Varcò la soglia della stanza di Alex con il bambino tra le braccia, un po' ansimante per il peso del corpo abbandonato contro la sua spalla e le scale appena salite.
Era il loro ultimo giorno di vacanza negli Hamptons. L'indomani sarebbero tornati a New York ed era un pensiero che la rendeva malinconica.
Aveva già prenotato la visita di controllo dal suo medico, su insistenza di Castle. Una volta a casa la macchina degli eventi prestabiliti si sarebbe messa in moto con inesorabile efficacia. Avevano vissuto in un universo sospeso che conteneva solo loro. Non aveva tanta fretta di abbandonarlo. Castle invece non vedeva l'ora di procedere senza esitazione verso il nuovo capitolo della loro vita.
Invece di mettere Alex a letto e tornare di sotto, come aveva anticipato a Castle - salutandolo con un bacio, mentre finiva di preparare i bagagli -, si diresse verso la sedia a dondolo bianca, nuova di zecca, che lui aveva scorto nella vetrina di un negozio e aveva voluto a tutti i costi comprare. Per la loro bambina. Non riusciva a pensare a niente di più bello – aveva sostenuto - che vederla seduta lì sopra con una neonata in braccio, in un quadretto di intimità domestica e materna che le aveva descritto in modo tanto particolareggiato e aulico da far svenire tutte le commesse, che l'avevano guardata con odio misto a invidia.
L'aveva frenato in tempo prima che se ne facesse mandare una identica al loft, dove avrebbe fatto a pugni con il resto del loro arredamento, a meno che Castle non avesse in mente di sventrare parte dell'appartamento per creare una nursery, riempirla di cavalli a dondolo e allevarli tutti come principini.
Forse non era un'idea così campata per aria, se avevano intenzione di ripopolare il mondo e creare una nuova civiltà, considerando l'attuale ritmo riproduttivo.
Arrossì, sorridendo a se stessa.
Nei pochi giorni trascorsi dopo l'annuncio della lieta novella Castle si era sforzato di non esagerare con le attenzioni nei suoi riguardi - doveva rendergliene merito. Nonostante questo, era dovuta intervenire spesso per frenare i suoi eccessi. Dal canto suo era convinto che perfino mettere in tavola i piatti per la cena fosse troppo faticoso per lei.
Non era vero che la faceva impazzire, come gli ripeteva decine di volte durante il giorno, un po' annoiata.
Ne era felice. Era bello aprire gli occhi e vederlo adorante come se incarnasse l'archetipo della maternità occidentale. Era sicura che prima o poi sarebbe arrivato al punto da lasciarle doni votivi davanti all'altare. Amava quello sguardo di puro amore incondizionato. Solo adesso si rendeva conto di quanto le era mancato, prima.
Non voleva però rimanere a impigrirsi mentre lui pensava a tutto. Quello no. Doveva assolutamente toglierselo dalla mente. Si sentiva in perfetta forma e se non avesse fotografato quella piccola lineetta, prima che sbiadisse, avrebbe stentato a credere che fosse vero. E, in effetti, non ne era ancora convinta. Astrattamente, sì. Nella pratica, non era così semplice.
La stanza era rischiarata dai raggi obliqui della luna. Dovevano mancare un paio di giorni al plenilunio, rifletté. Le venne voglia di colorare con uno dei pennarelli sparsi sul tavolo lo spicchio mancante.
Accese la piccola lampada a forma di gufo vicino al letto di Alex, che li inondò di luce arancione calda e accogliente.
L'aria che penetrava all'interno dalla finestra con le persiane ancora spalancate, per far uscire il calore della giornata, si era fatta più fresca. Le giornate si erano accorciate. Era davvero ora di tornare a casa.
Prese una coperta di cotone traforato, ripiegata sul bracciolo e la avvolse intorno ad Alex.
Non stava ancora dormendo e Kate ne fu felice. Le giornate di vacanza erano state per lui sempre molto intense e piene di attività, al punto che avevano dovuto anticipare l'orario della sua cena, per evitare che saltasse un pasto, troppo stanco per mangiare.
Non quella sera. Quella sera voleva passare qualche minuto con lui.
Se lo mise in grembo proprio come quando era piccolo, e iniziò a dondolarsi piano.
Alex la guardò negli occhi. Kate si sentì fremere. Nonostante il grande attaccamento che il bambino aveva sviluppato nei confronti di Castle, al punto da trasformarlo quasi nella sua ombra – li prendeva affettuosamente in giro spesso - il legame con lei era rimasto immutato. Lo riscopriva nei momenti di quiete, quando Alex si rivolgeva a lei in cerca di attenzioni e abitudini che erano appartenute solo a loro, in tempi che sembravano tanto lontani, ormai.
Gli accarezzò un piedino nudo, facendogli il solletico, e facendolo scoppiare a ridere. Rise anche lei.
Si chiese quando fosse diventato così grande. Le sembrava che fosse cresciuto di qualche centimetro, rispetto a prima. O forse era l'abbronzatura uniforme a farlo apparire più alto. O quei capelli che si erano schiariti grazie al sole, tanto da poter passare per un bambino scandinavo, che loro avevano trovato per caso sotto a un cavolo. E si erano allungati parecchio. Castle aveva proposto di tagliarglieli, ma lei si era ribellata e aveva opposto un rifiuto così netto da sorprendere per prima se stessa.
Nessuno avrebbe toccato i suoi ricci.
Cedette alla tentazione di annusarlo nella piega del collo, l'unico punto dove, quando era fortunata, riusciva a percepire ancora il profumo di quando era appena nato. Sentì il familiare concentrato della sua essenza inconfondibile, misto a una lievissima traccia del dopobarba di Castle, tracce di salsedine e, percepibile solo dal suo olfatto allenato, molecole di neonato intonse. Aspirò avidamente.
Alex si infastidì e la respinse con una mano. Era colpa di Castle. Prima del suo arrivo quel bambino ingrato non aveva mai rifiutato le sue carezze.
Indicò con determinazione un libro di fiabe appoggiato accanto a loro. Era da tanto che non gli leggeva nulla e fu felice di averne l'occasione e soprattutto che l'iniziativa venisse da lui.
Prese il libro, si appoggiò meglio allo schienale, si schiarì la voce e...
"Papà?", chiese Alex con quel fare volitivo che lei conosceva tanto bene.
Il suo viso mostrava un miscuglio di delusione e offesa. Come si permetteva di usurpare il posto del padre?
Kate se la prese personalmente. Avrebbe voluto ricordare al piccolo svedese che, prima che il padre entrasse nelle loro vite, era stata lei a cambiargli i pannolini e leggergli le storie, prima che si addormentasse. Ma subito dopo rise di sé e del suo malumore. Non poteva davvero discutere con un bambino di poco più di un anno su quale genitore preferisse. Soprattutto perché non era sicura di vincere.
In ogni caso quella sera sarebbe toccato a lei e Castle non avrebbe dovuto sapere che Alex aveva chiesto di lui. Bisognava ristabilire un po' di ordine in quella famiglia.
Alex si adattò presto al cambio di programma, senza opporsi. Forse era troppo stanco per iniziare un braccio di ferro che, in altre circostanze, non avrebbe avuto nessun problema a portare a termine senza cedere di un millimetro.
Si sollevò solo una volta per prendere uno dei peluche incastrato in un angolo, tornando ad appoggiarsi contro il suo braccio, strofinandosi una delle piccole orecchie dell'animale di pezza sulle labbra.
Non resistette e gli scoccò un bacio sulla fronte. E poi un altro sul collo, finché non lo assalì di baci, facendolo ridere a squarciagola con quel suono argentino che contagiava sempre tutti.
Probabilmente anche Castle al piano di sotto. Aveva intenzione di godere di quei momenti finché non le avesse detto che si vergognava a farsi vedere con lei davanti al cancello della scuola.
Quando l'ilarità si spense, recuperò il libro che era finito sul pavimento, incastrato tra la sedia a dondolo e l'armadio.
Si rese conto però che Alex aveva esaurito tutte le riserve di energie. Abbandonò la testa all'indietro, mentre le palpebre si chiudevano sugli occhi appannati. Il respirò rallentò. L'ultimo assalto affettuoso da parte di sua madre doveva avergli dato il colpo di grazia.
Si addormentò sorridendo, cosa che aveva sempre il potere di rasserenarla.
Gli scostò i capelli sulla fronte, mentre il corpo si faceva sempre più pesante.
Di colpo si materializzò davanti a lei l'immagine di un corpo nuovo, molto più piccolo e leggero, profumatissimo, che avrebbe preso il posto di Alex tra le sue braccia. Sentì qualcosa dentro di lei nascere, disperdersi e poi sciogliersi.
Era la prima volta che aveva un'immagine così vivida e realistica del futuro bambino. E, ammise a malincuore, la sua mente aveva in effetti creato una bambina. Era tutta colpa di Castle. Doveva smettere di metterle in testa strane idee che, a furia di essere ripetute, finivano con l'apparire certezze che nessuno metteva più in discussione.
