Run
Castle si aggirava furtivo lungo il corridoio, guardandosi alle spalle a intervalli sempre più ravvicinati.
Sembrava che quella parte di casa fosse deserta, forse perché erano tutti all'opera nell'ala dedicata alla cerimonia.
Cercava di essere il più silenzioso possibile, appuntandosi mentalmente di far riparare i listoni di legno grezzo del pavimento, che cigolavano in modo sinistro al suo passaggio, rischiando di fargli perdere la sua copertura.
Dalle scale sentì provenire un rumore che gli fermò il cuore e che lo immobilizzò e lo fece girare di scatto per accertarne la causa.
Nessun movimento. Era stato solo un falso allarme.
Sollevato, tornò voltarsi nella direzione apposta per continuare a dedicarsi, sempre circospetto, al piano nato da un'ispirazione improvvisa e messo in atto senza troppe riflessioni, e senza chiedersi se fosse la cosa giusta da fare.
Troppo concentrato a ripassare mentalmente le mosse successive, si accorse solo all'ultimo dell'ostacolo rappresentato dalle braccia conserte della sua fidanzata, in piedi immobile davanti a lui, spettatrice fin dall'inizio delle sue manovre clandestine.
Lo sapeva che lei l'avrebbe scoperto anzitempo e avrebbe mandato in fumo i suoi progetti.
Castle riuscì a bloccarsi un attimo prima di investirla, come un camion che arresta la sua corsa con un forte stridio di freni.
"Posso spiegare tutto", si precipitò a placarla ansioso, una reazione meccanica allo sguardo dispotico che Kate assumeva sempre in quelle circostanze.
"Sentiamo". Kate, scettica, si appoggiò al muro predisponendosi all'ascolto.
Castle si guardò alle spalle, teso.
"Io..".
"Vuoi iniziare dal motivo per cui per cui hai la mie scarpe in mano?", lo interrogò Kate, troppo calma per non suonare pericolosa.
Lui le guardò come se fossero uno zaino sospetto che gli aveva consegnato uno sconosciuto all'aeroporto.
"Ti assicuro che...", continuò balbettando.
Non era così che doveva andare e non solo stava perdendo tempo, ma non poteva rischiare che li trovassero in corridoio.
Si riscosse, tornando in sé. Non stava compiendo nessun atto illegale. Raddrizzò la schiena.
"Mettile", le ordinò uscendo dai panni del ragazzo troppo cresciuto preso in fallo, e riassumendo il ruolo del maschio dominante.
"E' un nuovo gioco erotico?", chiese Kate, visibilmente interessata.
E il maschio alpha venne colpito e affondato.
La guardò con stupore. Chi era questa donna? Perché non l'aveva ancora sposata?
"No, Kate, cosa... cioè, sì, se vuoi... ma... no, non adesso. Mettile. Stiamo uscendo".
Sapeva cosa stava facendo, cercava di disorientarlo per farlo crollare. Non doveva perdere di vista il suo obiettivo.
"Uscire?!". Era scandalizzata come se le avesse appena proposto di diventare entrambi domatori di tigri.
"Ti sei dimenticato che tra poco ci sposiamo, non mi sono ancora preparata e soprattutto non ho idea di cosa fare dei miei capelli?", gli sciorinò davanti sempre più nervosa.
"Castle, non è proprio il momento per una delle tue solite idee balzane", terminò il suo sfogo irritata e ormai a corto di fiato.
Aveva procrastinato lamentandosi che le ore sembravano eterne ed ecco il risultato. Era in ritardo su qualsiasi tabella di marcia, anche quelle stilate da un temporeggiatore cronico ubriaco.
Castle pensò che aveva avuto ragione a dar retta al suo istinto.
La situazione era più grave del previsto e il suo intervento era più che necessario.
"Ed è proprio questo il motivo per cui dobbiamo uscire. Dove è il tuo cappotto?".
Se non si fosse decisa a fare come le diceva l'avrebbe portata via di peso. Era uno di quei momenti in cui doveva far uscire l'"Irremovibile Castle" che era in lui.
"Castle, non verrò con te da nessuna parte. Scordatelo".
Si trattava di aggressività rediretta, Kate lo sapeva benissimo. Si stava arrabbiando con lui ,ma solo perché era tesa per l'avvicinarsi del momento clou che incombeva minaccioso sulle loro teste. Ne era consapevole, ma non poteva fare a meno di sfogare su Castle il suo cattivo umore, usando come pretesto l'idea comune che lui non prendesse mai niente sul serio.
Era stata ingiusta. Si pentì subito.
Castle fu irremovibile. Sapeva cosa si stava agitando nella sua mente in rapido deragliamento e non aveva alcuna intenzione di lasciarla da sola a dibattersi nell'affanno.
Ci si sposava in due.
Si piazzò davanti a lei in postura granitica, non accettando un "No", come risposta e porgendole minacciosamente le scarpe.
Kate capì che era uno di quei momenti in cui avrebbe sprecato più energie per tentare di convincerlo della follia delle sue idee che a seguirlo.
L'avrebbe volentieri chiuso in un sacco dell'immondizia. Quelli neri.
Sapendo di dover cedere, e avendone una gran voglia segreta, emise un grugnito esasperato e prese con un gesto stizzito le scarpe appoggiandosi a lui per infilarsele.
"Perché non mi stupisce affatto che tu abbia scelto quelle con il tacco più alto? Dei mocassini sarebbero stati più adatti", si lamentò, incapace di starsene in silenzio.
Non sapeva cosa avesse in mente l'uomo imprevedibile con cui intendeva legarsi per il resto della vita, e di cui aveva avventatamente duplicato il DNA, popolando il mondo di gente strampalata, ma di sicuro quelle non erano le scarpe più comode che aveva.
"Se tu possedessi dei mocassini io non ti sposerei". Castle la fissò con riprovazione.
"Questo è un commento sessista", replicò Kate ancora piegata ad aggiustarsi le scarpe.
"E' la verità".
"Ti meriti che ti infili un tacco tu sai dove".
"Se vuoi sprecare tempo discutendo di questioni di nessuna importanza, visto che hai armadi pieni di scarpe da Dominatrice, io non ho nessun problema. E' una tua decisione. Tanto usciremo lo stesso".
Il Castle che giocava l'ineluttabile carta del "non ho intenzione di cedere nemmeno di fronte alla morte" era un avversario temibile. E sexy.
Kate, posta davanti alla sconfitta, non seppe fare altro che sfilarsi una scarpa appena indossata e minacciarlo di ritorsioni fisiche, avanzando imperterrita.
Castle indietreggiò, alzando le braccia per difendersi.
"Scherzavo. Mi arrendo. Mettiti tutte le scarpe basse che vuoi. Adesso possiamo uscire?".
"Castle, perché insisti con questa storia?".
Era il momento in cui le piaceva fingersi sfinita dalla sua irragionevolezza solo per non cedere ancora alle sue lusinghe.
"Non vengo da nessuna parte se non mi spieghi".
"Pensavo amassi gli appuntamenti al buio con me".
"Sì, è vero", concesse recalcitrante, ma onesta. "Ma non se significa non presentarmi al mio matrimonio".
Castle si avvicinò sfoderando un misto di fascino e calore. Secondo step: il Castle seduttore, davanti al quale lei cedeva senza nemmeno provare a lottare.
Fu il suo turno di muovere qualche passo all'indietro, sapendo che ormai era fatta. Aveva vinto lui.
"Voglio solo...".
Kate chiuse gli occhi, sapendo che sarebbe arrivato qualcosa di romantico che l'avrebbe fatta sdilinquire.
Si preparò al contraccolpo emotivo.
"Voglio pranzare con te".
Kate alzò solo una palpebra.
"Tutto qui?", chiese scettica.
"Tutto qui".
"Niente fughe, salti dalla scogliera, ultime follie prima del sì, targa incisa a memento, discorsi da ritiro dei PCA, sermoni sulla felicità e brevità della vita?".
"No. Solo un pranzo veloce da soli. Dovremo pur mangiare, no? O vuoi svenire per mancanze di forze nel momento più importante della tua vita?".
Kate venne sopraffatta da una nuova ondata di paura.
Era passata la fase dell'adrenalina in cui aveva avuto le mani tremanti e il cuore che batteva a mille, e si era sentita capace di affrontare qualsiasi cosa. Ora si trovava in preda a quel nervosismo paralizzante che le faceva considerare seducente l'ipotesi di perdere i sensi sul pavimento del bagno e rimanere lì distesa a vegetare.
Non capiva come una persona come lei, così controllata e abituata a gestire le situazioni più intricate e pericolose, potesse soccombere di fronte all'avvicinarsi di un evento lungamente atteso e pianificato.
Lui interruppe l'ondata malevola dei suoi pensieri nefasti prendendola per mano.
"Ehi. Andiamo?", la invitò con delicatezza.
Lei annuì, affidandosi a lui, come aveva sempre fatto nei momenti di crisi.
Entrò velocemente in camera, prese il primo cappotto che trovò e se lo infilò rapida, mentre Castle faceva il palo fuori dalla porta, calandosi nel ruolo che gli piaceva di più: quello dell'agente segreto. O del rapinatore di banche.
Una volta pronta e vestita, Castle intrecciò le dita tra le sue avanzando per primo e tirandosela dietro, raccomandandosi di fare piano.
Era una delle cose che amava di più di lui. Non solo viveva trasformando tutto in un'avventura, ma la faceva sentire proprio come se fossero sempre in procinto di imbarcarsi in qualcosa di audace ed eccitante.
Si affacciarono sull'androne delle scale, una testa dopo l'altra, spiando il piano di sotto con circospezione.
Beckett non aveva la minima idea di cosa stesse facendo l'uomo dei misteri al suo fianco. Guardò giù senza sapere su cosa concentrarsi.
"Beckett, avanti, fai il tuo lavoro", le intimò.
"Trovare i colpevoli?".
"No. Notare i dettagli. La via ti sembra libera?".
Le teneva sempre saldamente la mano, con quel fare composto e indecifrabile che le faceva venir voglia di ridacchiare. Ma doveva rimanere quieta, per non rovinare il piano che lui aveva in mente.
Si sporse dalla balaustra e fece una rapida ricognizione.
"Nessuno in vista. Roger", rispose a voce alta, divertita, ricevendo un "Shhh" di avvertimento in risposta.
La stava davvero prendendo molto sul serio.
"Togliti le scarpe", le ordinò.
"Che cosa? Ancora? Castle, me le hai appena fatte mettere...".
"Lo so, ma i tacchi fanno rumore".
"Castle, non mi muovo da qui finché non mi spieghi cosa ti sta succedendo".
Lui sbuffò come se lei fosse una persona noiosa e poco intelligente che gli stava solo facendo perdere tempo.
"Dobbiamo filarcela senza farci scoprire", spiegò con infinita, irritante, pazienza auto imposta.
"Altrimenti chiuderanno te nella tua cella perché devi prepararti, e io non ti devo vedere, e incastreranno me con domande su dove voglio fiori, archi, colombe, fuochi d'artificio, benedizioni pontificie. Devo continuare?".
"No. Andiamocene il prima possibile". Kate si sfilò di nuovo le scarpe e le tenne in mano.
"Non sono previste tutte quelle cose, vero?", lo fermò di nuovo, ripensando a quello che lui le aveva detto.
"Non tutte", la rassicurò Castle.
"Bene".
Lo tirò di nuovo per il braccio, ricevendo in cambio un'occhiata impaziente. "Quale parte di quello che hai detto è vera?".
"Beckett", la ammonì. Non era il momento di preoccuparsi dei dettagli non importanti. Avevano una missione da compiere.
"Aspetta. Aspetta", lo fermò un'altra volta.
"Becktt, ti giuro che sposo un'altra donna se non la smetti".
Non era per niente credibile e lo sapevano entrambi.
"Chi si sta occupando di Jamie?", non poté fare a meno di chiedere, l'istinto materno sempre vigile, nonostante la casa fosse piena di amici e parenti che avevano già badato a lui in altre occasioni.
"Una persona di buon senso".
Oddio, quindi in quel momento lo stavano vestendo davvero con ali di gabbiano?
"Tuo padre", proseguì Castle senza farla stare sulle spine ulteriormente.
Grazie al cielo.
Scesero le scale con prudenza per uscire all'insaputa di tutti. Ce l'avevano quasi fatta, quando dei colpi alla porta li ricondussero bruscamente alla realtà.
Si guardarono allarmati, stringendo la mano dell'altro fino a farsi male.
"Stai calma", le ricordò. "Dobbiamo aprire noi o arriverà qualcun altro e ci troverà qui insieme". Castle era molto bravo a gestire le emergenze.
Kate annuì. Non voleva che qualcosa mandasse all'aria il loro appuntamento segreto.
Castle aprì la porta, sfoderando il suo miglior lato di perfetto padrone di casa.
Un ragazzo dall'aria stralunata, con un accenno di barba e molto sonno arretrato, li squadrò da capo a piedi. "Ho una consegna da fare". Indicò il pacco che aveva in mano. "E' qui il matrimonio?", bofonchiò annoiato, decidendo che non erano abbastanza interessanti per lui.
"Sì, grazie", rispose Castle educatamente, firmando la ricevuta.
Il ragazzo non si mosse. Continuò a fissarli insospettito dalla loro fretta e dall'aria da cospiratori che condividevano. Il suo sguardo si soffermò sulle scarpe che Kate teneva in mano.
"Ehi. Lei non è lo sposo? ", chiese guardingo a Castle.
Kate fece un passo avanti minacciosa, Castle la fermò prima che dispiegasse la sua nota tecnica di pressione psicologica sul disturbatore molesto.
"No. Sono un domestico". Kate scoppiò a ridere, ma cercò di soffocare subito la sua reazione.
"Non è vero. Lei è lo scrittore. Viene qui tutti gli anni. E lei..." , indicò Kate con uno gesto irritante. "Si vergogni di stare con un uomo quasi sposato, e sgattaiolarsene via così".
Il ragazzo bacchettone lanciò addosso a Castle la merce che doveva consegnare e se ne andò, scandalizzato.
"Non sono la sua amante!", gli gridò dietro Beckett, mentre Castle le chiudeva la bocca con la mano. "Castle!", mugolò indignata.
"Beckett. Concentrati sul disegno generale, ok? Devi pensare al bene più grande. Dobbiamo andarcene". Beckett annuì, ancora offesa.
Castle posò la scatola sul tavolino vicino all'ingresso senza controllare cosa ci fosse dentro, la spinse fuori e finalmente riuscirono a chiudersi la porta dietro di loro, mentre sopraggiungevano passi rapidi alle loro spalle.
Castle la tirò velocemente di lato, per non farla notare attraverso gli inserti di vetro della porta, dandole modo di mettersi le scarpe per l'ultima volta.
"Adesso dobbiamo solo rimanere vicino al muro e correre fino all'auto. Non dobbiamo fermarci per nessun motivo. Pronta?".
Kate gli strinse la mano in segno affermativo.
"Castle, aspetta. Sembriamo due adolescenti che scappano di casa per andare a baciarsi in qualche anfratto", gli disse ridendo.
"Beckett, se continui a distrarmi il mio ottimo piano andrà in frantumi e tu dovrai intrattenere l'arpista".
"Abbiamo un arpista?", si informò lei, sempre più spaventata.
Di quante altre cose si era disinteressata?
"Non credo, ma non mi aspetto niente di meno da mia madre. Smettila di parlare e andiamo".
"D'accordo. Niente baci. Peccato, però. Con il vischio appeso ovunque avevo grandi aspettative", commentò lasciando la frase in sospeso e ostentando finto rammarico.
Castle guardò in alto. In effetti c'era del vischio che penzolava sopra le loro teste.
Soppesò le possibilità che gli si paravano davanti. Kate riusciva a seguirlo con molta facilità nei complessi meandri dei suoi ragionamenti.
"No, Beckett", sentenziò Castle deciso, alla fine di una lunga battaglia interiore. "Per quanto possa essere forte la mia voglia di portarti di sopra, o dietro alla siepe, non lo farò finché non avrò ottenuto il permesso legale sancito da un ufficiale dello Stato di New York".
Kate si avvicinò sinuosa, stringendogli il bavero della giacca. "E' la tua ultima parola?".
Castle capì che non avrebbe mai potuto resistere di fronte a tale superiorità morale, ma mise in campo le sue ultime difese, che fallirono di fronte alle evidenti intenzioni battagliere della sua futura consorte.
"Sì...sì", balbettò. "Non mi indurrai a fare niente...".
"Fai silenzio".
Fece silenzio.
Non si discutono gli ordini di un poliziotto.
D'un tratto non gli sembrò più così importante preservare l'onore di chicchessia. Tradizioni antiquate, si concesse a mo' di scusa.
Così come aveva iniziato, fu Kate a staccarsi da lui, con un gesto definitivo.
"Andiamo, Castle. Stai dietro di me e fa' quello che ti dico", lo ammonì con la voce professionale che era abituato a interpretare come "fine dei giochi", di qualsiasi natura fossero stati i precedenti "giochi".
"Il viale è pieno di gente, ma se ci abbassiamo e corriamo, non dovrebbero vederci. Inoltre, li coglieremmo di sorpresa e questo gioca a nostro favore".
Castle la guardò ammirato. "E io che ti consideravo una donna e madre irreprensibile. Non solo seduci uomini sul prato, ma organizzi anche piani di fuga. Beckett, ti sposerei anche con le scarpe basse".
Lei gli scoccò un'occhiata di rimprovero. "Posso non avere la pistola, in questo momento, ma ho sempre il tacco di prima. Ti conviene chiuderla qui, Rick".
Oh-oh. Aveva usato il nome da battaglia. Meglio non sfidare la sorte.
Precisi e silenziosi come due mimi corsero lungo il perimetro della casa e sgattaiolarono furtivi tra le auto parcheggiate, fermandosi a controllare la situazione, indovinando senza parlare le intenzioni dell'altro.
Piombarono sulla Mercedes, con un gesto simultaneo aprirono le rispettive portiere, salirono a bordo, Kate gli fece cenno di mettere in moto velocemente, mentre controllava la situazione alle loro spalle.
Immettendosi sulla strada principale, ormai sicuri di averla fatta franca, si lasciarono andare alle risate liberatorie, disintossicandosi del nervosismo che era cresciuto inarrestabile nelle ultime ore.
"Siamo due idioti", commentò Beckett, cercando di mantenere un tono serio, cosa che non le riuscì affatto.
