Capitolo 7: Il Volo del Verme
Agosto trascorse in fretta, in un susseguirsi di giorni vuoti e ripetitivi.
Rinchiusa nella stanza che le era stata assegnata Maya aspettava, e si preparava a quello che sarebbe venuto.
Era stata impaziente, e per lunghi giorni l'impazienza l'aveva condotta verso la paura, all'abbattimento: non aveva mai conosciuto una tale vulnerabilità. Privata della facoltà di ascoltare, di vedere e di parlare non poteva difendersi in alcun modo.
Temeva che pericoli innominabili sarebbero usciti dalle tenebre per aggredirla, che occhi indiscreti la spiassero quando scivolava nella vasca d'acqua calda che gli Elfi si premuravano di prepararle, o quando cedeva al sonno.
A volte percorreva la stanza a tentoni, barcollando nel proprio buio personale, per accertarsi che non ci fosse nessuno. Frugava negli angoli, si spostava alla cieca e immaginava, in una buona approssimazione della follia, che qualcuno stesse ridendo di lei e che la costringesse a giocare ad un nascondino impari e crudele.
Non era stata mai così sola e nello stesso tempo così esposta.
Odiò Rodolphus, certa che sapesse incontro a cosa l'aveva spinta, perché non veniva a salvarla. Odiò ciascuno degli abitanti della grande casa perché a nessuno di loro importava di lei. Sapevano che viveva come una reclusa, privata di tutto… e continuavano ad esistere con tranquillità, come se una cosa tanto crudele non si stesse consumando sotto il loro stesso tetto.
Poi, un giorno, la rabbia scacciò la paura, e prima che fosse troppo tardi la ricondusse verso la ragione.
Allora Maya cessò di temere i fantasmi che la circondavano… e li affrontò.
Scoprì che c'erano altri modi per tenere conto del mondo che la attorniava.
Poteva appoggiare le dita al vetro della finestra e assorbire le vibrazioni del vento che soffiava fuori; imparò a discernere lo spostamento d'aria provocato dall'ingresso di un Elfo da quello che veniva provocato da un uomo. Riusciva a sapere quando al piano di sotto si teneva una riunione dallo spostamento delle sedie, e dall'andirivieni dei maghi che producevano così tante vibrazioni da darle, se si sdraiava sul pavimento, la stessa gioia di un piccolo concerto.
Dopo un po' iniziò a conoscere così a fondo la sua prigione tanto da potersi muovere come se non fosse stata cieca, e le misteriose presenze che aveva temuto divennero figure da sfidare.
Pensò, progettò, non permise alla sua mente di restare inattiva. Perché in ogni istante si sarebbe potuta presentare l'occasione giusta. La sola speranza di emergere dal buio.
Voldemort aveva creduto di ricondurla alla condizione di miserabilità che riteneva propria di ogni uomo privo di magia; aveva detto che era come un verme… una creatura destinata a dibattersi nell'ignoranza. Ciò che l'Oscuro Signore non aveva previsto era la tenacia, la forza che anche un verme poteva dimostrare quando non c'era più nulla da perdere.
Sì, un verme, pensò Maya. E vedrai che verme!
Attese.
Attese.
Attese.
Imparò che poteva distinguere il trascorrere del tempo, e fu certa che da qualche parte l'Oscuro Signore si stesse aggirando in cerca di Gregorovich, in cerca di un indizio che lo mettesse sulla strada dell'oggetto che riempiva i suoi pensieri. Forse si era dimenticato di lei, forse la sua mente l'aveva relegata in un angolino scuro e minuscolo.
Però, si disse, prima poi lui ricorderà che questa Babbana potrebbe possedere una chiave per aprire la serratura del futuro.
Sollevava la testa quando il piccolo spostamento d'aria all'interno della stanza le annunciava l'ingresso di qualcuno. Scivolava giù dal letto e si muoveva verso il visitatore. Invariabilmente l'estraneo le sfuggiva, ma Maya lo sapeva: quando fosse entrato Voldemort non avrebbe mostrato alcun timore né avrebbe preso alcuna precauzione contro di lei.
Una sera si tenne una riunione piuttosto agitata. Maya si distese sul pavimento, il viso premuto sulla pietra per bearsi di ogni movimento, di ogni vibrazione. Si domandò cosa stesse succedendo, quali punizioni venissero impartite e quali premi elargiti. Il pavimento era freddo, Maya sorrise sfiorando con la punta delle dita gli spazi polverosi tra le lastre di pietra. Poteva percorrerli così, ed immaginare che si trattasse di labirinti. Di lunghi sentieri che conducevano in luoghi misteriosi, in fortini da espugnare, cavità nascoste dove si conservavano tesori segreti. Ridendo tra sé e sé rotolò verso il letto, insinuandosi sotto la struttura di legno, continuando a seguire in punta di dita il disegno del pavimento. Riattraversò la stanza ginocchioni, fino alla rientranza del grande camino e ne esplorò i decori, decifrando solo con il tatto i motivi floreali, le foglie che si allungavano verso l'alto e gli animali mitologici che si affacciavano tra la vegetazione.
Riparata dal camino non percepì l'aprirsi della porta…
L'Oscuro Signore socchiuse gli occhi, i suoi occhi di sangue che vedevano perfettamente nel buio come quelli di un predatore.
Richiuse la porta dietro di sé, pianissimo, e si avvicinò.
Maya stava acquattata nella vecchia cenere, i capelli arruffati e sporchi di polvere. Con il viso rivolto all'insù sembrava in attesa di un suono che, Voldemort lo sapeva bene, non sarebbe giunto. Strofinava le dita sporche su e giù lungo le istoriazioni. Percorreva il corpo allungato di una delle incisioni, dalle zampe fino al muso, e poi lo percorreva ancora come se lo stesse studiando. Si spostava con lentezza, disegnando nella propria mente l'intera immagine che un artista sconosciuto aveva scolpito secoli prima.
Voldemort provò una fitta di rabbia, come se fosse stato privato di qualcosa che desiderava. Di un trionfo che era sembrato infinitamente facile ed ovvio.
Allungò una mano per colpirla, ma invece di schiaffeggiarla le sue dita si chiusero dietro la nuca della donna, obbligandola a girarsi.
Maya sobbalzò, allungò le mani verso l'intruso, e percepì la stoffa liscia e sottile di una tunica, la tunica di Voldemort.
Si avvicinò, percependo un altro odore dopo quello polveroso della pietra e quello acre della cenere; odore di muschio, e di legni pregiati. Odore di terra, di erba. Odore di vento, di lunghi viaggi.
Senza tentare di liberarsi cercò la mano del mago e la strinse tra le sue.
Voldemort si fermò con un incantesimo sulle labbra.
Maya gli spianò il palmo, poi vi fece scorrere un dito, componendo una lettera dopo l'altra…
…Il verme è l'unico imperatore quanto al vitto; noi ingrassiamo tutte l'altre creature per ingrassarci, c'ingrassiamo noi stessi per i vermi; un re grasso e un mendicante magro, non sono che un servizio variato, due piatti, ma per una sola tavola; questa è la fine.
Sollevò il viso e gli sorrise.
Un punto per me, pensò. Poi le sue dita ripresero a muoversi prima che Voldemort potesse decidere che si era spinta troppo oltre, e che era arrivato il momento di porre fine ai tentativi di una Babbana di emergere dal fango.
… Gregorovich. Lo tracciò con chiarezza, con decisione, come se lo avesse gridato.
La mano di Voldemort, che ancora la teneva stretta, la lasciò andare e Maya arretrò.
Io so dov'è, pensò. Adesso lascia che la battaglia dentro di te giunga ad una conclusione; hai detto che ero un verme… ma questo verme possiede ciò che per te è più importante. Rifiuterai o cederai?
Maya arretrò fino ad una delle sedie, vi si accomodò con indifferenza. Aveva l'impressione di riuscire a sentire il cervello di Voldemort ragionare e ticchettare come il meccanismo di un orologio.
La uccido, non la uccido? Tic-Tac.
Sollevò le spalle e scosse la testa, come a dirgli che non poteva essere lei ad offrirgli il suggerimento migliore, non per quella cosa in particolare.
La borsa di Mokessino che portava sempre legata al di sotto degli abiti, assicurata al proprio corpo come il più prezioso dei tesori sembrò farsi pesantissima.
Poi l'aria tutto intorno vibrò, e per un attimo Maya provò un briciolo della vecchia e familiare paura.
Due braccia muscolose la afferrarono sollevandola, e tutto intorno il mondo esplose in una miriade di schegge. Un ruggito rabbioso risuonò nel petto del mago, il viso di lei premuto con forza contro la carne solida. Poi tutto si tramutò in fumo e vapore, come se nulla avesse più peso… ed il vento picchiava con forza sul suo volto, agitandole i capelli e sollevando il mantello del mago.
Maya diede mentalmente il suo addio alla casa di Lucius Malfoy: stavano volando.
