Testarda
Il Colonnello delle Guardie Reali non avrebbe lasciato il teatro prima d'aver ispezionato stanze e stanzette, galleria e platea, magazzini e ripostigli.
Conosceva poco quegli ambienti, abbastanza striminziti, che non le erano familiari e questo comportava una sorta d'inspiegabile ansia.
L'ala della reggia, da che era stato completato il teatro, era stata frequentata soprattutto da piccole compagnie di teatro, cantati lirici, suonatori, gente un poco sopra le righe ma affatto minacciosa.
La famiglia reale s'accomodava nelle poltroncine riservate, assisteva alla rappresentanzione…
Applausi, bis…
Poi calava il sipario e le loro maestà rientravano nelle stanze dedicate, ben più adatte ad essere tenute a bada.
Ora tutti quei luoghi avrebbero ospitato davvero la famiglia reale e allora lì tutto pareva divenuto estraneo, sorprendente, caotico, seppur ordinato in base alla sequenza delle scene.
Tele, pannelli di legno, oggetti, vestiario…
Armi…
Tutto mescolato agl'ingranaggi ed al cordame per spostare le scenografie.
Non sarebbe stato suo compito ma la tensione era salita inevitabile.
S'accordò con altre guardie per svolgere il giro e controllare che tutto fosse in ordine.
Che anche s'era la dea Minerva non avrebbe mai posseduto il dono di predire i guai in cui si sarebbe potuti incappare.
Così quando André iniziò a cercarla, dopo essersi cambiato, non riuscì più a trovarla.
Di contro s'imbatté nel Tenente Girodel che gli mandava a dire, da parte del colonnello, che lui poteva pure tornare a casa, perché lei sarebbe rientrata più tardi.
Inevitabile da parte del cacciatore, ch'era ridivenuto servo, non correre all'idea che l'altra fosse rimasta colpita dal bacio con il conte e poi dal battibecco e dunque da quell'assurda imposizione da copione d'atteggiarsi alla stregua d'una dea, seppur solo per finzione, da che lei s'era sempre adeguata ad atteggiarsi ad una specie di guerriero.
Per quanto l'abito le avesse reso giustizia, Mademoiselle Oscar François de Jarjayes era e sarebbe sempre rimasta un gelido guerriero d'altri tempi.
Adesso non ha neppure il coraggio di guardarmi in faccia!
Questo convenne André – il cacciatore - tra sé e sé, mentre lanciava uno sguardo torvo a Girodel, accompagnando i saluti con la chiosa di riferire ad Oscar, ossia al colonnello, che forse, vista la serata di pioggia che si preannunciava, sarebbe stato bene evitare d'avventurarsi per la strada del ritorno ed usufruire dalla stanzetta all'ultimo piano della reggia, un mezzo sottotetto, assegnata di diritto alla famiglia Jarjayes.
Se ne andò André - il cacciatore - avviandosi sotto il cielo plumbeo che prendeva a chiudersi, il viso colpito a tratti dalla fitta pioggerellina, la mente parimenti trafitta da punture d'immaginari spilli, pensieri fitti a contemplare l'assurda piega che aveva preso la vita in quei giorni.
Anzi, stava proprio andando alla deriva, la sua vita, visto che nulla era accaduto ma parimenti nulla pareva più come prima tra di loro, da che loro erano finiti in quell'assurda finzione.
Che proprio assurda non era…
E proprio finzione…
Neppure…
Se Oscar resterà alla reggia…
Probabilmente rivedrà Fersen…
Bene André!
Di nuovo complimenti!
Pare che tutto e perfino tu stesso congiuri contro di te…
Un mezzo sorriso isterico scorse sul volto.
Chi l'avesse scorto da fuori avrebbe pensato che quel cavaliere fosse un poco pazzo, a correr così, sotto la pioggia, quasi provando divertimento.
Il cacciatore, in realtà, rimunginava tra sé e sé, immaginando i possibili scenari, domandandosi se - da che un poco conosceva la testardaggine dell'altra che l'aveva sfidato a ripetere la scena, punta nell'orgoglio d'esser stata accusata di non aver dimostrato alcun sentimento, alcun trasporto nei confronti dell'avversario – la dea Minerva davvero avrebbe seguito il consiglio di restarsene al sicuro alla reggia…
E così rivedere il conte…
Oppure sfidare il vento e la pioggia e la tempesta che aveva preso ad abbattersi sulla strada di ritorno verso la casa dei Jarjayes e dunque mantenere la parola, bagnarsi fino alle ossa, così che però loro due avrebbero provato di nuovo la loro scena.
E siccome conosceva la caparbietà che la dea Minerva metteva in ogni cosa, ci avrebbe giurato che la sua testardaggine sarebbe stata superiore persino al desiderio di restare in compagnia del bellimbusto svedese.
Lì, a domandarsi che avrebbe fatto l'altra…
Lì ad ammettere che, a seconda di ciò che sarebbe accaduto, anche la sua esistenza sarebbe inevitabilmente mutata.
Lì, il cacciatore finto ad ammettere che avrebbe potuto essere davvero quel cacciatore…
Essere umano che si ritrova innamorato d'una creatura irraggiungibile e bellissima, una dea appunto, anche s'essa si muoveva indossando un'uniforme e non pareva neppure immaginare l'esistenza di quel cacciatore.
Inoltrarsi dunque nella fitta foresta oscura, l'oscurità della mancata conoscenza, dello sguardo distratto, del groviglio di convenzioni, del potere del rango che impone di mantenersi distante.
Lì dentro in quella selva oscura nessuno, nemmeno lei, per quanto fosse e s'atteggiasse a dea, si sarebbe mai accorto di nulla.
Per uno strano scherzo del destino quella rappresentazione appariva quasi metafora della sua storia, della vita reale.
Solo che lui, nella vita reale non avrebbe mai visto realizzato il suo sogno.
Neppure avrebbe potuto pensarlo d'avere un sogno così.
§§§
Al terzo starnuto che si perse nei corridoi scuri che correvano lungo le salette riccamente adornate della galleria del teatro, Oscar comprese ch'era meglio concludere lì il giro di perlustrazione.
Avrebbe voluto verificare che tutto fosse in ordine ma il cielo chiuso e buio di pioggia aveva sottratto la possibilità e la torcia sarebbe stata poco utile a perlustrare gli anfratti e le sale più ingombre,
"Ehi Alain…" – bisbigliò la recluta Marcel, tutta sudata e quasi fuori di sé – "Se quello ci trova siamo finiti…".
La recluta Alain era praticamente stesa a terra, dietro un enorme mucchio di corde e osservava l'amico che pareva divenuto quasi un fantasma.
Tutt'e due trattenevano il fiato, perché s'erano accorti che qualcuno era salito fin lassù e ora stava perlustrando le sale proprio per accertarsi che fossero vuote.
L'indice alla bocca, Alain fece segno a Marcel di non fiatare.
Poi si sporse per vedere…
E lo vide…
Di nuovo, quel tizio.
Ma quello è proprio dappertutto! – imprecò tra sé, mentre ascoltava, non visto, i passi dell'ufficiale che si guardava intorno per studiare il luogo e peggio ancora gli anfratti scuri.
Si sporse a scrutare i gesti.
Alle perdute gli avrebbe rifilato un manrovescio per gettarlo a terra e sgusciare via prima d'esser riconosciuto.
Smise di respirare, davvero e alla fine lo scorse, sorprendentemente vicino questa volta, tanto da cogliere lo sguardo mentre l'altro alzava la torcia per osservare meglio.
Rimase in quello sguardo Alain.
E sugli occhi, intravisti appena che pure riportavano spessa e severa intensità.
I passi s'avvicinarono…
Alain dovette abbassare di nuovo la testa per evitare d'esser sfiorato dal chiarore…
Maledizione…ci riuscirò a capire chi sei…chi diavolo sei… - imprecò tra sé e sé, per allentare la tensione e prepararsi allo scontro.
Un altro starnuto…
E questa volta un brivido l'attraversò e la convinse definitivamente a lasciare il luogo oscuro.
Deve essere la polvere…- ammise tra sé la dea Minerva…
"L'abbiamo scampata bella Alain…mi devi dieci anni di vita amico mio. Io non so se sopravviverò…se quello ci avesse trovati ci avrebbe infilzato come due polli…".
"Io non ne sarei stato così sicuro…" – replicò Alain a voce bassa, andando con lo sguardo verso il corridoio nel quale si era persa la figura dell'ufficiale che aveva definitivamente lasciato quel posto.
C'era qualcosa che non capiva, che non gli tornava…
I capelli…
Il colore e la consistenza…
Anche se la donna sul palcoscenico li aveva intrecciati, Alain non poté non considerare la somiglianza.
E ancora la forma del viso, i lineamenti….
L'espressione, lo sguardo…
Davvero erano la stessa persona…
In effetti, prima era comparsa lei sul palcoscenico e nessuna traccia di quell'ufficiale…
Poi era saltato fuori quello e dell'altra…
I due percepirono chiaramente lo scatto dei chiavistelli che, di fatto, sigillavano il luogo fino al giorno successivo.
"Adesso nessuno verrà più a disturbarci…" – concluse Alain, un paio di pugni assestati ad un sacchetto di sabbia per fargli assumere la forma d'un cuscino.
"E' meglio dormire, così domattina saremo in orario per l'appuntamento…".
"Ma se nessuno verrà ad aprire in tempo!?" – obiettò Marcel ancora tremante per il mancato incontro.
"Un modo per uscire lo troveremo…è sempre più facile uscire che entrare in qualche posto…ci sveglieremo presto così cercheremo una porta…".
Il buio avvolse i due giovani che si rassegnarono a trascorrere la notte in balia di tuoni e saette e buio e polvere.
Il buio l'avvolse, mentre, fradicia di pioggia, entrava nelle scuderie.
Quasi non s'accorse che André l'aveva raggiunta, espressione severa ed un poco compassionevole sulla faccia.
Testarda!
Non c'è niente da fare…
Però è qui!
Dunque, forse…
Non le interessava poi così tanto restare in compagnia di quello…
Un misto di velata apprensione e sollievo non indusse a rimarcare l'ovvio azzardo.
"Sei impazzita!?" – chiese fingendo a suo modo contrarietà – "Ma perché sei tornata con questa pioggia? Dovevi restare alla reggia…".
L'altra rimase zitta, lasciando ad André la gestione di sella e finimenti.
"Avevo detto al Tenente Girodel di fartelo sapere!" – concluse André, che siera rialzato e la stava osservando.
L'altra era fradicia, lo sguardo piccato si ficcò al fastidioso avversario.
"Si, me l'ha detto. Certo…così tu ti saresti risparmiato di provare di nuovo le nostre scene…" – ghignò lei, sorrisetto quasi sinistro sulle labbra.
"Attenta…non mi provocare! Sai che non è così!" – saltò su André che non ammetteva l'arroganza dell'altra.
Men che meno la sottile provocazione…
"L'ho solo detto perché con questa pioggia poteva essere pericoloso cavalcare e poi potresti ammalarti…ma è possibile che tu ti sia fissata con questa storia della recita…per quel che mi riguarda possiamo provare quelle scene all'infinito se in questo modo ti farò passare dalla testa l'idea che io non voglio recitare con te!".
Oscar non era mai stata arrogante nella sua vita.
Precisa e caparbia e sicura di sé senz'altro ma mai fino al punto di stuzzicare qualcuno - André in particolare – su un argomento che a lei non sarebbe dovuto minimamente importare e che solo alla lontana aveva a che fare con quella maledetta recita.
Questo anche André ormai l'aveva capito ma non riusciva a comprendere perché Oscar si fosse intestardita nel cercare risposte a domande che lei non avrebbe dovuto neppure farsi.
Lei voleva sapere di lui, se lui aveva avuto altre donne, se le aveva baciate…
Perché adesso?
Cosa mai le sarebbe importato saperlo se tanto nella sua testa c'era solo la smisurata ammirazione per il conte svedese!?
Chi di spada ferisce…
Tanto valeva restare al gioco e giocare un po' con quella stessa indisponenza.
"E poi così avresti rivisto Fersen!" – affondò André in tono neutro.
L'altra trasalì…
Che c'entrava adesso il fatto che lei avrebbe potuto rivedere Fersen!?
"Ma perché ti ostini tanto a volermi vedere con lui!? Si può sapere André!?".
Fu lei a domandarlo stizzita, che adesso stava cominciando a perdere la pazienza.
Che André avesse intuito qualcosa?
Forse aveva compreso…
Il dubbio l'atterrì quasi, tanto che indietreggiò, per evitare che lui potesse leggerglielo in faccia quel pensiero.
Che André forse sarebbe stato capace di farlo.
"Vedi…ci siamo fatti la stessa domanda…" – chiosò serafico l'altro – "E siamo arrivati alle stesse conclusioni! Io non devo spiegazioni sulla mia vita e nemmeno tu a me!".
Dannazione…
Che a prendere a fare paragoni si rischia davvero…
Lo sguardo s'aprì, Oscar tentò di mantenersi calma ma il respiro s'era innalzato.
Dunque se Andrè paragonava la loro situazione, altro non poteva significare che ciò che lei pensava accadesse in quella che lui aveva definito la sua vita altro non era ciò che stava accadendo ora nella propria.
Lei, priva di sufficiente coraggio o sfrontatezza per ammetterlo…
E André privo di sufficiente coraggio o sfrontatezza per ammetterlo…
Cosa…
Fersen…
Un'altra donna…
André avrebbe provato affetto per un'altra donna…
Indietreggiò ancora, l'equilibrio minato dalla sgradevole sensazione sgradevole che di li a poco sarebbe finita a terra.
Si fece forza riservando all'altro un unico sguardo severo perché non ebbe proprio il coraggio di replicare aelle insinuazioni.
Se avesse proseguito in quel battibecco André avrebbe avuto la prova di ciò che lei, ostinatamente, tentava ormai da mesi di nascondere a tutti, persino a sé stessa.
"Dammi solo mezz'ora André! Poi vieni nella mia stanza!" – concluse lei, facendo per voltarsi e uscire dopo aver tolto una borsa agganciata alla sella.
"Sai che non posso Oscar…non posso venire nella tua stanza. L'altra sera abbiamo fatto un'eccezione…ma sai che io non…".
"Non preoccuparti…dirai a tutti che il permesso te l'ho dato io. Dobbiamo provare una commedia scritta da sua maestà in persona. Non credo che qualcuno avrà nulla da obiettare. Potrai stare tranquillo André…".
Ennesima frecciata…
L'altro aveva preso a scorgere nel linguaggio inaspettate ed un poco caustiche chiose…
"Che cosa? Cosa vuoi dire posso stare tranquillo!?" - la incalzò lui che ora si stava arrabbiando sul serio.
"Quello che ho detto, che puoi stare tranquillo! Abbiamo la scusa delle prove. Nessuno penserà che hai una tresca con la tua padrona…ci mancherebbe…le tue soddisfazioni le hai già avute no…".
Una luce sinistra scorse negli occhi di Oscar.
Implacabile…
Ora era divenuta implacabile.
Aveva espresso ciò che pensava, alla sua maniera, consentendo ad André di capire, finalmente, suo malgrado, quale fosse il reale intento.
Siccome non era stata accontentata nelle sue curiosità, a buon diritto, avrebbe potuto ricamarci sopra.
Dunque Oscar aveva immaginato che lui non volesse avere nulla a che fare con lei, perché altrimenti, chissà chi avrebbe potuto credere che tra loro ci fosse altro.
Una relazione, una storia o chissà quale tresca…
E siccome una simile situazione avrebbe potuto esser compromettente, lei aveva pensato che lui non volesse correre il pericolo.
Una simile diceria avrebbe potuto danneggiarlo.
Assurdo…
Danneggiane lui…
Non lei…
Oscar aveva la straordinaria capacità di rovesciare i ruoli.
Lei s'era messa in testa che lui doveva avere una vita personale ricca, se così si poteva definire, di soddisfazioni.
Quella vita gli apparteneva e lei non ci doveva entrare.
Neppure per sbaglio.
E in quella vita, lui aveva desiderato baciarla, e lo aveva fatto, togliendosi una delle tante soddisfazioni!
Tutto lì…
Il resto non gli interessava.
Anzi se si fosse saputo di un coinvolgimento tra loro, questo avrebbe potuto creargli dei problemi, in quanto servo.
E, forse, in quanto amante di chissà chi…
Qualcuno che avrebbe avuto qualcosa da ridire sul suo comportamento.
Dannazione, Oscar…ma che diavolo ti sei messa in testa?
Io dovrei temere il fatto che qualcuno potrebbe immaginare una tresca tra di noi?!
E a te…a te non importerebbe se davvero io avessi una persona accanto a me!?
O se si dicesse in giro che lasci che un servo entri nella tua camera di sera…
Credo che questo danneggerebbe più te che me, cara mia…
"Stai dicendo solo un mucchio di assurdità!" – sentenziò André voltandosi.
L'altra aveva già battuto in ritirata.
Un calcio ad un secchio, i cavalli fremettero al gesto di rabbia assolutamente inconsueto.
Dannazione…
Che diavolo stava succedendo?
Perché lei infieriva su quelle tre stupide parole che lui altrettanto stupidamente s'era lasciato sfuggire per non ammettere che c'era solo lei nella sua vita!?
Poteva essere che lei fosse gelosa del fatto che lui avesse riservato ad altre attenzioni che su di lei si erano manifestate solo attraverso un semplice bacio!?
Possibile che fosse gelosa!?
Com'era possibile se lei era innamorata di Fersen?
E perché avrebbe dovuto essere gelosa di lui, se lui non era niente per lei?
Forse allora Oscar si era sentita usata e poi messa da parte…
André l'aveva in qualche modo fatta scendere da quel piedistallo sul quale nemmeno lei aveva mai saputo d'esser salita.
E nemmeno sapeva di voler stare dentro la vita di André.
Ad ogni costo…
Anche se non sapeva di amarlo.
Non lo sapeva e non se l'era mai chiesto.
Chissà s'era così o non era forse la semplice idea di possedere la vita di qualcuno e pensare che quella vita non dovesse avere una direzione diversa dalla propria.
Dove era lei doveva essere lui…
Ciò che pensava e provava lei, per lui doveva essere la stessa cosa.
Tutto andava oltre il senso del possesso.
Piuttosto una sorta di simbiosi istintiva, perché in quella simbiosi di emozioni e d'intenti e di pensieri e di gesti loro erano cresciuti.
E André con le sue parole aveva forse spezzato quella simbiosi.
E lei allora aveva tentato d'opporsi, attraverso quella rabbia che neppure sapeva da dove venisse.
Un respiro fondo.
André si calmò.
Si disse ch'era stato proprio lui, con quella stupida frase sbattuta in faccia ad aver scatenato quel putiferio.
Ad indurla ad immaginare…
Incontri che non c'erano mai stati…
Donne che non aveva mai conosciuto.
E che probabilmente non avrebbe mai conosciuto.
§§§
Bussò piano alla porta della stanza, attese, percepì la voce di Oscar che gli diceva di entrare.
Quasi non credette ai suoi occhi quando la vide, accovacciata vicino al fuoco, immersa nei bagliori della luce che si riflettevano sui capelli liberi, che non c'era stato tempo d'intrecciarli, sulla pelle delle spalle scoperte e della schiena, anch'essa scoperta, mentre il morbido panneggio dell'abito di scena fasciava la vita e le gambe.
"Oscar…ma quel vestito…" – chiese sorpreso, chiudendo piano la porta dietro di sé, incapace di fare un passo.
André rimase lì, le spalle alla porta chiusa, immobile e nemmeno attendeva una risposta alla sua domanda, immerso nell'immagine, tiepida ed evanescente.
Così diversa da quella così poco amichevole con cui s'era scontrato poco prima.
Ecco, adesso l'altra pareva davvero una dea, quasi fosse appartenuta ad un altro mondo, irraggiungibile.
Un essere ch'emanava un'aura di luce, anche se nella stanza l'unico chiarore era quello del fuoco che ardeva nel camino.
"Se devo impersonare la dea Minerva dovrò indossare quest'abito, anche nelle prove…" – spiegò Oscar piano – "Non è facile per me muovermi con questo vestito addosso…già dovrò…".
Lo sguardo un po' perso, come se avesse dovuto affrontare uno sforzo immane.
"…essere disarmata in prima!" – proseguì André di filato a lei, quasi prendendola in giro.
L'altra sollevò lo sguardo verso di lui.
"Non scherzare Andrè…quello non c'entra…non sarà facile per me tirare di scherma così vestita…devo capire come fare per evitare di finire per terra come un'idiota e magari proprio nel mezzo della rappresentazione".
"Ho capito…scusami allora…ma se sei troppo stanca, possiamo anche lasciare perdere per questa sera…" – proseguì lui seppure senza troppa convinzione.
"Basta André…allora vedi che ho ragione io e che sei tu a non voler provare le scene!" – l'apostrofò lei di nuovo irritata.
"E va bene…".
André s'avvicinò, porse la mano per farla alzare.
Un gesto di cortesia praticamente mai occorso tra loro, dato che lei non aveva mai avuto difficoltà a muoversi con i consueti abiti.
Oscar si alzò e lui se la ritrovò davanti, vicinissima, e non potè non correre allo sguardo, le guance un poco rosse, il respiro quasi trattenuto, seppur un poco veloce.
Gli occhi stranamente scintillanti, quasi bruciavano, quasi volessero incenerirlo.
Concordarono la sequenza delle stoccate, anche se lo spazio era molto più ridotto del palcoscenico.
L'importante sarebbe stato tenere a mente i colpi.
Quanto al piglio con cui sarebbero stati tirati, quello sarebbe arrivato al momento e nel luogo giusto.
In realtà non fu lo spazio esiguo a rendere i movimenti meno intensi e profondi e severi.
André se ne rese conto, intuendo che la forza che lei normalmente metteva in un duello, quand'anche fosse stato un semplice allenamento, era notevolmente inferiore.
"Che hai?" – chiese continuando a muoversi.
Oscar non rispose ma quando arrivò il momento dell'affondo finale, André dovette quasi frenare il proprio assalto e controllare l'arma che s'abbattè sulla lama di lei, senza trovare alcuna resistenza, alcuna opposizione, tanto che si spaventò, perch'era come se lei non fosse più in grado di ribattere ai colpi.
Non era da lei, a prescindere dalla stupida battuta sul fatto di farsi disarmare in prima.
La spada cadde a terra, Andrè ebbe solo il tempo di lasciare l'impugnatura della propria, per scivolare col braccio dietro la schiena e sorreggerla ed abbracciarla, mentre lei quasi gli cadde addosso, senza più forza per restare in piedi.
Quello non c'era nel copione…
"Oscar…che hai?" – gridò, mentre vedeva gli occhi chiudersi e la testa abbandonarsi.
Non rispose, il respiro affannato, la pelle di lei calda, caldissima, gli fecero capire che stava male.
"Non è niente…" – mormorò, appoggiata – "Ho solo freddo…".
André corse con la mano alla fronte.
"Tu hai la febbre! Maledizione, te l'avevo detto che ti saresti presa un accidente con quella pioggia!" – imprecò mentre l'aiutava a sedersi sul letto.
Aveva lasciato la mano sulla fronte, bruciava.
Corse agli occhi, lucidi.
"Vado a chiamare mia nonna…accidenti Oscar…tu sei pazza…sei assolutamente pazza!".
Fece per alzarsi, l'altra lo trattenne.
"Lascia stare…è tardi e tua nonna a quest'ora dormirà già. Aiutami solo a togliere questa maledetta cintura. Per il resto me la caverò da sola…" – bofonchiò, la testa un poco bassa, abbracciandosi per il freddo.
"Io dovrei…".
André trattenne il respiro, si disse che fin lì avrebbe potuto farcela.
Si sedette di nuovo accanto a lei e provò ad aprire la cintura.
Quando la tolse, Oscar parve quasi ritrovare il respiro.
"Ma è davvero troppo stretta!" – protestò André – "Così soffocherai e non arriverai mai alla fine della recita…".
"Evidentemente la regina pensa che io sotto l'uniforme porti il busto!" – bisbigliò, quasi ridendo.
Il braccio indicò l'armadio.
"La' dentro c'è una camicia".
"Oscar…io non posso…".
La mano si mosse stizzita.
"Vai…dannazione…ho freddo…basta che me la porti…".
André si risolse ad eseguire quell'ordine ma quando tornò indietro, solo di pochi passi e le porse l'indumento, lei era già crollata da un lato, sul letto, mentre il vestito era scivolato giù dalle spalle ora completamente scoperte.
Se non fosse stato che Oscar aveva avuto l'accortezza di trattenere l'abito davanti a sé, in quel momento André se la sarebbe vista brutta.
In pratica lei si era stesa, senza togliersi l'abito di scena.
E quello era un abito che non copriva un granché.
Bruciava dalla febbre e il respiro era divenuto faticoso e brividi di freddo ora la attraversavano, impietosi e taglienti.
"Oscar…dai alzati…metti questa!".
"Ho freddo" – prese a ripetere, occhi chiusi, senza coscienza.
Un respiro fondo…
Una cosa simile non gli era mai capitata nella vita.
Era accaduto in passato che lui l'andasse a trovare quando da bambina lei si ammalava.
Le faceva compagnia e giocava con lei, finché s'addormentava .
Allora lui restava a guardarla ancora un po' e poi correva via per cercare qualche oggetto particolare da portarle per far passare le ore di noia e sofferenza.
Per tutto il resto si era sempre occupata sua nonna.
S'avvicinò, con fatica la tirò su, facendo in modo che quel benedetto vestito restasse dov'era, giusto il tempo di buttarle sulle spalle la camicia che le fece indossare, infilando prima una manica e poi l'altra e poi chiudendo i lacci del colletto.
E lei stava lì, a capo chino, i capelli coprivano il viso, il corpo pareva un sacco vuoto.
Poi ricadde giù di nuovo.
"Che stai facendo André?" – borbottò, la faccia sulla coperta, rinfrancata dal tepore el tessuto più spesso ad imprigionare il calore.
"Se non sapessi che hai la febbre alta direi che sei ubriaca!" – sentenziò lui a voce bassa, tentando di sfilare l'abito dal resto del corpo, anche se in quel gesto non potè non afferrare delicatamente i suoi fianchi per girarla, quasi fosse una bambola da svestire.
Si muoveva piano André e nei gesti ascoltava quel corpo tante volte osservato, studiato, immaginato, sognato e poi ancora adorato e poi rifiutato, perché era troppa la sofferenza che nasceva e cresceva dentro di lui tutte le volte che ciascuna sensazione s'accompagnava a quella altrettanto dirompente che gli diceva che lui doveva stare lontano da lei.
Non avrebbe nemmeno dovuto guardarla, figuriamo amarla.
Alla fine riuscì ad aprire le coperte e a metterla al caldo.
Le accarezzò la fronte e le chiese se stava meglio.
Vicinissimo al viso…
Poteva percepire il calore irradiato dalla pelle calda per la febbre.
Le labbra più rosse del solito, dischiuse per cercare aria e per respirare, respirare…
"Ho freddo…" – quasi una cantilena, quasi lei non fosse neppure in sé e quella fosse solo la voce del corpo che reclamava calore, in preda ai brividi della febbre.
"Aspettami…torno subito…".
André uscì dalla stanza, recuperò due pesanti piumini.
Poi scese in cucina e prese dell'acqua e un panno e ancora andò a rovistare tra le boccette di medicinali che sua nonna era solita propinargli quando si ammalavano.
Ricordava che lei gli aveva detto che l'estratto di salice bianco era quello che meglio di tutti avrebbe abbassato la febbre.
Ma ormai erano secoli che nessuno dei due era stato male e lui proprio non si ricordava quale fosse la medicina giusta, se non ch'era disgustosa, amarissima e che sua nonna subito dopo allungava una zolletta di zucchero per compensare il saporaccio.
Dopo aver recuperato l'occorrente, silenzioso come un gatto, tornò dentro la camera.
Diede una scorsa al viso di Oscar e poi passò di nuovo la mano sulla fronte.
La febbre se ne stava sempre li, e lei continuava a borbottare ch'era troppo freddo…
André la sollevò un poco imponendole di bere dell'acqua nella quale aveva disciolto qualcosa che all'altra parve veleno.
"Ma che schifezza è questa!?" – protestò, ritraendosi, impedita dal braccio di André che la teneva seduta e l'obbligava a continuare a bere.
"Zitta sciocca! Bevi! Almeno la febbre si abbasserà un poco…".
"Se non mi farai morire prima!" – sentenziò sarcastica, incapace d'aprire gli occhi.
L'adagiò di nuovo, la coprì con i due piumini, uno sull'altro e le mise un panno bagnato sulla fronte, come aveva visto fare sua nonna.
Alla fine di tutta la trafila, tirò un respiro fondo, sperando d'essere riuscito a rimediare al guaio.
Si tirò una sedia vicino al letto e s'appoggiò, andando con gli occhi al respiro di lei, per controllare se diventava più regolare.
Sempre la stessa nenia mormorata…
"E' freddo…".
André rimase in silenzio a quelle parole, sussurrate appena, ma che probabilmente rendevano nella sua essenzialità ciò che realmente lei sentiva e provava in quel momento.
Un freddo doloroso e dirompente.
Di lì a poco iniziò a tremare, come una foglia.
Il freddo correva attraverso quel corpo, quasi a percuoterla, come una frustata.
Una dopo l'altra.
"Al diavolo!".
André si alzò, si tolse giacca e stivali.
Sollevò le coperte e lentamente entrò nel letto.
"Testarda…sei testarda come…come…la tua testardaggine è pari alla tua bellezza!" – sibilò a voce bassa, seppure con rabbia - "Se mi avessi dato retta e fossi rimasta alla reggia…".
"André…" – bisbigliò lei – "Che stai facendo?".
Oscar sentì il proprio corpo spostarsi quasi.
Ma poi lo percepì chiuso.
Chiuso in un abbraccio forte.
Sentì il proprio corpo stretto in un altro corpo che ora era su di lei.
Sentì una carezza sulla schiena, quasi un massaggio che andava e tornava.
E in quel gesto, ogni passaggio portava con sé un calore nuovo, che penetrava nelle ossa e raccoglieva i brividi e portarseli via.
E poi un altro passaggio.
Sulle spalle e sulle braccia.
Carezze forti ed intense, affatto leggere. S'abbandonò ad esse, cadenza capace di distrarla e cullarla ed allontanarla dal dolore che fino a qualche istante prima sentiva scorrere nelle ossa e nei muscoli.
"Che stai facendo?" – chiese di nuovo, a voce bassa, ad occhi chiusi.
"Niente…sto cercando di scaldarti…come stai?".
"Meglio…" – un respiro fondo – "Meglio…".
Il respiro affannoso parve calmarsi un poco.
"André?".
"Che altro c'è?".
"Scusa…".
"Scusa di cosa?".
"Scusa se ti ho fatto preoccupare…e scusa se sono stata invadente…".
Invadente…
Sciocca!
"Scuse accettate! Dormi adesso!".
Oscar si sentì avvolta dall'abbraccio che pareva aver inondato i muscoli, la mente, il cuore e l'anima.
Le carezze scivolavano vive a calmare i brividi, ad ammansire la rabbia.
Era come s'esse fossero scivolate sul cuore oltre che sulla schiena.
Smise di tremare, di contro alla frescura sulla fronte, il panno rinfrescato ed appoggiato lì.
E Andrè, anche quando lei smise di tremare, non riuscì a staccarsi da quel corpo che ora stava disteso, abbandonato al sonno, tranquillo, come se tutto intorno si fosse fermato e nessuno, nessun demone, di febbre o di gelosia, avrebbe potuto perquoterlo o distrarlo.
Le carezze si fecero più dolci, intense e leggere.
Come se fosse lui a potersi permettere d'indugiare sulla consistenza della pelle, sulla linea delle curve, dei fianchi.
Non si spinse oltre, assaporando su di sé il calore irradiato dal corpo e la sua dolcezza e la sua tranquillità.
"Sei tanto bella Oscar…sei tanto bella quanto testarda amore mio…" – sussurrò piano André.
S'appiattì contro di lei.
Contro la schiena.
Poi, con un balzo della mente, si permise solo di scostare un poco i capelli dalla nuca di lei e di posare le labbra, leggere, sul collo bianco e ora calmo.
Rimase in ascolto del sangue che scorreva, del respiro silenzioso e ritmato.
Chiuse gli occhi e si addormentò, scorgendo appena, dalle persiane chiuse, la luce dei fulmini che rischiarava il pavimento della stanza.
Sei tanto bella...
Sei tanto bella quanto testarda!
§§§
Gli occhi spalancati alla luce calda del mattino che inondava la stanza.
Si tirò su a forza, sedendosi sul letto.
Lo sguardo sbarrato, cominciò a guardarsi attorno per capire dove fosse e cosa fosse accaduto, spinta dal vago ricordo che galleggiava nella mente, incapace però quest'ultimo di fare altrettanta luce sulle ore appena trascorse.
Un tuffo al cuore…
La mano allungata a lato del letto…
Cercò…
Qualcuno…
Si voltò, il letto era vuoto.
Le coperte erano tirate su e tutto appariva in perfetto ordine.
"Che diavolo è successo?" – si domandò a voce alta, mentre vide in grembo il panno ormai asciutto, scivolato dalla fronte.
Lo prese passando la consistenza tra le dita.
Che diavolo è successo ieri? – mormorò di nuovo.
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