Castle era arrivato a casa, quella sera, stanco e distrutto e con la sensazione di essere stato investito da un tir. Raramente si era sentito così, prima, nella sua vita. Non riusciva nemmeno a ricordare il percorso che aveva fatto, si era aggirato inebetito per le vie di New York, come se fosse l'unico superstite di una battaglia apocalittica che aveva distrutto il pianeta. Non si accorgeva delle persone, non sentiva i rumori del traffico, a malapena riusciva a non barcollare, oppresso da un enorme peso che sentiva sulle spalle.
Gli sembrava di essere finito dentro a un girone infernale, in cui si sentiva precipitare sempre più in profondità, a ogni minuto passato lontano da lei.
Chiuse la porta, si tolse la giacca e si lasciò andare sfinito, sul divano, prendendosi la testa tra le mani.

Girare le spalle e andarsene era stata la cosa più difficile che avesse mai fatto, a ogni passo si sentiva come se la lama, che aveva puntata nelle viscere, affondasse sempre di più.
Aveva ragione Kafka: Che tu per me sia il coltello.
Aveva dovuto usare tutto il suo autocontrollo e quasi imporsi con la violenza di non voltarsi indietro.
Perché tutto quello che avrebbe voluto, che tutto il suo corpo gli urlava di fare, era di correre da lei e inginocchiarsi, letteralmente e implorarla di smetterla, smetterla di ossessionarsi e trascinare tutti nella rovina, con lei.
Non lo vedeva quello che avevano davanti? Avevano un futuro, che si stagliava limpido di fronte a loro. Loro tre. E le loro famiglie. I loro amici. Perché buttava via tutto quello che avevano, per tornare ad agitare le acque torbide del dramma che aveva vissuto?
Non che ce lo si potesse mettere alle spalle facilmente, se ne rendeva conto benissimo. Ma doveva pur esserci un modo sano di andare avanti a vivere, scendendo a patti con quello che era successo. Non poteva rimanere bloccata a quel punto in eterno. Che non significava lasciar perdere l'indagine, o non volere che il responsabile, chiunque fosse, finisse in carcere.
Era stato lui il primo a riaprire il caso di Johanna, con tutto quello che ne era seguito e che aveva rischiato di fargli perdere lei, e il distretto. Ma si doveva pur vivere, nel frattempo. Non poteva congelare la sua vita fino alla risoluzione dell'omicidio. Non era giusto. Meritava di essere felice, non di finire di colpo in un buco nero da cui era impossibile tirarla fuori, perfino per lui.
Lui non se lo poteva permettere. E nemmeno lei. Come faceva a non scegliere loro, invece che il passato che era, appunto, passato? Come faceva a non vedere come stavano bene insieme e quanto sarebbe stata divertente, e piena, e magica, l'esistenza che potevano avere? Doveva solo allungare una mano e prenderla.
Perché non riusciva a gestire questa cosa in modo sano?
Non poteva stare con una persona che, di punto in bianco, non era più al suo fianco e che scompariva nelle sabbie mobili e non era più raggiungibile.
Castle si passò una mano tra i capelli, spettinandoli.
Chi voleva prendere in giro? Certo che avrebbe potuto farlo, e, anzi, avrebbe dato qualsiasi cosa per passare il resto della sua vita a setacciare qualsiasi cazzo di palude in cui fosse finita.

Il problema è che lei non voleva.
Lei non voleva lui. Non voleva il loro bambino. Non sapeva perché l'avesse tenuto. Forse lui non aveva avuto abbastanza coraggio per chiederglielo.
Sì, si era detto che avrebbe fatto decidere lei e non le avrebbe fatto pressioni, ma era davvero solo altruista? A chi voleva mentire? Non era forse vero che non aveva voluto indagare sul perché non lo volesse, nel timore di scoprire che il problema non era il bambino, malui? Che forse la questione non era che non volesse una famiglia, ma che non la volesse con lui.
Era stato codardo, altro che altruista, si accusò senza nessuna indulgenza.
Ed era stato felice quando aveva deciso di tenerlo. Si era sentito come se fosse la dimostrazione che stesse amando lui. Aveva accusato lei di non pensare al bambino, ma di chi stava parlando davvero? Non aveva forse messo i suoi sentimenti davanti a tutto? Non aveva forse voluto amarla tanto da farsi amare a sua volta? Chi aveva mai pensato davvero a quel bambino?
Sì, certo, per lui esisteva. Era un bambino reale, nella sua mente. Lo vedeva già muovere i primi passi incerti nel loft e non vedeva l'ora di ricominciare tutta la trafila. Voleva un mini Beckett, con i suoi stessi occhi, gironzolare per casa e prenderlo al volo, prima che si ficcasse in qualche guaio.
Perché di certo, con due genitori così, si sarebbe infilato nei pasticci a giorni alterni, incurante del pericolo. Come sua madre. Come lui.
Si divertiva a pensare a quanto sarebbe stato creativo, geniale e probabilmente insopportabile qualcuno che condividesse a metà il loro patrimonio genetico.
E si era anche riempito la mente di una serie di immagini di lei in versione materna, che non le avrebbe mai confessato.
Fino a quel momento aveva avuto solo la vaga consapevolezza del desiderio di un'altra paternità sepolto in qualche piega nascosta dentro di lui, ma quando aveva visto il test positivo, da solo, nel suo bagno, aveva sentito, di colpo, che era una cosa che desiderava realmente, nei fatti, senza neppure sapere che la volesse così tanto. Con lei. Solo con lei.

Era l'amore della sua vita. Lo sapeva già. L'aveva sempre saputo, dal primo giorno. Da quando voleva solo uscire a cena e concludere la serata a casa di uno dei due. Dai primi sguardi che gli aveva lanciato, pensando di non essere vista, o sapendo di esserlo, i primi scontri, le prime labbra mordicchiate.
Non poteva non essere anche l'amore della vita di lei. Era impossibile. Non si poteva amare tanto qualcuno, senza che valesse anche il contrario. Era ingiusto. Uno spreco di amore.
Si rese conto, non senza un certo grado di orrore, che è esattamente così che ragionano gli stalker.
Ma si consolò con il fatto che l'aveva solo pensato, non l'aveva davvero pregata in ginocchio di amarlo e di scegliere lui.
Era andato via semplicemente perché aveva capito che lei non lo amava quando lui amava lei. Si era tolto di mezzo.
Fine della storia.

E adesso avrebbe tanto desiderato sapere come avrebbero gestito questo immane casino, perché lui non ne aveva assolutamente idea.
Un week end a testa? Le vacanze con chi? In quale modo dovevano accordarsi? Come diavolo avrebbe potuto passare un'intera vita a crescere un bambino con lei, senza che stessero insieme? E magari vederla con un altro uomo? Un'altra famiglia?
Per non sentire il dolore e la rabbia, che rischiavano di sopraffarlo, si alzò e si versò un bicchiere della prima cosa alcolica che prese dal vassoio, senza neanche guardare l'etichetta. Un po' di oblio. Voleva sentire solo un po' meno sofferenza.
Ma non servì. E lanciò quindi il bicchiere, in un impeto di disperazione, contro il muro, andò alla scrivania e in un colpo solo, fece sparire quello che c'era sopra, i libri, le bozze del nuovo romanzo, i soprammobili, tutto finì in un mucchio senza vita per terra. Voleva che il mondo esterno riflettesse la distruzione che aveva dentro. Le stesse rovine.
Si sedette sulla poltrona frustrato, il gesto non lo aveva affatto placato.
Vide ai suoi piedi un foglietto capovolto, lo raccolse, e si rese conto che era la prima ecografia. Non poteva sopportare questa ironia della sorte. La contemplò per un attimo, poi si lasciò andare sullo schienale a occhi chiusi, tendendola in mano e sentendosi sconfitto.

Fu così che lo trovò Martha, qualche tempo dopo, entrando in casa e annunciandosi con il suo solito modo teatrale.
Inseguì le sue tracce fino a scovarlo nello studio, immobile, al buio, con tutto il disordine intorno a lui.
"Richard!", esclamò stupefatta. "Ti ha preso il blocco dello scrittore catastrofico, questa volta?".
Lui si riscosse con un sussulto, rendendosi conto di essersi addormentato per qualche minuto, o forse di più e lottando per recuperare il minimo di lucidità che gli serviva per affrontare sua madre, quando era su di giri. Cioè quasi sempre.
Era l'ultima cosa che voleva fare in quel momento.
Lei si sedette nella poltrona di fronte a lui e guardò incuriosita quello che aveva in grembo.
"Ti sei incamminato nel viale dei ricordi? O dovrei dire più il viale del tramonto? Se continui così presto non avrai più una casa", gli chiese convinta che stesse riguardando le foto di Alexis da piccola, cominciando proprio dalla prima.
Lui abbassò la testa per un attimo e poi alzò gli occhi a fissare quelli di sua madre.
"Non è Alexis", confessò senza aggiungere altro.
Lei si portò le mani al petto. "Oddio, Richard!". Lo fissò stupefatta. "Cosa significa? Tu avrai un altro figlio? E io un altro nipote?", gli chiese prendendo precipitosamente l'ecografia dalle sue mani e cercando una fonte di luce per osservarla meglio.
"Ma qui... c'è scritto...", iniziò a dire, per poi bloccarsi subito. Lui capì cosa intendeva. Il medico aveva inserito il nome di Kate, non il futuro cognome del bambino.
E, quindi, sua madre aveva letto "Katherine Beckett", togliendo a lui la responsabilità di dirle chi era la madre del suo prossimo nipote.
Lei continuò a guardarlo senza dire una parola, ma comunicandogli la chiara intenzione che non si sarebbe mossa di lì finché non avesse saputo tutto.
Come se in questo momento lui avesse voglia di rivivere dall'inizio quello che c'era stato. Non sarebbe mai finita quella giornata infernale?
"Quindi... tu e Beckett...", iniziò Martha, cautamente.
"Io e Beckett", si limitò a confermare. Sembrava che gli costasse uno sforzo il solo fatto di scegliere le parole da dire, metterle in fila, dare un senso alle frasi.
"L'ho sempre saputo che non era solo per i libri", commentò deliziata.
"Lo era, agli inizi", protestò lui, cercando di recuperare un po' di vivacità.
"Hai sempre avuto un debole per lei, Richard! E io avevo capito subito che anche lei non avrebbe resistito a lungo. Le madri certe cose le sanno".
Lui sorrise amaramente, dentro di sé. Chissà se le madri sapevano anche tutto il resto.
"E, quindi, quando nascerà il bambino? Si trasferirà qui? Alexis lo sa? Perché non organizziamo una cena per festeggiare tutti insieme?". Sua madre aveva preso il via piena di brio, e lui non sapeva nemmeno da che parte cominciare a fermarla.
"Pensavo mi dicessi che avevamo fatto tutto troppo in fretta e che eravamo degli incoscienti". Non lo pensava davvero, l'ultima persona che avrebbe avuto da ridire sul bruciare le tappe, era proprio lei. Ma gli serviva per non affrontare il vero discorso, che sapeva che sarebbe arrivato subito dopo.
Martha non avrebbe mai accettato un semplice: "Non adesso, possiamo parlarne un'altra volta?". Lui stava, quindi, cercando solo di rimandare l'inevitabile.
"Per conto mio, potevate fare un bambino già il primo giorno che vi siete incontrati. Siete fatti l'uno per l'altra", gli confessò convinta.
Davvero?
"Non ti avevo mai sentito esprimere un'opinione così favorevole sulle donne che ho frequento", tergiversò.
"Perché non sei mai uscito con donne di sostanza, ecco la verità".
Già. Una donna di sostanza che gli aveva spezzato il cuore.
Lui si alzò per versarsi un altro bicchiere del liquido che aveva bevuto prima e ne preparò uno anche per sua madre. Meglio darle qualcosa di forte. Ne avrebbe avuto bisogno.
"Mi dirai qualcosa, o pensi di girarci intorno ancora a lungo?", gli chiese, prendendo il bicchiere che lui le stava allungando. Era il momento di parlare. Forse gli avrebbe fatto bene.
"Ok, mamma. Questi sono i fatti. Ci sarà un bambino, in primavera. Ma io e Beckett non stiamo insieme".
Gli faceva così male dirlo che avrebbe ricominciato a lanciare oggetti contro il muro, ma preferì trattenersi.
"Cosa vuol dire che non state insieme? Come nascono i bambini, altrimenti?".
Lui scoppiò a ridere, suo malgrado.
"No, beh, siamo stati abbastanza insieme per fare quello, ovvio". Non aveva parlato di queste cose con lei nemmeno quando era un adolescente, doveva iniziare adesso a quarant'anni?
"Ma poi non ha funzionato", aggiunse, ammettendolo a malincuore. Più lo diceva e meno gli sembrava reale.
Non stiamo insieme. Non ha funzionato.
Non era così che doveva andare. Non poteva essere questa, la fine.
"Cosa significa che non ha funzionato? Non siete nemmeno stati insieme abbastanza per capirlo, se ho fatto bene i conti", ribadì sua madre.
"Lo so, e ti darei ragione, in teoria. Invece è andata così. Non possiamo stare insieme". Lo ripeteva per convincersene, ma ogni volta era peggio di una pugnalata.
"Quando?", gli chiese impaziente.
"Quando cosa?".
"Quando l'avete deciso?".
"Oggi pomeriggio".
"E' una cosa fresca, quindi. E ora capisco il tuo stato d'animo", disse guardandosi in giro e cercando di prenderlo con le buone. "Ma, magari, potresti ripensarci, non credi? Se vai a riposare, perché per la cronaca hai un aspetto orribile e non sembri neanche mio figlio, domani le cose ti appariranno sotto una luce diversa e...".
"Non sai di cosa stai parlando!", la interruppe con violenza, mortificandosi subito quando la vide spaventarsi.
"Scusami. E' stata una brutta giornata. Orribile, anzi".
"Forse è meglio che mi racconti tutto", lo invitò gentilmente.
"E'... successo per caso. Stavamo solo provando a vedere se funzionava, dopo essere andati negli Hamptons. Volevamo solo viverla per quella che era, ma poi è capitato e... le cose sono diventate complicate e difficili. Ovviamente. Come può aiutare l'arrivo di un bambino, in una relazione appena cominciata?". Si fermò a raccogliere le idee, mentre lei gli faceva un cenno per invitarlo ad andare avanti.
Proseguì parlandole del caso della madre, di quello che era successo al distretto, delle loro discussioni e della decisione di lei di proseguire con la sua decisione azzardata, fino a quello che era successo dopo, l'ospedale, la paura che gli dicessero che era morta. Un po' assurdo, a ripensarci ora, ma in quel momento si era spaventato davvero.
Lei lo ascoltò lasciandolo parlare, fissando un punto di fronte a sé per metabolizzare meglio i fatti che man mano venivano a costituire un quadro più comprensibile.
"Il punto è che lei non voleva il bambino. Non lo vuole neanche adesso", chiarì, una volta finito il racconto.
Martha capì che era una situazione più complessa di quella che aveva pensato all'inizio, e lui non si stava spiegando bene. Probabilmente stava esagerando, come sempre.
"E... se non lo voleva... come mai... voglio dire... come mai c'è ancora, questo bambino?". Non sapeva in che altri termini mettere la questione.
"Perché alla fine l'ha tenuto. Ha voluto tenerlo", le spiegò, attenendosi ai fatti.
"Gliel'hai chiesto tu?", volle sapere, con tono serio, lasciando da parte ogni stravaganza.
"No, certo che no. Ha deciso da sola", si alterò lui.
"Quindi se l'ha tenuto vorrà dire che lo vuole, no?". Martha cercava solo di farlo ragionare, esponendo i fatti con una certa logica, non facendosi prendere dagli sbalzi d'umore di lui.
"E' qui il punto, si comporta come se non esistesse. Non si prende cura di se stessa, sembra quasi che si esponga volontariamente al rischio, pur di perderlo, senza averlo deciso lei".
Lo aveva detto, finalmente. Lo pensava da giorni, ma non voleva dirlo ad alta voce. Ma tenerselo dentro gli aveva fatto nascere un rancore contro di lei che si era annidato dentro di lui e gli dava il tormento.
"Mi stai parlando di una Beckett che stento a riconoscere", commentò, mantenendosi su considerazioni neutre. "Cosa ha fatto esattamente?", proseguì con il terzo grado.
"Non l'ha detto a nessuno. Non vuole smettere di andarsene in giro, al lavoro. Non vuole smettere di fare la vita di prima. Ma deve farlo", replicò con veemenza.
"'Ma deve' è una posizione un po' forte, non credi?". Sua madre in versione saggia e ragionevole era più di quanto potesse sopportare.
"E' la verità. Non può trascurarsi e aspettarsi che vada tutto bene. E se qualcuno le facesse del male? Se la aggredissero?".
"Quindi non ha fatto nulla, per questo bambino? Ha solo voluto liberarsene senza avere il coraggio di farlo? Mi stai dicendo questo? Lo pensi davvero? Sinceramente?". La voce aveva una sfumatura più severa.
Si fermò a riflettere. "No, onestamente non direi che non ha fatto nulla". Doveva dire le cose per come stavano, e riconoscerle dei meriti.
"A dire il vero, è stata molto male per le nausee, i primi tempi e non si è mai lamentata. Ha smesso di fare una parte dei suoi allenamenti, evitando quelli più faticosi. E' stata spesso più stanca del solito e...".
Sua madre lo interruppe, per dare finalmente la sua opinione, invece che limitarsi a raccogliere i fatti.
"Io credo che sia solo una persona che ha difficoltà ad accettare un cambiamento. Non che non lo desideri", affermò con tono grave.
"Si è messa volontariamente in pericolo! Poteva morire!", la contestò Castle con forza.
"Richard, è il suo lavoro!".
Ma da che parte stava? Era lui quello irragionevole, adesso?
"In questo momento non è 'il suo lavoro'. Può evitare le situazioni di rischio. Solo che non vuole". L'aveva detto anche il medico. Non era una pretesa insensata. Perchè erano in due a pensarlo, adesso?
"E dopo?".
"Dopo cosa?". Cominciava a non riuscire più a seguirla. Voleva solo andare a dormire.
"Andrà bene rischiare di farsi ammazzare dal primo psicopatico? Stai dicendo questo?".
"No, certo che no. Ma almeno non andrà di mezzo il bambino. Me ne occuperò io".
"Cosa vuol dire che te ne occuperai tu?". Sua madre lo guardò sgranando gli occhi.
"Che... lo crescerò io, come ho fatto con Alexis. Gliel'ho anche detto, non deve preoccuparsi di questo".
Lei lo guardò esterrefatta. Castle sembrava veramente convinto di aver fatto la cosa giusta per tutti e che quasi il mondo dovesse ringraziare tanto eroismo.
"Cosa lei hai detto, esattamente?". Gli diede un'ultima chance. Forse aveva capito male.
"Proprio quello che ti sto dicendo". Lo esasperava. Non capiva o faceva finta solo per farlo incazzare più del dovuto?
Le hai detto che le avresti portato via il bambino?! Ma ti hanno allevato i predoni del deserto?! Sei impazzito?!", gli strillò contro.
Lo guardava come se fosse un mostro e lui non capiva cosa ci fosse di sbagliato in quello che aveva deciso di fare. Lei non lo voleva, lui sì. Lui l'aveva già fatto, aveva tempo, disponibilità, una certa pratica. Lei poteva riavere la sua vita. Spiegò con molta pazienza questi concetti alla madre.
"Richard Alexander Rodgers! Hai minacciato una madre di prenderle il suo bambino?! Ti ha dato di volta il cervello?! Spero che ti abbia picchiato con un tacco!". Non l'aveva mai vista così indignata. Era l'incarnazione stessa della maternità offesa. Buffo, trattandosi di sua madre.
"Ma..." provò a ribattere lui aprendo e chiudendo la bocca, senza sapere cosa dire.
"Niente 'Ma'. Le hai detto che era una pessima madre, in sostanza. Cosa sei, un caprone?!", aggiunse un carico da novanta alle parole dette prima.
"Sai qual è il problema?", continuò al colmo dello sdegno. "E' che non le perdoni di non averlo voluto subito, di non aver dato un party e accettato di sposarti su due piedi. Questa è la verità", proclamò come se fosse un assoluto.
"Non è affatto così. Ti dico di nuovo che non sai di cosa stai parlando".
"Lo so, invece. Pensi che sia facile trovarsi incinta senza averlo deciso? Dover rinunciare ai progetti e anche al proprio corpo, senza farlo volontariamente? Non voglio offendere i tuoi sentimenti delicati, ma io per prima non ho esattamente fatto i salti di gioia".
"Sì, me ne sono sempre reso conto", commentò più acido di quello che avrebbe voluto. Era una storia passata, ma pur sempre dolorosa, per lui.
"Ma", continuò senza dargli retta. "Non significa che io non ti voglia bene, più di qualsiasi altra cosa al mondo e non cambierei mai quello che è stato".
Sapeva che tendeva a esagerare, nelle sue reazioni emotive, ma gli venne da sorridere, grato.
Lei gli prese la mano.
"Non tutte le donne sono Meredith. E, soprattutto, non lo è Beckett. In nessun modo", proseguì con voce più carezzevole.
Lui la guardò senza cogliere il nesso.
"Cosa c'entra adesso Meredith?". Di cosa stava parlando? Era sempre stato così difficile seguirla nei suoi salti logici?
"Non lo vedi? Stai sovrapponendo le due situazioni. Temi di avere a che fare, di nuovo, con una madre che non vuole sua figlia e di dover fare tu entrambi i genitori. E per paura di scoprire che è così, lanci la bomba prima del tempo, acchiappi il bambino e corri via". Sottolineò l'immagine con dei gesti comici.
Lo aveva fatto? Aveva pensato di trovarsi di fronte una nuova Meredith che aveva mollato la figlia senza nemmeno voltarsi indietro? Che se ne fregava, rincorrendo le sue fantasie e ricordandosi solo poche volte all'anno di essere anche una madre?
"Quindi avete rotto dopo che tu hai fatto la tua scenata e lei si è giustamente inferocita contro di te? Ha ragione, lo avrei fatto anche io", proseguì Martha, che non aveva ancora concluso la sua filippica.
"No, a dire il vero no. Io... sono andato via". Cominciò a temere la reazione che ne sarebbe seguita.
"Cosa vuol dire che sei andato via tu?".
"Le ho detto che così non funzionava e che dovevamo finirla lì", ammise vergognandosi, cominciando a rendersi conto di quello che aveva fatto.
"Per giunta. Che uomo pieno di tatto, fuori da un ospedale. E lei? E' andata a cercarsene un altro con qualche dita in più di cervello?". Era ormai incontenibile.
"No... lei...". E, con un po' di imbarazzo raccontò che lei aveva provato a farlo rimanere. Come mai non ci aveva pensato prima? Non era andata via offesa. Aveva cercato un contatto. E lui...
"Cioè alla fine di tutto, voleva convincerti a non lasciarla?".
"Ma mamma, non mi vuole. Non mi ama!", si sentì piagnucolare. Un uomo adulto. Davanti sua madre. Mamma Kate non vuole stare con me all'intervallo.
"Ma te l'ha detto! Richard, tu devi rivedere per prima cosa il modo in cui comunichi alla gente e, in secondo luogo, ascoltare quello che ti dicono. Hai fatto a pezzi quella poveretta e poi l'hai anche mollata su due piedi. Non stava neanche bene. Volevi anche spararle, già che c'eri? Spingerla sui binari della metropolitana? Non hai lasciato nemmeno che si spiegasse". Sua madre si era alzata in piedi e lo stava sgridando, con le mani appoggiate sui fianchi.
"Sono stanco di aspettare i suoi tempi e le sue spiegazioni. Le sono andato dietro per mesi, senza che nemmeno vedesse che ero lì davanti a lei".
"Questo non è un suo problema, non ti pare? E' stata una tua scelta e non puoi rinfacciarle anche questo".
Lui si limitò a fare silenzio, scosso dallo scambio con la madre, un po' offeso che non avesse preso le sue difese e con la crescente consapevolezza di aver fatto qualcosa di tremendo.
"Richard, perchè ho come l'impressione che tu avessi già deciso in partenza che questa storia non potesse durare e hai solo cercato gli indizi che ti davano ragione? E' un caso di profezia auto avverante?".
Ma era già alla porta, e lasciò cadere questa ultima considerazione senza fare ulteriori analisi. Solo perchè ci riflettesse sopra, da solo.
"Adesso devo andare", gli annunciò, svuotando il bicchiere. "Pensaci e non perdere altro tempo. Vai a riprendertela", gli ordinò con affetto.

Si trovò di nuovo da solo e andò alla finestra dello studio a osservare la città sotto di lui.
Sua madre aveva ragione. In parte. Su tutta la linea. Non gli piaceva ammetterlo, ma era la verità. Ripensava con raccapriccio a come era andata tutta la vicenda. Ai suoi errori. Lui che si era creduto saggio e superiore e l'aveva critica dall'alto di cosa? Della sua supponenza? Perché lui era già stato padre e allora sapeva cosa fare?
Doveva essere onesto con se stesso. Aveva davvero pensato che non potesse durare. Perché era sicuro di non poter continuare a piacerle a lungo. Affascinata e divertita, sì. Ma, durare? No. Era impossibile. Lei era troppo per lui. E aveva continuato a cercare la dimostrazione continua che invece lei lo volesse. E ogni cosa che aveva fatto l'aveva presa come un affronto personale, con una specie di ritornello nelle orecchie che gli canticchiava: "Ecco-vedi-lo-sapevo-che-non-poteva-essere-vero".
Il rifiuto di avere il loro bambino poteva non avere niente a che fare, con lui. Poteva volere lui, e nel frattempo essere solo spaventata, o non essere pronta e lui, invece, aveva calato la mannaia sulle sue insicurezze. Gliele aveva sbattute contro. E non si era nemmeno accorto che lei gli aveva detto che lo amava. Non esattamente così, certo. Nel solito modo contorto che aveva Beckett di parlare alle persone.
E lui cosa aveva fatto? Le aveva detto di amarla, ma che non poteva stare con lei. Quale cazzo di persona spaventosa fa una cosa del genere? Era come averle detto: "Ti amo, ma non possiamo stare insieme, per colpa tua". E arrangiati.
Fu preso da una smania di vederla, di sapere come stava, di andare a casa sua e buttare giù la porta. Ricominciare da capo. Ma prima di tutto sapere se stava bene. E poi doveva trasferirsi qui. O, anzi, no, non poteva decidere sempre lui come dovevano andare le cose. Avrebbe fatto tutto quello che voleva lei. Con i suoi tempi. Le sue paure. Avrebbe smesso di pensare di non meritare l'amore di una donna reale. E le avrebbe confessato tutte le sue paure. Subito. Ora. Doveva uscire di casa in questo istante.

Ma era troppo tardi, e lui non aveva davvero le forze. Ed era meglio aspettare, prima di fare qualche altro casino che avrebbe complicato le cose. E, prima, doveva fare un'altra cosa, che non poteva essere posticipata. Andò a letto per cercare di dormire qualche ora di quello che rimaneva del giorno più brutto della sua vita.

Al mattino si alzò presto, con più energia di quello che aveva sperato, e preparò la colazione preferita di Alexis. Era arrivato il momento di parlare con lei.
Non andò male, solo un po' peggio di come si era immaginato.
Ovviamente Alexis rimase colpita dalla notizia, e ovviamente volle sapere perchè non era al corrente della sua relazione con Beckett, anche se aveva indovinato da tempo i suoi sentimenti.
Non fu facile spiegare a una figlia che avrebbe avuto un fratello, o una sorella, e rassicurarla che sarebbe andato tutto bene. Stava creando una frattura al loro equilibrio che si reggeva stabile da tanti anni.
Erano stati loro due da sempre, e nemmeno Gina era riuscita a far parte del loro legame. Era sempre rimasta ai margini, all'inizio ferita, e poi indifferente.
Allo stesso tempo, non sapeva neanche da che parte cominciare a dirle che, nonostante l'arrivo di un bambino, le cose con la madre del futuro bambino, e cioè quella che avrebbe dovuto inserirsi nelle famiglia e contribuire a ricreare un equilibrio allargato, non potevano andare peggio.
Come poteva infilare sua figlia in un ginepraio del genere? Che stabilità poteva darle in questo momento?
Mentre parlavano, si rese conto che aveva dato per scontato che ad Alexis piacesse Beckett. Si ricordava che l'aveva sempre ammirata, fin dall'inizio, e che l'avevano spesso preso in giro insieme, ma non si erano frequentate abbastanza da creare un legame.
A quanto pare, Beckett come persona andava bene. Un po' meno il fatto che avrebbe, sperabilmente, condiviso la vita con lui. Per molto tempo. Qualcuno aveva detto sempre?
Si accorse che Alexis si sentiva minacciata dall'arrivo di una donna, che percepiva correttamente come quella giusta, quella destinata a durare e che temeva che avrebbe preso il suo posto nel suo cuore.
"Quindi avrai un'altra famiglia", mormorò sconsolata, e in quel momento la vide per quella che era: una ragazzina che amava fare l'adulta, ma che, dentro, aveva ancora bisogno di essere protetta.
"Non avrò un'altra famiglia. E' la nostra che si allarga", la rassicurò.
"Ma Beckett...", iniziò non volendo dire quello che aveva in mente.
"E' lei il problema?", chiese con voce piena di comprensione.
"No. Lei mi piace. E' che... noi... il nostro mondo...".
"Alexis, il nostro mondo ci sarà sempre. Sarai sempre la mia bambina. Anche da sposata. Anche perchè non ti sposerai mai, giusto? Oppure sceglierò io il marito per te", scherzò Castle, a cui faceva tenerezza la sua bambina con i capelli rossi, che temeva di perdere il suo amore. E lui sapeva molto bene cosa voleva dire non essere sicuro dell'amore di chi amiamo.
"La prima", sottolineò.
"La prima, cosa?", chiese non avendo seguito il filo del discorso, perso nelle sue considerazioni.
"La prima bambina. Non l'unica", puntualizzò.
"Sarai sempre la mia prima bambina magnifica. E magari anche l'unica. Magari è un maschio".
"Quindi lo porterai a vedere le partite di baseball?", lo punzecchiò.
Lui accusò il colpo.
"Sei cattiva. Ti ho insegnato bene". Si sorrisero, complici.
"E, quindi, state insieme? Sei felice?". Era una domanda da adulta, che non si era aspettato. Anche perchè "stare insieme" era una parola grossa, di questi tempi.
"Ci stiamo provando", le confessò con onestà.
"Non è troppo poco?", chiese lei con altrettanta onestà.
"Forse sì. Ma è quello che abbiamo ora. E se anche non funzionerà, tu e... Rosemary's baby avrete la precedenza, sempre, su tutto", le promise.
Lei sgranò gli occhi.
"Non posso credere che tu l'abbia chiamato in quel modo! Stai parlando di mio fratello. Spera che Beckett non venga mai a saperlo".
Beckett avrebbe fatto finta di no, ma avrebbe riso. Dio, come gli mancava. Quanto era stato idiota. E lei cocciuta. Ma la voleva esattamente così, cocciuta e insopportabile, e frustrante. Purché fosse nella sua vita.