"Sto per morire", bofonchiò una Kate affranta e sfatta con una guancia appoggiata al tavolo della sua cucina.
Era appena passato mezzogiorno. L'ora peggiore per chi non ha avuto un buon risveglio: il sole è alto nel cielo, la gente è odiosamente piena di vita.
"Una cella frigorifera dell'obitorio è già pronta ad aspettarti", le rispose Lanie, per niente impressionata.
Era passata da lei dopo aver ricevuto messaggi confusi che parlavano di fughe, uomini famosi e molta, moltaautocommiserazione.
"Non devo per forza morire di morte sospetta", si inalberò Kate con le ultime forze che le erano rimaste.
"Sei giovane e in perfetta salute. Se muori all'improvviso dovrò farti un'autopsia", le fece notare l'amica, impassibile.

Kate grugnì qualcosa di incomprensibile.
Si sentiva malissimo. Peggio di come fosse stata mai nella sua vita da che aveva memoria.
La notte precedente era corsa in strada con la certezza di aver sbagliato tutto. Non sarebbe dovuta scappare in quel modo, ragionava a ritroso.
Non avrebbe dovuto fare quello che aveva fatto. L'aveva... sedotto! Come era stato possibile? Chi c'era dentro al suo corpo? Le avevano impiantato qualcosa che la faceva agire in modo sconsiderato?
Luinon doveva indurla a compiere azioni sconsiderate.
Lui avrebbe dovuto fermarla. Non avrebbe dovuto invitarla. Non avrebbe dovuto farsi trovare in libreria. Non avrebbe dovuto esistere.
Ecco qual era la soluzione.

Confusa, spinta dall'urgenza di fuggire il più lontano possibile da lui e da se stessa, senza nemmeno sapere in quale parte della città fosse, aveva fermato un taxi, si era fatta portare a casa e si era infilata a letto senza struccarsi, sapendo di compiere un crimine contro la sua pelle che l'avrebbe punita quando fosse stata anziana.
Era strisciata fuori dalle coperte solo per aprire la porta a Lanie.
"Mi viene da vomitare", si lamentò con voce lugubre.
"Ti terrò la testa. Sono un medico".
Kate si alzò di scatto, provocandosi fitte lancinanti.
"Non sei di nessun aiuto", la rimproverò.
"Non finché non so cosa è successo", le rispose calma e ragionevole. "Hai bevuto?".
"Non tanto".
"Non tanto per un essere umano o non tanto per te?".
"Per me".
"Allora tanto".
"Non è quello il punto", replicò piccata Kate.
Lanie andò al lavandino, prese un bicchiere, lo riempì di acqua fredda del rubinetto e glielo fece scivolare davanti.
"Bevi. Sei disidratata", le ordinò.
Kate bevve. Lo stomaco si rivoltò nella sua sede.
"Racconta".
"Sono... ho incontrato un uomo. Siamo... stati insieme". Non si era mai vergognata tanto.
"È il caso di ridursi così? A me capita spesso".
Kate le lanciò un'occhiata di fuoco.
"A me, no".
"Perché conduci una vita noiosa. Vai avanti. È carino?".
"È Richard Castle".
"Che cosa?!".
La voce di Lanie le penetrò nel cervello e le distrusse tutti gli ultimi neuroni sopravvissuti. Emise un gemito di dolore, tornando ad appoggiare la fronte al legno.
"Richard Castle, lo scrittore? Ho letto tutti i suoi libri!".
"Anche io", rispose Kate con voce dall'oltretomba. Non solo quelli, arrivati a questo punto.

Lanie fece una pausa sospetta.
"Allora sei tu!", gridò di nuovo facendola sobbalzare.
"Sono io... cosa?".
"Sul giornale". Si alzò e prese il quotidiano che aveva lasciato sul mobile all'ingresso, entrando.
La situazione poteva anche essere peggio di così? Signore, uccidimi. Adesso.
L'ansia le fece tornare un po' di colore sulle guance pallide.
"Sono... sul giornale?!".
La sua vita era finita, per sempre.
"No. Non esattamente. Di spalle".
Arraffò il giornale, che solo il giorno prima aveva letto convinta di essere superiore al resto del mondo, lo aprì alla pagina incriminata e si vide.
Non era riconoscibile. Per fortuna. Ma, lei che l'aveva vissuto, riconobbe se stessa fuggire via dalla festa con lui, voltato verso di lei a sorriderle.
Sorrise in automatico anche adesso, rivedendolo sulla carta stampata. Lanie la stava osservando con attenzione.
"Siete carini. Non pensavo che il tuo armadio contenesse un vestito decente", commentò cauta.

"Voglio sapere tutto", riprese dopo qualche momento di pausa, visto che Kate non si decideva a proseguire.
"Mettiti del ghiaccio in testa, bevi un caffè triplo, torna lucida in qualsiasi modo. Voglio. I. Dettagli".
Kate non aveva la minima voglia di ripercorrere la serata in tutto il suo splendente imbarazzo.
Dovette farlo, perché l'amica era passata rispondendo a una sua richiesta di aiuto e non poteva lasciarla a bocca asciutta.
Raccontò tutto, senza tralasciare nulla e ammettendo tutte le sue responsabilità, dall'inizio fino all'ingloriosa conclusione di lei che seduceva e poi abbandonava uomini in strada, così come riassunse alla fine Lanie, divertita.
Kate non si stava divertendo per niente. Glielo disse, seccata.
"Perché sei ridotta così? Non è stata una bella serata?".
Kate ci rifletté sopra. Era stata una bellissimaserata. Non era però quello il punto, le spiegò.
"Qual è il punto?".
"Io non faccio queste cose".
"L'argomento della tua vita monastica è già stato trattato".
Kate le lanciò un'occhiata di fuoco, che non venne colta.
"Sono stata... È stato... ". Non le venivano nemmeno le parole.
"Normale? Sano? Perfino eccitante?".
Kate non voleva assolversi.
"L'ho lasciato...". Chiuse gli occhi al pensiero di come lui fosse stato... perfetto. E lei l'aveva piantato in asso.
"Sono stata scortese ad andarmene così".
"Beh, non credo che, a fronte di quello che avete fatto, lui adesso si stia focalizzando sulla tua scortesia".
"Lui è stato gentile", obiettò.
"Vuoi mandargli un mazzo di fiori per ringraziarlo?", le chiese Lanie prendendosi gioco di lei.
"Smettila! Non mi sei di aiuto".
"Perché non capisco il problema. Hai incontrato un uomo. Bello, ricco e famoso, d'accordo. Sei stata più fortunata della maggior parte di noi. Siete stati insieme. Ti è piaciuto. A lui pure, e lo si presume dal fatto che ti è corso dietro".
Kate convenne a malincuore.
"Però è finita lì. È stata una cosa piacevole, ma ora si è conclusa. Non è così tragica".
A Kate non piacquero per niente queste ultime considerazioni. Lanie non poteva banalizzare così quello che le era successo. Non era "stata con un uomo". Era stato di più.
Lo sapeva. Avrebbe dovuto tenerlo per sé. La gente non capisce mai.
Lanie la osservò adombrarsi e trasse le sue conclusioni.

"Oh", disse soltanto, intendendo molto di più di quello che il monosillabo prevedesse. Lo capì anche Kate.
"Oh, cosa? Parla chiaro".
"Ti piace".
"Beh, certo, è Richard Castle, certo che mi piace. Mi piaceva anche prima. Come scrittore".
"No, no, amica. Ti piace oltreil fatto che è uno scrittore e oltre l'esserti fatta un bel giro in auto, se mi permetti di parlare senza metafore".
"Assolutamente no", si indignò Kate.
"Sì, cara. Ti piace e molto. Non solo per una sera. E questo è un bel problema".
"No. Ti sbagli".
"Io non mi sbaglio mai. Soprattutto in questo genere di cose. Kate, ascoltami bene. È stato bello e divertente. Ma a lui piacciono le donne. Tutte.E tu... sei tu. Non può funzionare".
"Non voglio che funzioni! Non so nemmeno di che cosa tu stia parlando. Io voglio solo cancellare quello che è successo e non rivederlo mai più".
La faccia impenetrabile di Lanie le disse che non credeva a una sola parola di quello che aveva appena ascoltato.

Lanie se ne era andata. Kate si era fatta una doccia, aveva cambiato le lenzuola (perché era il giorno in cui lo faceva sempre, non per togliere qualsiasi memoria sensoriale della notte precedente) ed era tornata a letto.
Lo stomaco era ancora in subbuglio. La mente fuggiva dai sentieri in cui voleva imbrigliarla e continuava a ripercorrere senza sosta gli eventi del giorno prima.
Lui in libreria.
Lui alla festa.
Lui in auto. Non mentre... succedeva quello che non sarebbe dovuto succedere. Ma dopo. Quei minuti in cui l'aveva stretta e lei non si era sentita usata. Non si era sentita la donna di una sera, quella da salutare dopo... non seppe come finire la frase. Dopo aver fatto sesso, si impose di dire ad alta voce.
Era successo solo quello. Aveva ragione Lanie, era una cosa normale.
Era perfino successo anche a lei, qualche volta, in passato.
Non così.

No, non era stato solo quello. A meno che lui non facesse così con tutte. Ripensò di nuovo alla sequenza di avvenimenti. Non c'era niente in fondo che le facesse intuire che lei era stata diversa, o speciale. Tranne... dopo. Quando l'aveva abbracciata come se non volesse lasciarla andare. Quando si era preoccupato che lei stesse bene. Quando non si era staccato emotivamente da quello che era appena successo (che lei aveva iniziato), ma era rimasto presente. Vicino.

Sto esagerando, si convinse. Vedo cose che non esistono. Non sono una testimone affidabile. Forse mi aspetto che la normalità sia un uomo che dopo il sesso apra la porta e se ne vada, senza nemmeno guardare in faccia la donna con cui è stato e lui mi sembra aver fatto chissà cosa. Forse è così che funziona. Se fossi rimasta abbastanza a lungo, forse si sarebbe congedato da me come fa sempre con tutte.
Non era un pensiero lusinghiero, ma era forse quello più onesto.

Inoltre, non cambiava le cose. Lei non voleva rivederlo mai più, nemmeno se avesse saputo come rintracciarlo. Non poteva permettersi di essere così scombussolata e turbata dopo una serata trascorsa a divertirsi. Doveva andare avanti con la sua vita. Non poteva lasciare che l'esterno penetrasse nella sua esistenza ordinata e faticosamente costruita.