Quella serata si stava dimostrando più difficile di quando avesse immaginato, con Jin che si era scoperto all'improvviso interessato alla vita sentimentale di sua figlia, con Mary che sembrava totalmente indifferente alla sua decisione di lavorare con Miki, indifferenza che per lui nascondeva qualcos'altro e ciliegina sulla torta, quello zoticone di George che si lasciava andare a smancerie davanti a tutti. Non era proprio riuscito a mandare giù quel bacio che si erano scambiati davanti a tutti. Non che fosse stato chissà che, ma il fatto stesso che lei non avesse reagito in nessun modo, non si fosse dimostrata neanche un minimo imbarazzata, lo aveva infastidito. Quando era stato lui a cercare un contatto in pubblico, lei si era sempre mostrata restia, affermando di sentirsi a disagio nell'esternare affetto in pubblico. Lui era il primo a non volerlo fare, ma in alcune occasioni era capitato che avesse sentito il bisogno di stringerla o di baciarla, ma lei era sempre stata timida. E a lui quel suo lato era sempre piaciuto, ora invece si sentiva stranamente attratto da quel suo nuovo carattere, da quella sicurezza che era così strana vista su di lei, ma che riusciva a scaturire in lui un certo interesse.
-George spero che ti piaccia- esordì Rumi, particolarmente suscettibile alla presenza di George intorno al tavolo.
-È tutto squisito, non si preoccupi- rispose cordiale, mentre continuava a mangiare, lanciando occhiate a ogni commensale.
-Perché hai fatto tardi?-
-Ho avuto un problema con l'auto-
-Che problema?-
-Si è rotta la pompa dell'acqua-
Sembrava la scena di un film: entrambi continuavano a mangiare mentre con un tono di voce, alquanto ostile, davano inizio a quella che sicuramente sarebbe diventata una furiosa litigata.
-Oh e come hai fatto?- chiese Katia, evidentemente preoccupata. Odiava vedere sua madre completamente presa da quel coglione: sembrava un'adolescente cotta del ragazzo figo che non potrà mai avere.
-Ho tentato di riparare in qualche modo il danno e poi sono andato in un'officina poco distante da qui. Sono abbastanza abile con le mani- dichiarò, ammiccando verso la donna.
-Oh Miki sei davvero fortunata!- esclamò Rumi, con evidente allusione all'essere abile con le mani.
-Sì, hai ragione, peccato che non le sappia usare per rispondere al cellulare- non c'era sarcasmo nella sua voce, anzi era dannatamente seria, sembrava quasi ringhiasse dalla rabbia e questo Rumi lo percepì, stranamente, ma quella sera percepì il disagio che sua figlia faticava a celare, quindi non indagò oltre e riprese a mangiare.
-Ne possiamo parlare dopo?- chiese con calma George, appoggiando la mano sul suo braccio.
-Perché non hai risposto alle mie chiamate?- continuò imperterrita, appoggiando la forchetta nel piatto e voltando il viso per guardarlo negli occhi.
La tensione in quella stanza era palpabile, sembrava quasi poterla spezzare con un solo movimento del braccio.
-Mmh…come vanno le cose con il nuovo libro?-
Miki voltò lo sguardo verso la voce della madre, intuendo la sua intenzione di alleggerire la situazione.
-Oh…beh…bene- sembrava spaesata, forse non si aspettava di essere interpellata proprio in quel momento. In realtà era stata fin troppo sorpresa dallo strano rapporto che avevano quei due: quando li aveva rivisti al bar sembravano così affiatati, così innamorati. Quella sera invece, sembravano sul punto di prendersi a sberle.
-Stai già lavorando a un nuovo progetto?-
Rumi era intenzionata a spostare l'attenzione di tutti sul suo lavoro e questa cosa la mise in agitazione, anche perché non sapeva fin quando Miki fosse disposta a sentir parlare di lei e della sua carriera.
-È ancora presto, devo ancora finire la presentazione di questo libro…però sto già cercando di trovare un inizio per stilare una storia, un racconto, magari potrei fare una trilogia-
-Una trilogia? Che bello!-
Il comportamento della madre non fece altro che far aumentare il suo nervosismo, si sentiva sul punto di esplodere e non riusciva nemmeno a capacitarsene, perché se si fermava a riflettere riusciva ad ammettere che non c'era nessun valido motivo per sentirsi così arrabbiata. Avvertì la mano di George sfiorarle il braccio e sentì il suo profumo solleticarle il naso.
-Non ho risposto per evitare di litigare ma a quanto pare ho sbagliato- le sussurrò all'orecchio, facendola sentire una pessima persona. Lui aveva da subito intuito il suo stato, forse perché era abituato ai suoi sbalzi d'umore quando si stava avvicinando quel periodo del mese, e lei aveva continuato imperterrita. Lui si stava sforzando per non far precipitare le cose, perché da quando erano tornati qualcosa era cambiato nel loro rapporto, non sapeva dire con precisione cosa, ma riusciva a percepire come una sottilissima patina che regnava minacciosa sul loro rapporto e lei, invece di aggrapparsi a lui per difendere il loro amore, si lasciava trasportare dai suoi sbalzi d'umore. Si sentiva terribilmente in colpa, moriva dalla voglia di chiedergli scusa, di dirgli che era stata una stupida, voleva stringersi tra le sue braccia e mandare tutto al diavolo. Afferrò la mano di lui per intrecciare le dita alle sue, lasciando un sospiro di sollievo quando lui ricambiò, stringendole forte le dita tra le sue.
George era fatto così, riusciva sempre a essere lucido e razionale a differenza di lei, che molto facilmente si lasciava sopraffare dalle emozioni.
-Già, però è abbastanza complicato e temo richiederà molto tempo-
-Oh ma non devi preoccuparti di questo, sei ancora così giovane. Ricordo ancora quando tu e Miki passavate interi pomeriggi a studiare insieme- buttò lì la madre, facendo irrigidire contemporaneamente Mary, Miki, Yuri e anche Katia, che con espressione allarmata spostò lo sguardo velocemente da suo figlio a Miki.
Nessuno osò controbattere, nessuno sembrava più a suo agio intorno a quel tavolo, Mary voltò leggermente lo sguardo per incrociare quello di Miki, che per la prima volta non distolse il suo, lo tenne fermo in quello di lei, come per sfidarla a dire o fare qualcosa.
-Le cose cambiano mamma- si ritrovò a rispondere, continuando a sfidare l'altra con lo sguardo.
-Già, siete diventate due giovani donne, belle e…mi dispiace solo che vi siete allontanate- sospirò Rumi come se in tutta la sua vita si fosse sempre interessata del loro rapporto. La verità era che lei era solo felice di sapere che sua figlia avesse al suo fianco qualcuno che, in qualche modo, colmasse quel vuoto causato dalla sua decisione di porre fine al suo matrimonio.
-Ah non mi sembravi così interessata alle mie amicizie!- si pentì subito di aver dato voce ai suoi pensieri, conscia che questo avrebbe portato ad affrontare un discorso alquanto scottante.
-Che dici? Mi sono sempre preoccupata per te! Chiedilo a Yuri se non mi credi!- rispose del tutto indignata dalle accuse di sua figlia.
-Come scusa?- chiese, spostando lo sguardo curioso su di lui, pentendosene amaramente.
Dannazione! Imprecò quando fu catturata dallo sguardo smarrito e sorpreso che aveva dipinto sul volto. Yuri era cambiato: era molto più maturo, sembrava più adulto e dannatamente attraente. Eppure sembrava incapace di affrontarla, come se non riusciva a scendere a patti con il suo senso di colpa e se questo da un lato le faceva enormemente piacere, perché vederlo soffrire per quello che le aveva fatto era estremamente appagante; pensiero egoista da pare sua lo sapeva, ma c'era e non voleva fare nulla per scacciarlo. Dall'altro lato si sentiva attirata da quella nuova vulnerabilità, che tanto avrebbe desiderato percepire in passato. Vulnerabilità che forse aveva scorto solo una volta.
-Sì, Yuri dille quante volte ti ho chiesto di lei, dille quante volte ti ho chiesto di starle accanto-
-È vero? Ti ha chiesto…- non riusciva a parlare.
Possibile che sia stato tutto una finzione?
Forse è per questo che non ha esitato a tradirmi con…
Impossibile!
Non riusciva a ragionare lucidamente, sembrava che la sua mente fosse offuscata da una nebbia persistente che le impediva di rimanere lucida. In fondo al suo cuore però sapeva che non era possibile, lei e Yuri si erano amati, amati davvero. Ricordava ancora perfettamente la prima volta che si era dichiarati, dopo la scoperta di suo padre, ricordava ancora le sue lacrime, le sue parole, l'odore del mare e il calore delle sue labbra. Una strana sensazione di rimpianto s'impossessò di lei, uno strano sentimento di rimorso l'assalì, facendole mancare l'aria. Chiuse gli occhi, lasciando la presa di George, che in quel momento sembrava bruciarle la pelle.
-Ho bisogno d'aria- sbottò, alzandosi e dirigendosi verso la porta per sbattersela alle spalle.
Sentiva il cuore batterle furiosamente nel petto e il respiro diventare sempre meno: era simile a un attacco di panico, proprio come quelli che l'avevano tormentata in passato, ma non era proprio così. Non poteva essere un attacco di panico.
I suo attacchi sono scaturiti dalla paura! Le aveva spiegato una volta il terapeuta cercando di farle capire la causa di quelli attacchi, che per ironia erano iniziati quando aveva incontrato George, precisamente quando avevano iniziato la loro relazione. Solo con il tempo aveva capito che la sua vera paura era di restare da sola, di non riuscire a amare ancora una volta.
Era per questo che quello non poteva essere uno dei suoi attacchi: lei era riuscita a superarli quando aveva ammesso a se stessa e a George di essere innamorata di lui, di amarlo, in modo diverso da come era abituata, ma comunque lo amava.
-Stai bene?- sobbalzò nell'udire la sua voce, voltandosi istantaneamente rischiando di inciampare e cadere.
Lui era fermo a pochi passi da lei, in quello che un tempo era stato il loro nascondiglio, il loro luogo segreto dove incontrarsi senza rischiare di essere visti. Lo guardò per un attimo in viso mentre il suo cuore continuava a martellare, in modo diverso: non era come pochi minuti prima ma sembrava quel tipico batticuore che la coglieva da adolescente, quel batticuore che da tanto non provava più. Quel batticuore che non aveva provato nemmeno quando aveva conosciuto George. Dopo tutti quegli anni, lui sembrava ancora lo stesso, più adulto sì, ma il suo sguardo era sempre caldo, proprio come la sua voce.
-Miki?- richiamò, facendo qualche passo per avvicinarsi a lei.
L'aria fresca della serata le procurò dei brividi lungo la schiena, facendola fremere.
Non è l'aria! È lui!
-Senti freddo?-
-Cosa vuoi?- si obbligò a rispondere, doveva assolutamente cancellare quell'assurdo pensiero dalla sua mente. La sua vicinanza non poteva avere ancora quell'effetto su di lei, non quando lei era ancora così arrabbiata con lui. Non quando lui era ancora fidanzato con lei.
-Quello che ha detto tua madre…-
-Non importa- continuava a restare di spalle mentre cercava di regolare i battiti del suo cuore, che pian piano si stava abituando alla sua presenza.
-Non crederai mica…guardami Miki-
-Lo ha detto anche tua madre…-
-Qualunque cosa ti abbia detto mia madre, non puoi davvero credere che sia stato tutto finto-
Mettere in discussione tutto quello che c'era stato tra di loro non era mai stato nei suoi pensieri, perché lei ci aveva sempre creduto al suo amore, alla sua voglia di starle accanto, al dolore che aveva letto sul suo viso quando, in quel maledetto aeroporto, lo aveva lasciato perché incapace di stargli lontano. Eppure le parole della madre l'avevano davvero turbata, ed era assurdo perché ora non c'era più nulla, qualsiasi cosa c'era stata, vera o finta che fosse, ora non c'era più.
-Yuri non serve a nulla farci questo-
-E invece ti sbagli!- fece qualche passo, superandola, costringendola a guardarlo negli occhi.
-Non puoi dubitare di quello che c'è stato tra noi. Io…-
Ti ho amata, davvero tanto ma non riuscì a pronunciare quelle parole, perché usare il passato gli faceva uno strano effetto.
-Quello che ha detto tua madre è vero, ma è successo quando eravamo già insieme, è successo quando passavi il tempo a preoccuparti per me e Susy. Quello che…-
Era sincero, stranamente ma credeva a quello che stava dicendo, o meglio voleva crederci perché non aveva la forza di affrontare la possibilità di essere stata presa in giro.
-Ti ho amato davvero- mormorò, abbassando lo sguardo.
-Questo non ti ha impedito di tradirmi!- non c'era astio nelle sue parole, era una pura costatazione che gli fece male, molto male. Quando aveva scoperto tutto aveva reagito in tutt'altro modo, aveva iniziato a inveire contro di lui, non volendo sapere niente, non volendo capire cosa lo aveva spinto tra le braccia di un'altra. Si era chiusa in se stessa, soffrendo e dilaniando il suo cuore. Quella sera invece, la calma e la tranquillità con cui pronunciò quelle parole lo colpirono nel profondo. D'istinto allungò la mano per sfiorare quella pelle che ricordava essere morbida e accogliente, ma che ora temeva essere fredda e spietata. Pensare di essere stato lui la causa di quel cambiamento era davvero insopportabile.
-Perdonami- ansimò nello stesso momento che le sue dita sfiorarono la pelle, ancora morbida e calda, del viso, facendogli tornare una sensazione che da tempo, troppo tempo, non aveva più provato.
-Che fai?- indietreggiò, come scottata da quel lieve, quasi inesistente, contatto portandosi una mano al viso e l'altra al petto, come per fermare il battito frenetico del suo cuore. Lui era fermo davanti a lei, immobile, che la fissava incredulo, stupito delle sue stesse azioni, o meglio, delle sue sensazioni.
-Che succede?- la domanda di George, la fece voltare di scatto.
-Tua madre ti sta cercando- continuò, non avendo nessuna risposta da entrambi, mentre continuava a fissarli con sospetto. Senza pronunciare una parola, si diresse in casa per scappare, ancora una volta, da tutte quelle sensazioni che stava provando in quel momento. La vide allontanarsi, ostentando sicurezza, anche se lui aveva intuito che quel contatto aveva turbato anche lei. Per un attimo, aveva visto nei suoi occhi la stessa vulnerabilità di un tempo, la stessa fragilità che aveva stregato il suo cuore e che ora prepotente si stava artigliando di nuovo a lui.
-Cosa le hai fatto?- il tono rude di George lo riscosse, portandolo alla realtà.
-Di cosa parli?-
-Ti avverto…- iniziò, facendo qualche passo nella sua direzione -sta' lontano da lei-
-Altrimenti?- lo stuzzicò, iniziando a camminare per rientrare.
-Non scherzo, stai lontano da lei!-
Intorno a quel tavolo si respirava un'aria davvero opprimente, iniziava a rimpiangere di aver scelto di cenare a casa: forse sarebbe stato meglio cenare fuori, così forse si sarebbero evitati argomenti ancora troppo dolorosi per essere affrontati. Quando Miki rientrò notò dalla sua espressione che qualcosa era successo e iniziò a temere per la precaria tranquillità di quella serata.
-Stai bene?- le chiese sotto voce, avvicinandosi a lei con la scusa di cambiarle il piatto. Miki la guardò spaesata, poi spostò lo sguardo sugli altri, per poi ritornare a guardala e annuire come risposta alla sua domanda. Era confusa, tremendamente confusa, non riusciva a decifrare quella sensazione che aveva provato, quello sfuggente desiderio di abbandonarsi a quel tocco, quella voglia di sentirlo di nuovo, di percepire ancora il suo calore. La mano di George, che gentile le accarezzò il braccio la fece sussultare: stava sragionando, non poteva farlo, non doveva. Lei aveva George.
-Questo l'ha preparato Miki- esordì Rumi, ammiccando in direzione della figlia, un evidente tentativo di chiederle scusa, mentre portava in tavola il dolce della serata. Tutti la guardarono stupiti: non aveva mai cucinato per loro, anzi quelle rare volte che ci aveva provato, era stata gentilmente spronata a lasciar perdere. L'unica volta che era riuscita a preparare una cena decente, era stato in occasione del compleanno di Yuri, quando ancora non stavano insieme. Ricordava che si era impegnata molto, soprattutto con il dolce e lui era sembrato visibilmente sorpreso di quella piccola cenetta, tanto che si era spinto quasi a baciarla, peccato essere stati interrotti proprio nel momento in cui le loro labbra stavano per incontrarsi. Spostò lo sguardo per fissarlo e si accorse che anche lui la stava guardando.
Anche lui ci ha pensato!
-Non sapevo che tu cucinassi- esordì Jin, guardando la figlia sbalordito.
-È lei a occuparsi che io non muoia di fame!- esordì George, orgoglioso di lei, perché lui sapeva e apprezzava tutto l'impegno che ci aveva messo e che continuava a mettere per migliorare.
La cucina era sempre stato il suo più grande tabù e lui l'aveva aiutata asserendo che il primo passo che doveva fare per prendere coscienza delle sue abilità, era partire da quello che non sapeva fare e diventare la migliore. E così l'aveva spinta a seguire un corso di cucina, costringendola a cucinare per lui tutti i dannatissimi giorni, fino a farle acquisire quella fiducia, che nessuno in tutta la sua vita, era stato in grado di darle. Nemmeno la sua famiglia.
-Oh davvero?-
-Non esserne così sorpresa, anche quando sei venuta a trovarmi ho cucinato io, solo che tu eri troppo presa dal mio uomo per accorgertene- replicò, infastidita da tanta incredulità. Era tutto così difficile, un tempo il rapporto con i suoi genitori non era mai stato così conflittuale, ora invece non riusciva proprio a sopportare nemmeno una singola parola, non sopportava nemmeno di vederli.
-Mmh…è davvero buona!- commentò Jin, addentando un altro pezzetto di dolce –perché non sapevo che sapessi fare dolci?-
-Forse perché non ci vediamo da anni? O semplicemente perché non sai niente di me?-
-E secondo te perché non so niente di mia figlia?- aveva abbandonato la forchetta e il suo tono era diventato serio.
-Perché non te ne frega niente?- chiese sarcastica, sfidandolo con lo sguardo. Non si era mai preoccupata del distacco che aveva con suo padre, certo in alcune circostanze ne aveva sentito la mancanza, ma non aveva mai fatto un dramma per quella lontananza. Eppure quella sera non riusciva a fare a meno di pensare che lui non aveva fatto nulla, assolutamente nulla, per colmare quel vuoto.
-O semplicemente perché te ne sei andata senza dare spiegazioni? Forse perché sei sparita e torni dopo anni e pretendi che tutto sia come prima? Torni con lui e non ti degni nemmeno di dirmi che ruolo ha nella tua vita?-
-Che ruolo ha? Devo farti un disegno?- ringhiò, mentre cercava di controllare la rabbia. Accettare l'ostilità che il padre, improvvisamente, manifestava nei confronti di George era davvero inammissibile.
-Lui è l'uomo che mi ama e che io amo, l'uomo che riesce ad amarmi senza aver bisogno di nessun altro. Così hai capito che ruolo ha? O devo spiegarti i suoi vari ruoli?-
-Non esagerare- l'ammonì gentilmente George, afferrandole una mano e stringendola forte.
-Lei ha ragione- prese parola George, rivolgendosi a Jin, nel tentativo di calmare gli animi –ma la colpa è mia, ho sbagliato a non parlare con lei ma…io e Miki stiamo insieme da tanto tempo, per me lei è parte della mia vita, che mi è passato dalla mente il fatto di dover far colpo su suo padre-
Le parole di George e il tono calmo e tranquillo, il tono di un uomo sicuro di sé e delle sue parole, fece ammutolire tutti, portando Jin ad abbassare il capo lievemente imbarazzato. Lui aveva questa capacità di portare gli altri a pensarla come lui, solo con l'uso delle parole.
-Se vuole sapere qualcosa io sono qui, può chiedere a me-
Il tono cordiale e accomodante di George, il tipico tono di chi si sentiva padrone di tutto, le fece ribollire il sangue, perché proprio non sopportava quel suo atteggiamento da "super-eroe" che la faceva sempre sentire inutile.
-Che intenzioni hai con mia figlia?-
-Cosa?- quasi urlò, alzandosi in piedi come una furia.
-Sei entrato in casa mia senza nemmeno presentarti, ho almeno il diritto di sapere che intenzioni hai con mia figlia?-
Non era mai stato serio come in quel momento, o meglio Miki non lo aveva mai visto così e la cosa la turbò, solo per un attimo, prima che la rabbia per le sue parole ebbe il sopravvento.
-Beh ha ragione e le chiedo scusa ma…- cominciò George per essere brutalmente interrotto da Miki.
-Sta' zitto! Non devi nessuna spiegazione, non a lui che se n'è fregato di sua figlia per quanto?...ah sì, sempre!- ringhiò, spostando il suo sguardo sul padre –non ti è mai fregato della mia vita, ora vuoi farmi credere che t'interessa qualcosa?-
-Come puoi dire una cosa del genere?-
-La dico perché hai lasciato che mi allontanassi da te per tutto questo tempo, senza fare niente, senza interessarti neanche per un secondo del perché io sia andata via; senza chiedermi il motivo della mia decisione-
-Te lo chiedo adesso- silenzio, un irritante silenzio calò nella stanza, mentre con lo sguardo notò la sensazione di disagio e il sussulto che investì, quasi contemporaneamente, sia Yuri sia Mary. Non aveva mai capito quanto tutta quella sensazione l'aveva ferita, o meglio non si era mai soffermata a capire la sua riluttanza nel cercare un rapporto con il padre. Jin in tutti quegli anni non si era mai mostrato interessato a conoscere la sua vita, come aveva fatto Rumi che l'aveva tormentata fino a portarla all'esasperazione, tanto da indurla ad accettare di rivederla, facendosi promettere di non dire a nessuno dove si trovasse.
-Perché sei andata via?- continuò imperterrito Jin, con un tono di voce dolce –chi ti ha portato così lontano da me?-
Bella domanda!
Si guardò intorno, fermando i suoi occhi in quelli di Mary, che aveva posato il suo sguardo su di lei.
-Il problema non è perché io sono andata via, quello ormai è acqua passata, tutto ciò che mi ha spinto ad andare via ormai per me non conta più-
Disse quelle parole continuando a mantenere gli occhi in quelli di lei.
-Il problema è che non ti sei mai preoccupato di me e ora non hai nessun diritto di intrometterti nella mia vita- pronunciò quelle parole con una tranquillità che non sapeva di avere, forse perché con quelle parole aveva semplicemente chiarito, a se stessa, cosa le aveva dato fastidio.
Nessuno riprese quel discorso, ognuno sembrava impegnato a riflettere sui propri errori, estraendosi da chi gli stava intorno. Finirono di mangiare il dolce, scambiando qualche frase di per sé insignificante, fino a quando Katia e Rumi si alzarono per mettere in ordine mentre lui si ritirò in camera per cercare in qualche modo di tenere a bada quel nervosismo. Mossa alquanto stupida dal momento che, una volta sdraiatosi sul letto, non fece altro che pensare e ripensare al suo sguardo, al tono della sua voce e alla sua pelle. Quel lieve contatto aveva scatenato in lui sentimenti contrastanti che mai aveva pensato di provare, spingendolo a lasciare Mary da sola e a rinchiudersi in camera per cercare di mettere ordine tra i suoi pensieri. Sentì la porta della sua camera aprirsi e i passi leggeri di lei avanzare verso di lui.
-Mi accompagni o devo chiamare un taxi?-
-Non vuoi restare qui?- le chiese d'istinto, accorgendosi di aver bisogno di lei per tenere Miki lontano dalla sua mente.
-Non credo tu lo voglia davvero- disse, scrutando attentamente ogni sua reazione. Aveva notato qualcosa di diverso in lui, nel suo modo di agire da quando era rientrato dopo aver parlato con Miki.
-Cosa dici?- rispose, alzandosi per fronteggiarla.
-Cosa è successo con Miki?- non era stato suo intendo chiederglielo, almeno non quella sera stessa, ma le era scappato. Era stata per tutta la cena tormentata da quel pensiero e ora aveva bisogno di sapere.
-Le ho semplicemente spiegato come stavano le cose- rispose, ritornando a sedersi sul letto, distaccandosi di nuovo da lei.
-E poi?- incalzò, sicura che ci fosse dell'altro.
-Poi è arrivato George e siamo tornati dentro-
Avvertiva il suo sguardo addosso, ma non aveva il coraggio di ricambiarlo perché temeva che lei avrebbe letto nei suoi occhi il suo turbamento e non voleva che accadesse. Perché era sicuro che era tutto dovuto al fatto di riaverla di nuovo, dopo tanto tempo, nella sua vita e che aveva solo bisogno di tempo per abituarsi alla sua presenza.
-Okay- rispose dopo un attimo di silenzio –ora mi accompagni?-
Questa volta non protestò, si limitò solo ad alzarsi e ad afferrare le chiavi dell'auto. Mentre Mary salutava gli altri, lui si soffermò a studiare l'espressione del volto di Miki: sembrava davvero molto arrabbiata e non aveva nulla della Miki che lui ricordava, eppure quando l'aveva sfiorata, aveva visto nei suoi occhi qualcosa… come se fosse tornata, per mezzo secondo, quella di una volta.
-Mi ha fatto davvero piacere rivederti- la voce di George lo portò alla realtà.
-Anche a me- rispose Mary, spostando lo sguardo su Miki, indecisa se avvicinarsi per salutarla o no.
-Miki non essere scortese, saluta la tua amica- la rimproverò Rumi, ignara del lampo di ira che le attraversò gli occhi. George le si avvicinò, le appoggiò una mano sulla spalla e le sussurrò qualcosa all'orecchio.
-Non sono scortese, ma non sono nemmeno falsa- sputò, lanciando un'occhiataccia al suo uomo.
-Sarà meglio andare- decise di intervenire prima di far degenerare di nuovo la situazione. Mary non aggiunse nulla, tantomeno lo fece Miki che in quel momento avrebbe tanto voluto trovarsi in un altro posto, in una situazione completamente diversa. Guardò i due lasciare la casa per poi dirigersi in camera sua senza dire niente. Si lasciò cadere sul letto lasciando sfuggire dalle sue labbra un sospiro pesante: non riusciva a controllare i suoi nervi, come non riusciva a tenere a bada l'impellente impulso di mandare tutti al diavolo.
-Ti sei calmata?- le chiese avvicinandosi al letto e slacciandosi i bottoni della camicia. Quando Miki era in quello stato non sapeva mai come comportarsi con lei, sembrava sempre di toccare un argomento che l'avrebbe fatta esplodere.
-Lasciami in pace!- sussurrò, coprendosi gli occhi con il braccio: in quel preciso istante provava un odio incondizionato verso tutto e tutti e la cosa assurda era che odiava sentirsi così. George si fermò un attimo a fissarla, poi le afferrò le gambe e iniziò a toglierle le scarpe.
-Che fai?-
-Hai bisogno di rilassarti- rispose, massaggiandole piano le gambe nude, per poi spingerla piano –voltati-. Non obbiettò, eseguì l'ordine senza proferir parole, lasciandosi condurre a mettersi a pancia in giù, perché sapeva già tutto quello a cosa avrebbe portato. Appoggiò la testa sul letto, quando avvertì le gambe di George affiancarla, mentre lui, seduto cavalcioni su di lei, stando ben attento a non pesarle addosso, iniziò a massaggiarle piano le spalle. Non era un professionista, ma per lei andava più che bene, anche perché le bastava avere le sue mani addosso per sentirsi libera da ogni stress e pensiero. Chiuse gli occhi lasciandosi cullare da quelle carezze, dal suo odore e dal calore del suo corpo così vicino. Sospirava a ogni tocco, avvertiva tutta la sua rabbia sfumare ad ogni carezza mentre la sua pelle iniziava a riscaldarsi, nonostante le mani di George ed essa fossero divise dal suo vestito.
-Ah!- si lasciò sfuggire, quando lui, approfittandosi della scollatura del vestito, spostò il contatto sulla pelle nuda, donandole una scarica elettrica.
-Come va?- le sussurrò all'orecchio, abbassandosi e lasciandole un bacio sulla guancia.
-Meglio!- sospirò –molto meglio!-
-Hai fatto davvero un bel casino con tuo padre-
Pessima mossa! Pensò, iniziando ad irrigidirsi di nuovo.
-Sembrava così…dispiaciuto- continuò, intensificando il contatto diretto con la sua pelle, sapendo perfettamente che arrivato a quel punto, era proprio quello di cui aveva bisogno.
Si alzò appena, per voltarsi e guardarlo negli occhi.
-È davvero di questo che vuoi parlare?-
-Hai preso la pillola?- le chiese lui all'improvviso, cambiando bruscamente discorso.
-C-certo! Come mai così interessato?-
-Mi sei sembrata molto distratta-
C'era qualcosa che lo turbava, che lo aveva infastidito e purtroppo lei sapeva cosa fosse e sapeva anche di dover dire o fare qualcosa per rassicurarlo, ma proprio non riusciva a farlo. D'istinto allungò una mano e gli sfiorò una guancia –Non devi preoccuparti, non voglio incastrarti con un figlio!- cercò di smorzare la situazione, cercando di scherzare sulla domanda.
-Per me non sarebbe un problema- dichiarò, afferrandole la mano e portandosela alla bocca, mentre lei non sapeva proprio come controbattere a quella dichiarazione fin troppo spontanea e sincera.
-V-vuoi un bam-bambino?- chiese allarmata, alzandosi di scatto, inducendo l'altro ad alzarsi a sua volta per evitare di cadere.
-Non è quello che ho detto, ho semplicemente detto che se succedesse non sarebbe un problema. Non per me!-
-George? Guardami!-
Lui però le afferrò con decisione il volto con entrambe le mani e la baciò, mettendo a tacere qualunque sua domanda o spiegazione. Vederla così vulnerabile davanti a lui, così debole e fragile, gli aveva messo un senso d'angoscia, perché lui era da tempo che aveva capito di amarla più di qualunque altra cosa al mondo, a volte temeva di amarla anche più del suo stesso figlio, e la cosa lo faceva sentire davvero uno schifo. Lui però era anche ben consapevole che se lei un giorno avrebbe cambiato idea, lui l'avrebbe lasciata libera di inseguire il suo cuore, perché l'amava troppo per farle del male. S'inginocchiò sul letto, per arrivare alla sua altezza e allacciargli le braccia al collo, mentre sentiva le sue dita aprirle la cintura del vestito per poi farlo scendere e spogliarla.
-Avrà pensato che ti sto traviando!- ansimò, staccandosi dalla sua bocca per affondare il viso nel suo collo e succhiarlo piano.
-C…osa? Chi?- non riusciva a connettere, tutta presa dalla sua bocca che la stava divorando e dalle sue mani che stavano iniziando a toccarla sempre più giù.
-Tuo…padre! Con questo addosso!- rispose, facendo risalire una mano per sganciarle il reggiseno e lasciarla con il seno nudo.
Non parlare! Non farlo! Urlò nella sua mente, desiderosa di appagare quel suo desiderio e non avendo nessuna voglia di capire perché avesse detto una cosa del genere, infondo come avrebbe potuto vedere il suo reggiseno il padre?
-Ah!- gemette, quando la bocca di George si posò sul seno, facendola inarcare e costringendola a aggrapparsi ai suoi capelli per evitare di cadere. Lui era la sua tisana: riusciva sempre a trasmetterle una tranquillità e una sensazione di serenità, che nessuno sapeva darle. Al di là del sesso, lui aveva una certa presa su di lei che a volte la spaventava.
Con movimenti febbrili lo vide liberarsi della camicia, mentre lei si distendeva sul letto, sbarazzandosi del vestito. Sentiva il fuoco percorrerla tutta e sapeva che era la stessa cosa per lui, glielo leggeva nello sguardo di fuoco che le stava regalando, lo percepiva dai suoi tocchi sicuri e decisi, dalla sua bramosia nel catturarle la bocca con la sua.
-Goerge…- ansimò, quando lui la penetrò con le dita, facendola inarcare la schiena nell'istinto di sentirlo più a fondo.
-Sei…- si avvicinò per posarle un bacio sulle labbra -…così-
-George?- la sua voce era bassa e roca -…ora…- supplicò, morendo dalla voglia di sentirlo, di sentirsi piena di lui. E lui non la deluse, subito placò quel suo desiderio, entrando in lei e lasciandosi trasportare dalle sue esigenze, spingendo in lei con il solo intento di saziare il suo piacere. Ad ogni spinta avvertiva il suo piacere aumentare sempre di più, avvertiva i loro corpi unirsi e emettere scariche elettriche che la costringevano a gemere e ansimare, stringendosi sempre di più a lui.
-Apri gli occhi Miki!- le ansimò a un palmo dal viso, per poi afferrarle la gamba e spingere con più forza.
-Oddio…George- ansò, ormai sul punto di esplodere.
-Lo ami ancora?- la domanda di George le arrivò come una doccia gelata, spegnendo tutto il fuoco che avvertiva dentro. Troncando sul nascere quell'onda di piacere che era giunta a un passo dal culmine.
-Come?- chiese, irrigidendosi e guardandolo stupita.
-Ti ho chiesto…-
-Ho capito cazzo!- ringhiò, allungando le mani per allontanarlo da sé –E togliti!-
-Non devi arrabbiarti è una domanda semplice da rispondere. Basta un sì o un no!- dichiarò freddo, mettendosi seduto.
-È per questo che hai voluto fare sesso con me?- gli chiese rancorosa, alzandosi dal letto e avvicinandosi all'armadio, spalancando l'anta –sei così insicuro da aver bisogno del sesso per…-
-Non esagerare!- l'ammonì, alzandosi per coprirsi
-Beh rilassati- continuò, afferrando con rabbia il suo accappatoio e infilandoselo –sei ancora capace di eccitarmi-
-Non essere stupida!-
-Io sarei la stupida? Tu sei quello che mentre fa l'amore con la tua donna se ne esci con certe domande e io sarei la stupida?-
-Ti sei chiesta perché te l'ho chiesto?- le chiese, diventando improvvisamente calmo e serio.
-Forse perché hai paura della competizione?-
-O forse perché diventi una verginella quando lui ti parla?-
-Sei uno stronzo!-
