«Perché sei qui, Sherlock?» chiese John, spaventato.
Aveva brutti ricordi, legati a quel tetto.
«Non preoccuparti. Ho già avuto modo di provare l'esperienza di volare senza le ali, e non mi è piaciuta un granché. Non al punto di volerla ripetere, quanto meno. Non se posso evitarlo» disse il detective, spostando lo sguardo sui due e rimettendo il cellulare nella tasca.
«Suppongo sia stata tu a dirgli dove trovarmi».
Irene annuì, il fiato corto per la corsa su per le scale del St. Bartholomew's.
«Aspetti un minuto. Lei come faceva a saperlo?» chiese John, improvvisamente interessato.
«Ricordo che mi disse di voler affrontare la sua fobia per le altezze, una volta tornato a Londra».
«Fobia per le altezze? Quale fobia per le altezze? Hai… Soffri di vertigini?».
John guardò l'amico confuso.
Sherlock alzò gli occhi al cielo.
«Grazie tante» sibilò alla donna.
«Ho cominciato a soffrirne dopo… il salto. Ma non è nulla di grave o di debilitante. Sto bene, riesco a gestirlo» disse sbrigativo, rivolgendosi poi al medico.
John annuì, riprendendo finalmente a respirare normalmente.
Guardò Sherlock e Irene alternativamente.
«Bene. Io… Io vado di sotto, a cercare un taxi. Sherlock…»
«Stai tranquillo, per quanta fretta io possa avere, userò le scale».
Il medico annuì nuovamente, poi tornò all'interno dell'edificio.
La pesante porta di metallo si chiuse con un tonfo.
«Potevo aver già… affrontato le mie paure. Sono a Londra da qualche tempo, ormai» disse Sherlock piano, senza guardare la donna.
Irene sorrise, scuotendo il capo.
«Sono stata fortunata»
«Da quando credi alla fortuna?»
«Da un po'. Più o meno da quando tu credi nei sentimenti».
Sherlock non sorrise.
«Perché sei tornata? Con me come capro espiatorio al posto tuo, nessuno avrebbe dato la caccia a te. Saresti potuta andare dove volevi. Bastava semplicemente non guardarsi indietro».
Nuovamente, La Donna scosse il capo.
«Non potevo lasciarti nei guai. Il solo pensiero di te davanti alla Corte Suprema a causa mia mi faceva impazzire».
«Dì piuttosto che avevi il terrore che potessi portare davanti al giudice le prove della mia innocenza e di conseguenza della tua colpevolezza».
«Perché mi ritieni così…»
«Perché ho l'ardire di conoscerti come me stesso, Irene».
La donna lo fissò.
«Beh, allora non mi conosci come credi. Altrimenti sapresti che non avrei, per nulla al mondo, accettato di perderti. Non dopo quello che abbiamo affrontato e vissuto insieme. Non ora e non così».
Gli si avvicinò, prendendo le mani del detective tra le sue.
Sherlock guardò le loro mani unite, sospirando.
«So di averti promesso che avrei fatto di tutto perché niente si intromettesse tra te e me».
La guardò.
«Ma mi risulta alquanto difficile, se non sono certo del tuo essere dalla mia stessa parte. Devo essere sicuro di potermi fidare, di poter contare su di te, quando ne ho la necessità».
Lei annuì.
«Il mio comportamento ti ha ferito in più di un'occasione, me ne rendo conto. Ma…»
«Se solo mi avessi rivelato prima le tue intenzioni…».
Tornò a guardarla, serio.
«Sai che non mi piace essere usato, che non lo permetto a nessuno. Non mi piace essere preso in giro, eppure ogni volta è quello che succede. Mi hai fatto dubitare di te. Di nuovo. Come se fossimo tornarti ai tempi del nostro primo incontro».
«Del nostro primo scontro, vorrai dire» rise lei.
Un sorrisetto increspò le labbra dell'uomo, ma fu solo per un attimo.
«Potremmo fingere che non sia successo niente. Che non fosse altro che un gioco, finito nel modo sbagliato» disse Irene, avvicinando il viso a quello di Sherlock.
«Non gioco mai con te, Irene. Dovresti saperlo».
«Un altro buon motivo per dimenticare l'intera faccenda».
Sherlock si allontanò brevemente, scuotendo il capo.
«Non è così che funziona».
John Watson lasciò che il quinto taxi gli sfilasse davanti.
Gettò un'occhiata verso l'alto.
Ma quanto ci mettevano?
Prese spazientito il cellulare, componendo il numero dell'amico.
[*]
Sherlock estrasse il cellulare.
«E' John. Chiede che stiamo facendo e perché non lo raggiungiamo di sotto» disse, leggendo il messaggio.
«Quindi non sei intenzionato a dimenticare»
«Assolutamente».
«Come faccio ad essere sicura che ora non mi venderai a tuo fratello e al governo?»
«Il bue che dice cornuto all'asino» mormorò il detective con il solito ghigno.
«Andiamo, ora. Se Mycroft si mette d'impegno è capace di trovarmi nel giro di pochi minuti».
Le tenne aperta la porta.
La Donna si zittì, non contenta, e lo sorpassò a testa alta.
Sherlock ghignò nuovamente.
Lasciò brevemente la maniglia della porta.
Giusto il tempo di estrarre il cellulare e premere il tasto "Elimina".
