Capitolo 8
–Stai ancora piangendo per il gatto? Sarà lo stesso adesso?… Sì, probabilmente.
Fece segno di sì, senza parlare, con gli occhi gonfi. L'aveva trovata dietro la casa a versare lacrime silenziosamente, discretamente. Aveva quattro o cinque anni.
Era scesa nel fiume da sola senza chiedere permesso a nessuno, durante la piena, per salvare quel cucciolo che stava annegando. Si era presa un sacco di rimproveri e un raffreddore. Aveva sopportato l'uno e gli altri senza un lamento, e senza replicare. A letto con la febbre, stava buona buona chiedendo solo ogni tanto come stava il gattino.
Lei si era ripresa. Il micetto no.
Eppure le avevano tentate tutte, vedendo quanto ci teneva. Gli avevano dato lo sciroppo per la tosse –se andava bene per le persone, doveva andar bene anche per i gatti, aveva sentenziato papà– e il latte col contagocce. Lo avevano tenuto bene al caldo e coperto. Ci si erano anche un po' affezionati di loro, vedendo quel mucchietto di pelo rossiccio miagolare pateticamente con la bocca ancora sdentata. Quando si era sentita un po' meglio, lei aveva partecipato assistendolo come una vera infermiera. Non era servito, purtroppo. Era troppo piccolo. Non ce l'aveva fatta.
Papà l'aveva presa filosoficamente. Sono cose della vita. Si vede che era destino. Lui, che aveva sempre cercato di imitare papà e fare l'uomo, aveva adottato lo stesso atteggiamento.
Lei no. Continuava a piangere tutti i giorni. Quando si era accorta che loro ne soffrivano, aveva iniziato a farlo di nascosto.
Da fratello maggiore, uomo, superiore, aveva cercato di farle la predica. Che aveva fatto tutto il possibile e non doveva rimproverarsi. Che in fondo era solo un animale. Che gliene avrebbero preso uno più sano e più bello. Ma una volta tanto lei sembrava non ascoltasse una parola. Alla lunga, si era perfino risentito con quel gatto che era la causa del suo dolore. Non poteva vederla così…
–…Se dovevi star tanto male per quella stupida bestia, tanto valeva che morisse prima che tu lo trovassi!
–Non dire così!– gridò la bambina con tono di rimprovero. Non le aveva mai sentito quel tono di voce prima. –Io lo rifarei! Rifarei tutto di nuovo!
La guardò incredulo. –Vorresti soffrire così tanto un'altra volta?– Lei annui quasi ferocemente. –Ma perché?
Si era sempre espressa con molta proprietà e consapevolezza per la sua età. –È come… quando le petit prince incontrò la volpe– cercò di spiegare. –Sapevano già che avrebbero sofferto. Ma diventarono amici lo stesso. Ne è… ne è valsa la pena.
Avrebbe dovuto farci l'abitudine, a vederla così decisa e determinata. Non era che l'inizio.
Aveva sempre saputo quello che voleva…
…e nessuno era mai stato capace di toglierglielo.
Il ragazzo si accorse del suo sguardo penetrante e gli sorrise, obbligandolo a distoglierlo con un po' d'imbarazzo. Non gli domandò se volesse qualcosa. Capiva molto bene quel che doveva passargli per la testa
Mi chiedo se anche lui si renda conto… che mi piacerebbe diventare suo amico. Avere la sua approvazione. L'ho appena conosciuto e non sa ancora cosa pensare di me. Eppure non posso fare a meno di provare simpatia nei suoi confronti.
Niente di cui stupirsi, del resto…
Girò gli occhi su di lei notando senza nessuna sorpresa che li stava osservando entrambi. Non disse nulla, ricambiò semplicemente il suo lievissimo cenno del capo.
Tendevano l'orecchio. Dopo che il veicolo –probabilmente un grosso furgone– si era fermato, il silenzio era tornato ad essere assoluto. Ma sarebbe stata soltanto una calma temporanea. Si trovavano in un edificio diroccato in periferia, in una zona destinata alla demolizione da tempo per costruire un nuovo parco divertimenti. A parte loro, non c'era anima viva per qualche centinaio di metri nell'area cintata. L'ideale per un duello. O per un agguato.
Ben presto molti passi cominciarono ad echeggiare nel corridoio, percepibili anche per chi non avesse dei sensi incredibilmente potenziati.
–Quanti sono?
–Più o meno una ventina.– Lei teneva gli occhi fissi sulla parete, ma guardava ben al di là di essa. –Persone normali… per quanto molto robuste. Armate con parecchi dei loro mitra e bazooka da guerra, tuttavia, e giubbotti protettivi pesanti.
Lui ghignò alzando le spalle. –Parrebbe che vogliano sistemarci… ma che al tempo stesso non ci conoscano. Il che ci dice qualcos'altro su di loro. Affiliati o alleati, probabilmente, che però non fanno parte dell'organizzazione. Suppongo che nel loro mezzo ci siano comunque i rinforzi?
–C'è una zona schermata che non riesco a sondare. Meglio essere prudenti.
–Lo siamo sempre.– Ciò detto, lui regolò l'arma e puntò quasi casualmente sparando il primo raggio dritto attraverso l'angolo del muro. Un istante dopo, venne un gemito e la caduta in avanti dell'uomo in avanguardia all'attacco, stordito.
All'Aja…
–Ho detto di no. Accompagnate il signore all'uscita.
Fervevano i preparativi. Spostare l'intero concerto in un altro stato… o meglio, organizzare un nuovo concerto parallelo… con una sola settimana di preavviso era un'impresa quasi impossibile. Ma stavolta non si trattava dei soliti imprevedibili capricci di una star. L'andirivieni di costumisti, aiutanti di palcoscenico, facchini, ballerine, coriste, musicisti era frenetico. Tutti portavano bracciate di qualcosa, o gridavano qualcosa, o entrambi.
E in mezzo a tutto questo, Michelle Amandette aveva preso la direzione dell'intero progetto, e dava ordini a voce o via radio, parlava fermamente con addetti e rappresentanti. Non era truccata, né portava i capelli cotonati come al solito. Indossava una semplice maglietta e un paio di jeans. Non l'avevano mai vista così semplice… nonché così diretta e decisa. E trovava il tempo anche per occuparsi… dei pochi giornalisti o altre persone che in qualche modo erano riuscite a sgattaiolare dietro le quinte.
–Ma le ho detto che sono soldi facili! Lei non si rende conto della fortuna che le è capitata. Oggigiorno non importa se parlino di te bene o male, basta che ne parlino e si resta sempre sulla cresta dell'onda! Deve soltanto aggiustare un pochino la sua immagine per conformarla ai veri gusti della gente, e vedrà che ritorno di popolarità! Ora, se solo volesse partecipare al mio nuovo programma della tarda sera… si potrebbe pensare anche a un bel film su questa vicenda, e…
–Glielo ripeto per l'ultima volta. Non sono interessata. E non alimenterò a mia volta false immagini di me per metterle in vendita. Arrivederci.
–Lei è un'ingrata! Io venivo ad offrirle una possibilità… se ne pentirà!– gridò l'anziano riccone mentre veniva gentilmente –ma non troppo– strattonato via dalle guardie del corpo. Il nuovo addetto alla sicurezza grugnì con un cenno d'assenso, guardando la scena in disparte.
–La piccola ha tirato fuori le unghie. Mi piace. Avevo avuto il presentimento che potesse esserci qualcosa di solido sotto tutti quei pizzi.
–Mi auguro che regga a tutto quanto. Per quanto sia coraggiosa… è un bel peso per una ragazza, dopotutto. E quel che abbiamo in mente di fare è pur sempre rischioso.
–Per questo ci siamo noi. E gli altri nostri colleghi. Animo, vai a fare la tua parte. Io le do man forte qui.
–Roger, compare.
Mentre l'altro assistente lasciava la stanza, incrociò Gerry Hunting che, venendo a gran passi dalla direzione opposta, gli rivolse un gran sorriso e un cenno del capo. Il fidanzato di Michelle si mostrava molto contento del suo cambiamento, e non nascondeva la propria gratitudine a coloro che ne riteneva gli artefici. D'altra parte –come lasciava intendere la smorfia che seguì al sorriso– per qualcun altro non si poteva dire la stessa cosa. Madame Eva orbitava infatti attorno alla figlia come un pianeta sovrappeso vestito di un padiglione svolazzante di seta, tra turbata e sconvolta.
–Stella, quello lì era un importantissimo produttore! E anche un uomo politico di spicco! Avresti potuto essere un po' più…
–Un po' più sorridente e indulgente con chi mi considera una donnaccia e vuol lucrarci sopra, mamma?– rispose Michelle con voce stanca. –Mi auguro davvero che tu non ti renda conto di quello che stai dicendo. E per favore. Ti ho già detto di smetterla di chiamarmi così.
La grassona scandalizzata si soffiò rumorosamente il naso in un fazzolettone ricamato. –Ti hanno messo su contro di me!– mugolò. –Una volta non mi avresti mai risposto in questo modo! Dopo tutto quello che ho fatto solo per il tuo bene! Ah, ma lo so io chi devo ringraziare…
–Ti ringrazio anch'io. Per ritenermi semplicemente una sciocchina senza cervello che si fa manovrare dagli altri. Grazie, davvero.
–Tesoro, stai travisando tutto quello che dico! È solo che c'è tanta gente cattiva a questo mondo pronta ad approfittarsi di te, e tu sei così innocente…
–Esattamente quel che dicevo io. Solo con altre parole. Ma probabilmente è anche colpa mia. Perché mi ero davvero troppo affidata a voi senza ragionare con la mia testa. E questo mi ha viziata. Ora basta, però. Voglia o no, ho delle responsabilità… verso la gente, verso il pubblico e in primo luogo verso me stessa. E non ho più alcuna intenzione di disattenderle. Né di farmi sfruttare da quelli che so si approfitterebbero di me… come quell'uomo. Oppure mi avresti buttato in braccio a lui per farmi riguadagnare punti di popolarità, mamma? Non credo che tu non abbia visto come mi guardava.
–Come ti permetti di…! Sospetti di me e poi segui alla lettera le istruzioni di quei tipi equivoci che non conosci nemmeno! Questo doppio concerto costerà una barca di soldi e potrebbe finire in un totale disastro! Te l'ho già detto che non sono affatto d'accordo! Per non parlare poi di quell'espediente… imbrogliare la gente in un modo simile… potrebbe veramente essere la fine completa per la tua reputazione e per la tua carriera! Se solo tu volessi ascoltare il buon senso…
–Lo sto ascoltando, mamma. Il mio.
–Oh, tu non sai neanche cosa stai dicendo! E poi guardati come ti sei conciata! Con tutta la fatica che ho fatto per ideare il tuo look! Ricordati di quello che ti dico… quando te ne pentirai e tornerai da me piangendo, sarà troppo tardi! Stai sbagliando tutto!
–Bene.
–Bene?!
–Almeno sarò io a sbagliare. E non qualcun altro in mia vece.
Madame si inalberò drizzando la testa come la vela di un galeone e si allontanò tremendamente offesa. Non posso darle nessuna colpa, pensò Michelle con meraviglia e amarezza. Lei crede davvero di aver fatto solo il mio bene, mentre faceva il suo. Era il suo sogno che stava realizzando attraverso di me… fin da bambina era lei che aveva desiderato stare su un palcoscenico, firmare autografi e farsi ammirare dalla gente. Me lo ha sempre ripetuto da quando mi ricordo. Non le è mai passato per la testa che io non desiderassi essere la sua sostituta.
E non è mai passato per la testa neanche a me. Mi ha cresciuta così, e ho sempre dato per scontato che fosse questo che volevo. Soltanto adesso sto cominciando a metterlo in dubbio.
È una brutta sensazione… ma siano benedette le brutte sensazioni.
Non posso biasimarla per un egoismo talmente innocente da essere inconsapevole. Tutt'al più posso biasimare me per non essermi mai incaricata di me stessa. Forse… lo sforzo che sto facendo adesso… permetterà di crescere non solamente a me, ma anche a lei… lo spero.
E quando finirà tutto questo… forse potrò pensare a cosa voglio veramente fare della mia vita…
–Brutti pensieri, signorina?– disse a mezza bocca l'uomo dai capelli bianchi, poco distante da lei, riscuotendola. –Non si preoccupi, credo che andrà alla grande.
–Grazie– rispose lei, anche se poco convinta, con un sorriso difficile. –Dopo vorrei controllare insieme a lei gli ultimi dettagli… e che mi rivedeste il testo del discorso che ho scritto da pronunciare sul palcoscenico. Sarà difficile che riesca tutto perfettamente dal punto di vista artistico… lo so benissimo… abbiamo soltanto pochissimi giorni a disposizione. Ma non è questa la cosa più importante. E comunque, sia le coreografie che i costumi e gli arrangiamenti mi piacciono davvero. Spero solo di poter ottenere qualche effetto concreto… col vostro aiuto.
Parigi.
Sapeva cosa… loro… erano in grado di fare. Glielo avevano detto. Aveva letto rapporti, perfino guardato filmati.
Vederlo dal vero era qualcosa di completamente diverso.
L'avanguardia degli assalitori cadde a terra come un esercito di birilli. I due si muovevano più in fretta di quanto il suo occhio riuscisse a seguirli… e colpivano con una forza tale da lasciarlo senza fiato anche se era solo un osservatore. Le armi spianate contro di loro venivano distrutte prima di poter sparare, con precisione letale, e i muscoli rigonfi degli avversari non servivano a niente. Braccia e gambe erano come pistoni e martelli, e il suono quando si schiantavano somigliava a quello di un palo piantato nel terreno. Capiva… di fronte a quello spettacolo… come mai in molti non potessero evitare di aver paura di loro.
Teneva puntata la pistola che gli avevano dato, nel caso dovessero aver bisogno d'aiuto. Ma nessun bersaglio durava il tempo sufficiente per poter prendere bene la mira. Scorse un avversario torreggiante caricare proprio alle spalle della sorella, e fece per gridare un avvertimento impaurito… che gli morì in gola. Lei si voltò di scatto, afferrò il braccio dell'uomo e se lo fece volare al di sopra della spalla contro il muro, dove rimase svenuto. Come se non avesse avuto neanche il peso di un fuscello. Rabbrividì… e provò vergogna di quel brivido.
Quella era la sorellina che non era stata capace di resistere alle manacce di quei due uomini che la trascinavano via. Che aveva emesso flebilmente un sospiro prima di perdere i sensi con un fazzoletto premuto sulla bocca… un sospiro il cui ricordo lo aveva ossessionato per anni più di un urlo disperato d'aiuto. Era l'ultima immagine che aveva di lei nella memoria. Ed ora… era in grado di fare questo.
Con quelle braccia sottili, apparentemente meno della metà di quei bruti… in realtà dieci volte superiore a loro…
E il suo compagno non era da meno. I suoi movimenti erano fluidi, sicuri, senza nessuno scatto innaturale… eppure era impossibile confondere quella forza con le capacità di una persona normale. E non una volta guardava nella direzione di lei, mentre applicava una potenza così terribile con un'abilità altrettanto stupefacente… non una volta sembrava preoccuparsi che stesse bene.
E tu saresti…? Hai dei sentimenti? Della premura? Come puoi essere così tranquillo? Come posso essere certo di potertela affidare?
No, si stava sbagliando. Loro… si muovevano insieme. Anche senza guardarsi, senza scambiarsi una parola, si spostavano sempre in modo da coprirsi perfettamente le spalle a vicenda. Forse stavano comunicando attraverso la loro radio interna, senza far uso di parole… o forse… non avevano bisogno neanche di questo… erano anni che combattevano fianco a fianco, dopotutto. Anche lui era stato addestrato a lottare, e a pensare in fretta… sapeva quanto una distrazione anche momentanea potesse essere pericolosa in battaglia. Loro non potevano permettersela. Non solo per se stessi, ma anche… comprese… per non fare troppo male alle persone normali che stavano affrontando. Si stavano trattenendo. Se era così, allora quanto dovevano essere spaventosi quando si scatenavano al massimo?
Gli uomini col bazooka sembravano non capirci più niente, confusi da quella danza letale, non abituati a vittime che resistessero loro più di qualche secondo. Avevano detto loro che sarebbero stati degli avversari pericolosi, ma non avevano capito quanto. Qualcuno cercò di sparare a casaccio, e gli fu sottratto il cannoncino prima che potesse abbattere qualche muro e far crollare a tutti il palazzo sulla testa. I due sarebbero sopravvissuti… era loro che stavano proteggendo. Loro ed anche lui.
Quella sintonia silenziosa… era qualcosa di appreso oppure di programmato? O ancora…
Di questo passo, sarebbe stata finita solo tra pochi altri secondi.
Oppure no. Drizzarono tutti e tre la testa mentre un rombo scuoteva il corridoio. Calcinacci si staccarono dalle pareti, il pavimento si mosse. Lui barcollò per rimanere in equilibrio, mentre loro non sembravano affatto infastiditi. Ma la cosa che apparve oltre l'angolo avrebbe preoccupato anche il più indurito dei veterani. A quanto pareva i rinforzi che avevano sospettato erano arrivati davvero.
Un uomo infilato in un'armatura sovradimensionata, troppo grande per quell'ambiente, che avanzava grattando contro le pareti e il soffitto. Mantici soffiavano, luci fiammeggiavano tra le placche del pettorale del grosso robot mentre faceva manovra. Grossi gomiti metallici spingevano i muri dai due lati per farsi largo, sprizzando scintille e scarnificando intonaco e mattoni. Il pilota –un altro gorilla impacciato ed evidentemente non troppo pratico– ridacchiava sadico e isterico nonostante la goffaggine della sua avanzata. Muovendo una leva, portò in avanti un braccio che terminava in un cannone a raggi al posto di una mano, e si sentì il sibilo acuto di una carica che si innestava.
–Allora… noi avremmo l'ordine di riportarvi da milord vivi, sapete. Volete arrendervi… oppure ci costringete a rinunciare alla nostra gratifica?
Sembrava spaventato pur mentre cercava d'intimidirli. Evidentemente non si era aspettato che la situazione degenerasse a un punto tale da dover usare quel nuovo mezzo in dotazione. E non sapeva usarlo… o quantomeno, non immaginava le conseguenze. La mano era sudaticcia mentre armeggiava col grilletto gigante senza aspettare o ascoltare un avvertimento o una risposta. Forse scivolò, o forse fu un tremito involontario…
Sparò.
Ci fu un gemito… e poi un grido disperato.
