Glossario:
Gochisousamadeshita (gocisoosamadeshtà): "grazie per il buon pasto".
O-cha: cha è il tè (verde e amaro), o- è un prefisso onorifico, non ha significato, serve solo a rendere il termine che segue più gradevole.
Kashi: termine che serve a indicare un dolce in senso generico.
Azuki: fagioli dolci.
Obi: lunga fascia-cintura dei kimono maschili e femminili.
Tenshu: torre principale del castello giapponese, a volte l'unica, chiamata anche donjon (vedi: Tenshu).
Wa: armonia (interiore). Era anche il più antico nome (cinese) del Giappone (vedi: Wa).
Eta: "pieno di sporcizia". È il termine con cui venivano definiti i reietti che svolgevano i lavori più umili o in qualche modo collegati al sangue (un tabù per lo shintoismo). Vivevano confinati in appositi villaggi e un altro termine per definirli era infatti burakumin ("abitanti dei villaggi"). Erano la classe più bassa della società feudale durante il periodo Edo (1603 – 1867). La suddivisione gerarchica per classi era un sistema morale confuciano di classificazione degli individui in relazione al loro sviluppo sociale e al loro lavoro. Il sistema era dominato dai militari (bushi), cui seguivano i contadini (nōmin), gli artigiani (kōgyō) e i commercianti (shōnin). In fondo alla gerarchia, ai margini della società ed esclusi dalla stessa, c'erano gli hinin ("non umani"), feccia intoccabile perché si trattava soprattutto di criminali e mendicanti, e i burakumin, ovvero macellai, conciatori, boia e becchini. A differenza dei burakumin, gli hinin potevano però sperare di riuscire a reinserirsi nella società.
Il sistema discriminatorio shinōkōshō fu legalmente eliminato nel 1871 durante il periodo di Rinnovamento Meiji, ma i pregiudizi radicati nella società permeano ancora il Giappone.
Namu Amida Butsu: "cerco rifugio nel Buddha Amida". Per rinascere nel Paradiso Occidentale della Terra Pura i fedeli dovevano intonare continuamente un mantra o preghiera ad Amitabha, che aveva promesso di salvare tutti gli esseri senzienti intrappolati nel ciclo delle rinascite e incapaci quindi di liberarsi da sé. In Giappone il mantra era Namu Amida Butsu: si credeva che i fedeli che cantassero in continuazione il nembutsu sarebbero stati ricevuti da Amida Buddha al termine della loro vita e sarebbero entrati così nel Paradiso Occidentale. La semplicità di questa forma di venerazione ne favorì in Giappone la diffusione fra gli umili a partire dal X secolo: fino ad allora la salvezza propugnata dal Buddismo (giunto in Giappone nel VI secolo) mediante lo sforzo individuale (meditazione e buone azioni) era stata "appannaggio" di monaci e nobili (vedi: Amidismo).
Kaiken: pugnale corto.

Capitolo VI

VERSO NAGOYA


Quando riprese conoscenza, di due cose fu vagamente consapevole: del proprio corpo intirizzito e del futon duro e gelido su cui era sdraiata. Dischiuse gli occhi e tentò di inghiottire, ma la gola faceva male e la bocca era impastata.
Bianco. Uniforme come un muro.
Sbatté le ciglia cercando di aguzzare la vista, ma tutto quel bianco tale restava. E si spostava, constatò, e pareva avere dita invisibili che la sfioravano gelide. Nebbia, suggerì la mente. Una nebbia tanto fitta da scorgere a mala pena le foglie accartocciate che le si paravano davanti al naso. Ecco su cosa era sdraiata: un tatami di foglie rinsecchite. Ed ecco perché avvertiva un freddo tanto pungente da mordere la carne: era in un bosco che esalava un'umidità spaventosa. A giudicare dall'indolenzimento al braccio destro, poi, dovevano essere ore che se ne stava distesa in quella posizio…
Ranma!
Balzò a sedere e una saetta di dolore s'inerpicò lungo il medesimo braccio per azzannare la spalla. La ghermì con l'altra mano stringendo i denti e si guardò intorno, ma scorse soltanto il fantasma di qualche albero che sbucava dal nulla e vi ritornava. Non il cinguettio di un uccello, non il fruscio delle fronde scosse dal vento. Niente.
Nessuno.
Si rilassò e si profuse in un sorriso di gioia, passandosi le mani sulle braccia fino ad artigliare le spalle. Poggiò una guancia sul dorso di una mano e iniziò a dondolarsi piano, fissando con estasi crescente il prato di foglie. Anche se misto a quello del sangue, del sudore e della terra, l'odore aspro di Ranma pugnalava i sensi. Se lo sentiva addosso confuso col proprio, ne era avvolta come lo era da quella bruma. Avrebbe rinunciato persino a lavare la divisa pur di continuare a stordirsi in quella fragranza inebriante.
Aveva ritrovato il suo Ranma, kamisama. L'aveva ritrovato davvero! Ed era quasi riuscita persino a baciarlo. Ma ben altra era la felicità.
Lui l'amava. L'amava sul serio.
Si mordicchiò felice il labbro inferiore, mentre si alzava in piedi e incrementava il livello dell'aura. La caligine iniziò ad arretrare, diradandosi quel tanto da permetterle di vedere con una certa chiarezza fino a una distanza di almeno cinque passi. Si guardò allora intorno facendo scrocchiare una a una le dita e infine il collo, prima da un lato, poi dall'altro. E fu solo quando scorse in lontananza una delle fruste che si rese conto di non averle più indosso.
Lo sapevo che non mi aveva dimenticata, lo sapevo!
Raccolse l'arma, facendo attenzione ad avvolgerne le spire senza sfiorare le lame e chiedendosi dove fosse finita l'altra, anche se con buona probabilità l'avrebbe trovata dall'altra parte del tronco caduto: se non ricordava male, le era scivolata di mano quando il suo amato le aveva affondato un ginocchio nella bocca dello stomaco.
Il suo amato… ora aveva la certezza assoluta di poterlo ancora definire tale. Come aveva potuto dubitare che non lo sarebbe stato per il resto dell'eternità? Non dopo che l'aveva risparmiata pur avendolo attaccato in ogni modo. Povero amore, chissà che tormento era stato per lui resistere alla tentazione di staccarle la testa nel vederla inerme ai suoi piedi! E quando l'istinto di ucciderla si era fatto troppo bruciante era fuggito, quale altra prova occorreva?
Sì, a dispetto di insulti e minacce, Ranma l'amava, solo che non riusciva ad accettarlo. E il perché era ovvio: non riusciva ad accettare il dono della vita eterna. Non era per questo che si ostinava a voler vivere come un mortale tra i mortali? A preoccuparsi per loro, addirittura di ciò che pensavano, come se i vermi contassero qualcosa? E tutto per colpa di quel mentecatto di Happosai, che potesse sprofondare negli Inferi con tutte le sue idee balorde! Solo all'idea che la ricompensa potesse essere la mortalità tanto agognata da lui e da qualche altro idiota, le si annodavano le viscere: meglio morta, che dover invecchiare e ammalarsi e infine morire lentamente, nel proprio piscio. Niente più poteri di guarigione, niente più bellezza e giovinezza. Che orrore, chi poteva volerla una ricompensa del genere?
Si sfilò il kimono e fissò la frusta arrotolata agli uncini fissati dietro la schiena. Vecchiaccio della malora. Aveva rovinato Ranma inculcandogli principi assurdi, del tutto estranei alla natura di un vero immortale, non c'era da stupirsi che fosse così confuso da non capire quale fosse il suo bene, né come dovesse realmente considerare gli umani. Ma dov'era finita l'altra frusta? Niente, dalla cima del tronco non vedeva oltre lo strato più basso e denso della nebbia. La allontanò con un incremento della propria aura e scese a terra. Eccola là, ce l'aveva proprio sotto al naso. La raccolse e iniziò ad arrotolarla.
Ora che le veniva in mente, Ranma non aveva nemmeno combattuto seriamente. Le era parso come in perenne attesa di un pretesto per attaccarla, quasi non se la sentisse di farle del male senza una provocazione. E andandosene le aveva lasciato persino le armi, di quale altra prova aveva bisogno lui? Eppure si ostinava a non accettare la realtà, peggio, a rifiutarla con tutte le forze e perché poi? Perché si credeva migliore di tutti loro e questo perché quel maledetto piantagrane di Happosai gli aveva fornito degli ideali cui aggrapparsi per non "perdersi". Per gli dèi, che ridicolaggini! Perdersi da cosa? Si era perso quando il vecchio l'aveva allontanato dal suo vero io, altroché se si era perso! Ma lei l'avrebbe fatto ritornare sulla retta via, oh sì. L'avrebbe fatto rinsavire, non importava quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Prima Ranma avrebbe accettato una buona volta di essere ciò che era, prima avrebbe messo da parte gli scrupoli insensati che il vecchio caprone gli aveva fatto venire e prima avrebbe iniziato a comportarsi da vero immortale. Per fortuna sembrava aver già cominciato ad agire come tale: vista la strage di samurai che aveva compiuto, nemmeno il grande Happosai, alla fine, era stato in grado di porre un freno alla sua vera indole.
Stava per fissare anche la seconda frusta ai ganci quando vide un brandello di stoffa impigliato tra le punte di due lame. Lo prese con delicatezza fra dita tremanti e lo tirò via con cautela, per poi aspirarlo con forza, le ciglia che fremevano di gioia e il sorriso che vacillava verso una risatina stridula. Sfilò quindi dalla tasca interna della cinta l'astuccio piatto e l'aprì, deponendovi un altro cimelio.
Soddisfatta, si mise alla ricerca dei pugnali. Non vedeva l'ora di risvegliarlo dal torpore in cui Happosai l'aveva fatto sprofondare per tanti secoli: tolto di mezzo quel nano rattrappito, Ranma sarebbe stato davvero invincibile, senza rivali. Con lui al suo fianco non ci sarebbe stato più scampo per nessuno, umano o immortale che fosse. E lo sterminio sarebbe stato solo l'inizio.
Ridacchiava mentre ritrovava prima un pugnale e poi l'altro. Una risata che crebbe di pari passo al suo compiacimento, quando osservò le due lame l'una accanto all'altra.
(Non esiste l'uno senza l'altro. Rammentalo quando guarderai i due manici uniti)
Come poteva dimenticarselo? Lei non esisteva senza di lui e presto lui si sarebbe reso conto che senza di lei era perduto. Ormai era certa che non sarebbe stato così difficile: il seme del dubbio era stato gettato, non restava che raggiungere l'amato e cercare di farlo ritornare definitivamente in sé.
Inserì la lama di un pugnale nel manico dell'altro facendo combaciare le impugnature con uno schiocco secco, quindi infilò la mezzaluna nella cinta, dietro la schiena.
Controllò che le fruste fossero ben fissate al supporto e che non ondeggiassero troppo, prima di incamminarsi nella foschia. Si fermò solo quando, uscita da quella foresta malefica, giunse in un piccolo spiazzo dove il cielo terso, virante al rosso carminio, ammiccava dalle cime degli alberi. Dove poteva essersi diretto quel cagnolino di Ranma, se non dal suo padrone Happosai? E chi non sapeva dove vivesse Happosai? A giudicare dall'inclinazione del sole, l'amato aveva quasi una giornata di vantaggio su di lei, ma non se ne preoccupò. A differenza di qualcuno, la pazienza non le aveva mai fatto difetto.
Sei tu la mia ricompensa, Ranma. La giusta ricompensa di una vita interminabile e senza scopo. Non ti permetterò di sfuggirmi.
Lasciò che il ghigno si prendesse tutto il viso, quando si mise in marcia.

"Gradisci dell'o-cha, sorella?".
Akane s'inchinò appena.
"Sei davvero gentile, ma permetti a me di versarlo per tutt'e due".
"Oh no, insisto: la tua presenza onora i miei appartamenti".
"Gochisousamadeshita", rispose Akane chinando il busto, la mani incrociate in grembo, senza credere a una parola.
Nabiki versò il tè nella sua tazza con un gesto fluido e al momento di versarne anche per sé, Akane la fermò sfiorandole la mano e insistendo per versarglielo lei. Nabiki posò allora la teiera e la ringraziò con un inchino, mentre Akane le versava il tè cercando di tener fermo il coperchio del recipiente con l'altra mano. Non poté fare a meno di notare la raffinata semplicità delle tazze e maledire al contempo il bricco, con quel coperchio minuscolo che traballava sotto le dita. Riuscì tuttavia a non farlo scivolare, né tintinnare, neppure a versare una goccia di tè, per una volta.
S'inchinarono di nuovo nello stesso momento e insieme sollevarono le rispettive tazze bevendo in silenzio. Akane assaporò ogni sorsata bollente, felice di potersi scaldare le mani a contatto con la ceramica e trovando che il gusto amaro del tè si sposasse alla perfezione col sapore che aveva sempre avuto la vita di tre sorelle incapaci di soddisfare le aspettative del padre. Chiuse gli occhi e scacciò con forza l'immagine di una Kasumi col sorriso appena accennato e i polsi sottili segnati da lividi violacei. Ci mancavano solo le lacrime che si mischiavano a un tè a mala pena bevibile.
La sorella maggiore le chiese se gradiva un o-kashi e spinse con ambo le mani un piattino quadrato verso di lei. Akane rifiutò perché Nabiki fosse la prima a prenderne, ma la sorella insistette affinché fosse Akane ad assaggiare per prima. Lei ringraziò con un altro inchino, prese con delicatezza un mochi e lo addentò, gustando senza farne mostra la purea dolce di azuki. Finì di bere e assentì per educazione a una seconda tazza, nonostante il retrogusto troppo forte. Si complimentò quindi con Nabiki per l'aroma particolare del tè verde e per la squisitezza dei mochi.
"Bene, Akane, vogliamo mettere da parte i convenevoli e parlare senza formalità?".
"Non chiedo di meglio, sorella", rispose lei posando la tazza.
"Eccellente", disse Nabiki sorseggiando dalla propria. "Hai avuto difficoltà a venire da me? Hai notato niente di insolito, qualcuno che ti spiava o che ti seguiva?".
"Nessuno mi ha tenuta d'occhio e nessuno mi ha seguita. Sembro improvvisamente diventata invisibile, il tuo piano è riuscito alla perfezione".
"Ne dubitavi?", chiese Nabiki inarcando un sopracciglio e versandosi dell'altro tè. "Finalmente possiamo parlare in tutta tranquillità senza timore di essere ascoltate. E né il tuo maestro né nostro padre sospetteranno alcunché, per quante volte al giorno tu venga a trovare questa 'povera sorella reclusa'…", concluse con un sorriso compiaciuto.
"Hai corso comunque un rischio notevole".
"Preoccupati dei rischi che correrai tu, piuttosto. Hatsue deve ancora insegnarti a muoverti e a comportarti come una serva e non abbiamo molto tempo, purtroppo".
"Perché, quand'è il momento più propizio per la fuga?".
"Quattro giorni prima della partenza per Momoyama, in base al tuo oroscopo".
"Così presto? Questo significa che ho solo… quanto? Undici giorni per…"
"Dieci. A proposito, Hatsue ti procurerà un kimono di povera fattura, nel frattempo ha tracciato una pianta dettagliata del castello e della città, imparala a memoria e appena puoi distruggila senza farti vedere", le ordinò posando la tazza e sfilando dall'obi un pezzo di carta ripiegato. Lo poggiò sul basso tavolino e lo spinse verso di lei.
Akane lo prese e lo aprì, gettandovi una rapida occhiata. Non tentò nemmeno di nascondere il proprio sconcerto. Sollevò il volto dal foglio a bocca aperta.
"Nabiki, tu non puoi credere sul serio che…"
"Sì, invece", rispose tranquilla la sorella fissando il fondo della propria tazza. Akane cercò di mantenere la calma prendendo un respiro profondo.
"Ti rendi conto che in base al percorso tracciato dalla tua serva dovrei uscire dal tenshu principale per entrare in quello più piccolo, uscire anche da lì, girarci attorno per attraversare il primo cortile ed entrare nel giardino Fukaimaru?"
"E con ciò? Questa parte del complesso la conosci già, che c'è che non va?", chiese Nabiki col tono annoiato e seccato insieme. Akane strinse con forza la carta e arricciò le labbra.
"Speravo di evitarla: devo passare davanti a due torri di guardia e una guarnigione solo per ritrovarmi nel solito giardino che dà sul fossato".
"E allora?", chiese di nuovo Nabiki mandando giù un sorso di tè.
Akane sbuffò senza riuscire a impedirselo.
"Poi devo girare tutt'intorno alla cinta muraria più interna, sempre dal lato del fossato, per ritrovarmi in un cortile immenso che non mi sono nemmeno accorta di aver attraversato quando sono arrivata qui, ma del resto era buio e io mi ero quasi assopi…"
"Ah sì, il cortile Ninomaru, nemmeno io l'ho mai visto, ma so che vi sono almeno tre guarnigioni, lì. Che altro?"
Akane si morse l'interno di una guancia perché la bocca non la tradisse.
"Devo attraversare una specie di ponte per ritrovarmi in un altro cortile con giardino, si chiama Nishinomaru. È alla sua estremità che si trova l'accesso principale?".
Sentì Nabiki posare di nuovo la tazza sul basso tavolino e versarvi altro tè.
"Hatsue mi ha fatto capire che lì sono stanziate due guarnigioni, ma superato l'ultimo cortile in una volta sola attraverseresti seconda e terza cinta muraria. E saresti fuori, ci pensi?".
Akane fissò le minute pennellate nel mare giallastro della carta stropicciata.
"Fuori…?"
"Li-be-ra", scandì piano Nabiki.
Fissò con tale intensità quegli esili tratti d'inchiostro che alla fine si confusero e non li distinse più. Smise anzi del tutto di vedere la mappa, troppo intenta ad assaporare quella parola, dolce più del mochi col suo ripieno di azuki.
Libera.
Di ridere, di piangere, di mettere un piede davanti all'altro anziché muoversi a piccoli passi.
Libera.
Dai finti sorrisi, dalle finte cortesie, dalle finte lusinghe.
Libera.
Dallo spettro di dire o fare la cosa sbagliata, o dirla o farla nel modo sbagliato.
Libera.
Di essere se stessa, di andare ovunque volesse.
Libera.
Sollevò titubante lo sguardo e poi il volto per incontrare il sorriso appena accennato di chi ciò che desidera se lo sente già in pugno.
"Sì, sorellina, hai capito bene. Da quel momento sarete solo tu, la strada, una città fangosa e puzzolente, fin troppi pezzenti, il cielo, il sole e tutte quelle fesserie che ami tanto. Non sei contenta?".
Akane lasciò vagare lo sguardo sulle tazze, sul tatami, sulla stanza inondata dalla luce infuocata del tramonto, la mente che creava dal niente vie, case, gente che animava quelle vie e quelle case, bambini che correvano e ridevano oltre quella porta fortificata e poi risaie, montagne, fiumi, cascate, nubi che si rincorrevano nel cielo e il sole alto sul viso, finalmente.
"Noto che hai mantenuto viva la vecchia abitudine di perderti in patetiche fantasticherie, ottimo", ridacchiò Nabiki col suo affilato sopracciglio inarcato. Akane la scrutò con astio malcelato, frustrata per essere ripiombata in quella stanza. Se avesse potuto, avrebbe immobilizzato la sorella solo per strapparle via uno a uno tutti i preziosissimi peli sopraccigliari. "Quand'è che imparerai a dominare i tuoi pensieri, Akane? Proprio non ti accorgi di come prendono possesso dei tuoi lineamenti?".
Akane riuscì a stento a reprimere un'imprecazione. Coi denti serrati e le labbra strette s'impose di concentrarsi di nuovo sulla mappa, solo per rendersi conto che le mani, sudate, l'avevano inumidita. Ingiunse a se stessa la calma chiudendo gli occhi e prendendo un lungo respiro.
"Come ti ho già accennato, comunque, non sarai la sola a lasciare il castello al tramonto: ti aggregherai a un gruppo di servi, per cui fino all'uscita la mappa è quasi superflua".
"L'uscita… ora che ci penso, alle varie guardie che stazioneranno nei cortili non dovrò mostrare un lasciapassare? Come…"
"Hatsue provvederà anche a questo, non assillarti per simili sciocchezze".
"Sì, ma…"
"So bene che da quassù è difficile persino capire da dove si è entrati, ma la mia serva ti insegnerà come orientarti e tutto ciò che ti occorre sapere per uscire da Nagoya. A proposito, vedi di seguire con scrupolosa attenzione il tracciato della mappa fuori dal castello, altrimenti non troverai mai il cavallo che ti aspetta ai margini della città". Nabiki finì di sorseggiare il tè e posò la tazza. "È essenziale che tu ti sappia muovere senza esitazioni e senza fretta: il tragitto segnato non è il più breve, ma quello obbligato per chi non fa parte delle guarnigioni, vedi di non farti prendere dalla tentazione di abbreviarlo".
"Mi ritieni sciocca fino a questo punto? Quando iniziamo, piuttosto?", chiese Akane ripiegando la mappa e nascondendola fra il kimono e l'obi.
"Domani pomeriggio. Verrai a trovarmi ogni giorno e ti tratterrai un paio d'ore ufficialmente per prendere il tè e ammirare insieme il tramonto. Come ti ho già accennato Hatsue è muta, ma si fa intendere molto bene e in ogni caso ci sarò io a tradurre, diciamo così, i suoi gesti, tutto chiaro?".
Akane tenne premuta una mano sull'obi per qualche istante, prima ricongiungerla all'altra.
"Sì", rispose con un sospiro tornando a guardare Nabiki.
La sorella maggiore non parve molto convinta: la scrutò a lungo, lo sguardo così assottigliato da svanire fra le ciglia, ma poi decise evidentemente di soprassedere.
"Mi raccomando di nascondere bene quella mappa finché non l'avrai imparata a memoria e non l'avrai distrutta, cosa che ti ingiungo di fare il prima possibile: nessuno deve trovarla, soprattutto la tua dama di compagnia. Non dimenticare che ti è stata messa accanto da nostro padre, è escluso che ci si possa fidare di lei…"
"Non c'era bisogno me lo ricordassi", rispose Akane stizzita.
"Non alterarti sempre per un nonnulla, cerca di capire che la prudenza non è mai troppa".
"Come se non avessi mai vissuto in mezzo ai samurai… Fino a che punto mi credi tanto ingenua, Nabiki?".
"Al punto da erigerti un tempio quale nume tutelare dell'ingenuità. Per cui, finché non sarai uscita di qui non mi stancherò di ripeterti ogni giorno che devi essere prudente".
"Ci tieni tanto che sparisca per sempre, vero?".
Nabiki rimase con la teiera sollevata nell'atto di versarsi ancora del tè, lo sguardo acuminato e rovente come uno spillo passato sulla fiamma, i lineamenti in balia di pensieri che non dovevano trovare la via delle labbra.
"Mi stavo quasi dimenticando", disse la sorella inclinando il bricco finché ne uscì il contenuto. "Volevo complimentarmi per come hai saputo essere convincente quando hai passeggiato con Ryoga".
"Arigatou gozaimasu", rispose Akane con un cenno del capo e un sorrisetto a incresparle le labbra.
"Sono sempre belli i suoi occhi verde muschio?", chiese Nabiki con un tono a metà fra il lagnoso e il sarcastico.
"Come se t'importasse davvero. Non sono stata abbagliata dal loro colore, se è questo che credi, tuttavia non ho fatto alcuno sforzo per apparire cordiale: mi stavo divertendo sul serio, in sua compagnia", affermò cercando di non lasciar trasparire la soddisfazione di vedere l'autocontrollo di Nabiki vacillare, foss'anche per un solo istante. La sorella maggiore la osservò inorridita il tempo di un battito di ciglia, per poi distendere il volto in un'espressione di velato scherno.
"Ma davvero? Dunque non è stata una tortura intrattenerti con lui…", osservò versandosi il tè sino a finirlo. Il sorrisetto beffardo faceva fremere ad Akane le mani dalla voglia di vederlo deformarsi in una smorfia di dolore. Le strinse maggiormente l'una nell'altra e sollevò il mento.
"No, affatto: devo ammettere che Ryoga-sama è meglio di quanto mi aspettassi, molto meglio".
"Naturalmente... E magari vuoi anche farmi credere che potrebbe essere un buon marito, non è così?", le chiese Nabiki con tutto il disprezzo che sapeva far trasudare da un ghigno sul punto di trasformarsi in un'aperta risata.
"Perché no?", rispose Akane asciutta. "Qualunque donna si sentirebbe onorata di sposarlo".
Nabiki smise di bere e si mise a scrutarla con le labbra poggiate sul bordo della tazza.
"Ma non tu, sorellina. Tu lo guardi e vedi un ragazzino troppo cresciuto, che ha avuto ciò che a te è stato negato e continuerà ad averlo mentre la tua indipendenza si assottiglierà sempre di più, un figlio dopo l'altro… Kami! Ti immagini fare figli con uno così, che parla e ride come un bambino?".
No, kamisama, non voleva affatto immaginarlo. Il solo permettere a quell'idea di sfiorarle la mente le faceva contrarre lo stomaco.
"Ha vissuto tanti anni lontano dal mondo civile, è normale che sia un po' immaturo".
"E quanto tempo credi che impiegherà ad assumere gli atteggiamenti tipici dei samurai, visto che ora ne è circondato? A meno che non sia del tutto ottuso, certo…".
Akane si piantò le unghie nei palmi.
"Ryoga non è affatto ottuso. È gentile, premuroso e ha a cuore la mia opinione, è stato piacevole passeggiare con lui, ti prego di astenerti da altri insulti".
"Oh perdonami!", esclamò affettatamente la sorella posando la tazza. "Non volevo turbare il tuo wa, né offendere il tuo fidanzato, ma ritiro comunque ciò che ho detto, se ti sconvolge tanto. Desideri un altro mochi?".
"Sì. Grazie". Meglio mordere un dolce che rischiare di staccarle quel naso a punta che si ritrovava.
"Bene, faccio portare anche dell'altro tè", disse Nabiki battendo le mani. "Vuoi nel frattempo illuminarmi sulle qualità di Ryoga? Sono oltremodo curiosa di scoprirle".
Akane prese un respiro paziente e afferrò il pasticcino di riso.
"Mi ha raccontato le avventure che ha vissuto nei boschi durante l'addestramento, in particolare quella contro un gigantesco cinghiale che distruggeva i raccolti, a suo dire uno spirito irrequie…"
"Dèi del cielo, che conversazioni interessanti!", dichiarò Nabiki sollevando con enfasi un sopracciglio mentre Hatsue poggiava sul basso tavolino la teiera di nuovo fumante.
"…e l'ha fatto in un modo che mi ha sorpreso", continuò Akane imperterrita. "In modo schietto, come ha sempre fatto Happosai, senza risparmiarsi sui particolari, nemmeno quelli più ilari. Mentre parlava ho compreso che non si stava trattenendo, non stava scegliendo le parole con cura: era come se non aspettasse altro che poter trascorre qualche ora con qualcuno che lo capisse e non lo giudicasse. Forse siamo più simili di quanto immaginassi…"
"Ammettilo, Akane, era davvero ridicolo", l'interruppe Nabiki con un tono lamentoso intriso di noia e disprezzo, mentre versava il tè a lei e a se stessa. "Io ho visto un uomo fatto e finito incapace di celare i propri pensieri: di volta in volta aveva scritto in faccia qualunque cosa provasse, qualunque cosa gli passasse per la testa. Proprio come un bambino".
"Smettila. Subito", le ordinò Akane irritata fino alla punta dei capelli. I palmi urlavano di dolore e si impose di allentare la stretta delle dita. "Ti ho appena spiegato che è affabile e…"
"Ma?", chiese Nabiki sorseggiando il tè.
"Ma cosa?".
La sorella non rispose, limitandosi a fissarla di sottecchi.
Akane abbassò lo sguardo e poi anche il volto, osservando senza vederla la tazza che teneva fra le dita.
"Appena volgeva gli occhi su di me le gote gli andavano in fiamme e iniziava a balbettare, distogliendo lo sguardo quando avrei dovuto abbassarlo io".
"L'etichetta al contrario", ridacchiò Nabiki, "che pena…".
"Si riprendeva a fatica", continuò Akane senza badarle, "proseguiva concitato il suo racconto e quando io con cautela ridevo lui tornava a guardarmi e si bloccava di nuovo, avvampando e sudando neanche fosse stato appeso sopra un braciere".
"Come un infante…", suggerì la sorella.
Akane continuò a fissare il verde torbido che colmava il proprio recipiente.
"Già. È cortese, dilettevole, eppure quando ride sembra così… così…"
"Infantile?"
Rilasciò il respiro che aveva trattenuto senza rendersene conto.
"Sì", confermò volgendo lo sguardo verso la finestra.
"Non regge il confronto con l'altro, vero?"
"Oh no, assolutamente…", rispose sovrappensiero scuotendo piano la testa. "No, lui era… lui…", lui ti guardava dentro con quegli occhi di ghiaccio e neve e vi scavava un abisso. Della tua età e del tuo sesso non me ne importa nulla, dicevano, della tua classe sociale non so che farmene. Ti guardava e ti derideva perché per lui non eri niente, ma sapeva sorridere di cuore e carezzare con lo sguardo e allora pareva che le tegole scivolassero da sotto i piedi…
Sorrideva incantata agli ultimi raggi del sole che incendiavano i ciuffi di nuvole all'orizzonte lasciando il posto alle prime stelle della sera, mentre si rendeva conto di ciò che aveva detto e il sorriso iniziò a creparsi per cadere un pezzo alla volta. Si volse poco a poco verso Nabiki, gli occhi spalancati non meno della bocca, l'aria che attraverso la gola non entrava e non usciva più.
La sorella se ne stava immobile a fissarla con una luce di trionfo nello sguardo che nessun sorriso sarebbe riuscito a eguagliare.
"Ma che begli occhioni vibranti, mi era persino sembrato di veder luccicare delle lacrime…", sibilò piano la vipera. E piano iniziò a ridere, portando una mano a coprire le labbra finché non si lasciò andare a una risata indecente.
"Maledetta…", le scappò di bocca mandando all'inferno l'etichetta.
"Sei un'irrecuperabile sciocca, parola mia, un'irrecuperabile sciocca!", continuò a ridere Nabiki.
"Che tu sia dannata", ringhiò ancora digrignando i denti. "Mille e mille volte e anche di più".
"Che banale che sei…", ghignò la sorella scolando la tazza, mentre Akane stava per frantumare la sua. "Banale e manipolabile. Due qualità tipiche degli ingenui con la testolina affollata da tanti bei sogni, anziché da strategie per sopravvivere in questo mondo. Tu il cervello ce l'hai al posto del cuore ed è esattamente di quelle dimensioni…"
"Non ti permettere!", scattò Akane puntandole due dita tese alla gola.
"Non dimostrare di essere più stupida di quello che sei, sorellina. Dimostra anzi di essere una Tendo, altrimenti puoi scordarti il mio aiuto".
Le punte delle dita premevano contro il collo. Sarebbe bastata una leggera pressione perché quella serpe velenosa smettesse di respirare. Akane strinse i denti e riacquistò poco alla volta la posizione seduta senza smettere di trafiggerla con lo sguardo. Serrò i pugni sulle ginocchia e prese diversi respiri prima di riuscire a parlare senza perdere la calma.
"Come faccio a sapere che ciò che ti dirò lo terrai per te?".
Nabiki ampliò il sorriso predatore.
"Raccontami ogni cosa".

"Kamisama, che orrore! E che puzza!"
"Ma cos'era? Un procione?"
"Pare di sì, guarda la coda…"
"La somiglianza col venerabile Jimu è impressionante! Cosa sarebbe accaduto se fosse riuscito a…"
"Che domande idiote fai? Avremmo avuto un demone a officiare i riti, ecco cosa!".
"Qualcuno a proposito sa come sta il venerabile?".
"C'è Koji-sama che lo sta curando, non so altro…"
"Ho sentito che è ridotto in condizioni spaventose, è vero?"
"Non lo so, sono arrivato adesso! Tu sai qualcosa, Nobu-san?"
"Sono arrivato da poco pure io, però ho sentito che il demone ha assalito il monaco appena questi ha messo il naso fuori dal tempio e il demone a sua volta è stato sventrato da un ronin cencioso".
"Allora è accaduto all'alba…"
"Non lo so, può darsi, uno spirito maligno non potrebbe certo entrare in un tempio con tutte quelle protezioni appese fuori, no?"
"Vallo a sapere, magari era un demone particolarmente potente!"
"Ah sì? E allora come avrebbe fatto il ronin a salvare il venerabile Jimu?"
"Forse l'ha sentito gridare passando vicino al tempio… o forse il monaco l'ha ospitato per la notte."
"Senza il permesso dello shoya? Ma cos'hai nella testa?"
"Hai ragione, chissà da dov'è sbucato…"
"Un momento: se questo tipo è entrato nel villaggio senza che nessuno se ne accorgesse, potrebbe essere un brigante, un ricercato! Dobbiamo avvertire subito il goshi, prima che lo scopra da solo!".
"È vero, qui rischiamo la vita, qualcuno è andato a chiamare lo shoya?".
Aveva sentito abbastanza. Yori abbassò la mano con cui aveva trattenuto l'incedere e la lingua di Fumio, sicché il genero si affrettò a superarlo.
"Largo, fate largo al capo villaggio!", annunciò.
Le teste assiepate si voltarono e quasi nel medesimo istante s'inchinarono al suo passaggio compiendo qualche passo indietro.
"Yori-sama, avete udito?", gli chiese Nobu-san con il viso rivolto al suolo.
"Ogni cosa", rispose lui avanzando di qualche passo per posare gli occhi sulla creatura. Gli abiti, le membra ossute, il volto rugoso, la testa rasata costellata di chiazze. Sarebbe stato un venerabile Jimu perfetto, una volta scomparsa la coda. Era tutto vero, dunque. Si portò il dorso di una mano sotto al naso. Il fetore di carne in rapida putrefazione era più impressionante dello spettacolo che il demone offriva e fu costretto suo malgrado a mascherare il disgusto che risaliva dallo stomaco dritto in bocca dietro una facciata impassibile. Un nugolo di mosche banchettava con gli intestini riversi in una poltiglia di polvere e sangue nero che aveva tracciato una scia in direzione del tempio; un altro sciame ronzava sullo squarcio in gola, tanto ampio che poteva scorgere le ossa della colonna vertebrale. Ma erano gli occhi sbarrati a inquietarlo. E la bocca, non meno spalancata.
"Qualcuno tra voi sa dire cosa sia accaduto esattamente?", chiese guardando gli astanti. I suoi compaesani fecero altrettanto fra di loro, interrogandosi con lo sguardo.
"Io lo so, onorevole shoya!", rispose una voce tra la ressa.
"Ah bene, Goro, vieni avanti, vuoi dirmi tu cosa ci fa questa… cosa in mezzo alla strada?".
La gente trattenne il respiro e si strinse maggiormente attorno a lui.
"Yori-sama", rispose quello con un breve inchino, "posso solo riferirti ciò che io ho visto coi miei stessi occhi. Uno straniero è apparso dal nulla trascinando questo demone per un braccio e lasciandolo qui dove lo vedi. Ha detto di averlo sorpreso nei pressi del tempio e di averlo ucciso prima che assumesse del tutto le fattezze del sacerdote, poi ha detto di mandare un medico a curare il monaco perché era gravemente ferito e infine ha chiesto del cibo".
"Uno straniero… e dove sarebbe adesso?".
"N-nella bettola di Isamu, ve l'ho condotto io stesso".
Yori si volse a scrutare di nuovo il demone dagli occhi terrorizzati e dalla bocca congelata in un grido.
"Qualcuno ha toccato quest'essere?".
"No, Yori-sama".
"Nessuno si avvicini, potrebbe respirarne le esalazioni e venir infettato. Anzi, allontanatevi tutti immediatamente e tenete rinchiusi i bambini. Fumio?".
"Hai!".
"Fa' venire gli eta a raccogliere questo schifo, sbrigati, prima che arrivi il goshi".

Goro scostò le tende per lui e Yori entrò. La taverna era deserta, se si escludeva l'uomo col cappello di paglia che aveva preso posto all'unico tavolo su cui si protendeva la luce che entrava dalla porta. Se ne stava seduto contro la parete al di là del bagliore, immerso nella penombra a mangiare da una ciotola. La quinta, se aveva contato bene quelle impilate che aveva di fronte. Non diede segno di averlo visto o udito, continuando a ingozzarsi come fosse solo. Yori stava per fare un passo avanti, quando Isamu mise piede nella stanza dal retrobottega con un piatto fra le mani.
"Onorevole shoya!", esclamò l'oste inchinandosi. "Benvenuto, prego, accomodatevi!", disse d'un fiato posando il piatto davanti allo straniero.
"Non dimenticare il pesce", berciò quello senza sollevare il volto.
"No, no, no, lo porto subito!".
Isamu sparì in cucina dopo un inchino frettoloso, mentre quello che pareva sul serio un ronin, vista la katana che intravedeva oltre le ciotole, afferrò una fetta di rapa con le bacchette. Di nuovo lo straniero non badò alla sua presenza e Yori udì alle proprie spalle la gente iniziare a fremere. Ingoiò l'umiliazione e mormorò a quanti erano alle sue spalle di allontanarsi, che all'ingresso restasse solo Goro. Attraversò quindi la stanza col passo più cauto che gli riuscì e s'inchinò davanti all'uomo.
Il ronin smise di masticare, ma non aprì bocca. Yori non osò prendere posto di fronte a lui finché non lo vide riprendere a mangiare. Appena posò le natiche sulla panca, tuttavia, si pentì di averlo fatto: il tanfo che quel pezzente emanava non era migliore della bestia che marciva là fuori.
"Onorevole samurai", esordì cercando di respirare con la bocca anziché col naso. "Io sono Yori, il capo villaggio, posso sapere chi dobbiamo ringraziare per aver salvato il venerabile Jimu?".
L'uomo continuò a mandar giù il suo riso senza nemmeno alzare lo sguardo. Lo shoya si schiarì la gola e il ronin ingoiò il boccone per prenderne subito un altro.
"Voglio un bagno caldo, vestiti puliti, una scorta di cibo e un cavallo".
Yori lo fissò come se avesse parlato un dialetto a lui sconosciuto.
"C-come?"
Il ronin abbassò ciotola e bacchette e sollevò appena il volto.
Namu Amida Butsu!
Dovette aggrapparsi alla panca con ambedue le mani per impedirsi di fuggire: al posto delle iridi quel maledetto aveva due pezzi di metallo, freddi e taglienti come un kaiken. Era consapevole di trattenere il respiro, ma non riuscì a evitarselo, così come non era riuscito a evitare di sgranare gli occhi, di deglutire a vuoto e di chiedersi se il vero demone non ce l'avesse davanti.
"Non lo trovate un giusto prezzo?".
Ora che l'aveva visto in faccia, ora che quell'essere lo stava scrutando con quelle due schegge d'acciaio, avrebbe accettato anche se gli avesse chiesto cento pezzi d'oro. Yori cercò di rispondere, ma quando aprì la bocca scoprì che la lingua si era incollata al palato.
"N-non abbiamo cavalli qui, siamo poveri contadini".
Lo straniero emise un grugnito e riavvicinò la ciotola alla bocca.
"E dove posso trovarne?".
"A-a Kyoto, naturalmente, sempre che siate diretto lì…"
"No".
Deglutì, benché non avesse più saliva da mandar giù.
"A-allora ne troverete senza dubbio a Nara, non è lontana".
Un altro grugnito. Ormai la bocca se la sentiva riarsa, in compenso però il sudore scivolava copioso lungo la schiena.
"E da lì si riprende la Tokaido?", chiese il ronin afferrando un'altra fetta di rapa.
"Ah… sì, a-all'altezza di Sakanoshita".
"Allora mi darete il denaro sufficiente per comprare una cavalcatura".
"D-denaro? Ma noi…"
"Chiedi un prestito ai mercanti, contadino".
Dannato schifoso. Prima che potesse ribattere, Isamu fece di nuovo il suo ingresso nel locale e posò sul tavolo un tagliere di legno con del pesce arrostito sopra. Yori gli afferrò un polso prima che l'oste potesse svignarsela in cucina e gli ordinò di portare del saké, quindi di preparare delle provviste per il ronin. Isamu fece un inchino e si dileguò.
Lo shoya approfittò del fatto che il ronin stesse divorando il pesce per far cenno a Goro di entrare. Quello lo raggiunse a passi brevi e svelti, già prostrato in avanti per ascoltare gli ordini.
"Avverti Naoki-san di preparare subito un bagno e un kimono pulito", gli sussurrò all'orecchio. "E trova anche un nuovo cappello di paglia, muoviti!".
Goro s'inchinò e corse fuori. Il capo villaggio tornò allora a guardare lo straniero, che si stava passando una spina in mezzo ai denti e lo stava fissando. Il capo villaggio non poté fare a meno di notare meravigliato che quel pezzente i denti ce li aveva tutti e persino in ottime condizioni. Quasi non fece caso al gesto con cui il ronin gettò lontano la spina e poi incrociò le braccia sul tavolo verso il torace, le mani che pendevano oltre il bordo del tavolo medesimo. L'insolita posa lo turbò insieme al sudiciume del suo kimono: del samurai aveva l'arroganza, ma l'atteggiamento era… anomalo, come il suo accento. Come tutto di lui.
"Ehm… ho chiesto all'oste di portarci del saké, ovviamente tutto ciò che vi ha servito finora è offerto dal villaggio, non dovrete pagare nulla".
Quello non batté ciglio.
"Ehm… mentre aspettiamo da bere, volete raccontarmi cos'è successo?".
"Non ve l'hanno già riferito?".
"N-naturalmente, ma mi occorrono i dettagli per l'intendente del daimyo, perché state certo che quanto accaduto è già arrivato al suo orecchio e ora starà venendo qui".
"Ciò che avete udito è ciò che è accaduto, niente di più. Se vi servono dei dettagli non dovete far altro che raccogliere le dicerie che saltano da una bocca all'altra, saranno più che soddisfacenti per il vostro cane da guardia".
Yori rimase a bocca aperta davanti a un insulto proferito con tanta sconsiderata leggerezza. Benché odiasse quell'imbecille del goshi, non poteva tollerare una simile mancanza di rispetto da un randagio puzzolente. Eppure, se quel bastardo senza più padrone si era permesso un tale affronto, i motivi potevano essere solo due: non aveva niente da perdere o sapeva il fatto suo.
"Posso almeno chiedervi come siete arrivato qui, cosa ci facevate nei pressi del tempio e quando esattamente avete sorpreso il demone ad aggredire il venerabile Jimu?".
Lo straniero volse lo sguardo verso l'entrata della locanda. Il fascio di luce ormai allagava completamente il tavolo e investiva in pieno il ronin.
"Voi credete che il demone che ho appena ucciso sia la cosa peggiore che abbiate visto finora?".
Yori abbassò di nuovo lo sguardo sul kimono consunto dell'uomo. Le chiazze che lo costellavano, di un rosso cupo, si mostrarono pian piano per ciò che erano: macchie di sangue rappreso cui si aggiungevano gli schizzi di quello del demone appena sgozzato.
Sollevò lo sguardo sul volto del ronin, assorto a contemplare qualcosa che era solo nella sua mente, benché gli occhi fossero puntati in direzione del tempio di Jimu.
"No… suppongo di no".
Non più.
"Allora non insistete con le domande".

Monte Kanpu, Honshū settentrionale, undicesimo mese del II anno di regno dell'imperatore Daigo, periodo Heian (dicembre dell'899 d.C.)

"Stai dritto… dritto ho detto! Guarda come tremi, che accidenti ti ha insegnato tuo padre in tanti anni? Che hai, le dita intorpidite?".
"Ce l'ho… immerse nella neve… vecchio… secondo te?".
"Rispondi e basta".
"Sì, maledizione… non le sento più! Anzi… vuoi saperlo? Le braccia stanno… diventando pezzi di ghiaccio… sto rischiando il congelamento… vuoi farmi perdere gli arti? A che serve… tutto questo?".
Se le mani non le percepiva davvero quasi più, in compenso il dolore che gli procuravano lo sentiva benissimo. Maledetto. Gli avrebbe fatto mangiare i propri intestini, oh, se l'avrebbe fatto.
"Piantala di lagnarti e rimani in quella posizione, non perderai un bel niente: non sei del tutto umano, tu."
Ranma si morse la lingua. E per zittire anche la mente, cercò di concentrarsi ancora di più sul proprio qi. Chiuse gli occhi immaginando di sentirlo scorrere lungo le braccia in direzione delle mani e quindi delle dita, di sicuro ormai nere. Una sorta di lieve bruciore risalì dalle estremità fino a lambire i polsi e tanto bastò per stabilizzare la posizione smettendo di tremare.
"Bene, adesso stacca i talloni dall'albero".
"Cosa?", gli scappò di bocca spalancando gli occhi. Per un attimo le braccia vacillarono tanto che temette lo tradissero.
"Fammi vedere la verticale sulle sole dita, avanti".
"Ma come pensi che…?"
"Davvero devo spiegartelo?".
Una cornacchia, o forse un corvo, sbatté le ali e spiccò il volo protestando a viva voce.
"Devo… devo concentrare ulteriormente il qi… sulla punta delle dita?".
"La tua perspicacia mi sconvolge ogni giorno di più".
Uno sbuffo di fumo gli passò davanti al naso.
"Male… detto…", sputò dai denti serrati.
Chiuse di nuovo gli occhi. Un respiro profondo. Un altro. Un altro ancora. Finché il silenzio della foresta non divenne il proprio. Immaginò allora l'energia vitale fluire a ondate violente e continue verso le estremità finché le braccia iniziarono a scottare e le mani a scaldarsi. E tornò a percepire le dita abbastanza da poterle distanziare per disporle a cerchio. Saldo sul respiro e sul controllo del qi, con cautela staccò dal tronco prima un piede, poi l'altro, allineando le gambe al resto del corpo senza tuttavia evitare di tremolare un poco.
"Strano che tuo padre non ti abbia mai sottoposto a nulla di simile. Forse credeva che qui nello Yamato non occorresse sviluppare più di tanto l'energia vitale, chissà… Comunque sia, ora solleva i mignoli".
Imprecò, pur sapendo quanto inutile fosse.
Nel rinunciare al sostegno delle dita più esterne le braccia vacillarono, mai però quanto le altre otto dita quando vi riversò sopra il peso del corpo. Strinse i denti sentendole piegarsi ancora di più, mentre la testa pulsava tanto da credere di avere al suo posto un tamburo che veniva percosso con impeto sempre maggiore, avvertiva la faccia iniziare a gonfiarsi e diventare di sicuro paonazza e davanti a lui quel tugurio mezzo sepolto dalla neve che era il tempio si moltiplicava, svaniva nel buio, riappariva fra lampi di luce, cambiava colore.
Nemmeno il conforto di sapere che, finita quella prova di cui doveva ancora afferrare il senso, lo avrebbe aspettato un riparo caldo e accogliente, anziché una stamberga pericolante piena di spifferi.
"P-perché… perché viviamo… in un posto simile?".
Nonostante il ronzio alle orecchie, gli sembrò di sentire un fruscio simile a quello del corvo che si era librato in volo e subito dopo gli parve di vedere con la coda dell'occhio un mucchietto di neve cadere alla sua sinistra, seguito da un'ombra che planava sul manto nevoso.
"Non te l'avevo già spiegato?".
"No!".
Udì l'ombra buttare fuori l'aria in un soffio prolungato e una folata di fumo lo raggiunse solleticandogli il naso.
"Devo essermene dimenticato", sospirò il vecchio.
"Sai… che novità…"
"Beh, adesso non mi pare il caso, non devi distrarti".
"Mi aiuterebbe a non… pensare al dolore…"
Un altro sbuffo di fumo.
"Mmmm… E sia, ma prima fammi controllare la tua verticale".
"È perfetta… datti una mossa!".
"Lo decido io, moccioso!", ruggì Happosai posizionandosi davanti a lui coi piedini uniti, un braccio piegato dietro la schiena e l'altro che sorreggeva la pipa. Tirava con calma una lunga boccata fissandolo annoiato, quella dannata faccia da schiaffi. "Sì, va bene… ora solleva da terra gli anulari".
"Cheee?"
"Fallo".
"Ba… stardo…"
Intravedeva bagliori del maestro che si allontanava senza affondare i piedi nella neve, quasi la sfiorasse appena. O forse nemmeno quello.
"Gli immortali hanno solo due regole, Ranma, ma due regole molto importanti, non dovrai violarle per alcun motivo. Mai". Un'altra sbuffata di fumo che il vento si portò via. "Ti sto allenando quassù perché fintanto che resterai entro il recinto del tempio sarai al sicuro, nessun immortale – se mai capiterà qui – tenterà di ucciderti qualora io mi dovessi assentare, ecco perché qui potrò allenarti indisturbato. È proibito per quelli come noi battersi su terra consacrata, che sia un luogo di culto o un'area adibita alla sepoltura: le conseguenze sarebbero catastrofiche. Templi, monasteri e cimiteri saranno quindi sempre un rifugio per gli immortali, perché nessun combattimento deve violarne la sacralità, non importa quale credo vi venga praticato, la religione non ci riguarda, il nostro unico "credo" è la ricompensa. Questa è la prima regola".
Ranma riuscì finalmente a stabilizzare il peso su sei dita, ma era certo che prima o poi gli sarebbe scoppiata una vena in fronte.
"Vuoi dire che… da quando tutto questo… è iniziato non… è mai accaduto che…"
"Sì, purtroppo, anche più di una volta. È proprio per gli effetti di tale sconsideratezza che questa regola viene osservata più dell'altra".
"E quali… sarebbero… le…"
"Un giorno te ne parlerò, adesso solleva da terra i medi".
Ranma gli diede del vecchio schifoso, cumulo di escrementi, cagata di uccello, ma convogliò ugualmente tutto il proprio qi negli indici e nei pollici. Ormai non sentiva più le braccia dal gomito in giù se non sotto forma di pugnalate di dolore.
"E se… se un monaco scopre… di essere immortale? O se…. un immortale decide… di rinchiudersi in un monastero… per l'eternità?"
Lo sentì ridacchiare e poggiarsi contro l'albero dietro di lui.
"Ho detto che un immortale non può ucciderne un altro su suolo consacrato, non che non possa trascinarlo fuori di lì. Alza quei dannati medi, forza".
Ranma rimase eretto su quattro dita, quattro dita soltanto, maledicendo il vecchio.
"Qua… qual è la… seconda regola?".
Con la vista annacquata gli parve di scorgere della cenere che gli veniva buttata proprio davanti al naso. Che gran pezzo di…
"Due combattono, uno osserva. Nessun immortale può frapporsi o intromettersi mentre è in atto un scontro fra altri due, anzi, se ne deve tenere lontano, per impedire che lareminiscenza venga assorbita dallo spettatore, anziché dal vincitore. Puoi immaginare quanto questa regola venga spesso infranta".
"Non tanto… visto che non mi hai… ancora spiegato… cosa sia la… remi…"
"Già, è vero… intanto che te lo spiego solleva da terra i pollici".
"Cosaaa? Non po…"
"Muoviti!".
Ormai vedeva solo puntini neri che si rincorrevano come mosche su uno sfondo fatto soltanto di neve, mentre nelle orecchie pareva annidato un nido di vespe. Chiuse gli occhi. Happosai stava dicendo qualcosa, ma le parole sembravano più nella sua testa che nei suoi timpani. La reminiscenza è l'insieme delle conoscenze che acquisisci e dei poteri che sviluppi durante la tua vita, spiegava. Quando a un immortale viene mozzato il capo, la reminiscenza viene assorbita da colui che l'ha decapitato. Comprendi da te le implicazioni: impossessarsi delle conoscenze e dei poteri degli avversari che si fanno fuori significa diventare sempre più forti senza doversi allenare. Per questo ci sarà chi, imbattendosi in un combattimento fra due immortali, cercherà di approfittarne. E chi, incrociando un immortale più longevo e potente, cercherà di attirarlo in una trappola piuttosto che affrontarlo direttamente. La maggior parte degli immortali escogita gli espedienti più sordidi pur di impadronirsi di reminiscenze come la mia.
Ranma aprì una bocca che gli sembrava piena di riso colloso, anche se non udì ciò che disse.
P-perché quando sono arrivato… nemmeno adesso… avverto l'istinto di…
Perché fra gli immortali non sei che un neonato, rispose il vecchio, che reminiscenza hai da offrire? E avendone poca, non sei nemmeno capace di avvertirla in un altro immortale, foss'anche di grande anzianità come me. Per questo non hai ancora sviluppato l'istinto omicida. Oh, ma non tarderà a manifestarsi, stai tranquillo: un giorno accumulerai abbastanza reminiscenza da iniziare a percepire la mia. E farai bene a imparare in fretta a controllarti, se non vuoi che mi liberi di te.
Fradicio di sudore che ormai colava anche sugli occhi, poco alla volta staccò da terra i pollici, quindi cercò di allineare gli indici col dorso delle mani per restare eretto, ma l'ultima falange rimaneva piegata al punto da essere certo che si sarebbe spezzata da un momento all'altro.
Niente male, udì Happosai pronunciare. Che si stesse allontanando? La voce sembrava più distante. Tremi come un germoglio, ma riesci a restare in verticale sugli indici. E stai usando solo il qi per tenerti eretto, qi che finora hai sviluppato poco e male. Sbalorditivo… Volevi sapere a che serve tutto questo? Serve a me per capire fino a che punto riesci a sfruttare la tua energia vitale, perché è davvero notevole se ti permette di compiere ciò che i monaci shaolin riescono a ottenere solo dopo anni di intensi allenamenti.
Pos-so… scendere… adesso?
No, stai zitto e fermo. Dunque dicevo… ah sì, la tua energia vitale. È notevole anche per un immortale, ma questo l'avevo percepito fin da quando eri ancora nel grembo di tua madre, o non avrei suggerito a Genma di farti venire sin qui una volta raggiunta l'età adatta. Il problema per me era sapere che uso riuscivi a farne, sempre che fossi stato in grado di sfruttarla.
Un… un'al… tra… pro… va?
Chiamala così, se vuoi. In realtà era semplice curiosità, volevo verificare se e quanto la tua energia vitale potesse influenzare gli allenamenti cui ti sottoporrò nei prossimi anni. In qualche modo devo impedirti di usarla… A proposito, da domani ti inizierò alle Settantadue Arti di Shaolin.
Avrebbe voluto chiedere di cosa stesse parlando, ma i mosconi davanti agli occhi erano diventate chiazze nere che si ampliavano come pozzanghere e si univano fino a oscurare tutto.
Ti… am… azz… vecc…
Le dita si spezzarono di netto e lui si ritrovò con la faccia sprofondata nella neve a soffocare un dolore che strappava il respiro. Riuscì a ricacciare indietro le urla solo perché si morse le labbra a sangue.
Fra qualche anno riuscirai a rimanere in verticale su un solo indice e non solo grazie all'energia vitale. Quando avrò finito con te, con quelle dita sarai in grado di perforare qualunque cosa, morta e anche viva. E allo tempo stesso avrai sviluppato a tal punto anche il qi da farlo diventare un'estensione dei tuoi arti e distruggere qualsiasi cosa. Anche a distanza.

Allineò l'ultimo ciocco, girandolo e rigirandolo fra una pioggerella di schegge che le ricoprì i piedi.
Maledizione.
Cercò di afferrarne meglio le estremità, ma la corteccia le graffiò un palmo e il tronco le scivolò di mano rovinando sul pavimento.
Maledizione!
Mandò all'inferno quel dannato pezzo di legno che non voleva saperne di rimanere stabile sugli altri e si aggrappò con ambo le mani a quello sottostante. Chiuse per un momento gli occhi, la testa china fra le braccia tese. Ormai il cuore le batteva direttamente nelle orecchie e dovette mordersi il labbro per non perdere il controllo sul respiro.
A che serviva tutto questo? Che senso aveva?
Riaprì gli occhi, prima che fosse troppo tardi per impedire alle lacrime di affacciarsi.
Che senso aveva?
"Era parecchio che non ti ponevi questa domanda".
Lasciò andare il labbro, ma non smise di fissare i frammenti di legno sparsi ai suoi piedi.
"Per una volta, datemi una risposta sensata. Una volta soltanto".
Il silenzio riempì la palestra fino a comprimere le orecchie e schiacciare le sue speranze.
Sollevò il capo, incredula per quanto era stata ingenua, scorgendo Happosai che la fissava con la pipa in bocca, le braccia conserte, le gambe incrociate. Fermo nelle sue posizioni, come era sempre stato. Il viso le andò in fiamme e le dita si contrassero ad artiglio fino a conficcarsi nel legno.
"Non sono mio padre e il padre del mio futuro marito che hanno bisogno di protezione, non sono loro che dovrei difendere a costo della vita!".
"Taci!".
"Tutto ciò che mi avete insegnato andrà a vantaggio di chi non lo merita, che senso ha?".
"Smettila immediatamente! Questa è l'ultima volta che ti sento pronunciare un abominio simile, fa' quello che ti ho ordinato e non indugiare oltre!".
"Il vero abominio è quel mostro che fa di mia sorella ciò che vuole! E io non posso impedirlo!".
Strinse i pugni ancora di più e i denti fino a trattenere il respiro. Tremava, ormai, in preda alla febbre della collera per una sconfitta bruciante che si sarebbe perpetuata fino alla fine dei suoi giorni. Perché lei era una donna e avrebbe dovuto sempre chinare il capo. Cosa che fece, quando si rese conto che Happosai, lungi dall'alimentare il fuoco della sua frustrazione, era a un soffio dal ridurla al silenzio con la forza.
Afferrò di nuovo il ciocco caduto a terra e lo calò sopra gli altri con tale impeto che stavolta non si mosse. Ora doveva solo raddrizzare la schiena e concentrarsi sulla respirazione, si disse. Tramutare la mano in una lama e distruggere quei dannati tronchi. Avanti, s'impose, alzati e falli a pezzi, come hai sempre fatto.
Invece se ne rimase con le mani poggiate sulle estremità di un ceppo che a mala pena vedeva. Davanti agli occhi di nuovo la stessa scena, lenta e immutabile: si sovrapponeva alle scaglie della corteccia come aveva fatto con le assi del pavimento, le pareti di carta di riso, le travi del soffitto. Ancora. E ancora. E ancora.
Si alzò di scatto e fece un passo indietro, premendo con forza le unghie contro i palmi. Quattro tronchi larghi poco meno delle sue gambe giacevano accatastati l'uno sull'altro, poteva farcela. Li avrebbe ucc… spezzati di netto, sarebbe stato facile.
Ma erano davanti a lei e al tempo stesso non c'erano, così come il dojo, che assumeva a tratti le sembianze di un altro ambiente, con altri colori, un'altra luce. Ed eccola lì, che appare sulla soglia di una fusuma che è solo nella sua mente.
"Adesso che hai da fissare così quei ceppi? Ti sei incantata?".
Hatsue entra nella stanza prostrandosi fino a toccare il tatami con la fronte.
"Akane?".
Raggiunge la sua padrona e le porge con un inchino un foglio ripiegato.
"Akaneee?"
Nabiki le fa cenno di dileguarsi, apre il foglio e solleva impietrita lo sguardo su di lei.
"Akane!".
Alzò il volto stupita e furiosa insieme.
"Sì?".
"Concentrati, dannazione! Tra poco verrà a piovere, muoviti, prima che la palestra si oscuri del tutto".
Tornò a guardare i ciocchi di legno, desiderando fossero ben altro.
Poggiò un ginocchio a terra e sollevò la mano destra per posarla di taglio sul tronco più alto. Chiuse gli occhi e richiamò il qi lungo il braccio fino a concentrarlo tutto nella mano. Dietro le palpebre abbassate, Nabiki le passava il foglio sgualcito di Hatsue, sul quale sarebbe stato meglio non avesse mai posato lo sguardo.
Riaprì gli occhi e levò la mano all'altezza della testa, mentre rivedeva la se stessa della sera prima allungare una mano per prendere quella che era chiaramente una missiva. E leggerla, con la bocca che si spalancava via via per l'orrore e le lacrime che si raccoglievano sulle ciglia per gettarsi nel vuoto.
Con un urlo tanto forte da ferirsi la gola calò la mano affondandola nei tronchi neanche fossero fatti di riso ricoperto di alghe essiccate. Minuti pezzi di legno volarono nell'aria, mentre i ceppi spaccati a metà rotolavano via. Ma lei rimase con la mano conficcata nelle assi del pavimento, i denti serrati al punto che il respiro entrava e usciva a stento dalla bocca. Negli occhi della mente, quella stessa mano ricadeva inerte in grembo e lasciava scivolare sul tatami la lettera di Kasumi.
"Bambina mia, smettila di affliggerti, non puoi farci nulla".
Adesso era il volto di quel vomito sanguinolento di Daichi che le si parava davanti. Non avrebbe mai perdonato il padre per avergli dato in moglie sua sorella. Mai.
"Sì, invece", disse liberando la mano con uno strattone e sollevando gli occhi sul maestro. "Sì, che posso".
Un'espressione sbigottita indugiò un istante sul volto di Happosai, ma venne subito soppiantata da un piglio furioso. Il maestro si tolse la pipa di bocca e gliela puntò contro.
"Tieni per te simili sciocchezze, quante volte devo ripetertelo che qualcuno potrebbe udirti?".
"E chi, se voi siete in grado di percepire la presenza di chiunque si avvicini?", quasi urlò alzandosi in piedi. "Credete davvero che parlerei con tanta leggerezza se fossi sola?".
"Ne saresti capace, imprudente come sei!".
Strinse i pugni, avvertendo un liquido caldo colare lungo il palmo ferito e raccogliersi fra le dita.
"È successo e basta, Akane, accettalo. Non è detto che sia stato per colpa sua".
"E di chi allora? Altro che aborto spontaneo, è stato lui! Per questo avvertì che non sarebbe venuta al mio matrimonio: stava rischiando di morire perché quel bastardo l'aveva percossa una volta di troppo, solo che non poteva scriverlo! Se penso che aveva appena scoperto di essere incinta…".
"È stata una fatalità, Akane, fattene una ragione. E se anche non fosse, fattene una ragione comunque. Sono cose che succedono più spesso di quanto pensi e in ogni caso non ti riguarda. Se tua sorella ha voluto informarci che ha perso il bambino che aspettava quando si è… sentita male, è solo per far sapere a tuo padre che è in grado di procreare, che il suo non è un matrimonio sterile come tanti malignano, che può avere figli e quindi assicurare una discendenza. Per cui vien da sé che l'alleanza fra il nobile Tendo e il nobile Daichi poggia ora più che mai su basi solide".
Akane scrutò a lungo la figura che tremolava mano a mano che gli occhi si riempivano di dolore.
"Sapete, maestro? Credo che dopotutto queste nozze si riveleranno vantaggiose anche per me".
Lo disse con un sorriso amaro. Non vedeva quasi più, né le importava.
"Cosa vorresti dire?", le chiese Happosai scandendo le parole.
"Questo matrimonio mi permetterà col tempo di avvicinarmi a personalità intoccabili, nobili che non penserebbero mai, un giorno, di doversi guardare le spalle in mia presenza. Uno, in particolare… "
"Fai silenzio! Tu non devi neanche farti sfiorare dal pensiero di far fuori un daimyo, ci siamo capiti?".
"Ma lo odio! Ora più che mai! Li odio tutti!".
Happosai scrutò fra il sorpreso e l'indignato la sua sfuriata. Come se avesse ancora importanza, per lei, contenere il tono della voce. Le chiese perfino, basito, di chi stesse parlando. Come se non lo sapesse.
"Degli uomini, ve ne siete dimenticato? Li odio, tutti quanti…"
Il maestro sospirò e chiuse gli occhi, scuotendo piano la testa.
"Pregherò per te, figlia mia, perché tu metta giudizio, un giorno". Volse lo sguardo oltre le shoji distanziate, verso un giardino che si piegava sotto la pioggia battente, quindi con un altro sospiro si alzò. "Vado a chiamare il monaco Tofu, tu vedi di estrarre la scheggia dal palmo, stai insozzando il pavimento".
Akane aspettò che uscisse dalla palestra, si asciugò gli occhi con la mano sinistra e sollevò la destra che sanguinava, senza smettere di fissare il suolo cosparso di pezzi di legno. Aveva già pianto le sue lacrime e persino Nabiki, benché l'avesse guardata con riprovazione, per una volta non aveva avuto nulla da ridire. Spostò lo sguardo sulla mano destra. Una scheggia lunga come un dito mignolo ma sottile come una foglia si era conficcata per metà nel palmo. Rimase a guardare il sangue fuoriuscire e colare lungo il braccio imbrattandole la manica. Ora versava le lacrime che Kasumi era stata costretta a ingoiare. Le versava per lei, che non aveva potuto farlo. Avvicinò l'altra mano al frammento di legno, ma non l'afferrò: lo fissò ancora qualche istante, prima di strapparlo via con una smorfia di disgusto. Altro sangue fiottò copioso lungo il braccio.
Un giorno sarebbe stato Daichi a versare lacrime.
E a perdere la voce a furia di urlare.

"La scheggia è penetrata in profondità, devo cucire".
Akane non disse niente, né si mosse. Continuò a starsene seduta a gambe incrociate e un braccio abbandonato su un ginocchio – una posa tanto poco femminile quanto da lei prediletta, ora che ci pensava – mentre Tofu le teneva sollevata la mano ferita premendo un pezzo di stoffa ripiegato sul bordo del palmo, in attesa di un assenso che non sarebbe mai arrivato. Akane continuava a fissare torva qualcosa che solo lei vedeva, i capelli raccolti sulla nuca che ormai sfuggivano qua e là all'improvvisata acconciatura riversandosi sul viso e sulle spalle. Persino loro non volevano sentir ragioni.
"Ho… il vostro permesso?".
Quella caparbia che altro non era sembrava uscita fuori dal corpo e forse non era troppo lontano dal vero: vagava con la mente in un mondo tutto suo in cui il Daichi che lei ricordava cercava di fuggire strisciando sulla schiena e piagnucolando di risparmiarlo, mentre Akane avanzava brandendo una katana e sputando insulti, prima di spiccargli la testa.
Il monaco volse lo sguardo su di lui e Happosai assentì con il capo. Tofu chiese allora ad Akane di tenere premuto il tampone, perché lui doveva prendere ago e filo.
Lei aggrottò la fronte e abbassò poco alla volta gli occhi sulla mano ferita.
"Perdonatemi, ora devo…"
Non lo guardò neppure. Gli tese il palmo macchiato di sangue e riprese a fissare tutto e niente.
Il monaco le afferrò il più delicatamente possibile la mano e iniziò a ricucirla. Non un lamento uscì da quella boccaccia livida di rabbia. Solo di tanto in tanto Akane stringeva i denti e l'altra mano a pugno, più determinata che mai a svuotare il ventre di Daichi dai suoi intestini perché ingrassassero i corvi e i cani affamati.
Dannazione. Proprio adesso doveva arrivare quella maledetta lettera? Sei giorni alla partenza, mancavano, sei giorni soltanto! E doveva arrivare un rigagnolo d'inchiostro a spazzar via anni di logoranti persuasioni. Non si era mai illuso di aver piegato il suo orgoglio, tuttavia era certo di aver ridotto all'ubbidienza almeno la sua ribellione. Aveva creduto che Akane avesse accettato infine l'inferiorità della sua condizione di donna e dunque l'inutilità della sua esistenza, se non l'avesse votata anima e corpo al servizio del proprio signore e padrone. Ce n'era voluto per farle acquistare il buon senso. E adesso i sentimenti di rivalsa che la testarda nutriva contro il genere maschile, che lui era riuscito tanto faticosamente ad assopire, si erano risvegliati. Pensieri confusi si alternavano alle immagini di morte, ma era chiaro che si sentiva umiliata da un mondo che non capiva, defraudata della sua vita e della sorella che adorava, insofferente nei confronti del padre, di Ryoga, del futuro suocero e di qualunque essere privo di tette.
Come calmarla? Come farla ragionare di nuovo? Demente di un Daichi! Ti potessero scorticare i demoni e poi banchettare con le tue budella! Come se non fosse già abbastanza intollerabile che quel bastardo senza attributi calpestasse un fiore come Kasumi, che imbecille era stato a non toglierlo di mezzo quando ne aveva avuto la possibilità, lo sapeva che avrebbe portato solo disastri, lo sapeva! Proprio adesso ne aveva giusto uno davanti: Akane non smetteva di coltivare una rabbia crescente con una pervicacia al limite dell'ossessione, irrigandola con propositi omicidi che andavano dal taglio degli arti allo sbudellamento prima dell'esecuzione, senza minimamente preoccuparsi che il suo maestro potesse leggerle nella mente, il che la diceva lunga su quanto gliene importasse che qualcuno…
Il pensiero lo colpì al pari di uno schiaffo in pieno volto.
Ad Akane non importava un beneamato accidente che lui le leggesse nella mente.
Kamisama…
Akane fissava il vuoto, indifferente a ciò che lui o Tofu avrebbero potuto pensare di lei.
Akane pianificava un assassinio nei minimi dettagli incurante della sua riprovazione.
Peggio: della sua collera.
La vide volgere su di lui gli occhi spruzzati di pagliuzze dorate con un movimento lento, indolente, da soldato sconfitto che aspetta solo l'ordine di fare seppuku, perché è finita, diceva il suo sguardo. È tutto finito. Tutto finito.
Il suo sguardo… adesso lo vedeva per quello che era. Un antro buio in cui si addentrò chiedendosi disorientato che fine avesse fatto la fiammella della tenacia che aveva resistito tanti anni, ma la risposta sovvenne da sola: si è spenta, pensò incredulo, quasi negandolo a se stesso. Si è spenta, come è accaduto con gli occhi di Ranma.
Non era rimasto nemmeno un debole chiarore, solo la fuliggine che oscura le superfici dove si posa.
Akane aveva smesso di credere, aveva perso la speranza nemmeno lei sapeva bene in cosa. E lui aveva perso la sua allieva.
La guardava, senza riconoscerla. Non aveva nemmeno bisogno di leggerle nella mente, quel che le passava per la testa era tutto lì, in quegli occhi bui come pozzi prosciugati. Qualsiasi cosa lui, suo padre o chiunque altro avesse detto o fatto non l'avrebbe sfiorata, mai più. Ad Akane non importava più di niente e di nessuno.
Devo avvertire il nobile Tendo di ripristinare le guardie davanti al suo appartamento, deve farla seguire ovunque vada, deve…
"Finito", annunciò il monaco fissando la benda con un nodo.
"Vi ringrazio, Tofu-sama", disse Akane senza smettere di fissare lui. "Ora mi ritiro nelle mie stanze a riposare, passate più tardi per controllare la ferita".
"Hai!", rispose il medico con un lieve ossequio, dopo un attimo di esitazione, mentre Akane si alzava in piedi.
"Vi auguro buon riposo, maestro, dormite bene".
Lo disse inchinandosi con una formalità, con quelle braccia rigide davanti al corpo e la schiena curva in avanti, che Happosai non poté fare a meno di pensare a un addio.
Sciocchezze! È ridicolo!
"Anche tu, figliola".
E comunque vado da Soun seduta stante e lo convinco a ripristinare la sorveglianza attorno a lei, così farò davvero sogni tranquil…

"Venerabile Happosai, che vi accade?".
Tofu si alzò in piedi, basito di fronte all'espressione sgomenta del maestro: pareva fissare uno spirito che solo lui riusciva a vedere, tanto rapidamente aveva dilatato gli occhi e spalancato la bocca, forse incapace di credere a ciò che gli era apparso davanti. Tratteneva persino il respiro e avrebbe giurato che qualcosa lo stesse agghiacciando rendendolo incapace di muovere muscolo, se non l'avesse visto volgersi poco a poco verso il giardino, il viso sempre deformato in una maschera di incredulità.
"Maestro, che succede?".
Ono si volse a guardare per un istante un'Akane non meno sorpresa e confusa di lui, quindi tornò a fissare Happosai. Il venerabile non rispose nemmeno alla cauta domanda dell'allieva, tuttavia scosse piano la testa, segno che almeno l'aveva udita.
"Maestro!", lo richiamò Akane sperando per lo meno che si voltasse. E il venerabile lo fece, titubante, scrutando allarmato prima lei, poi lui, poi di nuovo lei, fissandola con un'intensità che sconfinava nel panico, quindi tornò a guardare la shoji, come se si aspettasse che un oni la sfondasse da un momento all'altro.
Cosa poteva agitare tanto il venerabile? Da che lo conosceva mai l'aveva visto in quello stato, era del tutto…
"Devo andare."
Il mormorio gli era parso più l'esalazione dell'ultimo respiro. Tofu si permise un passo in avanti.
"Venerabile, state bene? Che cosa…?".
"Nulla!", lo zittì voltandosi a metà verso di loro, ma fissando corrucciato il pavimento. Lo vide chiudere gli occhi per un momento e prendere un respiro profondo. "Nulla… devo andare…".
Un battito di ciglia e non era più lì con loro. Sapeva di cosa fosse capace il vecchio, eppure restò ugualmente sconcertato, tanto da guardarsi intorno suo malgrado. Dove poteva mai essere andato con l'oscurità che calava veloce e i lampi continui che gettavano luce nella palestra ormai a mala pena rischiarata dalle lampade? Cosa poteva averlo indotto ad affrontare un tempo simile?
Tofu increspò la fronte.
Simile… 'Simile'! Ma certo!
"Tofu-sama, dobbiamo approfittarne".
"Come, prego?", chiese Ono guardando disorientato Akane. Il viso le era tornato di pietra, ma lo sguardo non era meno infuocato della fiammella che ardeva in una delle lanterne.
"Non ho idea di cosa sia preso al maestro, ma è un bene che sia andato via, così possiamo parlare qui anziché perdere tempo a raggiungere le mie stanze".
Come, non era sorpresa dal comportamento del venerabile? Ma che accadeva a quella ragazza? Che fine aveva fatto l'aria da bambina troppo cresciuta?
"Non capisco di cosa…"
"Non abbiamo tempo da perdere", sibilò Akane fra i denti rivolgendogli lo sguardo rovente. "Mia sorella mi attende nei suoi appartamenti di qui a un'ora, dobbiamo fare in fretta".
Era irriconoscibile, dèi del cielo. E lui non poté fare a meno di chiedersi chi fosse la donna di fronte a lui che smaniava dal desiderio di dar sfogo alle mani. E non per allenarsi. Se la sua apatia l'aveva disorientato quando aveva messo piede nel dojo, facendogliela percepire addirittura come un'estranea, adesso che la vedeva trattenere a stento un'ira palpabile gli faceva temere un atto sconsiderato. Ciò che aveva sconvolto Happosai non aveva più importanza di fronte a ciò che aveva trasformato la piccola Akane in un'adulta senza più remore.
"Per questo vi siete ferita a quel modo? Per parlarmi?".
"Per quale altro motivo? Devo aggiornarvi sulla situazione di Kasumi".
Se il cuore non si fermò, lo fece comunque il respiro.
Kasumi…
Da quanto non udiva il suo nome?
Kasumi…
Quanto aveva pregato di non udirlo più?
Kasumi…
Aveva preso i voti, doveva smetterla di sperare.
Kasumi…
Deglutì a vuoto e si profuse in un inchino.
"Vi prego di perdonarmi, Akane-dono, era tanto tempo che non vi ferivate apposta per…"
"Non importa, ora sedetevi e ascoltate".
Ubbidì con solerzia, nonostante iniziasse a temere il peggio.
"È… così grave la situazione di vostra sorella?".
Quando la vide abbassare il capo e stringere i pugni, capì che si sarebbe pentito per il resto della vita di averle posto quella domanda.
"Non lo immaginate neanche."

(Cosa… cosa ci fai tu qui?)
Maledetto disgraziato.
Maledettissima piaga che non sei altro.
Di tutti i momenti che potevi scegliere...
Dannazione.
(Io? Che ci fai tu, piuttosto! Non dovresti essere a Edo? Che diamine ci fai a Nagoya?)
Mi prendo in pieno un muro d'acqua per colpa tua, pezzo d'idiota. Arrivi tu e piove come non accadeva da settimane, vedo a mala pena oltre il mio naso e quel poco che vedo da quassù sembra una schifosa fangaia. E maledizione, non bastava essere zuppo fino al midollo, doveva anche tirare vento: fra un po' i massi rotoleranno giù e le tegole voleranno via.
(E tu allora? Non potevi tornare prima? O aspettare qualche altro anno? Perché proprio adesso?)
Già, perché proprio ora, ragazzo? Perché. Proprio. Ora!
Accidenti a te…
E proprio di qui dovevi passare?
(Ma che idiozie vai blaterando? Lo sapevi benissimo che poteva essere da un momento all'altro!)
Da un momento all'altro, certo. Guarda il caso.
La verità è che sei una calamità, ragazzo mio. Sei peggio di un terremoto, di uno tsunami. Imprevedibile e distruttivo.
(Da un momento all'altro un accidenti, hai impiegato dieci anni a tornare! E quando ti sei deciso? Nel momento sbagliato!)
Saltò su un altro tetto e un altro ancora, ormai l'ingresso sud doveva essere vicino ma con tutta quella pioggia doveva ringraziare gli dèi e i bagliori opachi delle lanterne oltre qualche fragile pannello in carta di riso se riusciva a distinguere una costruzione dall'altra.
(Smettila di farneticare e dimmi da che lato del castello devo entrare, sono fradicio!)
Gli erano venuti i brividi a quella richiesta e non era riuscito a impedirsi di fissare Akane inorridito.
Non avrebbe permesso a quello sciagurato nemmeno di avvicinarsi ai muraglioni. Stavolta non avrebbe rovinato tutto.
(Levatelo dalla testa, tu non ci metti piede qua dentro! Incontriamoci al tempio in rovina fuori città!)
Un lampo squarciò l'oscurità, consentendogli di scorgere i tetti lavati via dalla pioggia, le strade allagate, gli alberi piegati dal vento, miriadi di foglie che volteggiavano nell'aria. E lo sbarramento meridionale.
(Quale? Quello sulla collina, a sud? E per quale motivo?)
Con un balzo oltrepassò il cancello per ritrovarsi sulle cime degli alberi che fiancheggiavano la Tokaido.
(Non fare domande, ti spiegherò tutto dopo, ci vediamo là!)
Gli avrebbe spiegato le sue ragioni a suon di ossa rotte e viscere sparse, dannato baka.
Un altro lampo rischiarò la boscaglia che s'inerpicava su per l'altura, ma non vide il tetto del tempio svettare sulla cima. Forse non l'aveva scorto per via di tutta quella pioggia. E forse era crollato, dall'ultima volta che vi aveva messo piede, idiota era stato a non averci pensato.
Continuò a volare di albero in albero finché non fu costretto a fermarsi, disorientato: ormai doveva essere in cima al colle, dov'era quel maledetto tempio? Restò in attesa di un altro fulmine che illuminasse la direzione e un chiarore improvviso gliela mostrò: l'aveva superato, anche se di poco, ormai il bosco era cresciuto tanto da nasconderlo quasi del tutto alla vista. E se l'occhio non l'aveva ingannato, il tetto era oltretutto sfondato.
Planò al suolo atterrando su un letto cedevole e scivoloso di foglie morte. Davanti a lui, un barlume appariva e scompariva in mezzo ai tronchi. S'incamminò augurandosi che ciò che aveva visto fosse il principio di un fuoco che ardeva e non la luce stanca di una lanterna, ma quando arrivò di fronte a quel che restava del tempio le sue speranze scemarono: un nuovo lampo gli mostrò per un istante il tetto collassato per metà, sicché un lato della costruzione era una voragine da cui spuntavano come steli marci un groviglio di travi spezzate, permettendo alla pioggia e al vento di riversarsi all'interno.
Salì i gradini sconnessi, maledicendo l'idea che aveva avuto. Una delle massicce ante della porta d'ingresso pareva incastrata nella sua sede, mentre l'altra era stata fatta scorrere con mala grazia e lasciata aperta, evidentemente perché lui potesse vedere la luce che brillava all'interno.
Entrò e la richiuse per quanto poté alle sue spalle. Fece qualche passo avanti e si fermò, intrecciando le mani dietro la schiena.
"Bentornato, Ranma".