Capitolo VIII.
Voti da non infrangereAlbus guardò l'orologio magico, che aveva realizzato sul modello di quello di Molly Weasley. La lancetta che indicava Gellert non era 'al lavoro', e 'neanche in viaggio', ma era ferma da un po' di tempo su 'affari'. Di quale natura, Albus lo ignorava.
Era infine riuscito ad alzarsi, decidendo che non sarebbe stato opportuno avvertire Sal, o Harry, della visita di Gellert. Più tardi, se n'era pentito.
Il nuovo Ministro, Judy Sanders, era probabilmente stata Confusa da Gellert: aveva già firmato e inoltrato, senza battere ciglio, tutte le modifiche più estreme alla Legge per la Salvaguardia Magica, che di fatto impediva l'accesso ai Babbani a molti posti – sempre più numerosi – modificati dalla magia, o che utilizzavano la stessa: scuole, ospedali, teatri, negozi. Inoltre, la fase B prevedeva la riassegnazione di alloggi ai Babbani che abitavano in paesi e comunità prevalentemente magiche, che, di fatto, equivaleva a uno sfratto. La fase C, infine, stabiliva la creazione di altri siti esclusivamente magici, nonostante i maghi fossero in numero nettamente inferiore rispetto al passato, con la motivazione che 'la lontananza da tecnologie, elettricità e apparecchi di produzione Babbana' avrebbe, secondo esperti Medimaghi, contribuito al ripopolamento magico. Albus dubitava che gli esperti Medimaghi citati fossero la maggior parte, e anche che le loro parole non fossero state manipolate.
L'opinione pubblica, composta in gran parte da Babbani, non l'avrebbe presa bene, ma la campagna pubblicitaria condotta dall'Ufficio Pubbliche Relazioni aveva una certa efficacia: i maghi proteggevano i Babbani da 'creature pericolose, quali draghi, Dissennatori e giganti' (visto che ci voleva un'intera squadra di Auror per abbatterne un solo esemplare, e che questo avrebbe danneggiato i rapporti del Ministero con la sezione "Creature, essere e spiriti", che li tutelava, garantendogli apposite aree montuose, Albus nutriva delle serie perplessità in proposito), sveltivano noiosi procedimenti burocratici e collaboravano alle indagini poliziesche, snellendo e rendendo più efficiente il processo della cattura dei criminali. Ovviamente, il rapporto non menzionava che i crimini anti-Babbani, da parte della popolazione magica, erano aumentati nell'ultimo periodo.
Doveva riconoscere, però, che lo stile di Gellert sortiva un certo effetto: manifesti in cui splendidi esemplari di cigni, volpi rosse con occhioni teneri e spaventati e pavoni albini si contrapponevano all'immagine di un mago e una strega spaventati e deperiti, con su scritto a caratteri cubitali "A rischio di estinzione", facevano presa sugli elettori più sensibili. Soltanto dei cuori di pietra odiavano gli animali, e da lì a considerare che i maghi dovevano essere difesi, in quanto persone dalle capacità speciali, il passo era davvero breve.
Albus non aveva potuto fare nulla per fermare la campagna; i volantini erano già stati spediti, i manifesti affissi, e i decreti già approvati dalla maggioranza del Parlamento babbano – si chiese se alcuni membri non fossero stati Confusi da Gellert, o dai suoi collaboratori più stretti, tra i quali lui, ormai, non poteva più annoverarsi – sarebbero stati pubblicati a breve.
Sia per scrupolo, che per la convinzione di non potersi arrabbiare più di così, aveva fatto visita alla clinica privata in cui era stato ricoverato l'ex Primo Ministro Babbano, fautore di una strenua opposizione contro il Ministero della Magia, che, nelle sue parole, 'mirava a una recrudescenza dell'odio razziale, diretto verso la maggioranza della popolazione, ovvero quella non-magica, presumibilmente come vendetta per i secoli di clandestinità vissuti dai maghi'. Clandestinità di cui i Babbani, non sapendone ovviamente nulla, non erano da ritenersi colpevoli. Se Albus fosse stato un Babbano, lo avrebbe appoggiato di cuore.
Il Ministro Coleman, ormai l'ombra di se stesso, doveva essere aiutato a mangiare e ad andare in bagno, era alimentato da flebo e le sue condizioni erano, secondo il personale che aveva accolto Silente con deferenza mista a timore, troppo instabili perché potesse ricevere visite. Albus lo aveva osservato attraverso il vetro, poi se n'era andato, la furia e la delusione che si davano battaglia dentro di lui, attorcigliandogli lo stomaco. Era impossibile che un uomo sulla cinquantina, energico e in salute, si fosse ridotto in quello stato per un blando 'esaurimento nervoso'. Doveva essere opera di Gellert. E lui sapeva che Albus l'avrebbe scoperto. Era quella la parte peggiore. Lo aveva messo di fronte al fatto compiuto, come a sbeffeggiarlo, schiaffeggiandolo con violenza e ridendo. "Ecco cosa ho fatto senza di te! Lo vedi, cosa ho realizzato? Come sono stato bravo?"
Gellert continuava a schernirlo mentalmente. E lui, Albus, non aveva fatto nulla per impedirlo. Era stato negligente, aveva creduto alle rassicurazioni e ai rapporti che gli facevano Gellert e il loro staff – ormai, sempre più team Grindelwald – e si era occupato di quel che faceva sempre. Compiti di rappresentanza, cene di gala, noiosi discorsi settimanali, pile di burocrazia a non finire, smaltite soltanto da un efficace lavoro di bacchetta; rassicurazioni benevole al mondo magico e babbano, con i gentili occhi azzurri e un sorriso di circostanza. Gellert aveva ragione, era rimasto il vecchio professore che ispirava fiducia e che incarnava una presunta idea di bene e tranquillità. Se c'era Albus Silente che salutava in copertina sul Profeta, allora era tutto a posto, si poteva dormire sereni.
Albus non era più un venerabile vegliardo un po' distratto – anche se lo era stato, distratto, e irreparabilmente – ma un uomo prestante e alla moda, nelle sue attillate giacche di pelle di drago e i lunghi capelli ramati sciolti sulla schiena, che occasionalmente tornava a mettere gli occhiali a mezzaluna per darsi un contegno. Ecco quello che era diventato: un'icona, anzi, un fantoccio spogliato della propria considerevole forza. Si chiese dove fosse finita. Da qualche parte dentro Gellert, tra le sue braccia, nell'amore che aveva riversato in lui ogni giorno. Aveva creduto fortemente che, mantenendolo felice e attivo, e sempre occupato sul campo, il compagno non si sarebbe annoiato, che la routine ministeriale non gli sarebbe pesata... che sarebbe stato felice accanto a lui.
Si era illuso clamorosamente. A Gellert non sarebbe mai bastato niente, neanche l'universo offertogli in pianta di mano su un piatto d'argento, neanche il dominio assoluto su entrambi i mondi. Se la popolazione magica fosse aumentata, avrebbe voluto che soppiantasse quella Babbana, sognando un mondo di soli maghi. Albus sapeva che Gellert bruciava di energie e insoddisfazione, che nella sua mente l'infinità di ciò che poteva realizzare collideva con la piccolezza di ciò che stava realmente facendo, che sembrava irrimediabilmente poco, banale e trascurabile. Sapeva che avrebbe voluto rendersi immortale, che non avrebbe mai designato un successore. E che non avrebbe mai voluto figli, per quanto Albus li desiderasse. Gellert odiava i bambini, e anche i ragazzini li considerava fastidiosi e molesti. Voleva che si sbrigassero a crescere, e che facessero qualcosa di utile. Diceva che non sognavano più in grande, che non avevano ideali.
Albus tornò a pensare a Sal, chiedendosi se fosse al sicuro.
Percorse la stanza fino al trespolo vuoto di Fanny, che accarezzò tristemente.
"Perdonami... per cosa sono diventato."
Ricacciò indietro le lacrime. Aveva scelto di sperare e di vivere, credendo sempre il meglio del prossimo. Doveva farlo, non aveva alternative. Aveva amato Gellert, lo avrebbe sempre amato. Non ci sarebbe mai stato nessun altro per lui.
Tutte le scelte della sua vita, nel bene o nel male, erano state plasmate dall'amato. Diventare Preside e rinchiudersi a Hogwarts, per non essere nuovamente sedotto dal potere, come lo era stato da Gellert. Cercare i Doni della Morte. Creare un Horcrux dall'omicidio dei Babbani che avevano fatto impazzire la sorella. Sconfiggere il suo unico amore, dopo lunghi anni di una guerra che Albus, forse, avrebbe potuto fermare prima, se avesse avuto il coraggio di affrontarlo. Ordinare che non gli venisse riservato il Bacio del Dissennatore, ma che fosse rinchiuso in prigione per il resto dei suoi giorni, perché potesse pentirsi. Infine, tornare in vita due volte, e sempre per stare insieme a lui, illudendosi che quella volta sarebbe stato diverso...
Gellert non sarebbe mai cambiato, era un fiume impetuoso che non poteva essere contenuto da nessuna diga. Eppure, proprio per questo lo amava...
"Che cosa ho fatto..."
Stava rovinando il mondo che gli era stato affidato.
Perché Gellert non tornava? E come doveva comportarsi con lui? Sfidarlo per poi sconfiggerlo, rinchiuderlo ed esporre le sue malefatte? Si chiese se ne avrebbe avuto il coraggio. Non sarebbe valso a niente, però, visto che la sua legge era comunque passata. Tutta l'opinione pubblica magica era dalla sua parte, e perfino una buona fetta di quella babbana. Le donne stravedevano per lui, i ragazzi lo imitavano, e tra i più giovani essere gay era quasi diventato di moda, perché Gellert lo era. Almeno, la situazione dei diritti degli omosessuali, con due di loro al potere, era notevolmente migliorata: le coppie dello stesso sesso erano finalmente considerate normali.
Ad ogni modo, se Albus si fosse schierato contro di lui, ne sarebbe uscito sconfitto, anche se lo avesse vinto in duello. Nessuno gli avrebbe dato credito. Nessuno, a parte Harry... ma che altro poteva fare? Parlare con Gellert era inutile. Ormai tra loro due esisteva un'esclusiva, totale forma di comunicazione: il sesso. Quello funzionava come al solito, anzi, era sempre più intenso.
Per tutto il giorno Albus se l'era sentito dentro, con il suo tocco, le sue parole d'amore. Faceva ancora più male, sapere di essere tradito dalla persona che amava, e di aver accondisceso a ogni cosa volesse. Amore...
"Albus." Gellert era lì, fradicio, l'espressione stravolta. I riccioli biondi gli si erano incollati al collo e alle guance, il soprabito era storto e spiegazzato.
"So tutto, Gellert" disse lui, piano.
Gli occhi verdi si dilatarono, agghiacciati, e per un attimo sembrò fragile e spaventato, com'era da ragazzo. Era da tanto che non gli mostrava quell'espressione vulnerabile, che ad Albus faceva soltanto venir voglia di abbracciarlo stretto e baciarlo. L'aveva avuta per la prima volta quando aveva ucciso, poi dopo l'incidente con Ariana. Quando Albus l'aveva sconfitto in duello e, infine, quando Gellert si era pentito, riunendo la sua anima divisa. Ma non bastava non uccidere per essere una persona migliore, Albus avrebbe dovuto saperlo...
"Lui... te l'ha detto?" Gellert tremava, scosso dai brividi. "Ti giuro che non volevo, Albus. Ti prego, perdonami. Non era mai successo prima, lo sai. Non posso mentirti su questo, non..."
"Chi doveva dirmi cosa?" indagò Albus, gli occhi stretti. Aveva creduto di non potersi sentire peggio, ma si sbagliava. La furia lasciò il posto a una controllata, glaciale freddezza. Il suo sguardo divenne di nuovo penetrante e affilato, come non lo era da tempo.
Gellert sbatté le palpebre, rendendosi conto di aver commesso una colossale gaffe.
"Ti riferivi... sei stato al Ministero, vero?" Il suo tono tradiva sollievo, si reso conto Albus, come se aver agito per tutto quel tempo a sua insaputa e aver deciso da solo sul destino del mondo magico e babbano fossero inezie facilmente risolvibili.
"Proprio così. Il Ministro Babbano che sembra pronto per una vacanza al Reparto Lungodegenti del San Mungo, la campagna animalista del 'salviamo i maghi dall'estinzione', il ritorno della segregazione razziale applicata ai Babbani..."
"Stai esagerando, lo sai che dobbiamo difenderci..."
"Lo dicevi anche da giovane. Lo dissero anche i Mangiamorte."
"Hai ragione, avrei dovuto chiederti consiglio. Mi sei sempre stato d'ispirazione."
Gellert sorrise, ma Albus si sentì ribollire. Avrebbe voluto cancellargli quel sorriso dalla faccia. Insieme alla sua incredibile bellezza, al suo fascino magnetico e al modo sottile che aveva sempre avuto di manipolarlo. Gli aveva trovato giustificazioni per tutta la vita, ed era così stanco...
"Sei davvero convinto di poter fare pace dopo questo? Non puoi cavartela così."
"Albus. Siamo in ballo insieme. Tu mi hai voluto al tuo fianco, non come consorte, ma come co-Ministro. Riusciremo a trovare un accordo, anche se posso aver esagerato..."
"Ma è questo il punto, Gellert: continuerai a farlo. Quello che hai fatto ti sembra niente, mi parli come se dovessi convincere un cavallo recalcitrante. Non sarò più il tuo burattino! Quello che hai fatto... hai Confuso il Primo Ministro, la sua sostituta è sotto Imperius, così come parte del nostro staff e del Parlamento Babbano; hai passato leggi che non avrebbero mai avuto la maggioranza, e questo tu lo chiami 'esagerare'?"
"Andiamo, Albus. Anche se quello che dici fosse vero, come potresti provarlo? È la mia parola contro la tua, e se ci mostriamo divisi ora, quando siamo ad un passo dal raggiungere..."
"Cosa? Il potere? Ma lo avevamo già! Tu invece vuoi la dittatura, l'hai sempre voluta, e quando l'avrai non ti basterà più!"
"Sono sempre stato ambizioso, lo ammetto..."
"Potrei farti mettere sotto processo. Ne ho la facoltà. Nessun nostro inferiore può farlo, ma io, come tuo pari, posso." Albus inspirò profondamente. Sarebbe stato difficile ma, arrivati a questo punto, quali opzioni gli restavano?
"No che non puoi. Non più" annunciò Gellert, trionfante. "Non sei passato all'Ufficio per l'Applicazione della Legge Magica, vero?"
Albus rimase paralizzato. "Cos'altro hai fatto?"
"Nulla che richieda l'uso della violenza, ma la cara Hermione era livida. I suoi capelli, dovevi vederli, emanavano più elettricità di una centrale..." Gellert sorrise affettuosamente al ricordo.
"Che cos'hai fatto, Gellert? Non te lo chiederò un'altra volta." Albus estrasse la bacchetta.
Il compagno restava ancora a distanza, non osava avvicinarsi. Un sorriso gli aleggiava sulle labbra, incerto, tuttavia non era ancora pienamente se stesso. Recitava, forse l'aveva sempre fatto, solo che Albus era stato troppo stupido per accorgersene.
"Ho fatto passare l'immunità totale. Per entrambi."
"Cosa?"
"Neanche tu puoi mettermi sotto processo, Albus. Finché sono Ministro della Magia, farmi arrestare è impossibile" dichiarò Gellert, trionfante.
"Questo non è possibile! Già sull'immunità parziale avevo qualche dubbio, ma che l'uno fosse garante delle azioni dell'altro... questa doveva essere una certezza, Gellert!"
"L'uno è garante dell'altro, suo protettore e custode" specificò Gellert. "Il nostro è stato un matrimonio magico. Ci sono dei precedenti, Albus. Implica fiducia totale, protezione e supporto. Finché siamo sposati, non possiamo accusarci a vicenda. È un cavillo legale, ma non di poco conto, e l'ho fatto mettere per iscritto. La nostra magia ne esce rafforzata, se ci supportiamo vicendevolmente. Attraverso l'amore, il rispetto reciproco, e... beh, i doveri coniugali."
Albus aggrottò la fronte. Non era da Gellert, mostrare imbarazzo su quel frangente. Anzi, era fin troppo audace e spaccone, a quel proposito, tanto che a volte lo faceva arrossire in pubblico, e si divertiva anche a farlo. "Puoi sempre dimetterti."
"Non ne ho la minima intenzione."
"Dirò ciò che hai fatto, lo farò trapelare, e l'opinione pubblica chiederà le tue dimissioni..."
"Non lo farà, mi adorano tutti."
"Allora chiederò il divorzio."
"Su quali basi? Siamo innamorati, il nostro legame non può essere sciolto così facilmente. Il nostro incarico si basa sulla nostra unione. Se finisse, perderesti il potere anche tu. Pensi davvero che altri farebbero di meglio? Dobbiamo trovare un accordo. L'abbiamo sempre fatto, Albus. Al di là di banali quisquilie tecniche, sai che io sono l'unico, per te. Abbiamo superato così tanto. Ce la faremo anche stavolta."
Albus lo lasciò avvicinare. Si sentiva in trappola. Eppure sapeva che Gellert l'aveva incastrato, che avrebbe riconquistato il suo ascendente su di lui, anche quella volta... non voleva lasciarglielo fare, non doveva. Il compagno si avvicinò, gli occhi stretti dalla malizia e le labbra generose piegate in un sorriso. Gli accarezzò la guancia con il palmo, eppure c'era qualcosa di stonato nei suoi movimenti, in genere così sicuri. Gellert era ancora fradicio e scosso dai brividi, ed evitava di guardarlo direttamente. Lo strattonò e lo baciò con violenza, ma Albus sentì il sapore del tradimento, in quel bacio.
"Gellert. Che cos'hai fatto?" Lo allontanò bruscamente, di nuovo lucido. Gli arrivò una zaffata di profumo scadente, e un altro odore più sottile e penetrante, non del tutto nascosto dalla pioggia.
"Possiamo lavorare insieme. Ricominciamo da capo, se vuoi... sono così stanco. Perché non ne parliamo domattina?" Evitò di nuovo il suo sguardo e gli diede le spalle, a disagio.
"Dove sei stato? Di quali affari dovevi occuparti?" Albus lo raggiunse e lo voltò, inclinandogli il viso e costringendolo a guardarlo.
"Oh. Quel dannato orologio. Sono stato a Hogwarts, poi... ho dovuto sistemare una questione."
"Hai visto Sal?"
"Sì. Gli ho dato il Misuratore. Quel ragazzo nasconde più di un segreto, lo sai?"
"Non m'interessa. Gellert... appena rientrato, hai detto di aver fatto una cosa che non hai mai fatto prima, qualcosa che richiedeva il mio perdono" ricordò Albus, sforzandosi di restare calmo.
"Te l'ho detto..."
"No. So che non ha niente a che fare con la politica. Sono anni che continui a mentirmi in quel campo, non sarebbe una novità."
"Albus..."
"Hai fatto del male a Sal?"
"Io..."
"Rispondi!"
"Ok, forse l'ho spaventato un po', ma..."
"Sta bene? Che cosa gli hai fatto?"
"Niente! Davvero, volevo solo sapere..."
"Cosa?"
"Il suo sangue! Merlino, Albus, anche tu tieni dei segreti! Lo sapevi, e non me l'hai detto! Contiene in sé l'anima di Voldemort, ma non è come un Horcrux: è dentro, capisci? Parte di lui, in lui. Non potrà mai liberarsene. E c'è una seconda presenza oscura intorno al ragazzo, sapevi anche questo?"
"Forse dovrei augurarmi che Salazar ti sconfigga, come temi, visto che io sembro incapace di combatterti" sussurrò Albus, ignorando le sue accuse. Il cuore gli batteva in gola come un tamburo. Si sentiva prossimo a una rottura definitiva, a una catastrofe...
Anche Gellert doveva aver letto la sua espressione. Di nuovo quell'aria impaurita, quel tremito nella voce. "Tu mi ami, e io amo te. Ricordatelo sempre, Albus."
"Cos'hai fatto a Salazar?" insisté lui.
"Nulla. L'ho lasciato a Hogwarts ore fa. A proposito, sapevi che l'ho trovato ad amoreggiare con il piccolo Malfoy?"
Albus sollevò un sopracciglio, ma non disse nulla.
"Lo adora, gli stava proprio sotto... in tutti i sensi."
"Beh, Salazar è diventato un bel ragazzo, suppongo" commentò Albus, distratto.
Lo sguardo di Gellert gli sfuggì di nuovo. Aprì bocca, ma non gli uscì alcun suono.
"Sei attratto da lui" realizzò Albus, pietrificato. "Gli hai fatto qualcosa!"
"No! Albus, no, io..."
"Hai un odore sconosciuto addosso, rientri tardi, con l'espressione stravolta, e mi dici che mi ami e devo perdonarti, per qualcosa che non è mai successo prima..."
"Non è come pensi."
"Mi hai tradito" concluse Albus, deluso per quelle scuse così misere, perché anche una mente straordinaria e una personalità così creativa ricorreva a quelle banali frasi fatte, che non avrebbero mai convinto nessuno. "Sei stato con Salazar. Il figlio di Harry... no, non puoi averlo fatto! Lui ti detesta, non vorrebbe mai..." Non ce la faceva neanche a guardarlo, orripilato da chi aveva davanti.
"Lo so! Sono stato a Londra, Albus! È vero, l'ho lasciato ore fa."
Albus annuì, ma non si placò. "Allora, cosa gli hai fatto?"
"Niente. Non a lui..."
"Allora a chi, Gellert?"
"Un ragazzo. Non so nemmeno chi sia."
"Oh, questo è molto confortante" osservò lui, gelido.
"Non fare così..." lo supplicò Gellert, gli occhi lucidi. Allungò una mano verso di lui, ma Albus si allontanò di scatto.
"Dimmi la verità, almeno una volta della tua vita!"
"Volevo testare una cosa... pensavo che la magia oscura di Sal fosse pericolosa, volevo soltanto capire meglio... Albus, ti giuro! Mi sono ricordato di quel posto, uno di quelli nel West End... insomma, hai capito, dove paghi e puoi avere quello che vuoi... ma non volevo andarci a letto, davvero! È capitato e basta..."
"Mi hai tradito con un ragazzo che somigliava a Salazar" realizzò Albus, inespressivo.
"Sì... più o meno, ecco... senti, Albus, non doveva succedere, va bene? Sono stato... debole, era così bello, lui mi è saltato praticamente addosso, capisci..."
"Era bello, dunque" ripeté, con il sarcasmo più tagliente di cui era capace.
"Lo hai detto anche tu, che lo è..."
"Posso accettare che l'uomo che ho sposato sia un bugiardo, megalomane, narcisista, in preda a deliri di onnipotenza..." Albus s'interruppe, il fiato corto. "Ma non questo. Hai rovinato l'ultima cosa ancora solida che avevamo. Sei un traditore. Peggio ancora, un pervertito."
"No! Era maggiorenne, lo voleva..."
Se fosse stato più attento, Albus avrebbe notato l'ombra sul viso di Gellert, la spia di qualcosa che continuava a tacere. "Non riesci a convincere neanche te stesso" disse invece. "Mi fai ribrezzo. Non avvicinarti più a me!"
"D'accordo." Gellert alzò le mani e indietreggiò, sconfitto. "Allora dormirò fuori, me ne vado subito e..."
"No, Gellert. Io me ne vado. È finita."
"Albus, ti supplico..."
"Questo matrimonio è una farsa, ma di una cosa ero certo: il nostro amore. E adesso hai distrutto anche quello."
"No! È stata solo una notte, non si ripeterà! Voglio sistemare tutto, Albus. Tornerà come prima, come i primi tempi, solo nei due..." Lo stava davvero pregando. Cadde in ginocchio, guardandolo attraverso le lacrime.
"Non sopporti d'invecchiare, è questo? Sono diventato noioso per te, non sono all'altezza di una nuova, eccitante, giovane sfida..." dichiarò Albus, voltando lo sguardo. Non sopportava di guardarlo.
"Non dire così..."
"Cosa dovrei dire, Gellert? Desideri sessualmente un ragazzino, vai a letto con uno sconosciuto, mi menti in tutto e per tutto, e ancora dici di amarmi..."
"Ma è vero! Ti prego..."
Gellert piangeva senza ritegno, ai suoi piedi. Albus si odiò per crederci, che lo amava ancora, che era solo quello a contare.
"Sono stato il tuo burattino, non sarò il tuo complice." Si allontanò, e prese un po' di Metropolvere dal camino.
"Non lasciarmi..."
Gellert gli saltò addosso, ma un suo incantesimo non verbale lo mandò a gambe all'aria.
"Dove vai?"
Albus lo ignorò, le labbra serrate e gli occhi chiusi.
"Quando torni?"
Lui estrasse la bacchetta.
"Albus!"
Gellert gridò, parandosi davanti al camino. Albus gli lanciò un incantesimo, che l'altro, privo di difese, non parò. Lo colpì in viso, aprendogli un lungo squarcio rosso dalla tempia alla guancia. Albus non restò a guardarlo. Gridò un indirizzo – un indirizzo che Gellert conosceva benissimo – e sparì tra le fiamme.
Harry era appena andato a letto. La giornata all'Ufficio Auror era stata devastante, come al solito. Non avevano più bisogno di squadre di Obliviatori, da quando lo Statuto di Segretezza era stato abolito, ma 'scherzi' di maghi su ignari Babbani erano sempre più frequenti: dalle pinzette mordinaso si era arrivati alle teiere incantate che rovesciavano tè bollente, ai più pericolosi forni progettati per esplodere e ad aspirapolvere che risucchiavano dentro gli ignari Babbani che li attivavano.
Sospirò, esausto, quando sentì un agitato scampanellio all'ingresso. Sentì Hermione, anche lei rientrata da poco, furiosa e sommersa da una pila di carte, andare ad aprire.
"Oh, sei tu, Albus." Lo salutò con più distacco e meno deferenza del consueto; non aveva mai abbandonato del tutto la formalità e la stima per il suo ex Preside.
Anche Harry si Smaterializzò in salotto, ansioso di sapere cosa volesse il Ministro Silente a mezzanotte passata. La loro villetta suburbana era spaziosa e confortevole, arredata con gusto.
Albus, piantato al centro della stanza con un'espressione sconvolta, senza mantello e vestito con l'uniforme ministeriale, sembrava un pesce fuor d'acqua.
"Accomodati" lo invitò Harry. Si era pentito di aver dato di matto con lui, al loro ultimo incontro. Vivere con Grindelwald doveva già dargli fin troppe preoccupazioni, Harry era certo che facesse del suo meglio.
Hermione borbottò qualcosa su una tazza di tè, gettando a entrambi un'occhiata torva, e si eclissò in cucina. Era in vestaglia e pantofole, ma Silente le lanciò comunque uno sguardo ammirato.
"Sei così fortunato ad averla. La vostra unione è... come un vero matrimonio dovrebbe essere, basata sull'amicizia e sul rispetto. Vi sostenete sempre, non vi nascondete mai nulla, vi appoggiate l'uno all'altro..." Albus guardò fuori dalla finestra, assente.
"Sembra terribilmente noioso" commentò Harry, per stemperare la tensione.
"Beh... almeno io non mi sono annoiato... con lui."
"Vogliamo proprio parlare di Gellert, Albus?" Hermione riemerse dalla cucina e fece levitare due tazze di tè, sbattendole sonoramente sul tavolo e facendole traboccare. "Di come ha fatto passare le modifiche alla Legge sulla Salvaguardia Magica, che il Ministro Sanders aveva bloccato, e dell'immunità totale per voi due?"
"Mi rincresce moltissimo, Hermione" sussurrò lui, mortificato. Si prese la testa tra le mani, esausto.
"Ho commesso un colossale errore. Non mi sono accorto per tempo..."
"... di chi fosse Grindelwald, vuoi dire?" concluse Harry, il sarcasmo che traboccava.
"Harry, non credo che Albus sia qui per parlare del suo matrimonio." La moglie riprese il controllo di sé, sedendosi su una comoda poltrona e accavallando le gambe. "Non sarebbe opportuno. Ora, cerchiamo di capire cosa possiamo fare per contenere i danni. Sono certa che Albus si è accorto troppo tardi che Gellert aveva fatto passare quelle leggi... è così?"
Silente annuì, in silenzio.
"Ma allora perché sei qui? Devi discutere con lui, farlo ragionare e trovare un accordo... così non può continuare, Albus!" insisté Harry, irritato dall'arrendevolezza dell'altro.
Hermione lo zittì con uno sguardo compassionevole, che voleva dirgli 'non vedi che Albus non è in condizioni di parlarne?'
"No" convenne lui, dopo un po', gli occhi che si riempivano di lacrime. "Così non può continuare. Io... l'ho lasciato."
"Cosa?" Harry saltò su dalla sedia; Hermione, più rapida, porse ad Albus un fazzoletto.
"Grazie, mia cara". Silente si soffiò il naso, e Harry ritenne opportuno Appellare la sua scorta di Whisky Incendiario. "Tieni" disse, Evocando un bicchiere e riempiendoglielo.
Albus lo mandò giù in un sorso. "Avevi ragione, Harry. Non mi sono reso conto in tempo... non sono più capace di controllarlo. Da tempo ormai non ho la minima idea di cosa faccia, ha preso le ultime decisioni senza consultarmi."
"Beh, è ora che le cose cambino. Perciò adesso torna da lui, chiarite e..."
"Temo di non potere". Albus intrecciò le dita in un gesto familiare. "Ci siamo lasciati, io... ecco, me ne sono andato."
"Che vuol dire, 'ci siamo lasciati'? Albus, tu hai combinato questo casino, e adesso lo risolvi! Il Mondo Magico dipende da te, e so quanto è facile litigare con Grindelwald, credimi, ma non è il momento che questioni personali..."
"Harry" lo zittì Hermione, con aria di rimprovero.
"Cosa? Sei tu la prima a lamentarti che all'Ufficio per l'Applicazione sulla Legge Magica va tutto a sfascio! Non esiste neanche più, la legge magica, perché adesso quel pazzo psicotico si sveglia e decide..."
"Non parlare così di Gellert" lo rimbrottò lei.
"Oh, dimenticavo che a te è sempre piaciuto, vero?"
Albus osservò il loro battibecco con un lieve sorriso, gli occhi lucidi e gonfi che andavano dall'uno all'altra, come se fosse incerto per chi fare il tifo. "Sono molto sorpreso" dichiarò, lasciandoli senza parole. "Litigate anche voi."
"Certo, che litighiamo" disse Hermione, in tono gentile. "Ma troviamo sempre un punto d'incontro. Sono certa che anche tu e Gellert riuscirete a riappacificarvi."
"No. Non questa volta" Albus scosse la testa e s'incupì di nuovo.
"Cos'ha di diverso, stavolta? Ok, Grindelwald l'ha fatta grossa, ma è sempre stato il vostro motto, no? Per Il Bene Superiore, la risolverete... dovete farlo" Harry lo implorò con lo sguardo. Non poteva reggere ancora per molto tutto quello stress. Si era fidato di Silente, aveva pensato che fosse la persona più adatta per prendere il potere. Si era dimesso dalla carica di Ministro che, ironia della sorte, Voldemort gli aveva assegnato, e adesso si sentiva personalmente responsabile, se le cose nel Mondo Magico andavano male. "Avanti, torna a casa."
"Non posso. Non questa volta."
"Facciamo così" disse Hermione, conciliante. "Albus si ferma qui per una notte o due e..."
"... e Grindelwald piomberà qui entro domattina, il Profeta saprà che i Ministri hanno litigato, andranno in delirio per una storia del genere!" Harry si mise le mani tra i capelli. Avrebbe voluto strapparseli.
"Harry, se Albus avesse potuto tornare a casa, non credi che l'avrebbe già fatto?" mormorò lei, prendendogli la mano.
Lui sospirò. Gli anelli del loro matrimonio, due rubini su una montatura d'oro, brillavano alla luce elettrica della stanza, di un caldo arancione, che metteva in risalto le rughe di preoccupazione e tristezza sul volto di Albus.
"E va bene, ma almeno dimmi cos'è successo." Harry sostenne lo sguardo azzurro del suo ex mentore. Era strano e altamente soddisfacente invertire i ruoli, dopo i lunghi anni in cui era stato lui a essere scrutinato, dall'altra parte della scrivania.
"Dobbiamo saperlo, Albus" intervenne gentilmente Hermione. "Altrimenti non possiamo aiutarti."
"Non potreste comunque" disse lui, piano. "Gellert... Gellert mi ha tradito."
Harry rimase in silenzio, perplesso. Capiva bene la sensazione che dava essere tenuto all'oscuro di tutto, farsi riempire la testa di bugie da una persona di cui ti fidavi, in cui credevi. Silente l'aveva fatto per anni, eppure, davanti al suo dolore, non riuscì a pensare che se lo meritasse.
"Mi dispiace tanto" disse la moglie, prendendo in pugno la situazione e versandogli altro Whisky Incendiario. "Non era mai successo prima, vero?"
"No... mai. Lui... noi ci siamo sempre stati fedeli. Abbiamo avuto le nostre divergenze, ma... siamo stati leali l'uno all'altro. Pensavamo di poter risolvere tutto, perché..." la sua voce si spezzò di nuovo, e Harry pensò che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in quella conversazione.
Forse aveva perso qualche pezzo fondamentale.
"Perché vi amate" concluse Hermione per lui.
"Non più. Gellert... non mi ama più."
Harry scoccò alla moglie uno sguardo di puro orrore.
Albus vuol dire che Grindelwald l'ha tradito, in quel senso? Che è andato a letto con qualcun altro?
Hermione annuì, sempre in silenzio, e gli lanciò un'occhiata ammonitrice. Aveva intuito che il marito, profondamente a disagio, non chiedeva di meglio che eclissarsi in camera con una scusa.
"Da quanto va avanti, lo sai?" chiese lei, nel tono più dolce e comprensivo di cui era capace.
"È successo solo stanotte. Un... un ragazzo di strada, o qualcosa del genere. In uno di quei... posti."
"Un bordello?" sbottò Harry. A volte lo irritava quanto Albus fosse puritano, come se ancora vivesse in un altro secolo. Hermione gli lanciò lo sguardo disgustato che in genere riservava a Ron quando s'ingozzava di cibo.
"Sì, dopo... dopo che..." Albus saltò dalla sedia, fulminato, con un'espressione di profonda colpevolezza dipinta in viso. "Perdonami, Harry. Avrei dovuto dirtelo subito."
"Cosa?" chiese lui, in tono d'urgenza. Estrasse la bacchetta, attirandosi un'altra occhiataccia da Hermione, ma Harry lo conosceva troppo bene. "Cos'altro è successo?"
"Gellert è stato a Hogwarts stamattina e... ha visto Salazar."
"Perché non gliel'hai impedito?" saltò su Harry, la bacchetta che sparava involontarie scintille. "Non sei tu che fai queste visite, in genere?"
"Ha proposto... uno scambio. Per portargli il nostro regalo..."
"Perché diavolo hai accettato? Lo sai che lo odia, che lo teme come rivale perché è il figlio di Voldemort, che..."
"Harry, calmati..."
"Col cazzo! Dov'è Salazar? Che cosa gli ha fatto?"
"Niente... ma hanno discusso, credo... ecco, lui non era a scuola, a quanto ho capito..."
"Che vuol dire, non era a scuola? Dov'era, allora?"
"Nella Foresta Proibita..."
Fu il turno di Hermione di sospirare, sconsolata. "Tipico."
"E che ci faceva lì?"
"Una... ehm, passeggiata, con il giovane Malfoy."
"Sei certo che non ti stesse prendendo in giro, Albus? Che l'abbia davvero visto?" indagò Hermione, cauta.
"Credo di sì, è successo prima che iniziassimo a litigare e..."
"D'accordo, vado a Hogwarts" decise Harry, Appellando il mantello.
"Harry, no. Non sarebbe opportuno... se Minerva pensasse che gli studenti non sono al sicuro perché il Ministro fa visita alla scuola..."
"Non è un mio problema!"
"Harry, sii ragionevole! Usa la Metropolvere, almeno, metti solo la testa nel camino" suggerì Hermione. "Sono sicura che Sal sta benissimo."
"Sì, mandalo a chiamare. Parlerò io con Minerva, se necessario" si aggiunse accoratamente Albus. "Sono sicuro che sta bene. Gellert voleva solo provocarlo, capisci..."
"Oh, certo. Perdonami se non mi fido del secondo mago oscuro più potente di tutti i tempi, di quello che ti ha fatto spezzare l'anima, che manda in rovina il mondo magico solo perché tu sei troppo preso da lui per fermarlo, che si va a scopare un ragazzo qualsiasi dopo aver minacciato mio figlio..."
"Harry!"
"Ti proibisco di parlarmi così. Toglierò il disturbo appena possibile" disse Silente, glaciale.
"Non dire sciocchezze, Albus. Calmatevi, tutti e due."
Hermione s'interpose tra loro, incerta se sollevare o meno uno Scudo.
Harry annuì, esasperato, poi abbassò la bacchetta.
"Ufficio di Minerva McGranitt, Hogwarts!" urlò, infilando la testa tra le fiamme verdi.
La Preside, avvolta in una vestaglia rossa scozzese, i capelli radi raccolti in una cuffia da notte, accorse trafelata. "Di che si tratta, Harry? Inferi? Dissennatori?"
"Voglio vedere Salazar" fece lui, senza cerimonie.
"Cosa?" La strega sbatté le palpebre, perplessa.
"Voglio vedere mio figlio. Lo chiami, professoressa, la prego."
"Ma starà dormendo..."
"È urgente."
Minerva sospirò, con l'ombra di un sorriso. "In questo caso..."
Chiamò un elfo domestico e gli diede l'ordine di svegliare Salazar e condurlo nel suo Ufficio. Harry rimase in attesa, il cuore che batteva all'impazzata. Albus prese una manciata di polvere e apparve nel camino vicino a Harry, rischiando di far prendere un infarto alla Mc Granitt.
"Il tuo camino è abbastanza largo, Minerva, spero che non ti dispiaccia."
"Oh, buonasera, Albus, che piacere vederti... ti dispiacerebbe dirmi cosa sta succedendo?"
"Harry vuole soltanto assicurarsi che suo figlio stia bene. Nel frattempo, ti pregherei di avvertirmi, se Gellert farà di nuovo visita alla scuola e, se chiede di vedere Salazar... ti prego di rimandare con una scusa."
"Cosa... è successo qualcosa oggi?" Minerva assunse un'aria combattiva, come sempre quando una potenziale minaccia incombeva sui suoi studenti.
"Niente di cui preoccuparsi, ma preferirei che rimanesse così."
"Oh. Certo, capisco". Minerva si spinse gli occhiali sul naso, con l'aria di non capire affatto.
Salazar arrivò di corsa. Aveva i ricci arruffati, gli occhi gonfi e rossi e il pigiama di Corvonero spiegazzato. "Papà!" sorrise, e Harry si sentì mancare.
Stava bene. Sal stava bene.
Sul suo viso comparve un'espressione tesa, che si sostituì al sollievo, quando vide che c'era anche il Ministro Silente.
"È successo qualcosa?" chiese, guardando il padre adottivo con la fronte aggrottata. La sua voce tremava, conteneva una nota inconsueta di paura e ansia.
"Dovrebbe? Volevo solo assicurarmi che stessi bene. Albus mi ha detto che Grindelwald ti ha parlato... avete discusso?" chiese Harry, gentilmente. "Non sono qui per rimproverarti, io lo faccio in continuazione..."
"Oh, è per questo, allora." Il viso di Sal s'indurì di colpo, e a Harry ricordò spiacevolmente Tom Riddle. Mostrava la stessa rigidità, la stessa preoccupante, inumana assenza di emozioni.
"Riferisca al suo... al suo collega che dovrà fare di meglio, se vuole spaventarmi. Non mi turberà con i suoi insulsi giochetti" disse freddamente, rivolgendosi alla testa di Silente.
"Cosa ti ha fatto, Sal?" chiese Harry, in tono pressante. "Ti prego, dimmelo."
"Eppure, mi sembri notevolmente turbato" valutò Albus, prima che Sal rispondesse, scrutandolo con i suoi limpidi occhi azzurri.
"Lasciaci, non ti riguarda. Voglio parlare da solo con mio figlio" gli ingiunse bruscamente Harry.
Minerva trasalì, incerta se rimproverare Harry per come parlava all'ex Preside, o se togliersi di mezzo a sua volta.
"Lo avrei fatto già da prima, ma tenevo a porgere personalmente a Sal le mie più profonde scuse per ciò che Gellert possa avergli detto o fatto. Non avete duellato, vero?"
"Chi dice che non sia stato lui ad avere la peggio?" Sal piegò la bocca in una smorfia sgradevole, facendo sbiancare Harry.
"Giuro che lo ammazzo" sussurrò Harry.
"Non disturbarti, papà. Grindelwald avrà il destino che spetta ai malvagi" decretò il figlio adottivo, con espressione indecifrabile.
"Salazar" iniziò Albus, sempre più preoccupato.
"Non intendo parlare con lei" Sal lo guardò, sprezzante. "Ha una mente brillante e un cuore nobile, ma ha scelto di condividere la sua vita con un essere meschino e vile. Glielo dica, Ministro: io non avrò mai paura di lui."
Salazar gli voltò le spalle, e Albus sparì con un pop. Harry lo richiamò, incerto.
"Sal! Ti prego, se c'è qualcosa che posso fare..."
"No, Harry." Perfetto, adesso era tornato Harry. "Ma ti ringrazio per il pensiero."
"Che ci facevi nella Foresta Proibita con Malfoy?" Harry non poté trattenersi dal chiedere.
"Non è certo me che devi sottoporre a un interrogatorio, non ti pare?"
"Cosa ti ha fatto Gellert?"
"Avete accertato che sto bene, no? Scusami, ma sono stanco. Vorrei riposare per le lezioni di domani." Era tornato formale e inaccessibile. Harry seppe che non gli avrebbe detto più nulla.
"Sal... quell'uomo mente. Nulla di quello che può averti detto è la verità."
"Ma io la so da sempre, la verità. Sei tu che fingi d'ignorarla, per buona pace di tutta la famiglia."
Harry rabbrividì. Per quanto cripticamente, vista la presenza della Mc Granitt, stavano parlando di Voldemort. "Per tutta la vita ho cercato di proteggerti. Di renderti felice."
Perché ora non posso più farlo? Ci sono mai riuscito?
Sal si avvicinò a lui e gli baciò una guancia. "Lo so, papà. Buonanotte" disse, in tono più dolce. Sembrava triste, più che commosso.
"Buonanotte. Hermione ti manda i suoi saluti."
Salazar non diede cenno di averlo sentito.
Fu la volta di Harry di stappare altro Whisky Incendiario.
"È chiaro che non ha più bisogno di me." disse, depresso. Salazar non aveva voluto confidarsi con lui.
"Sta crescendo, tesoro, è normale" lo rassicurò Hermione, che aveva ascoltato la conversazione.
Albus taceva. Solo lui e Harry erano a conoscenza della vera natura di Salazar e, forse, adesso lo sapeva anche Gellert.
"Ti vuole bene. Sono certo che non voleva preoccuparti" disse Albus.
Era stato più turbato di quanto volesse ammettere dall'espressione di disgusto e disprezzo sul volto di Sal, quando l'aveva visto. Il ragazzo si era raggelato, ma poi l'aveva guardato quasi... con compassione.
Albus ricordò: Gellert era andato con un ragazzo che somigliava a Salazar, che l'aveva addirittura impersonato... poteva aver preso le sue sembianze sotto Polisucco? Gellert aveva fatto delle avance a Sal, o forse era stato tutto un esperimento, qualcosa che gli era sfuggito di mano? Doveva riflettere, restare da solo e pensare... e andarsene a letto, prima che parlasse troppo.
Hermione ebbe la stessa idea. "Vieni a stare da noi, finché... beh, finché le cose non torneranno alla normalità. Abbiamo tanto spazio, i ragazzi sono tutti a Hogwarts."
Albus cercò di declinare, ma invano.
"Ci farai compagnia, c'è sempre tanto da fare... la casa è vuota, senza di loro."
"Me ne vado" disse lui, senza guardare Harry.
"Albus..."
"So che non mi vuoi qui, e non ti biasimo. Per colpa mia il mondo magico e quello babbano sono in pericolo, nelle mani di Gellert, e... ho messo a rischio tuo figlio, anche se indirettamente."
"No, rimani. Sistemeremo le cose insieme, a qualsiasi costo. Promettilo, Albus."
Lui esitò. Per Il Bene Superiore. Il suo formidabile intuito gli diceva che il bene della popolazione che governavano, e il bene di Salazar Riddle-Potter, non collimavano assolutamente con ciò che era bene per Gellert.
"Lo prometto" disse, stringendo la mano di Harry.
Hermione li guardò entrambi e annuì in silenzio.
Anche se nessuna lingua di fuoco si levò a sigillare il loro patto, Albus si sentì vincolato, come se avesse appena stretto un Voto Infrangibile.
