Capitolo 9: Onora il tuo Signore

L'Oscuro Signore sprofondò in una delle vecchie e polverose poltrone che erano state lasciate in balia dei tarli.
La pendola nell'angolo aveva smesso di contare le ore, rotta come tutto il resto.
Aveva fatto comperare la casa secoli prima, appena era stato possibile farlo e quando si era reso conto che un paio di maledizioni potevano servire ad allontanare le famiglie babbane, ma non avrebbero tenuto lontane le ruspe in eterno. D'altro canto imporre a quella dimora degli incantesimi più definitivi sarebbe stato sconveniente; si doveva sempre temere che qualcuno disposto a fare due più due ci fosse.
Era stato un giovanissimo Lucius Malfoy ad aver avuto il grande onore di potersi rendere utile, e di dare una buona destinazione ai propri soldi interpretando il ruolo di un ricco londinese interessato alla proprietà solo per motivi fiscali; nessuno in città aveva mai dubitato della veridicità di quella storia.
Si trattava di un nascondiglio passabile; Voldemort socchiuse gli occhi e appoggiò la testa alla spalliera, sforzandosi di tenere ben lontane dal proprio cervello parole come "eredità".
Non c'erano mai state eredità da reclamare, salvo quelle più illustri ed antiche… Serpeverde e quel poco che era arrivato fino ad un ragazzino e poi ad un giovane commesso. Nessuno, nessuno mai avrebbe dovuto sospettare dell'esistenza della lurida catapecchia che, abbattuta da tanto tempo, continuava a prendere muffa ed a ricoprirsi di muschio a poca distanza da quest'altra casa.
Voldemort si concesse una smorfia, in lui non c'era nulla di Morphin e Marvolo Gaunt, né dei Riddle. Non c'era più niente che potesse ricondurlo ad una parte o all'altra.
La grande, antica casa tornava utile ogni tanto, ecco tutto. Il fatto che la avesse scelta non c'entrava nulla né con i Riddle né con i Gaunt.
Allungò i piedi cercando una posizione più comoda.
Ah, la solitudine… un piacere così grande, così eccezionale! Ne aveva goduto sin dall'infanzia, sin da quando era solo un bambino e l'incredibile verità gli si era palesata in tutta la sua grandezza: nessuno sarebbe mai stato come lui, nessuno sarebbe mai stato in grado di tenergli dietro, di raggiungerlo, di camminare con il suo stesso passo. E, soprattutto, non c'era una sola ragione al mondo per cui dovesse essere Voldemort ad aspettare qualcuno, a credere in qualcuno.
E non era sempre stato ovvio che dovesse essere così? Sin dall'inizio la sua vita era stata segnata dalla differenza, dalla consapevolezza della sua superiorità.
I bambini babbani all'orfanotrofio piangevano. Il piccolo Riddle li aveva visti fare i capricci, umiliarsi, osservare il mondo con gli occhi gonfi ed il muco che gocciolava dal naso.
Aveva odiato quei ragazzini frignanti, inconsapevoli, deboli. Meschini. Meschini come tutti i babbani… lo avevano detestato perché Riddle possedeva cose che loro non avrebbero mai avuto. Tentavano di deridere il mondo che gli apparteneva di diritto, o ne ideavano sciocche imitazioni senza gusto che li facessero sentire importanti. Eppure non erano nulla, nulla.
Si muovevano in branchi, nello stesso modo in cui avrebbero fatto delle greggi, degli animali. Tenendosi per mano, dandosi forza l'uno con l'altro. Paurosi, privi di inventiva, timorosi di violare regole assurde e di ritagliarsi uno spazio proprio, una identità che li facesse emergere dal mucchio di stracci grigi che indossavano solo grazie alla finta carità di donnette frivole e coperte di gioielli e pellicce. Dio, come li aveva odiati tutti quanti!
I babbani non avevano altro che la loro grettezza; Voldemort gettò un'occhiata tutto intorno al familiare salotto in rovina. Belle case, e nient'altro. Abiti, e potere puramente illusorio.
Scosse la testa… chi, chi avrebbe potuto dominare la materia ed il destino come faceva l'Oscuro Signore?
Aveva sempre saputo di essere segnato da un fato ben preciso. Rimettere le cose al loro posto e disfare quello che i babbani avevano fatto.
Non c'era motivo che anima viva si soffermasse a pensare alle sue origini, non c'era mai stato motivo di far sapere ad alcuno di suo padre… un babbano. Suo padre era stato solo uno scherzo della sorte; qualcosa che, con il suo innato senso di giustizia, Voldemort aveva cancellato. Creature come lui non necessitavano né di padre né di madre. Non avevano bisogno di amici, di famiglia, di illusioni.
Non si trattava più di essere umani. Voldemort sapeva di essere diverso, di possedere qualcosa che in un'altra epoca sarebbe stato identificato con la divinità.
Immortale. Il viso del mago si aprì in un ampio sorriso da serpente, un sorriso sincero e consapevole che non avrebbe mai concesso a nessuno all'infuori di sé stesso. Immortale… come un dio.
Perso in questi pensieri non si accorse subito della donna che, ferma sulla soglia, lo stava guardando. Maya si avvicinò con cautela, facendo scorrere un dito sul tavolo coperto di polvere.
- Mi hai restituito i miei sensi. -
Voldemort sollevò da testa, il sorriso che si spegneva. Socchiuse gli occhi per metterla a fuoco, sovrapponendo all'immagine della babbana quella di suo padre fermo accanto alla stessa tavola, l'ultimo giorno della sua vita. Annuì.
Maya non disse altro, il mago pensò che stesse saggiamente tentando di comportarsi nel modo migliore, con la giusta deferenza. Eppure non trovò traccia di sconforto nei suoi occhi. Peccato, gli sarebbe piaciuto vedere la consapevolezza dell'umiliazione sul suo viso, leggervi la resa completa. Un piccolo brivido gli corse giù lungo la spina dorsale… strano si disse, agosto volgeva al termine e faceva ancora caldo.
Si alzò, girandole intorno, la mano pigramente stretta intorno alla bacchetta.
- Per adesso. – sussurrò con dolcezza.
- Per adesso. – replicò lei, sollevando lo sguardo sul suo viso da rettile – Immagino che ci sia una condizione perché io possa continuare a vedere, a sentire, a parlare. –
- A vivere. – mormorò lui.
Maya annuì lentamente – Gregorovich. –
Voldemort ebbe un moto di stizza – Gregorovich è già mio. –
La babbana abbassò gli occhi, pensierosa – Domani è il primo di settembre. Vuol dire che sai già dove dirigerti. Ma quell'informazione non è corretta. Non troverai Gregorovich in quella casa. Solo una donna e due bambini che ucciderai inutilmente. –
Voldemort sibilò, travolto da un impeto di pura collera. La afferrò per un braccio – Cosa? -
Lei gli rispose con un'espressione dura – E' comunque inutile che tu trovi quel vecchio, lo farai naturalmente. Ma sarà inutile. Credi che se avesse avuto quella cosa non l'avrebbe usata in tutti questi anni? –
Maya avvertì la punta della bacchetta premuta sullo sterno. Faceva male, ma si rifiutò di abbassare lo sguardo.
- Come fai a saperlo? -
Esitò per un istante.
- Non prendere tempo per costruire una bugia, babbana! L'Oscuro Signore sa… sa sempre tutto. -
- Non lo so. Non ricordo tutto. Non so esattamente dove Lestrange mi abbia trovata; né lo sapeva lui. Il modo più facile per considerare tutto questo è… pensare a me come ad una persona capace di pronunciare profezie. Come Sibilla Cooman, solo… - si morse il labbro inferiore – Solo più affidabile. Anche se questo dono ha dei limiti; a volte la consapevolezza emerge da un indizio, o con il tempo. Non sono in grado di dirti nei dettagli tutto quello che vorresti sapere sin da subito. –
- Allora perché non dovrei ucciderti? – Voldemort inclinò il capo, dalla punta della bacchetta zampillarono delle scintille verdi.
- Perché anche se non posso fornirti un quadro completo della storia… anche se non posso farlo… ti sarò utile, volta per volta. –
- Non potresti… tu sei polvere. –
- Sì. – Maya inarcò le sopracciglia, sollevandosi sulle punte dei piedi per alleviare il dolore allo sterno – Questo lo abbiamo già chiarito. Un verme e tutto il resto. –
Un angolo della bocca di Voldemort si sollevò di un millimetro – Allora, verme, tu dici che domani non troverò Gregorovich ma una donna e due stupidi ragazzini? –
Maya annuì.
- E se ti sbagliassi? -
- Mi ucciderai. Ma… - Maya socchiuse gli occhi – Se ho ragione… vuol dire che potrei averla su molte altre cose. –
Voldemort la lasciò andare, concentrando la sua attenzione su una delle finestre. Scostò le tende, scrutando il cimitero che da lì era ben visibile.
Non poteva tenerla in vita, non poteva accettare che una babbana lo sfidasse in questo modo. Non poteva tollerare che le sue conoscenze fossero… superiori.
Ma se eliminarla avesse voluto dire danneggiare sé stesso? Senza rendersene conto agguantò una vecchia tendina, strappandola.
Doveva ucciderla… non c'erano altre possibilità. Sì, avrebbe rinunciato a qualcosa… dettagli, piccoli indizi... ma la contropartita sarebbe stata notevole: la propria integrità.
Le aveva già concesso troppo; il modo in cui gli si rivolgeva, la sua mancanza di sottomissione erano inaccettabili… la sottomissione era importante, soprattutto con questa donna.
Uccidila, uccidila, uccidila…
Si voltò con la bacchetta in pugno, Maya riuscì ad evitare la prima maledizione rotolando al di sotto del tavolo.
- Silente ha preso l'anello di Serpeverde! -
Il mondo si tinse del colore della rabbia, Voldemort urlò… un urlo terribile che inghiottì ogni altro suono.
(...continua.)