Quando la campanella annunciò la fine della punizione Genzō e Dite uscirono camminando affiancati, continuando a chiacchierare e prendendosi reciprocamente in giro. Chi, in quel momento, si fosse trovato ad incrociarli avrebbe potuto scambiarli per un'affiatata coppia di amici, o forse… ~ Forse niente! ~ zittì immediatamente quel pensiero la ragazza. Rispetto a stamattina, quando lo avrebbe volentieri sparato in un cannone direzione Giappone, ora lo aveva rivalutato parecchio; il Borioso Perfettino era competitivo e sicuro di sé, ma almeno non era permaloso e dotato di un senso ironico discretamente bastardo; ma non è che, addirittura, avesse cominciato a piacergli: avevano fatto soltanto un bel miglioramento.

Quell'ora era terminata con un risvolto decisamente positivo: la mattina era partita male, continuata peggio e aveva rischiato di finire a scatafascio, ma la sua strana quasi amica aveva capovolto tutto, anche il suo umore nero. E, se ancora una volta aveva replicato con gentilezza e disponibilità ad una reazione eccessiva nei suoi confronti, Genzō aveva ugualmente percepito che, se fossero stati in circostanze diverse, Dite non si sarebbe trattenuta altrimenti dal rispondergli per le rime. Avendo notato che era dotata di un forte intuito, probabilmente lei aveva capito istintivamente il verso giusto con cui prendere la sua incazzatura, riuscendo a fargli aprire una sorta di valvola di sfogo e facendogli ritrovare il buonumore. La motivazione del suo gesto, però, non riusciva ancora a spiegarsela: era sicuro, infatti, che non avesse un carattere generalmente accomodante, così come i riguardi nei confronti del nuovo arrivato dovevano essersi sicuramente esauriti.

– Senti, tutti abbiamo subito la punizione, e direi che oggi ci è andata fin di lusso! – gli fece notare. – Già, ma adesso io sono in ritardo agli allenamenti e quindi mi becco, in più, la punizione del Mister… – si lamentò, con aria studiatamente afflitta, il ragazzo. – Mm, stai di nuovo facendo del vittimismo? Anch'io non sono esattamente in anticipo e per questo mi prenderò una bella sgridata, – sollevò la borsa sportiva per rafforzare la sua affermazione, – quindi siamo, ancora una volta, zero-a-zero palla al centro, caro il mio portiere… – che si arrese – Hai ragione. –

Dite si immobilizzò di scatto, costringendolo a girarsi per guardarla, mentre esclamava – Mi hai dato ragione? Che succede, ora, il diluvio? Si spalanca la terra e l'inferno ti inghiotte? Saltano fuori le telecamere e tutta la gente strilla "sei su candid camera!", perché invece era soltanto uno scherzo… – Il portiere non poté evitare di sogghignare. – Beh, diciamo che hai ragione, per questa volta, – le concesse mentre lei saltellava ripetendo "mi ha dato ragione" – ma non prenderla come un'abitudine. – Erano ormai arrivati al cancello, così si salutarono amichevolmente, poi entrambi si diressero alle rispettive attività pomeridiane.

Dopo essersi cambiato, andò prima dal Mister per spiegare il motivo del ritardo e scusarsi, ma lui lo liquidò, non eccessivamente arrabbiato, riferendo che Kaltz lo aveva già avvertito, ma che, comunque, sarebbe stato meglio che l'evento non si ripetesse troppo spesso. Non appena capitò un momento propizio, ringraziò l'amico, che, sorpreso dal suo atteggiamento rilassato e tranquillo rispetto a quando si erano lasciati prima, gli chiese maliziosamente cosa fosse successo in Aula Punizione ma, soprattutto, con chi. Si divertì allora a fare un po' il misterioso, giusto per stuzzicare e alimentare la sua già notevole curiosità, ma poi, alla fine, fra battute e risate, concluse semplicemente che quella pausa, avendogli dato il tempo di sbollire, gli aveva fatto bene. Ed era stato effettivamente così, avendo persino lasciato correre i soliti commenti degli "effequattro", fregandosene; con Herri omise volontariamente di specificare se ci fosse stato davvero un chi soltanto perché non aveva la minima intenzione di alimentare chissà quali, inesistenti, supposizioni.

Tornando a casa parlarono di tutto e di più, tranne che del motivo della sua odierna incazzatura; Genzō se ne era reso perfettamente conto e lo aveva ringraziato nuovamente, anche se soltanto con lo sguardo; fra amici, per capirsi, a volte non erano necessarie troppe spiegazioni.

* * *

Gli allenamenti della "HHH", chiamata così dall'acronimo di Hockey Hamburger Hasen, oppure semplicemente "Die Hasen", le Lepri, si svolgevano alla pista di pattinaggio di Poppenbüttel, perciò bisognava attendere l'ora di chiusura al pubblico; Genzō si presentò puntuale alle nove come richiesto, ma, una volta a bordo pista, si accorse che la squadra al completo si stava già riscaldando. Non sapeva esattamente cosa dovesse fare e, dato che non c'era nemmeno l'ombra di un coach, si stava guardando attorno, quando, all'improvviso, uno si staccò dal gruppo e lo raggiunse, frenandogli davanti giusto a pochi centimetri di distanza. – Sei arrivato finalmente, novellino! Venti giri di pista! – e se ne andò senza nemmeno dargli il tempo di spiegare chi fosse e perché si trovasse lì; si rassegnò a rimandare le presentazioni e si unì agli altri.

Quando fu in mezzo alla mischia, ricordò che l'ultima volta che aveva infilato un paio di pattini risaliva a quattro, forse cinque anni prima, e dovette impegnarsi parecchio per riuscire a tenersi in equilibrio e contemporaneamente muoversi; ma non doveva essere come la bicicletta, cioè, una volta imparato non si dimenticava più? Si ritrovò improvvisamente lungo in terra dopo aver preso una botta terribile. – Scheiße! – Si rese conto che qualcuno lo aveva spintonato intenzionalmente, vedendo che il resto della squadra sghignazzava, e realizzò che probabilmente lo stavano mettendo alla prova; così si rimise in piedi, facendo buon viso a cattivo gioco, e continuò.

La cosa si ripeté varie volte ma ora il portiere era preparato e riuscì ad evitare di rovinare nuovamente sul ghiaccio; evidentemente era davvero come pedalare, infatti, stava prendendo sempre più dimestichezza e il suo stile era diventato più fluido. Poco dopo, ebbe la conferma ai suoi sospetti: il ragazzo che lo aveva 'accolto' diede in corsa una poderosa spallata all'ennesimo che cercava di farlo cadere, mandandolo a sbattere contro la paratia, e gli si accostò – Da quant'è che pattini, novellino? – Genzō rifletté un attimo, chiedendosi se dovesse chiarire la situazione, ma un'espressione impaziente lo fece ammettere – Da quant'è che sono qui? –

– Ok, novellino: finito il riscaldamento indossa il resto dell'armatura e vai in porta. – Non fece in tempo a rispondere che lo anticipò – Perché tu sei il nuovo portiere, giusto, novellino? – Poi, pattinando all'indietro, si allontanò prevenendo, ancora una volta, il suo ulteriore tentativo, e così si limitò a fare un cenno affermativo con la testa. – Ah, dimenticavo: il contatto fisico pesante, qui, è normale; ma se ti spaventa, puoi anche tornartene dalle femminucce della "J" – aggiunse alzando il tono di voce in modo che sentissero tutti, che, infatti, lo fissarono ridacchiando beffardamente; ma il portiere aveva la vaga impressione che l'esame preliminare fosse ancora in corso di valutazione, perciò represse l'impulso di replicare e lasciò stare.

Il successivo compagno di squadra che gli venne volontariamente addosso si ritrovò steso sulla pista al posto suo; i due tizi più grossi di tutti gli si affiancarono uno per lato, cercando di fargli perdere la concentrazione, ma resistette e, anzi, si adattò perfettamente al ritmo veloce del gruppo. Dopo qualche minuto, colui che impartiva gli ordini, fischiando con le dita, decretò la fine ufficiale del riscaldamento e, sperava, anche del suo personale test di ammissione, iniziando una partita di allenamento.

Le protezioni erano ingombranti, fastidiose e limitavano i suoi movimenti, ma era comunque abbastanza fiducioso: dopotutto, la porta di un campo da hockey era notevolmente più piccola e per parare poteva anche contare sul bastone o sul suo stesso corpo; dopotutto, l'armatura era fatta apposta. Il primo tiro, però, entrò in rete agevolmente, così come il secondo, il terzo e i successivi; provò a "uscire dai pali" ma si ritrovò di nuovo faccia a faccia col ghiaccio, sepolto da uno dei due colossi, mentre l'altro andava tranquillamente a segnare a porta vuota. Il facente funzioni di coach gli consigliò, sbraitando, di non mettersi a provare cose di cui non era capace, invitandolo a restare al suo posto.

Il puck non era esattamente un pallone da calcio, più piccolo, duro, e dannatamente più veloce: poteva tranquillamente ammettere che, la maggior parte delle volte, non riusciva nemmeno a vederlo. Gli scambi e i passaggi tra i giocatori di movimento erano rapidi, quindi era inutile cercare di seguire gli spostamenti del dischetto; perciò, da portiere, si limitò a fare, perlomeno, ciò di cui era davvero capace: osservare il gioco e usare l'intuito per prevedere la direzione dell'azione, per poi cercare di anticipare le mosse degli avversari. Poco a poco, infatti, passò dal nulla a riuscire a deviare parecchi tiri e poi anche a bloccarne qualcuno, sebbene, ogni volta, gli costasse un duro impatto col freddo pavimento, dato che non poteva attutire il colpo rotolando su se stesso come faceva sulla soffice erba.

Quello che ormai Genzō aveva stabilito dovesse essere il Capitano non partecipava in modo diretto alla partita, ma si limitava a seguire il gioco dei compagni da bordo pista, dirigendo le tattiche, correggendo le posizioni e suggerendo le azioni. In alcuni casi, invece, interveniva direttamente per bloccare prontamente uno schema d'attacco troppo prevedibile oppure per far rilevare un'inefficienza nelle maglie della difesa. Nei suoi riguardi si limitava a ripetergli di essere più rapido nelle reazioni, ma, soprattutto, gli ricordava continuamente che si trovavano in un rettangolo bianco e non verde.

Dopo un tempo che a lui era parso eterno, finalmente fischiò stabilendo che la partita era finita. L'evidente sollievo dell'esausto nuovo arrivato era però destinato a essere disilluso, perché gli allenamenti non erano ancora esattamente terminati del tutto: era arrivato, infatti, il momento dei tiri in porta. Un lampo di puro panico lo attraversò, ma fu solo un attimo; si riprese immediatamente ripetendosi, orgogliosamente, che, insomma, era l'S.G.G.K.: il portiere che parava i rigori…

Una prima serie di lanci gli sfrecciò pericolosamente vicino senza riuscire a deviarne nemmeno uno; i giocatori sfilarono uno via l'altro in rapida successione, senza dargli neanche il tempo di rimettersi in posizione, finché, a un certo punto, il ragazzo, scuotendo la testa, non li interruppe – Novellino, l'obiettivo dei tiri liberi è piuttosto banale: li devi parare. – La sua innata determinazione e l'orgoglio di portiere ferito lo riscossero ~ Non mi arrendo così facilmente! ~

Un'altra dozzina di reti subite, o meglio, di puck presi ovunque: già, perché i compagni di squadra sembrava mirassero appositamente non alla porta ma al portiere. L'armatura era fatta apposta, sì, certo, peccato che l'impatto del dischetto su una qualunque parte del corpo facesse comunque un male cane. Di nuovo, un cenno impaziente fece fermare quella sadica tortura iniziatica – Vi siete divertiti abbastanza? Ora facciamo una serie intera di rigori come si deve, così poi possiamo andarcene tutti a casa? – li riprese seccamente.

~ Divertiti? Io, proprio per un cazzo. ~ Costatò che tutti obbedirono, incolonnandosi ordinatamente dietro la linea centrale, attendendo ulteriori disposizioni dal loro leader. – Credo di essere stato chiaro, ma per evitare equivoci lo ripeto con parole più elementari: ora la smettete di fare gli stronzi con il novellino e tirate tutti decentemente. Soprattutto voi due, metà di un unico spermatozoo. –

Genzō squadrò ironicamente i due energumeni, ala destra e sinistra, ricordandosi di averli riconosciuti in alcune fotografie esposte nell'armadio dedicato ai numerosi trofei delle Lepri: erano i gemelli Großer, classe 10ªA, e star indiscusse della squadra. Gli venne anche in mente come ne aveva sentito parlare, ovvero, bulli che si divertivano a passare il tempo schiavizzando le matricole e tormentando i nerd, e la cui media scolastica era a malapena sufficiente soltanto perché avevano qualche santo che li proteggeva, che però, evidentemente, non era al momento presente, perché il Capitano non sembrava troppo disponibile nei loro confronti.

Nemmeno nei suoi, comunque, perché, dopo essersi posizionato davanti agli altri "rigoristi", gli si rivolse seccamente – Ok, novellino: prima in partita lo hai fatto per tutto il tempo; ora, invece, sembra che te ne sia completamente dimenticato; perciò rinfreschiamo la memoria. Sei pronto? – Perlomeno gli stava dando il tempo di concentrarsi. Scagliò una stilettata che gli esplose nella mano destra, protetta solo dal guanto da presa, e un dolore lancinante gli fece letteralmente vedere le stelle.

– Perché hai sbagliato novellino? – In quel momento non aveva idee. – Ok, cambiamo domanda: cosa stavi guardando mentre tiravo, novellino? – Inspirò profondamente un paio di volte riprendendo il controllo. – Il puck, credo… – Questi continuò a fissarlo semplicemente finché il portiere non capì: un ultimo respiro per liberare la mente, strinse un paio di volte la mano per scacciare il formicolio, aggiustò la gabbia sul volto e si accovacciò leggermente sulle ginocchia – Pronto. – L'altro, però, si spostò di lato sogghignando, restando a osservare e riservandosi il privilegio di tirare per ultimo, concludendo definitivamente la dura prova a cui lo avevano sottoposto.

Durante la partita aveva visto giusto: sebbene dovessero essere ancora un po' oliati, aveva ottimi riflessi, ma non solo, era dotato anche di una spiccata capacità di osservazione che, infatti, stava dimostrando adattandosi alla modalità di tiro di ogni avversario affidandosi al forte istinto che, aveva notato, era conscio di possedere, e riducendo così, progressivamente, il numero di dischetti che entravano in rete. Il ragazzo aveva già cominciato ad ingranare, più velocemente di quanto avesse potuto immaginare; gli rivolse un pensiero di stima urlando che doveva essere più svelto, anche se lui, totalmente concentrato, non lo stava nemmeno più calcolando.

* * *

Negli spogliatoi, rivestendosi, Genzō osservò criticamente gli arrossamenti disseminati un po' ovunque sul corpo, considerando che entrò un paio di giorni sarebbero diventati di un bel colorito verde-bluastro. – Grazie, Mikami… – mormorò appena, sospirando. Mentre usciva si ritrovò a pensare che qualcosa non quadrasse del tutto; durante la partita aveva constatato che il gioco si era concentrato soltanto nella sua area e solo lui era stato sottoposto ai rigori: avrebbe dovuto esserci almeno un altro portiere. In ogni caso doveva spiegare al Capitano che nemmeno lui lo sarebbe stato in via definitiva e, parlando del diavolo… vide che lo stava aspettando fuori dall'edificio.

– Te la sei cavata piuttosto bene: l'iniziazione è stata pesante, lo ammetto, ma ci siamo passati tutti il nostro primo giorno; così adesso non sei più il novellino, sei stato ufficialmente promosso – lo guardò con comprensione. Il portiere annuì, rispondendo – Capitano, non c'è problema ma… – L'altro lo interruppe immediatamente. – Ah, no! Così non ci siamo. Come ti ho ripetuto fino alla nausea, prima, qui non siamo alla "J" ma qualche lettera più indietro, alla "HHH". Qui non ci sono né Capitano né tantomeno Kaiser: capitano e assistenti servono solo durante le partite per discutere le decisioni dell'arbitro, ma qui siamo tutti Lepri. – Genzō provò a bloccarlo. – Sì, ma… –

– Fammi finire. Ci sono poche regole da rispettare, ma se vuoi sopravvivere devi averle capite per bene tutte quante. Noi non ci chiamiamo, in nessun modo, a parte "Eha, Ohu, Weh" e comunichiamo a sguardi o a gesti, perché nell'hockey non abbiamo tempo da perdere sprecando inutile fiato. Oppure, come l'animale che ci rappresenta, impari a fischiare. Diciamo che, per questi primi giorni, se aiuta ad ambientarti, posso anche fare elasticamente uno strappo; dato che Waka-eccetera, per i miei gusti, è troppo lungo e complicato, direi che io ti chiamo semplicemente Genzō, e, siccome dubito che tu riesca a dire Čechmánek senza impappinarti, a te dovrà bastare Jiří. Oppure, per fare prima, dato che le lepri sono sempre di corsa, io sono Ji e tu sei Gi. – Il portiere si rassegnò ad ascoltare anche il resto. – Ok. –

– Ognuno pensa per sé e se ne sbatte degli altri, ma quando siamo in squadra, siamo una squadra: ovvero, sei liberissimo di odiare tutti e altrettanto di farti odiare, ma se ti devi regolare con qualcuno, lo fai a scuola, a Poppen, dove ti pare al di fuori dal ghiaccio. Esempio pratico: non lamentarti perché qualcuno, presumibilmente "un mezzo", ti ha chiamato Vietnam o Corea, rispondigli e basta; se ti consola saperlo, io continuo a essere Ebreo Polacco, dato che, nonostante siano in due e nonostante anni di Geografia Politica, non hanno ancora capito che Polonia e Cecoslovacchia sono due cose diverse, e che Ebreo non è uno Stato. Figurati se ci arrivano, addirittura, in un altro continente; ma il nostro obiettivo non è quello di vincere il premio nobel, quindi, se ti infastidiscono, inventa simpatici nomignoli anche tu. –

Sogghignò visualizzando i due scimmioni, mentre "Ji" proseguiva – Ti do una dritta: le battute, più sono sarcastiche, meno le comprendono, e più tempo perdono per capire in che modo sono stati offesi, meno tempo occupano a romperti le scatole. Come tutti i primati, a loro piace essere al centro dell'attenzione e si rattristano se vengono ignorati, quindi, se con te non si divertono, tendono a lasciarti in pace. Diversamente, se dovessi ritenere che è necessaria una lezione, ti è consentito impartirla, purché non vi presentiate infortunati o sospesi prima di una partita. Il periodo di prova dura due settimane, in cui puoi decidere liberamente di andartene quando vuoi, se pensi di non farcela; al termine, però, o sei dentro o sei fuori definitivamente: o sei diventato del tutto uno di noi e rimani tale, oppure vuol dire che non sei tagliato per essere una Lepre, e allora tanti saluti e amici come prima. È tutto chiaro, adesso? –

Il riferimento al "in o out" categorico ma, soprattutto, la citata scadenza bisettimanale, suggerì a Genzō che, probabilmente, il non-leader già sapesse che la sua era soltanto una parentesi temporanea, quindi accantonò, o, quantomeno, rimandò nuovamente le sue rimostranze ed annuì; tanto aveva stabilito che prima doveva parlare con Mikami, che sicuramente aveva previsto per lui un periodo di training a termine direttamente con il coach vero. Una volta in possesso di tutte le informazioni utili, avrebbe quindi potuto determinare, più obiettivamente, la modalità con cui rapportarsi a quella che, volente o nolente, per un po' sarebbe stata la sua nuova squadra.

Si salutarono stringendosi tacitamente la mano e presero entrambi direzioni diverse, ma, all'ultimo momento, il non-capitano da lontano gli gridò – Ti aspetto lunedì alle nove, puntuale! – Il portiere colse una velata ironia in quel puntuale: evidentemente erano gli 'allenamenti' che iniziavano a quell'ora, così registrò mentalmente di recarsi alla pista almeno un quarto d'ora prima per il riscaldamento.

* * *

Per fortuna il tabellone alla fermata dell'autobus indicava che c'era ancora l'ultima corsa; la pista di pattinaggio si trovava praticamente a Hummel e poi non era proprio il caso, quella sera, di tornare a casa a piedi: non c'era un muscolo di cui non sentisse la dolorosa presenza, anzi, stava cominciando a pensare che il suo corpo gli stesse facendo crescere, apposta, in quel momento, nuove parti solo per il gusto sadico di fargliele dolere. Aprendo il cancello si trovò a sperare che, data l'ora, in casa fossero già tutti andati a dormire, non aveva proprio voglia di discutere, di niente e con nessuno; anche se continuava a essere deluso che Mikami non lo avesse messo al corrente dei suoi piani, la risoluta intenzione al confronto, che aveva avuto nel primo pomeriggio, era comunque svanita del tutto a causa della stanchezza.

Come era però scontatamente prevedibile, l'unico ancora in piedi, in vestaglia, e in evidente stato di attesa, era proprio lui; lo guardò un po' di traverso e andò filato a chiudersi in bagno, non prima di aver scorto una sua occhiata apprensiva. Preso dall'armadietto dei medicinali il tubetto di ketoprofene in gel, si spogliò rimanendo in mutande e si sedette sulla tazza, cercando di raggiungere tutti i punti che avevano un colore anomalo. Ringraziò mentalmente che fosse venerdì, perché l'indomani non ci sarebbero state lezioni, e, contrariamente al solito, dubitando di poter tornare come nuovo, in una notte, si trovò persino ad essere sollevato a dover rimanere confinato in panchina durante la partita di campionato.

Udì dei lievi colpetti alla porta. – Esco fra un attimo. – Poi i passi che si allontanavano. Osservò il gonfiore della mano infortunata, che gli doleva a ogni pulsazione, e provò ad attenuarlo tenendola sotto il getto d'acqua fredda. Non sentì il secondo discreto bussare, ma attraverso lo specchio vide la porta aprirsi e Mikami fare capolino; come ramoscello d'ulivo portava un sacchettino di ghiaccio. Involontariamente gli sfuggì un sorriso, subito smorzato: dopotutto era ancora arrabbiato con lui… – Fa' vedere. –

Chiuse il rubinetto e lasciò docilmente che Tatsuo si prendesse cura di lui. Esaminati attentamente mano e polso, appurò che era soltanto un brutto livido che si sarebbe sicuramente riassorbito entro qualche giorno. Non potendo fare a meno di notare la smorfia contrita che fece, mentre contava mentalmente le numerose contusioni che avevano già cominciato a scurirsi, Genzō serrò le labbra e, con uno sguardo truce, gli ricordò silenziosamente: ~ Quest'idea fantastica è stata tua. ~

Rimasero qualche minuto a fissarsi in silenzio, uno seduto sul cesso, l'altro sul bidet; Mikami gli tenne premurosamente il ghiaccio sulla mano, trattenendola fra le sue, come se avesse timore che potesse scappare; poi si riscosse e sospirò togliendosi gli occhiali, sfregandoli, anche se erano perfettamente puliti, sulla maglia del pigiama da ospizio: il gesto tipico che compieva ogni volta che doveva affrontare un discorsone, solitamente importante o difficile.

– Non posso biasimarti, se pensi che ti abbia deluso, Genzō, avrei dovuto saperlo. – Altro silenzio. – Che cosa? – chiese, più per accelerarne la fine che per reale interesse. – Che non dovevo sottovalutarti, ma l'ho fatto e ho sbagliato; e mi dispiace davvero. Già adesso sei pieno di impegni, scolastici e non, ma… la tua determinazione è evidente in ogni cosa che fai, come sempre. Ma ormai… non posso più tornare indietro, però ti posso promettere che non capiterà più. Non riesco a trovare sempre, alla prima, tutte le risposte che giustamente tu vorresti; mi concedi solo un po' di tempo per imparare, anche facendo a volte qualche scivolone? –

Tatsuo aveva capito perfettamente il suo stato d'animo e, con poche parole concrete, riassunto il succo di ciò che lui avrebbe voluto sbattergli in faccia, magari litigando, solo qualche ora di incazzatura prima, ma, adesso, ogni ombra era stata dissipata da quell'ultima, significativa, frase. In effetti, non aveva mai riflettuto seriamente a quella possibilità; sapeva di non essere mai stato troppo obiettivo, anzi, aveva sempre solo preteso la perfezione dal rapporto con il suo mentore, non considerando che, essendo comunque un essere umano, non era infallibile; ma, soprattutto, che era soltanto lui stesso a potergli e dovergli concedere di rimediare, umanamente, a un errore commesso in buona fede.

Sorrise e questa volta non lo nascose. – Giusto il tempo di diventare una lepre; ma poi torno a essere me stesso. – La tensione si allentò e anche Mikami sorrise – Ok, messaggio recepito: quando mi verrà un'altra idea, la sottoporrò alla tua attenzione ma non necessariamente alla tua approvazione – precisò, apposta, con finta severità. – Ok, messaggio recepito… – fece eco Genzō, confermandogli che, in quel bagno, avevano ristabilito completamente il loro rapporto di implicita e reciproca fiducia.

Si diressero ognuno nella propria stanza augurandosi la buonanotte; poi l'allenatore tornò in quella del suo portiere con un bicchiere d'acqua e una pastiglia – Se hai dei problemi o difficoltà, sai che puoi parlare con me, di qualsiasi cosa e in qualsiasi momento. – Il ragazzo si strinse nelle spalle, con noncuranza, avendo subito ripreso il tipico piglio risoluto che significava che preferiva cavarsela da solo. – Ho già chiarito con il… con Jiří. – Mikami aggrottò interrogativamente la fronte riflettendo, poi assentì – Čechmánek. Ho chiesto espressamente che fosse lui a occuparsi, personalmente, della tua preparazione: ti farà da coach e referente. –

– Che bella notizia – asserì sarcastico; Tatsuo però non afferrò. – Herr Kießling mi ha raccontato orgogliosamente del suo prediletto, fin da quando lo seguiva nei 'leprottini'. E siccome secondo la sua opinione, attendibile, sia come ex-giocatore professionista di un certo calibro, che di ugualmente stimato ex-allenatore, è un giovane portiere dal notevole e innato talento… un po' come te, – sorrise, – ho pensato che fosse la persona più adatta per… – Si interruppe quando Genzō, stupito, esclamò – Portiere? –

– Non avevi detto che avete parlato? – Gli fece segno di proseguire, – Diciamo che è stata una conversazione a senso unico – mentre fra sé considerava, ~ Ora sì che si spiegano tante cose… ~ Mikami allora riprese – Avendo due anni di esperienza più di te, ritengo che possa insegnarti un diverso ma ugualmente valido tipo di tecnica, che tu poi, sicuramente, saprai rielaborare e adattare al tuo stile. Inoltre, considerare il tuo stesso ruolo nel contesto di un altro sport, ti permetterà di acquisire maggiori capacità di analisi e tattiche di gioco alternative. –

– Gli ho chiesto, comunque, di non andarci troppo pesante, anche perché, ovviamente, lo scopo di questo allenamento non è assolutamente quello di volerti trasformare in un portiere di hockey. – Continuò imperterrito il suo monologo senza notare lo sguardo sbilenco che il ragazzo gli rivolse da sotto le coperte, che allora sollevò la mano ed esternò sogghignando – Ah, meno male! – L'effetto analgesico dell'aspirina stava comunque ormai facendo il suo dovere. – Ma non avrai mica creduto che il mio fosse un suggerimento a darti all'ippica? – Inutile, continuava a non capire. – Non possiamo mica tenere un cavallo in giardino… E poi chi la sente la vecchia? –

Si sedette sul bordo del letto sogghignando a sua volta e facendogli quindi intendere di aver colto perfettamente il riferimento: era solo il suo modo di sdrammatizzare la durezza di quella nuova sfida a cui gli stava chiedendo di sottoporsi, perché era necessaria per poterla affrontare senza trarne un beneficio immediato, dovendosi accontentare, ora, soltanto della promessa di un futuro riscontro. Ma per Genzō quella era una cosa che poteva fare senza alcuno sforzo, perché aveva assoluta fiducia in lui, e glielo comunicò semplicemente con un cenno d'intesa.

Tatsuo gli accarezzò amorevolmente una tempia, invitandolo a riposare serenamente; il ragazzo rispose di nuovo affermativamente con un movimento del capo, ma non ebbe nemmeno il tempo di ringraziarlo perché, dopo qualche secondo, le sue palpebre pesanti si chiusero dalla stanchezza. Si addormentò mentre l'uomo, avendo comunque percepito quell'ultimo sguardo che gli trasmise gratitudine e affetto sincero, usciva silenziosamente dalla stanza.