7° Capitolo

Nel bosco era ormai calata la notte, accompagnata da un silenzio quasi spettrale.
Ogni tanto si udiva il verso di qualche animale o uccello notturno, però rendeva ancora più inquietante l'atmosfera del luogo.
Molte decine di metri sopra gli alberi, volava quello che sembrava un gufo: sembrava perché, nonostante da lontano apparisse a tutti gli effetti come un uccello, con tanto di verso caratteristico, era in realtà un sofisticato robot costruito da Hakase e Chao, con sensori di rilevamento feromonico al posto degli occhi.
L'automa compì molti giri larghi sempre sulla stessa zona, trasmettendo i dati al laboratorio delle sue creatrici.

"Ci siamo!", esclamò Chao trasmettendo su un grande schermo l'immagine in tre dimensioni del bosco.
Un quadrato verde evidenziò un determinato punto zoomando su di esso. Al suo interno c'era un puntino rosso che si muoveva in varie direzioni, si fermava a intervalli irregolari e poi riprendeva a muoversi.
Intorno alla geniale ragazza c'erano Hakase, Mana, Kaede, Setsuna, Konoemon, Takamichi, e gli altri suoi colleghi, maghi professori, tra cui Akashi.
"Il segnale proviene solo da quel punto?", domandò Mana.
"In realtà", rispose Hakase, "abbiamo rilevato tracce un po' dappertutto nel bosco. Quell'essere ha girato parecchio. Tuttavia questo segnale è l'unico in movimento".
"Diamo il via all'operazione!", comandò il preside.
Digitando alcuni comandi su una tastiera, Chao fece partire diversi droni dalla sezione d'ingegneria: silenziosi e veloci s'innalzarono nel cielo diretti verso la loro destinazione, che raggiunsero rapidamente, e compiendo anche loro larghi giri, iniziarono a spargere una sottile polvere, quasi invisibile e scintillante.
"Siamo sicuri che riusciranno a cogliere il bersaglio? Perché dubito che se ne resterà fermo a farsi impolverare", obbiettò Takamichi.
"Il pulviscolo viene sparso per un'area di tre chilometri intorno al punto segnalato. E' impossibile che gli sfugga", rispose Chao.
Attesero alcuni minuti, poi la giovane scienziata dichiarò: "E' fatta, la zona è stata completamente irrorata!"
"Prepariamoci allora", disse Kaede.
A parte le due inventrici e Konoemon, tutti gli altri indossarono degli speciali visori simili a occhiali da neve.
Dal lato destro, scendeva un piccolo microfono.
"I microfoni servono per parlare tra di voi. Se premete il pulsante bianco sul lato destro del visore, la comunicazione sarà con noi", illustrò Chao.
"In quelle lenti sono stati inseriti dei sensori di rilevamento dell'impronta feromonica. Il bastardo non lo vedrete interamente, ma sarà una figura evanescente, tipo fantasma. Il pulviscolo aumenterà ulteriormente la sua visibilità, che tuttavia, ricordatelo bene, non sarà mai al 100%. Dovrete farvelo bastare", spiegò Hakase.
"Basterà", dichiarò Mana.
"Con la magia, vi teletrasporteremo intorno alla zona dove si trova adesso l'obiettivo, in modo che potrete circondarlo", aggiunse Konoemon, che recitò una formula magica, dei cerchi luminosi contenenti disegni complessi si formarono sotto i piedi dei dieci maghi e delle studentesse guerriere.
Un attimo dopo erano tutti spariti.

Mana, con rapidi cenni della mano, indicò ai suoi compagni dove collocarsi intorno alla zona prestabilita, che grazie ai visori appariva loro distinta dal resto dell'ambiente, perché aveva i bordi evidenziati in verde.
La zona in questione era un insieme di un centinaio di alberi, abbastanza alti e isolati dagli altri da un sentiero in terra battuta che ci girava intorno: un boschetto nel grande bosco.
Poco distante, separato da una collinetta, scorreva un fiume artificiale, dalle rive fangose.
Mana salì su un alto albero, davanti al boschetto, si nascose dietro del fitto fogliame e tirò fuori da una custodia sulla schiena un fucile di precisione di grosso calibro. Si tolse un momento il visore e scandagliò la zona con la sua vista magica, senza vedere nulla di strano.
Nagase salì anche lei su un albero, posto a sinistra della zona bersaglio e si appostò pronta a lanciare i suoi shurinken.
Setsuna invece sfoderò le sue belle ali piumate e salì sulla cima di un albero a destra dell'obiettivo, con la spada sguainata.
Gli altri maghi si acquattarono dietro cespugli e grosse pietre.
L'intero ambiente circostante mandava ogni tanto dei riverberi luccicanti: era pure una bella vista, pareva quasi che ogni albero, roccia, cespuglio, filo di erba, fosse cosparso di polvere di diamanti.
"Mi ricevete? Passo", domandò Mana sottovoce tramite il microfono.
Tutti risposero di sì.
"Non vedo nulla però qui intorno. Il nemico sarà ancora dentro quel piccolo bosco", disse Nagase.
"Allora facciamo così: cinque di noi andranno tra quegli alberi, gli altri si disporranno intorno ad essi per circondarli", decise Takamichi.
Gli altri furono d'accordo e così fecero: cautamente, strisciando sul terreno e fermandosi ogni tanto per non fare troppo rumore, si addentrarono dentro il boschetto.
Dentro vi era assoluta calma, gli alberi erano distanti solo uno o due metri l'uno dall'altro, non c'era molto spazio per muoversi, quindi i cinque uomini dovettero rialzarsi.
I maghi del Mahora guardarono in tutte le direzioni, sfoderarono le loro armi magiche preparandosi a usarle.

Setsuna contemplava dall'alto della sua posizione il boschetto, i sensi tesi al massimo, i muscoli pronti a scattare.
"Setsy".
Udendo quella voce, Setsuna sentì quasi il suo cuore fermarsi e guardò verso il basso.

I cinque maghi continuavano a perlustrare quegli alberi.
"Mi sembra che qui non ci sia niente", osservò uno di loro.
"Continua a cercare", gli rispose un altro, distante una ventina di metri, attraverso il microfono.
"Va bene. Ehi, cos'è questo sibilo?"
"Io non sento niente".
Il primo uomo si avvicinò a uno degli alberi, da dove sembrava provenire quel rumore, che cessò di botto.
"Mah, sarà stato un animale".

Setsuna, ansia fatta persona, era scesa fin quasi alla base dell'albero.
"Non posso crederci! Cosa ci fa lei qui?! Che incosciente!", pensò.
Si guardò freneticamente in giro, senza vedere nessuno.
"Che me lo sia immaginato?"
"Setsy, vieni qui".

Takamichi continuava ad aspettare pazientemente, nascosto dietro un masso ricoperto di muschio. La pietra aveva una piccola rientranza e l'uomo ci si era infilato, in modo da essere protetto su tre lati per quattro.
Non riusciva a concepire con che razza di nemico avessero a che fare: nel corso della sua tutto sommato ancora giovane vita, aveva avuto a che fare con diverse creature, ma nessuna corrispondente alle caratteristiche di quella cui davano la caccia.
"Chissà il mio maestro cosa farebbe in questo momento", pensò con un sorriso amaro.
All'improvviso udì un suono simile a un tic, che lo mise sul chi va là.
Si guardò intorno, senza vedere nulla.
Prudentemente si sporse in avanti, guardando verso sinistra: a qualche metro dal masso, per terra, si era accesa una luce rossa.

Il sibilo riprese, e il mago si riavvicinò cautamente all'albero.
Guardò verso l'alto e vide, attraverso il visore, una specie di fumo bianco, che sembrava essere emesso da un piccolo tubo, inserito su un treppiede piazzato a sua volta sul tronco.
Perplesso, il mago si tolse il visore, e il fumo scomparve, per poi ricomparire quando lo rindossò.
"Ehi, c'è una specie di tubo su quest'albero", disse un altro dei cinque maghi.

"Setsy, vieni qui".
"Lady Konoka, dove siete?", domandò angosciata Setsuna guardandosi attorno e vedendo solo alberi, rami e cespugli immersi nel buio.
"Voglio aiutarti".
La spadaccina si bloccò: sentendo quelle parole, dette con quel tono, ebbe una sensazione di déjà vu, riguardante la festa cui aveva partecipato poco prima, abbastanza vicino ai confini del bosco.
Sembravano quasi una registrazione.
Un attimo dopo qualcosa afferrò Setsuna per la testa e la mandò a sbattere violentemente contro il tronco dell'albero.

"Takamichi, c'è qualcosa che non va", comunicò uno dei maghi entrati nel luogo designato. "Sembra che quel segnale di feromoni fosse emesso da dispositivi piazzati sugli alberi".
Takamichi sbarrò gli occhi, guardò prima la luce rossa a terra e poi verso i suoi colleghi in perlustrazione.
"Venite fuori da lì! Subito!"
Sugli alberi e sul terreno intorno al boschetto si accesero diverse luci rosse assai intense, neanche un secondo dopo decine di raggi laser rossi, lunghi un centinaio di metri, attraversarono l'aria, e contemporaneamente le loro fonti di emissione ruotarono su se stesse: i laser fenderono l'aria in ogni direzione.
Pochi attimi dopo, gli alberi del boschetto crollarono con grande frastuono, essendo stati tagliati di netto in più punti.
Anche le rocce intorno, compresa quella di Takamichi, fecero questa fine, ma non il professore: resosi conto del pericolo un momento prima degli altri, era riuscito a buttarsi a terra appena in tempo.

"Dio, no!", urlò Kaede sgomenta.
Lei e Mana erano troppo lontane per essere colpite e avevano assistito a quell'orrore.
"Setsuna! Stai bene? Setsuna Sakurazaki, rispondi! Professor Takahata, qualcuno mi risponda!"
"Ma non capisco!", pensò Mana. "Che cosa sta succedendo… a meno che…"
Afferrò con forza il microfono e premette il pulsante bianco: "Hakase, Chao, mi sentite? E' una trappola, una maledettissima trappola! Ma per noi, non per lui!"

"Una trappola?", ripeté incredula Chao.
Poco prima lei, il preside e Konoemon avevano visto sullo schermo l'abbattimento in tempo reale del piccolo bosco
"Oh no!", esclamò il preside. "Che ne è degli uomini che erano entrati lì dentro?"
"Temo che siano…"
Il collegamento con Mana s'interruppe.
"Che succede?"
"E' un misterioso segnale di disturbo", spiegò Hakase leggendo alcuni dati dal computer principale del loro laboratorio, "non riusciamo a eliminarlo e blocca le nostre comunicazioni. Dannazione! Ha anche disabilitato il segnale dei nostri dispositivi di volo. Non vediamo più nulla!"
Infatti, le immagini del bosco che stavano osservando erano scomparse, sostituite da uno schermo nero.
"Se non possiamo più né vederli né sentirli, non possiamo farli ritornare col teletrasporto magico", osservò tetro il preside. "Non ci resta che…"
Un profondo boato scosse fin nelle fondamenta il laboratorio.
"E ora che è successo?", si domandò Konoemon.
Dopo interminabili attimi di silenzio, gli squillò il cellulare.
"Pronto? Come dite?!"
Chao e Hakase videro il volto dell'anziano uomo diventare sempre più accigliato e terreo man mano che ascoltava.
Conclusa la telefonata, il preside annunciò: "C'è stata un'esplosione nel locale caldaie del dormitorio. Ora l'edificio sta andando in fiamme".
Le due ragazze della III A rimasero a bocca aperta, impietrite.
"Andiamo, dobbiamo soccorrere gli studenti", ordinò l'anziano uscendo dal locale.
Chao sembrò ridestarsi. "Però le persone nel bosco… aspetti, preside, dobbiamo aiutarli! Preside, dobbiamo andare da loro!"
Lo costrinse a girarsi mettendogli una mano sulla spalla, ma la tolse subito dopo.
Konoemon aveva adesso uno sguardo di ghiaccio, capace di rivaleggiare con quello di Evangeline.
Davanti a quella vista, persino la geniale ragazza cinese, che poco tempo prima aveva rimproverato lo stesso preside come se fosse stato uno scolaretto, non poté che ammutolire.
"Cosa crede signorina Lingshen? Pensa che io non voglia aiutarli? Che non desideri con tutto me stesso andare in quel bosco a soccorrerli? Lo vorrei eccome!
Ma io sono il preside, e devo badare alla tutela di tutti gli studenti, studenti che ora sono in pericolo mortale. Voi due, che siete i geni del Mahora, ditemi: per quanto possa apparire, e purtroppo lo è, crudele, qual è la cosa migliore da fare secondo la logica?"
Senza attendere risposta, Konoemon uscì, seguito dalle due ragazze a capo chino.