa per Sebastian da un bel po' ormai, anche se era stato restio ad ammetterlo, allora), e in parte al fatto che si erano comportati come se si frequentassero. Quel pensiero lo colpì per un momento, sorprendendolo. Perché erano andati avanti con gli appuntamenti, a baciarsi e vivere sapendo di provare l'uno qualcosa per l'altro… Sebastian aveva solo 'aspettato' che Kurt fosse a suo agio con quell'etichetta.
Kurt aveva pensato che il loro periodo d'attesa avesse a che vedere con il restare single, e perciò permettere a Sebastian di fare ciò che voleva con degli sconosciuti e che quelle nottate sarebbero rimaste fuori dagli affari di Kurt, ma in realtà aveva a che fare con le etichette. Se era così che l'altro la vedeva, non c'era da chiedersi perché avesse reagito malamente quando Kurt aveva detto che se avesse fatto sesso con qualcuno non avrebbe avuto a che fare con lui.
Giorni prima, Yitzie li aveva accusati di non ascoltarsi a vicenda. Aveva regione. Uno parlava sopra l'altro, pensavano a qualcosa senza vagliarle insieme, e in generale si permettevano di fare più casino di quanto non ce ne fosse bisogno.
Non c'era bisogno di chiedersi perché Kurt si fosse sentito un tale disastro.
Un colpetto sul finestrino lo fece sussultare, sollevò lo sguardo per vedere Viola in piedi fuori dalla macchina. Deglutì e aprì la portiera, muovendosi lentamente con una sorta di leggerezza che arrivava solo nei momenti di chiarezza.
Viola lo prese per mano mentre camminavano, il palmo della sua mano soffice e piccolo nella propria, e la Dalton non era diversa da come Kurt l'aveva lasciata. C'era qualcosa di stranamente confortante, perché la Dalton era dove Kurt era dovuto andare quando aveva avuto bisogno di guarire. Ma non si stava nascondendo questa volta, non stava scappando dal pericolo. Al contrario, ci stava correndo contro.
Ma valeva la pena, pensò mentre i toni bassi dei Warblers gli riempivano le orecchie, correre incontro a certi pericoli.
"I heard he sang a good song," Sebastian intonò sopra le altre voci, una lenta e dolce melodia che fece sentire Kurt al sicuro persino dalle proprie parole. "I heard he had a style – and so I came to see him, to listen for a while."
Viola si volse verso di lui, radiosa ed entusiasta, dunque aprì le porte.
Kurt aveva trascorso molti mesi a cantare in quella stanza. Si sentì nostalgico e in qualche modo ancora nuovo, come se il passato e il futuro fossero intrappolati tra quelle quattro pareti.
"And there he was, this young boy – a stranger to my eyes," continuò Sebastian. Era seduto su uno dei divani, dando le spalle a Kurt, e quest'ultimo fu felice di non essere stato notato. "Strumming my pain with his fingers; singing my life with his words. Killing me softly with his song, killing me softly with his song, telling my whole life with his words…"
Si ritrovò a sorridere tremante mentre un paio dei Warblers si giravano a guardare lui e Viola. La giovane rispose al saluto, nessun segno di vergogna per averli interrotti.
"I felt all flushed with fever," continuò Sebastian, ancora ignaro della loro presenza, "embarassed by the crowd."
E Kurt seppe, con un altro momento di chiarezza e senza l'ombra di alcun dubbio, che Sebastian stava cantando qualcosa su di lui.
Sapeva anche che era troppo per essere una coincidenza. Guardò il volto sorridente di Viola, perplesso e vagamente offeso. Viola, che era infantile, terribile e nonostante ciò sempre adorabile, sorrise maggiormente.
"I felt he found my letters and read each one out loud," continuò a cantare Sebastian.
Viola stava facendo un passo avanti, e prima che Kurt potesse capire cosa stesse accadendo, si aggiunse a Sebastian e cantò: "I prayed that he would finish," cantarono insieme, e allora Sebastian si fermò e si volse. Da sola, Viola cantò: "But he just kept right on…"
I Warblers continuarono a cantare con solo Viola a guidarli, mentre l'espressione di Sebastian passava dalla sorpresa all'incertezza.
Viola aveva attirato l'attenzione come la luce attirava le falene, in un modo che Kurt aveva visto fare solo a Rachel nel suo elemento, e così solo Sebastian parve guardarlo per un lungo momento. E non era ancora sicuro esattamente del perché fosse lì, a parte che per la natura manipolativa di Viola e il suo bisogno di mettere le cose a posto prima che andassero completamente in frantumi, ma non si mosse.
Sebastian tornò a cantare alla fine del ritornello, e Viola sedette al suo fianco mentre lasciava che la propria voce si affievolisse. "He sang as if he knew me, in all my dark despair," cantò il giovane, continuando a guardare verso Kurt, "and then he looked right through me as if I wasn't there."
Era quasi un peccato che le New Directions e i Warblers non si sarebbero scontrati alle Nazionali, perché a Kurt parve che Sebastian avesse finalmente collegato le emozioni con il canto. Il fatto che avesse cantato riguardo lui fece crescere in Kurt qualcosa di simile alla speranza, ma questa volta non calpesto quel sentimento. La speranza era spaventosa, ma lo era anche il resto del mondo, e non poteva vivere nella paura costante.
"And he just kept on singing," cantò Sebastian, le labbra che si curvavano in un sorriso, "singing clear and strong – stumming my pain with his fingers; singing my life with his words; killing me softly with his song."
Kurt si rilassò mentre i Warblers continuavano la canzone, ondeggiando durante il ritornello in un modo sia cautamente pianificato e naturale nella sua semplicità.
"He was strumming my pain," continuò il giovane, sorridendo sinceramente ora, come se stesse cantando di altro che un semplice cuore spezzato, "yes, he was singing my life."
Quando la canzone finì e i Warblers smisero di cantare, Sebastian si alzò e si schiarì la voce.
"Va'," disse David, spingendolo. "Possiamo chiudere tutto senza di te."
"Ragazzi, cosa ne pensate di 'Son of a Preacher Man'?" domandò Viola, l'eccitazione che traboccava dalle sue parole.
Sebastian fece un cenno a Kurt mentre gli camminava vicino, indicandogli l'uscita.
Con le voci dei Warblers in lontananza, tutto sembrava un po' più reale, di nuovo.
A Kurt non importava.
"Devo…"
"Kurt," lo interruppe Sebastian, mettendolo a tacere. Lo condusse in una sala comune vuota, poi si passò una mano tra i capelli accuratamente acconciati. "Ho esagerato."
"Non avrei dovuto pensare che andassi a letto con altre persone," rispose.
"Avrei dovuto darti una ragione per non pensarlo," rispose Sebastian immediatamente, come se stessero gareggiando per prendersi la colpa.
Kurt sorrise. "Avrei dovuto parlartene."
Sebastian scrollò le spalle. "Avrei dovuto farlo anche io. Pace?"
"Pace," concordò. "Non sono sicuro se Viola fosse davvero arrabbiata o se io sia stato manipolato a fare tutto," ammise, cosa che fece sollevare al soffitto gli occhi dell'altro.
"Benvenuto nella mia vita," disse. "Vorresti non essere qui?"
Kurt si disse che la sincerità era necessaria, e disse: "Voglio essere qui." E poi, a voce più bassa: "Ho paura."
"Lo so," rispose il giovane. Sedette sul bracciolo di uno dei divani, guardandolo cauto, gli occhi che scintillavano. "Anche io ho paura," ammise. "E se tutto ciò non funzionasse?"
"E se invece funzionasse?" domandò Kurt, come se la domanda fosse altrettanto spaventosa. "Ti sei mai… insomma, ti sembrerà una cosa stupida," ammise, ma andò avanti comunque. "Ma sembra quasi più grande… più grande di quanto pensassi che fosse innamorarsi. E ho paura che sarà temporaneo e farà male, ma adesso ho anche paura che se funzionasse…"
"Durerà per sempre?" domandò Sebastian. Kurt voleva abbassare lo sguardo e chiudersi un po' in se stesso, solo per darsi un po' di spazio, ma si costrinse a guardare l'espressione dell'altro mutare in un sorriso che pareva preoccupato. "Sì, lo capisco. Abbiamo diciott'anni e sembra… sembra che sarebbe stato meglio se ci fossimo incontrati tra dieci anni."
Kurt deglutì, annuendo, dunque chiese: "Pensi che sarebbe meglio non stare insieme adesso e aspettare finché non saremo pronti a gestire la cosa?"
Il sole che filtrava attraverso la finestra era caldo, e illuminava il volto di Sebastian a una maniera dolorosamente bella. "No," disse Sebastian. "Siamo qui adesso, e abbiamo tutto questo ora. Tu che ne pensi?"
Kurt annuì, avvicinandoglisi appena. Non voleva avvicinarsi troppo, rovinare il momento in cui sembrava parlassero davvero l'uno con l'altro e non sopra l'altro. Ma si mosse abbastanza da sfiorare con le dita la gamba dell'altro, seduto sul bracciolo.
"Non voglio aspettare," disse, permettendosi di dire ciò che stava pensando senza prima filtrarlo. "Sento che quest'attesa è stata… non ci ha aiutati in niente. Siamo stati entrambi stupidi," aggiunse con una risata.
"Ho dovuto affrontare un processo quando avevo quattordici anni," rispose Sebastian, l'affermazione improvvisa ma pacata, come qualcosa che non voleva davvero ammettere, "e per tutto il tempo, volevo solo scappare e lasciarmelo alle spalle. L'ho quasi fatto, ho davvero comprato un biglietto per Tel Aviv per stare dai miei cugini, mia madre non mi parlava comunque e… ma il punto è," si corresse, incespicando sulle parole in un modo che disse a Kurt che non era esattamente sicuro di come dire la propria. "A volte dobbiamo fare decisioni da adulti anche quando non ci sentiamo tali. Così da poterci dare una possibilità. E io non so cosa sto facendo, Kurt, ma penso che dovremmo darci la possibilità di capirlo."
Kurt non spinse per avere dettagli, anche se aveva un sacco di domande riguardo la madre di Sebastian e cosa intendesse con 'processo', perché non sembrava il momento adatto per quella conversazione. Invece, fece un'ammissione a sua volta. "Ho paura che provi tutto questo perché non hai voluto nessun altro prima d'ora," disse, "e che capirai che non è amore ciò che provi."
Sebastian parve molto serio allora, e non scostò lo sguardo dal suo nemmeno per un secondo. "Non sono Blaine," rispose. "So ciò che voglio. Non ho mai avuto problemi a capire i miei sentimenti. Quelli delle altre persone possono essere difficili, ma ho paura che quello sia patrimonio genetico."
"Okay," disse, spingendosi a chiudere il discorso. Avrebbe imparato a crederci alla fine, anche se in quel momento non poteva.
Sebastian continuò a guardarlo negli occhi. "Dico sul serio, Kurt. Mi conosco, e so cosa provo. L'ho sempre saputo," spiegò. "Mi piace l'idea di vivere in kibbutz ma in realtà li trovo troppo strani per starci a lungo. Voglio essere un medico, anche se non sopporto la maggior parte della gente, in parte perché mi piacciono i puzzle e in parte perché è l'unico modo in cui posso davvero aiutare la gente. Tratto tutto come un gioco perché è più facile che lasciarmi ferire. Non so come smettere d'amare qualcuno, anche gli amici, così mi trattengo dall'affezionarmi. Non riuscirei mai a vivere senza Viola, anche quando fa la mocciosa viziata. Cosa che è la maggior parte del tempo." Prese un bel respiro, dunque, poi sorrise. "E sono così innamorato di te che non c'è modo di tornare indietro."
Kurt annuì, sentendosi emotivamente sopraffatto in un modo che finalmente non era più spiacevole, e disse. "Okay." La sua voce venne fuori a fatica, prese un bel respiro per calmarsi. "Ti amo anch'io."
Questa volta, quando Sebastian si chinò per baciarlo, Kurt non sentì nulla a trattenerlo. Era ancora spaventato – quella sensazione non sarebbe svanita tanto velocemente – ma era più facile, in qualche modo, essere spaventati quando c'era qualcuno al suo fianco per affrontare le proprie paure.
