La Ragazza-Sole è appesa al suo collo- una pallida mela sul ramo.
Quanto tempo è passato? Dieci, venti minuti, un'ora?
Ha smesso già da un po' di frugare con gli occhi la notte, appostata intorno a loro.
Ora, respira- la maschera; la ferita di mesi fa sulla base; questo ultimo colpo; quanto tempo è che l'ossigeno non affluisce liberamente ai miei polmoni?
Per quanto tempo ancora durerò, in questo costante stato di apnea?

Fratturato? Possibile, pensa, e l'aria che riempie la bocca è umida e lascia una specie di impronta dolciastra sul tessuto linguale.

La Ragazza espira ed inspira, lentamente, una tenue marea che si inarca contro il suo petto.
Respiravi così piano che a volte mi spaventavi. Ma tu, tu non ricordi, ed è di gran lunga meglio così.

Cosa dovrei fare? Girarmi, e affrontarla, o rimanere così, e sperare che sia lei ad andarsene?
Te ne andrai, ancora?
Certamente, nella tua mente, sono io quello che ti ha abbandonato.
Colui che odi di più al mondo e l'uomo che ti ha ferito mortalmente girandoti le spalle, uniti nella stessa persona.
Che cosa farei,a chi mi ha lasciato andare ed è tornato quando era troppo tardi?
Che cosa ho fatto a mio padre?

Si gira.
Al suo fianco, la ragazza-sole è morta: di lei rimane solo il simulacro- quella fronte rotonda, una bianca prateria di avena su cui correvamo e correvamo, sperduti, e quei dolci, franchi occhi come piccole ciotole di miele selvatico, ti piaceva, allora, e, su tutto, freme ceruleo lo splendore della Forza, e la trasfigurano i muti chiarori delle stelle.
Lo fissa, e vecchia, sembra vecchia e, allo stesso tempo, sotto le parvenze della donna, è ancora identica alla bambina che era.

Se io potessi convincermi dell'utilità di sperare, adesso; se avessi il coraggio di desiderare che quello che è stato non sia mai avvenuto- in quel caso, sarebbe stupendo sognare.
Ma noi siamo come il sangue ci ha fatti- i frutti dei nostri padri, i figli della Guerra, e questo è il fardello che dobbiamo portare, caricato sulle nostre spalle da un passato che non abbiamo scelto.
Sangue del nostro sangue.
Giustizia, pensavo; pace, pensavo.
Non la loro falsa pace, né la loro ipocrita giustizia: la mia pace, la mia giustizia, pensavo.
Ma è tardi, ormai, e io ho perduto la via, e dove io cammino non c'è uomo che mi possa seguire: una terra immensamente nuda e immensamente arida, al posto della quale chiunque baratterebbe mille dei tuoi deserti; una terra di sale
.

L'Infante Immortale alza la sua mano e i suoi occhi sono severi e pieni di un odio inappellabile: lui lascia che le dita di lei si posino sulla sua carotide e poi la afferra al polso.
Si fissano.

Rossi coralli fluttuanti nella verde oscurità degli oceani: così, nel Grande Mare di tutte le cose, oscillano e si intrecciano i loro pensieri, protesi nella Forza, sopra la reciproca frontiera delle loro menti.

- Non qui. Non ora.

- Perché dovrei lasciarti la scelta di dove e quando morire?
Tu non l'hai lasciata a lui. Né a loro. Né a Kira.

- Non…non possiamo. Questo suole è sacro. Abbiamo agito…sconsideratamente. La Forza è più potente della tua vendetta: se sei saggia, sai di cosa parlo.

- Allora alzati e andiamocene da qui.

- La Creatura…è in collera. Non avremmo dovuto.

- Se stai prendendo tempo per colpirmi alle spalle, io…

- Io non ti ho colpito nel sonno. Io non ti ho sottratto la tua arma. Guarda bene chi è stato onorevole, fra di noi, perché di certo non sei tu.

- Agli inizi, non intendevo ucciderti nel sonno. Qualcosa è sfuggito al mio controllo

(ed è vero, la Ragazza non mente: la rivede, attraverso la Forza, mentre alza una mano per svegliarlo, e la gola di lui, riverso contro il tronco, si chiude, e lei sembra cieca, e sorda, rapita in un istante di puro e feroce desiderio di morte)

Se devo ucciderti, voglio che tu mi veda bene in faccia- un favore che tu non hai concesso a loro, a suo tempo, non è così?

- Quella era pietà. Sarebbero dovuti morire comunque, erano deboli.
Non avevo nulla da rimproverare loro.

- Una vittima delle necessità, allora; eppure, ho sentito altre parole, da quelli come te, parole di libertà, "attraverso la vittoria, spezzo le mie catene. La Forza mi libererà". Erano solo bugie, vero?
Tu non sei affatto un uomo libero.

- No, non lo sono. E non lo sei neanche tu. Vorresti accusarmi per essermi illuso, come tutti gli esseri umani, che la libertà fosse davvero possibile?

- C'è differenza fra l'essere liberi e l'essere liberati.
Prima o poi, tutti ci illudiamo di poter essere liberati; dal dolore, dalla morte, dalla solitudine. Dai nostri nemici, che ci fanno soffrire.

(ora, dalla mente di lei, sbocciano nei suoi occhi le grandi distese dorate, il riarso letto del deserto con le sue eterne onde di morte, e lei è un bianco punto sopra i bastioni della terra, profilata nel cielo adamantino, e cammina, piegata in due, la pelle coperta di piaghe e la bocca più asciutta del sale, e vorrebbe fuggire in un mondo di oceani del quale non riesce neppure a immaginare l'aspetto, e così pensa solo al colore verde, perché non sa com'è fatta una foresta e non ha mai visto il mare)

La morte, quella che desideriamo, o quella che elargiamo, non ha niente a che fare con la libertà, è solo un modo per scappare.

- Se potessi, mi inchinerei alla tua saggezza; consideralo fatto.
Dimenticavo: la Resistenza non ha mai seminato morte in nome della libertà

(ora è il turno di lui: lei trattiene il respiro e si appiattisce impercettibilmente contro di lui, mentre, nella mente di Ben Solo, trascorrono immagini di sangue.
Truppe imperiali disperse e linciate dalle folle inferocite, sui pianeti del Margine.
Uomini che muoiono senza capire perché, lontani dalle logiche della Forza. Loro non comprendono in cosa hanno sbagliato: quelli che erano stati chiamati a proteggere, adesso li dilaniano, e spiccano le loro teste dai tronchi, e le conficcano su lunghi bastoni- così violenti, così ebbri di sangue che nemmeno le forze della restaurata Repubblica riescono ad averne ragione).

A differenza di questo mostro che ti sta di fronte, sono puri e innocenti, i tuoi cari amici, le colombe che ti hanno depositato su Ach'To, dove sei stata di nuovo sola, con un vecchio scorbutico al quale non importa nulla di te e del resto del mondo

(sulla sua fonte, per un attimo, c'è il tiepido fiato di lei, mentre la Ragazza della Luna esala un sospiro di sgomento)

Sì, non distogliere lo sguardo, guardami bene, imprimiti nella memoria la mia faccia: sapevo esattamente dove ti trovavi.
Mio zio sa come schermare la propria impronta, ma tu, tu non sei un'allieva altrettanto capace.
Non c'è da stupirsene, del resto: la tua Forza è instabile, il tuo cuore è instabile, e l'insegnamento che ti viene impartito è prematuro.
Ansiosi come sono di ricostituire il loro Ordine e acquisire giovani menti da plasmare, si dimenticano sempre di un particolare che meriterebbe ben altra considerazione: prima di percorrere la via dello Jedi, un uomo dovrebbe venire a patti con chi è, con quello che si lascia alle spalle e con quello che porterà con sé.
Ma mio zio non è mai stato mai molto comprensivo, su questo punto. Per lui è sempre tutto facile. La sofferenza è un vizio, una cattiva abitudine che dipende interamente dalla tua pigrizia: se lui è riuscito a diventare un Jedi in età adulta, perché mai tu dovresti fallire?

(oh, l'ha colpita, adesso! La ragazza è turbata, la sua scia di Forza vacilla, ed è il palpito d'ali della tortora in disperata fuga dallo sparviero.
La vergogna è come un incendio, divampa fra gli sterpi dell'estate, brucia sul viso di lei e, quando anche il suo cuore smette di tremare per il transfert, lui vede.
Tutto è come se lo aspettava: umiliazione, solitudine, abbandono;
le scalinate percorse con le spalle piagate dal peso de secchi;
il ritmo incespicante della sua meditazione, le notti insonni, l'indifferente fragore della risacca, nei lividi tramonti in cui i muscoli affaticati non obbediscono alla volontà, e il cuore sembra un concavo osso ormai irrimediabilmente incrinato.
Il cammino dell'ultimo Jedi è un roveto in fiamme, e lei è troppo piccola, e confusa, e smarrita per sopravvivere a quel calvario.
Chiunque è troppo piccolo e confuso e smarrito per sopravvivere a quel calvario.
Forse, un tempo, Luke è stato un buon maestro: esigente, ostinato, certo, ma compassionevole. Ora, anche lui si è trasformato in un figlio della Guerra.
Grazie a me.
Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto?

Ma per quanto doloroso, per quanto inutile, è necessario portare a termine la Grande Commedia; occorre dare compimento a ciò che altri hanno iniziato, perché ci sia la Pace.
Un'immobile Pace. Una fredda, rigida, imperturbata Pace.
E così, riprende a parlarle: ora è vulnerabile; ora, forse…

Non ammette dolore, lui, Luke Skywalker; non perdona imperfezioni e, a dispetto di ciò che crede lui stesso, non lo ha mai fatto. Un tempo, quando era sereno, e aveva fiducia nelle persone, forse...Ma , chi ce l'ha fatta è sempre intollerante con coloro che si sono mostrati più deboli: è ciò che accade ad ogni sopravvissuto e, come vale per te, valeva anche per lui. Non ne era pienamente cosciente, naturalmente, finché qualcuno non ha provveduto a illuminarlo.
Deve essere stati un duro colpo, per lui, eppure dovrebbe esserne grato: conoscere i propri limiti è l'inizio della vera saggezza.
Non credi?

- Tu...tu ha un serpente, in bocca, non una lingua.

- E ti delude, vedere che, un tempo, questo mostro, questa schifosa creatura in una maschera era tuo amico?

(lei si è irrigidita. Una piccola parte di lui presente la sconfitta e inarca la schiena e ringhia, furiosa, ero vicino, così vicino; ma poi, l'ira si dissolve, e il suo cuore è come una grave, densa pozza in cui erompono nuove sorgenti: tristezza, e nostalgia, e un'improvvisa quiete, che non conosce il tormento della speranza.
La via è nella Pace; la via è nella Resa.
Non serve più lottare
.

Le dita di lei si stringono ancora intorno al suo collo, affondando di qualche millimetro nella carne, vicino alle arterie, dove l'elmo, come un cilicio di metallo, mortifica la pelle in un macero di sudore.
Lo guarda: la soave forma del suo viso è fredda e argentea, adesso, come il coagularsi della triplice luna, così simile a una maschera, ora che io ne sono privo.
Gli occhi sono terribili, a vedersi: quasi non può sopportarne lo sguardo ma, nei suoi anni di militanza per l'Ordine, ha visto abbastanza morte, e cruore, e gratuita crudeltà, e poiché non c'è nulla di gratuito né di iniquo in quello sguardo è giusto che vi si rimetta.
E' giusto che non distolga gli occhi dagli occhi di lei.

E tuttavia, è troppo, è troppo anche per me, e rompe il silenzio, e muove la bocca incrostata di sangue: - Kira, io…

- Non osare.

- Ma è questo il tuo nome.

- Ricordi cos'hai risposto a lui?

Immagini, tremule, contorni che vacillano, nel fiato ultraterreno del reattore che promana il suo sanguinario calore, e la sorpresa della morte, e la mano di lui che scivola giù lungo il suo viso come una grande rossa lacrima concretata nella carne, e giù, nell'inesausto agitarsi degli atomi divoratori, è morto, è morto.

Ben Solo abbassa la testa; la voce è un sussurro e stilla sulle nere falde della talare.

- Sì-

- Allora sai anche che Kira ha condiviso la sorte del figlio di Han Solo.

Silenzio.

Lei continua: - Ti ho risparmiato, quella notte, sulla Base; lo sapevi? Pensi che sarai altrettanto fortunato, stavolta?

- No-

- Pensi che sia ingiusta?

- No-

- Vorresti uccidermi, vero? Mi odi?

Lui alza la testa. La guarda, le iridi scure, e verdi , e dorate, come piccoli tondi idoli di nefrite.

Mai.

- Allora, ti dirò io cosa faremo, Ben Solo.
Faremo così: aspetteremo che venga l'alba.
Mediteremo e pregheremo e poi ci incammineremo e lasceremo questo luogo.
Troveremo uno spazio aperto, con il cielo sopra di noi, vicino al lago e alla foresta.
Combatteremo- un combattimento all'ultimo sangue, solo io e te, senza il tuo ributtante maestro e senza nessuno che mi possa piangere.
Se morirai tu, brucerò il tuo corpo e spargerò le tue ceneri nel vento, e sarai libero.
Se morirò io, invece, non voglio essere cremata: prenderai la tua spada rossa, e mi taglierai in due parti.
Una parte la getterai nel lago, l'altra parte nella foresta.
Acqua e terra, per me. Fuoco e vento, per te.
Mi hai capito? Ti sta bene?

Il ragazzo- tuono annuisce.

La Vergine sorge sopra di lui- ultima Sirio, prima della Grande Notte.
Gli porge la mano- c'è terra e c'è pelle, sotto le sue piccole unghie.

- Alzati. Aiutami. Accendiamo un po' di fuoco e prepariamo qualcosa.
Ho fame.

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Fra qualche ora verrà l'alba.
Spengono il fuoco e schiacciano le ultime braci con i piedi: gli stivali di lui sono bianchi di cenere.
Si aiutano a vicenda a caricare gli zaini sulle spalle.
Insieme, perlustrano l'anello di arbusti che corona la radura e battono la terra con le mani, fianco a fianco, chini, come uomini delle risaie.
Trovano le armi; trovano la maschera di lui; la ragazza glie la porge ma lui le fa cenno di no.
Lei si fruga in tasca, estrae un rotolo di lino: è una delle fasce che usa per avvolgersene le braccia.
Stacca un pezzo, lacerando l'ordito con i denti, e passa il cencio in uno degli occhielli dell'apparato: poi, appende il guscio metallico allo zaino di lui, simile al mostruoso sudario di un qualche gigantesco coleottero.
Il guscio di ferro oscilla mentre si fanno strada fra la vegetazione e, in quella veglia aurorale, non c'è altro suono che il chiodato claudicare di lui nella molle terra della jungla, e il clangore dell'elmo che urta i suoi fianchi e s'impiglia fra il fogliame, e l'affondare della pertica nel suolo dietro di lui.
Camminano verso sud-ovest e poi si riallineano, così da avere il levante sulla sinistra, una cerula unghia sul bordo del nulla.
Le terre lustrali, dove tutto è acqua e sabbia e radi canneti, iniziano a scintillare alle loro spalle: ora posano su terra aperta- di qua le paludi, lontana, ormai, la foresta, il lago quasi davanti a loro, un siliceo titano dalle membra malferme.
Cercano con gli occhi le costellazioni; calcolano la posizione dell'eclittica, aiutandosi con il bastone di lei, conficcato nel terreno.
Trovano il punto d'intersezione fra le proiezioni di Kore e Atai, le grandi nebulose stellari che, lentamente, impallidiscono nel candore dell'alba.
Posano a terra l'equipaggiamento e si dividono un po' dell'acqua che è rimasta nelle borracce.

Poi, ciascuno siede su una pietra: la ragazza assicura le bende ai polsi e sulle gambe, lega più strettamente le scarpe; il ragazzo ripulisce dal fango i meccanismi dell'elsa, stringe la grande fibbia che raccoglie le pieghe della veste alla vita, controlla che le falde della tunica non impediscano il movimento.

Quando il vento carico di pioggia si abbatte sulla grande pianura, il sole di Ag'guuna ha appena intrapreso la sua gravosa scalata verso lo zenith.
Sotto il suo ventre violaceo c'è madida terra e banchi di sabbia e cieche maree, e due piccoli punti neri che saettano entro lampi di sangue, lampi di azzurro.
Il vecchio stellare continua a salire.

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Le ombre strisciano sotto le cose e la terra è coperta di foschia e il cielo si oscura rapidamente: è il temporale del mezzogiorno, che non scioglie la tunica di fuoco dai fianchi dell'equatore.
I contorni galleggiano nel bianco e nel grigio e nel bruno della melma intorno a loro: si sveglia.
Siede a terra come un fantoccio di pezza, fango sui vestiti, fango sulla faccia, le spalle bagnate dalla rada soffocante pioggia che lacrima dal cielo.
Si strofina gli occhi e ora si guarda intorno.
Solleva la testa: l'acqua cade sulla fronte e scivola lungo le tempie e dentro la bocca.
Le ossa, i muscoli, tutto fa male.

C'è qualcosa, alla sua sinistra; non ora, più tardi.
Per qualche minuto, si lascia lavare dalla pioggia, le mani abbandonate nel grembo, la testa che gira, il corpo che implora ancora, ancora riposo.

Fra i solchi della terra ci sono scie di acqua, intervallate da brevi dossi neri, ricoperti di strano muschio.
Una processione di insetti si affanna a trascinare dei filamenti di palma.
Officianti dalle splendenti, tonde armature di chitina; prefiche dalle antenne che duellano con la pioggia; a volte, una delle nere minuscole vestali perde la presa e scivola nell'acqua, zampe all'aria, le corna frementi, ancora impegnata in qualche misteriosa salmodia che lui non può sentire.
Affonda le dita nella pozza e raccoglie la creatura, adagiandola sul polpastrello: la pioggia la porta via, prima che riesca a rimetterla sulle zampe.
La terra è viva, intorno a lui, intessuta di una corte di invisibili creature che si manifestano e muoiono nell'acqua.
C'è ancora del lavoro da fare.

Si gira.
L'elsa è affondata nella mota, come tutto il resto: da qualche parte c'è anche il bastone- sente il bisbiglio delle gocce che cadono sull'impugnatura di metallo e nelle pozzanghere, ferite argentate sulla faccia del mondo.

Si piega in avanti e riesce ad abbrancare la spada.
La usa per puntellarsi: a fatica, si trascina sulle ginocchia ed ora è davanti al letto della terra, al capezzale della Bambina Lunare.

I vestiti di lei non sono messi meglio dei suoi: tutto è così sporco che sorride, ma non sa perché.
Si passa le mani sulle cosce e con quelle afferra la faccia di lei, e la rivolge verso il cielo.
Oh, non è un buon cielo: forse sarà più azzurro, fra qualche ora.
Pulisce gli zigomi; pulisce le sue mani sulle cosce, di nuovo, e poi torna ancora a scrostare il fango dalla fronte di lei, e così via, finché la sabbia si infila sotto le sue unghie e la sua veste è diventata completamente marrone.

Sospira, sconfortato. Davvero, non è servito a molto.
Con le dita, scava nella terra, sotto i cenci di lino incrostato, sotto la schiena rigida e fredda, sembra segatura: solleva la bambola regale, il collo di lei che si inchina appena indietro, come per concedergli graziosamente di disporre del suo corpo inanimato.
Le ginocchia affondano nella terra e ogni movimento è accompagnato dal viscido suono del fango- è già tanto se ce la faccio ad alzarmi- e prova a sollevarsi con la bambola al collo, ma, prevedibilmente, non c'è niente da fare.
Aspettami qui.
Una gamba, l'altra- mi gira la testa.
Dopo poco, la vista si riaggiusta e tutto sembra tornare al suo posto: c'è una pozza bianca, a terra, e dentro c'è lei, piegata in due, come l'ha lasciata.
O la alzo, o la tiro, non c'è molta altra scelta.
Alza la testa, si porta una mano alla fronte e cerca di calcolare la distanza: un chilometro, due, e, da qualche parte, nella foschia, c'è il dannato lago.
Di tirarla non se ne parla: non se ne sarebbe parlato comunque, ma alzarsi è stato faticoso e, per un attimo, ha avuto paura, potrei non farcela, potrei…
Ora, piano, piano.
Inspira e si china: la bambina si schiude, un livido loto del fango, e adesso deve pensare a come prenderla, a come risparmiare le sue energie.
Il corpo oppone la stolida resistenza delle cose senz'anima: forse così, così va bene.
Coraggio, vieni.
Se la carica in spalla, per un attimo una preda preistorica al collo del cacciatore: cemento armato e forse marmo, e fradici stracci bruciacchiati.

L'equipaggiamento, certo: se l'è scordato.
Decide che non gli importa davvero: quaranta giorni, sogghigna, mentre suda freddo.
Sputa un po' di bava rossastra e raccoglie il bastone di lei per sostenersi. Non arriverò nemmeno a dieci. E, se anche fosse, non ci voglio arrivare.
Ho del lavoro da fare.

La terra non gli è amica: le sue grosse scarpe graffiate di cenere affondano e sollevano dense zolle, e la falda nera della veste è bagnata e pesante, e tutto si aggiunge alla pena del corpo di lei che gli ciondola contro il collo e lungo la schiena.
Se solo non piovesse.
La soma lo obbliga a tenere la testa reclinata e una spalla leggermente più bassa, per evitare di seminare il carico lungo la strada.
A ogni passo, trafigge la melma con il bastone, e non senza soddisfazione.
Ogni metro è materia nera e concave orbite d'acqua, e sudore , fatica, con l'odore delle cose conficcato nel naso e la pioggia che si mescola alla traspirazione sulla fronte e gli scivola negli occhi, e bruciano, e il dannatissimo lago sembra scomparso, inghiottito nelle viscere del mezzogiorno.

Ci sono canneti, intorno- non che li veda: li sente.
Bisbigliano- una sommessa folla, da secoli convenuta al lavacro nuziale, ben prima che la storia strappasse Ben Solo alla superficie dell'essere, e con lui Rey, una costola bianca spiccata dal suo vivo fianco.
Il cielo è diventato plumbeo: una notte siderale, su cui la tempesta si stende tersa, rarefatta, e le gocce si fanno sempre più gravide e rade.
D'un tratto, si alza il vento, e lui deve camminare contro la corrente che lo investe in brevi rapinose sfuriate, e gli sembra di essere un uomo solo contro il mugghiare di una sterminata cavalleria disseminata per la pianura.
La sua voce, i suoi lamenti, sono la voce del vento, la fatica del vento.

Affonda, cade, si rialza.
Affonda, cade, si rialza.
La Vergine lo trascina a fondo, verso l'acqua e la terra, come se avesse smania di congiungersi al suo elemento.
Pazienza, pazienza. Non abbiamo finito.

Alla fine, il vento si placa, le ultime raffiche incollerite e tremanti come un aquilone impazzito nel cielo, e c'è odore di sale e di ferro- siamo arrivati.
La sponda è nera come il fronte nuvoloso che rotola verso settentrione: una tenue luce giallastra gonfia le regioni del cielo che la bufera ha già liberato.
Sopra di loro, la foschia si dirada, le nuvole sono più chiare, e torna una fitta leggera pioggia, dopo la quale, forse, si scioglierà il sereno. Ma non ancora.

Guada il primo tratto di spiaggia, incespica nelle pietre via via sempre più fini: ora è a pochi passi dall'acqua.
Senza troppe cerimonie, la stende a terra, sulla sabbia: lei produce un suono sordo e si abbandona nell'alvo siliceo, come i bambini, stanchi, nei letti della sera.

Il lago è calmo e allunga brevi creste di spuma sulla battigia.

La cintura si apre con uno scatto metallico: ora è a terra e percuote le pietre e sassi tondi e bianchi e piccole conchiglie violacee balzano via sotto il peso del ferro.
La spedisce indietro con un calcio, con un altro si libera degli scarponi e le dita affondano nella rena appuntita e ci sono residui di gusci spezzati e pietrisco che gli bucano la carne.
Il sale si asciuga al vento sulla pelle e la fa tirare.

Si china sulla Bambina Perenne.
Perdona. Non intendo offenderti.
I suoi occhi sono aperti e fissi su di lui: le reclina il capo nella sabbia perché non veda, perché io non veda.
Disfa le bende, sudice; il vento è tiepido e fresco sulla sua fronte, mentre le avvolge e le depone fra le pietre.
La veste di lei è fermata in vita da una specie di cintura di cuoio, ritorta, consumata e annodata con tre lisi nodi per sciogliere i quali si spezza le unghie.
Il salso brucia, infiltrandosi sotto il letto ungueale. Si succhia la punta delle dita, sputa e continua, soffiando.
Solleva la cotta e la tira via a fatica da sotto la schiena di lei: la sabbia ricade in una cascata tintinnante, sulla carne di lei, su di lui, tutto intorno.
La piega in un fagotto, con tutto il resto.
Ci sono tre bande di fasce strette attorno allo sterno: presto, sono in cima alla pila dei panni, e così le braghe e le corregge tese attorno ai polpacci e le scarpe incrostate di fango.
Si toglie la cotta: per un attimo, il corpo di lei è un'isola di carne dorata fra il nero della terra e il nero della tela.

Dopo averla coperta, si rimbocca le braghe fino al ginocchio e raccoglie i panni di lei e due pietre poco più piccole delle sue mani.
Poi, zampettando, una specie di ridicolo martin pescatore, si inginocchia nell'acqua, a pochi passi dalla riva, e con le pietre strofina gli stracci e li ammolla nelle onde.
Le pietre cozzano nella risacca e la sua testa rimbomba dei flutti, e dello sciacquio della tela bagnata, e dei tonfi delle sue mani fra le onde.
Guarda: il fango si scrosta e affiora nell'acqua in volute terrose e, quando finalmente sembrano quasi pulite, le strisce di lino fluttuano nell'acqua come pesci o coralli biancastri, o altre stravaganti creature marine.

Quando finisce di lavare qualcosa, non lo rimette a terra ma se lo appende addosso: alla fine, le fasce gli pendono avvolte al collo, e la tela della cotta di lei gli sgocciola sulle spalle.
Torna verso di lei e più indietro dalla riva, trova due pietre più grosse e le prende.
Poi, di nuovo, vicino alla battigia: una, due, e i vestiti sopra.
Ora.
Si siede accanto a lei, dalla parte in cui i suoi ciechi occhi verdi non lo possono vedere.
I vestiti vengono via in uno scrosciare di terra.

"Al mondo rimetto le sue vesti: mai più le indosserò.
Solo la Forza, solo la Forza sarà il mio mantello.
Come sono nato così sono morto: oggi muoio, oggi rinasco:
Sono nudo e senza nome nel grembo della Forza."

Ora sono nudi, lui nella fine diafana pioggia equatoriale, lei sotto il resto dei suoi abiti neri.
Vieni.
Ti porto a bagnarti.

La manovra dei corpi è lenta e delicata: nella sabbia resta la concava impronta di lei e, passando la mano sulla schiena, lui sente che il pietrisco ci si è incollato, e passa il palmo sulla pelle fredda.
La frizione delle carni è intervallata dal senso del sale e dei granuli silicei che scorrono fra di loro.
Perdona, non ci vorrà molto.
Lei si abbandona: i piedi affondano in un'esile scia che congiunge la riva all'occhio del lago.

Entrano nella pozza lustrale: la superficie scintilla e sussurra e si scuote, sotto le piccole gocce del cielo.
L'acqua è fresca e pizzica la pelle delle caviglie: poi, sono gli stinchi a rabbrividire, e le rotule, e infine il lago gli arriva ai fianchi e lambisce la pelle sotto il ventre.
Metà del corpo di lei sta già levandosi in una sorta di liquido volo verso il pelo dell'acqua, e lo respinge indietro e lo sbilancia.
La carne della Fanciulla è un bianco impasto di grano nel grigiore del lago: la sostiene sotto le ascelle e la stringe contro il petto: raccoglie acqua nel palmo destro.
Lava il viso; lava le spalle; acqua ricade dove lui non osa toccare, e il fango e il sudore e la polvere scorrono via, ed emergono l'antico biancore, l'antica bellezza.
Armeggia con i tre nodi che le tengono legati i capelli.
Perdona, perdona, e tira, e cerca di non strappare le ciocche ma, con una sola mano, è impossibile, e i capelli sono fili di seta color della terra che si avviluppano ruvidi fra le sue dita e si annodano intorno a lui come alghe del lago.
La reclina nell'acqua, lava i capelli- ora risalgono a galla, simili a filamentosi fiori colore del miele.

"Al mondo rimetto la polvere, io mi manterrò puro:
Solo la Forza, solo la Forza sarà il mio lavacro.
Come sono nato così sono morto: oggi muoio, oggi rinasco:
Sono nudo e mi immergo nel flusso della Forza"

Con lei al collo, si china, dentro lo specchio salso e, insieme, sono sotto il vetro delle acque.
Trattiene il respiro e la osserva fluttuare- una pallida regina di un regno verdeggiante, incoronata dalle bolle di ossigeno che sbocciano verso la superficie, come tondi diamanti subacquei.
Le ombre si ritirano verso il cuore del lago.
Il fruscio della pioggia impallidisce e, ora, c'è solo lo sciabordio dei loro corpi, e il pulsare dell'acqua contro i suoi timpani e del sangue dentro la sua testa.
Lei è diventata più pesante.
Abbiamo quasi finito.
Emerge di colpo, avido di aria, e la trascina via con sé sulla riva, e la depone dolcemente e la riveste, fascia dopo fascia, strato dopo strato, ma i capelli li lascia sciolti, e tutto stilla acqua e entrambi risplendono di piccole stille di sale.
Oh, Kira.

Per lungo tempo, resta seduto accanto a lei, la pelle che tira sotto il vento, i vestiti ancora abbandonati qua e là per la spiaggia.
Guarda la distesa dell'Ashla Tar'ooka- è azzurrina, adesso- e le brevi coste color ruggine intorno alla baia, e pensa che, da qualche parte, c'è il Crismon Moth.
Il pensiero lo rende esausto, e allora cerca di smettere di pensare e di concentrarsi solo sul respiro.
"Al mondo rimetto la carne, io sono oltre il mio corpo.
Solo la Forza, solo la Forza è la mia sostanza.
Come sono nato così sono morto: oggi muoio, oggi rinasco:
Oltre l'illusione, non c'è che unità.
Oltre l'essere non c'è che l'essere
Perché l'essere è uno, e Uno è la Forza"

Quando è pronto, si riveste, lentamente; prende l'elsa; torna sui suoi passi, dove lei aspetta, e si china a chiuderle gli occhi.
Perdona: sarà come tu stessa hai chiesto.
La lama vacilla e gracchia ed è scioccamente viva e rossa e frenetica.
Un altro Ren. Un'altra Kira.
Metterò il ventre nella terra e la testa nell'acqua.
Dopo aver seminato, resterò a vegliare.
Resterò, mi hai sentito?

…..

Ho sentito. Fa' presto.

(continua)