File…01.02.00 – Capitolo 8 - Robot in Disguise
Stava volando.
Era l'ultima cosa che ricordava. Poi il blackout. I lampi di luce. E l'incubo.
Umani giganteschi che lo osservavano alla sua stessa altezza. Aveva provato a puntare le armi e a fare fuoco, ma non c'erano né armi né fuoco.
Diamine. Diamine. Diamine. Diamine. Diamine. Diamine. Diamine. Diamine.
Allora si era scagliato contro i terrestri, sconvolto e furibondo, urlando improperi e menando colpi.
Se fosse stato un pensatore migliore avrebbe seguito una strategia diversa? E perché, dannazione, non riusciva a trovare più nessuno online?
Il primo pugno ricevuto da un umano era stato il più grande shock nella sua lunga esistenza.
Era un incubo terribile, e non faceva ridere neanche un poco: gli avevano rubato il cielo!
Le banchine di St Katharine le erano sempre sembrate un ottimo posto per passeggiare. Soprattutto di sera, con le luci accese sull'acqua e tutta quella malinconica nostalgia che poteva essere compensata tenendo tra le mani un bicchiere di caldo cappuccino.
Davvero, la malinconia non era per nulla un problema quella sera, con la guerra e la fine del mondo imminente e neanche una bibita calda o una luce a disposizione.
La gente stava a casa, negli scantinati per buona misura, aspettando che le cose andassero come in America e in Asia: attacchi di robot e simili.
Non c'era nessuno sulle banchine. I negozi non avevano neppure aperto. Lo spazio aereo sulla città era stato chiuso, neanche la luce di un aeroplano in partenza o in arrivo a farle compagnia. A farle sognare di andare da qualche altra parte, in cerca di qualche altra cosa. Tirò fuori il cellulare dalla tasca, controllandolo: nessuna ricezione. Nessun modo per comunicare.
Aveva paura? Si sedette su una panchina. Sì. No. Forse. Era confusa al riguardo. Sì, certo. La prospettiva era terribile, sarebbe stato idiota non avere paura. Però… questa cosa non era affatto come scoprire di avere una malattia, come scoprire di essere una sola persona condannata su migliaia.
C'erano dentro tutti.
Questo non era confortante, in una certa misura?
Vivi adesso. Domani fatti le domande.
Si alzò; era meglio tornare a casa prima che facesse del tutto buio e le strade rimanessero deserte.
Se fosse sopravvissuta avrebbe cambiato aria, se lo promise e si sentì già meglio.
Camminò per un po', canticchiando tra sé e sé. Poi li sentì. Gente che strillava volgarità, ubriachi forse, il suono di una rissa.
Merda.
Non c'era un'altra strada disponibile, così si spostò in una zona completamente in ombra e continuò ad avanzare sperando che nessuno la vedesse. E poi si bloccò, sconvolta e nauseata.
Erano in quindici, almeno quindici contro uno.
Un solo uomo che stava cercando di cavarsela al meglio delle sue forze… e lo stava facendo.
Audy si frugò nuovamente in tasca per il cellulare, tentando di comporre il numero della polizia ma senza successo.
Merda. Merda. Merda.
Uno degli assalitori venne letteralmente scaraventato contro un muro, e la rabbia degli altri si riattizzò; in due riuscirono a strappare il tubo che raccoglieva l'acqua piovana da una parete e iniziarono ad usarlo per colpire la loro vittima.
Audy deglutì, cercando di allontanare la nausea e di reggersi con maggiore fermezza sulle gambe. Poi le venne l'idea, stupida, ma era tutto quello che aveva.
Una delle suonerie del suo cellulare imitava la sirena della polizia. Alzò il volume per quel che poteva, sperando che fosse sufficiente a dare l'idea di una pattuglia in avvicinamento, ma i tizi erano troppo presi dalla rissa per farci caso e lei imprecò, cercando di aiutarsi con la voce.
- La polizia, sta arrivando la polizia! Abbiamo chiamato la polizia! – potevano prenderla per qualcuno che si fosse affacciato dalle case vicine e li avesse visti.
Strillò più forte, e la sentirono.
Se avevano dei dubbi li ignorarono, limitandosi a colpire ancora l'uomo e a lasciarlo a terra mentre si allontanavano in fretta.
Lei rimase in attesa fino a quando il suono dei passi non si spense nel silenzio.
Allora si avvicinò con cautela, temendo che, alla fine, lui fosse morto. O troppo grave. E, dannazione, non aveva idea di come avrebbe fatto per chiamare un'ambulanza.
Per fortuna lo sconosciuto si mosse.
- Signore… tutto bene? -
L'uomo le rivolse uno sguardo di puro odio, cercando di alzarsi.
Audy rimase ferma a guardarlo, stupefatta.
Era, era… woooah!
Dio, non aveva mai visto un uomo con una tale espressione di disprezzo stampata sul viso pallido e perfetto, e quell'espressione gli donava.
- Umani… - sibilò lo sconosciuto, mentre una ciocca di lunghi e incredibili capelli di una incredibile sfumatura di incredibile viola gli scivolava sull'incredibile viso, velando uno dei suoi incredibili occhi rossi.
Le si avventò contro, prima che Audy avesse tempo di urlare. La atterrò, facendo finire entrambi a terra. Lui sopra di lei, puntellato sui gomiti.
- Umani… - sibilò ancora – Bastardi, microbi. Traditori.
Lei era troppo stupefatta per emettere un solo suono. Rimase a fissarlo senza avere la forza di opporsi o di urlare.
L'uomo abbatté un pugno sull'asfalto accanto alla sua testa, ed Audy ebbe l'impressione che avrebbe potuto schiacciarle il cranio in un istante.
- Tele… teletrasporto! – biascicò. Chiuse gli occhi, come in attesa che accadesse qualcosa.
- Tentativo di contatto… con la… base… - si portò una mano alle labbra, scosso da un singulto. Sembrava sul punto di andare in pezzi, di perdere la testa.
- Cosa… mi avete fatto? Il grande Skywarp… ridotto… come… - le sue parole si persero in un accesso di tosse violenta.
Audy gridò quando un rivolo di sangue scivolò al lato della bocca dell'uomo, un rivolo di sangue viola.
Sangue viola, cazzo!
- Teletrasporto, dannazione! – sibilò ancora lui, picchiando un pugno sull'asfalto.
Poi le crollò con la testa sul petto, ed Audy avvertì un bruciore, un gran brutto bruciore lì dove le labbra dello sconosciuto si erano premute contro la stoffa del suo vestito, come se si vi fosse caduto un frammento di carbone ardente o qualcosa del genere.
Provò a sollevarlo senza alcun successo. Per quanto si sforzasse al massimo delle proprie possibilità non faceva altro che peggiorare la situazione, sentendosi schiacciata sotto una massa compatta e inamovibile.
- … Aiuto! – sussurrò, infilandogli le mani tra i capelli per cercare di spostare almeno la testa.
Qualcosa di simile ad una scossa elettrica corse lungo il corpo dell'uomo.
- Skywarp… riavvio. – con un gemito meno che umano l'uomo si sollevò, puntandole contro i suoi occhi rossi ed inquisitori.
Non smise di fissarla neanche per un attimo, mentre si ripuliva la bocca con il dorso della mano.
- Per favore, ehi, ho cercato di aiutarti. Li ho fatti scappare. Ora vorrei solo andare a casa.
A casa.
Gli occhi dell'uomo si incupirono, come se si stesse domandando se crederle. E come fosse potuto accadere che una donna tanto esile fosse riuscita a mettere in fuga quindici assalitori che erano riusciti a sopraffarlo. Sopraffare lui! Lui che aveva sterminato l'intera popolazione di una città in una manciata di istanti solo… quando? Poche ore prima.
- No. – soffiò – Tu sei umana.
- Dio! – implorò lei – Perché, tu no?
Lo schiaffo dell'uomo arrivò duro e inatteso, facendole battere i denti e girare la testa.
- Come… osi? – la afferrò, sollevandola e scrollandola come una bambola di pezza – Come… osi… dire questo? Cosa mi avete fatto? Cosa mi avete fatto?
Per quanto la sua simpatia nei confronti di quel pazzo fosse ai minimi storici, sberla o no, Audy provò un briciolo di dispiacere: il tubo doveva essere stato picchiato duramente su quella testa incantevole.
- Giuro… non so di cosa tu stia parlando.
Era tutto così assurdo, come un sogno.
Le labbra dello sconosciuto si macchiarono con un'altra goccia di liquido viola. E, per quanto fosse folle, Audy allungò una mano per raccoglierla, per accertarsi che fosse reale.
Quando la goccia scivolò sulle sue dita desiderò di non essere stata tanto curiosa: bruciava, come se qualcuno le avesse spento una sigaretta sulla pelle. E forse si era contagiata con qualche assurda malattia tropicale. Deglutì.
- Non riesco a ripristinare il controllo. Io…
- Fa… fammi alzare. – provò a mostrarsi ragionevole e sicura di sé. Nei film dicevano che con i pazzi si doveva fare così.
Lui obbedì, passandosi una mano tra i capelli, mentre la sua confusione aumentava, guardandosi attorno come se fosse precipitato in un incubo, mentre lei riguadagnava la posizione eretta.
Audy si allontanò, muovendo qualche passo all'indietro per non perderlo di vista.
Si voltò, affrettando il passo e riprendendo la propria strada. Con la testa che le faceva ancora male per il colpo, e le dita ed il petto che bruciavano.
La stava seguendo? Non faceva alcun rumore, camminando come un fantasma, ma lei ne era sicura. Sicura.
Iniziò a contare i passi, voltandosi solo quando ebbe perso il conto. E lui era lì.
- Non mi seguire. – sussurrò, iniziando a correre.
L'uomo la raggiunse in fretta, afferrandole un braccio – Dove stai andando, umana? Dove si trova la tua base? Io…
Audy si morse le labbra.
- Non è una buona idea. Dovresti andare all'ospedale. Le linee sono giù e io non posso chiamare un'ambulanza.
- No.
- Davvero. Credimi. – si domandò se fosse saggio contrariarlo ancora – Sei finito in una rissa. Ti hanno colpito molto forte, devi essere confuso. Hai bisogno urgente di un medico.
Sì, di un medico che ne capisse di sangue viola.
- No. – era un tono definitivo. Voleva dire: no in un milione di anni luce.
Audy deglutì, era così difficile già solo pensarlo. Dirlo sembrava assurdo – Non è che sarai uno di quegli alieni? – ridacchiò.
Prima che televisione ed internet fossero oscurati aveva visto delle immagini di quello che stava succedendo nel mondo. Gli alieni erano robot giganti, luccicante metallo contro la carne degli uomini.
Fantascienza pura.
Però potevano essercene altri, giusto?
Altri che sembravano uomini bellissimi, con il sangue viola che bruciava come vetriolo. E che, a dispetto dei propri modi, forse potevano dare una mano.
- Io sono Skywarp. – sussurrò lui, socchiudendo gli occhi e scrutandola – Il potente.
Contraddirlo sarebbe stato ineducato.
Audy rabbrividì.
Era solo fuso o ci credeva davvero?
Si umettò le labbra, lui era così… esotico, e aveva tenuto testa a quindici ubriachi assatanati.
Aveva trovato davvero il suo extraterrestre personale per strada? Una specie di cane bastonato, solo più pericoloso?
O magari c'era qualche malattia rara ma perfettamente umana che giustificava sangue viola e forza erculea. Qualcosa come il morbillo o la varicella.
- Skywarp sembra un nome adatto ad un alieno. Se qui per… cosa? – butto lì, era educato chiedergli se fosse sul punto di commettere un genocidio?
- Non riesco a pensare. Il mio sistema di navigazione non funziona. Io… - riprese a tossire, con le labbra chiazzate da quella cosa viola.
- D'accordo. D'accordo io… sarà meglio andarsene di qui. Andiamo a casa prima che quei tizi ritornino. – si pentì praticamente subito di averlo detto. Ma quante altre possibilità c'erano? Se non si trattava dei teppisti potevano arrivare altri presunti alieni incazzati e le sarebbe piaciuto ancora di meno.
Se era stato mandato davvero ad ucciderli, forse era più saggio mostrargli che non c'era motivo di farlo.
Ehi, gli umani sono buoni e cortesi! Ti hanno dato un tetto quando eri finito in strada in stato confusionale, Skywarp! Abbandona il lato oscuro della Forza e diventa un Jedi!
All'improvviso le venne da ridere. Si coprì la bocca cercando di trattenersi, ma era un impulso troppo forte. Così forte da farle salire le lacrime agli occhi. Si piegò in due, e la sua risata vagamente isterica risuonò lungo la strada.
Quando riprese il controllo Skywarp la stava guardando come se non potesse credere a quello che vedeva.
- Mi spiace. – boccheggiò lei – Scusami. – si coprì di nuovo la bocca, premendosi forte una mano sulle labbra e asciugandosi le lacrime con l'altra.
- Ti sembra uno scherzo?
- No, io… sì.
Skywarp si prese la testa tra le mani. Oh, Primus! No, no, no… non poteva essere vero!
Isolato in territorio nemico e senza una direttiva.
Imprigionato in un corpo troppo debole e che si indeboliva di più ad ogni sforzo. Cosa doveva fare? Iniziare ad uccidere umani uno dietro l'altro? I numeri gli davano contro. Probabilmente ne avrebbe uccisi diverse decine e poi sarebbe stato preso.
Non voleva finire dentro una gabbia costruita dagli umani. Non voleva diventare il loro terreno di gioco, perché gli umani erano il suo terreno di gioco.
Cosa doveva fare? Se solo ci fosse stato un ordine, un protocollo per una situazione del genere. Se non fosse rimasto isolato, se, se…
L'umana era la sua chance migliore?
Migliore? Pessima. Una chance pessima per uno scherzo pessimo.
Però era sola, e sembrava fragile. Così fragile che controllarla sarebbe stato facile. Non doveva perderla di vista, solo seguirla e aspettare che qualcuno lo localizzasse e gli restituisse la sua dignità ed il suo corpo. E poi l'avrebbe uccisa, lei quegli altri quindici e qualche milione di abitanti di quella lurida città.
Lo stavano cercando, ne era certo. Qualcuno lo stava cercando. Almeno Thundercracker. Di sicuro.
Ad Audy il tragitto verso casa sembrò lunghissimo.
Rimasero in silenzio tutto il tempo, evitando di guardandosi con il medesimo disagio.
Ringraziò il cielo quando raggiunsero l'edificio di mattoni rossi ed il gruppetto coinquilini che ci abitava con lei.
I ragazzi stavano chiacchierando e fumando sulle scale, mescolando pettegolezzi senza importanza a notizie d'ultim'ora.
- Ehi, Audy. – un ragazzo con una cresta verde le rivolse un sorrisetto – Non dovresti andare in giro con l'oscuramento.
- Non preoccuparti, Pete. Ha fatto buio solo da poco. – cercò di scavalcarlo e di passare oltre.
- Ed avevi una guardia del corpo.
Skywarp si irrigidì. Audy ebbe l'impressione che fosse sul punto di saltare addosso al ragazzo solo perché aveva parlato. A volte si sentiva anche lei esattamente incline a fare lo stesso. Gli afferrò la mano per fermarlo, una mano fredda e forte, e gli scoccò un sorriso che sembrava una smorfia.
- Questo è Skywarp, dorme da me stanotte.
- Ehi, non c'è problema, la privacy è importante. Vuoi una sigaretta, Skywarp?
Quando Peter gli porse il pacchetto, Skywarp sollevò un braccio, puntando le armi che non possedeva più contro il terrestre, il viso tirato in una smorfia ferale.
Rimasero tutti congelati per un secondo, poi Audy prese il pacchetto e infilò una sigaretta tra le labbra dell'uomo.
- Grazie Pete, Skywarp apprezza. Ma ora vorrei davvero entrare.
Il ragazzo si scostò, senza togliergli gli occhi di dosso – Non c'è problema.
Con un sospiro di sollievo, Audy trascinò il suo personale problema alieno fino in camera e poi sbarrò la porta.
- Va bene. – soffiò – E adesso?
- Tu vivi in questa miserabile topaia? Davvero? – Skywarp le concesse un'espressione di compatimento allo stato puro – Questa è una prigione. Una scatola soffocante.
- Sì, ok. E mi costa anche metà dello stipendio, quindi fattela bastare. – le faceva male la testa. Tanto, troppo – Mi sono messa in un casino, non è vero?
Lui si concesse di studiarla con attenzione. Gli umani erano così strani, così diversi e così uguali tra loro.
Questa femmina aveva capelli e grandi occhi scuri, e le guance arrossate che spiccavano sulla carnagione chiara. Poteva darsi che somigliasse a migliaia di altre che aveva schiacciato, ma non lo sapeva. Perché non si era mai fermato a studiare un terrestre prima di quel preciso momento.
Il suo sguardo sembrò metterla in agitazione, ed Audy gli voltò le spalle in cerca di qualcosa.
Tornò indietro, gli prese la mano e gli infilò un pezzo di plastica tra le dita.
- Accenditi quella sigaretta, magari. Io… devo incipriarmi il naso.
Si allontanò verso una piccola porta e lui la seguì, tirandola indietro – Dove pensi di andare, umana?
- Nel bagno! – perplessa gli scostò la mano.
- Allora vengo con te.
Audy emise un verso disperato, aprì la porta che dava sulla piccola stanza e gliela mostrò – Niente armi, niente di strano, non passo neanche dalla finestra. Non sto provando a tradirti o a fare una di quelle cose che si vedono nei film. Per favore, non c'entriamo neppure in due! E' piccolo!
Era davvero un buco striminzito. Skywarp annuì controvoglia – Fai in fretta.
Avere un istante di privacy non le sembrò vero, si abbassò, posando la fronte sul bordo del lavabo.
Dio.
Non stava succedendo davvero, non a lei!
Il movimento le fece cadere il telefonino dalla tasca.
- Che succede? – la voce di Skywarp la raggelò, e lei sistemò un asciugamano sulla maniglia per impedirgli di spiare dal buco della serratura.
- Niente, è caduto il sapone.
Raccolse il cellulare e rimase congelata dalla sorpresa. C'era linea!
Dio, c'era linea!
Poteva chiamare qualcuno, chiedere aiuto.
Perdere l'occasione prima di averla colta.
No!
Se solo, se almeno avesse potuto dirlo a qualcuno. Confidarsi senza tradire il suo segreto alieno.
Sfogarsi senza farla grossa, senza che nessuno capisse davvero le implicazioni, senza che nessuno sapesse chi era lei.
Avere l'impressione di averne parlato e non averlo fatto…
Deglutendo si connesse ad Internet, accedendo al suo sito di domande e risposte preferite.
Digitò velocemente qualcosa sulla tastiera e inviò sentendosi più leggera.
"Trovato bellissimo uomo con gli occhi rossi. Mai capitato a nessun altro?"
(continua…)
Nota: Questa è una fanfiction, ed è scritta senza alcun fine di lucro e solo per piacere personale. Da fan. I Transformers non mi appartengono in nessuna maniera, al contrario appartengono a chi ne detiene i diritti. Ovvio, no?
Ciò che è mio sono i pg originali che ho ideato e la trama della fanfiction, dunque siate gentili e niente plagi! ;-)
