Mi ero alzata dal letto automaticamente, quasi come se il mio cervello avesse già saputo perfettamente cosa fare. Tutte le mie azioni erano state svolte con una precisione meccanica che non sapevo fino a quel momento essere mia. Camminai così veloce verso l'università che per l'ultimo tratto forse persino corsi. Non potevo controllarlo. Non potevo controllare nulla. D'altra parte mi succedeva sempre così quando si trattava della Robbins
Ed eccola lì, la ressa che diventava calca. Gente che spingeva, che si avvicinava, una ragazza era anche caduta a terra. Forse era svenuta. Corsi verso di lei per prestarle soccorso, senza in quel momento curarmi dei tabelloni. Le sentii il polso e la respirazione. Tutto sembrava a posto. Presi una sedia che si trovava nei paraggi e le misi le gambe sopra.
"Come stai?" le dissi, mentre apriva gli occhi "Sei svenuta, per questo ti trovi sistemata così in mezzo a tutta questa gente. Non preoccuparti"
"Grazie…" mi disse la ragazza. La guardai meglio e mi parve di riconoscerla "Ma noi ci siamo già viste vero? Al corso della Robbins…"
"Sì" dissi, mentre mi veniva in mente che conoscevo il suo viso perché era sempre seduta nelle prime file "Mi ricordo di te"
"Tu sei quella che ha fatto la lezione a inizio corso…"
"Sì, sono io" mi imbarazzai un po' "e in realtà dovevo farne anche un'altra. Ma poi sono svenuta come te, in mezzo al corridoio dell'università, e sono rimasta a casa un paio di giorni" sdrammatizzai
Funzionò perché rise "Beh spero non per il mio stesso motivo. C'è da sentirsi male quando riprovi lo stesso esame per tre anni di fila e non riesci proprio a passarlo" era rassegnata.
Erano usciti i risultati della Robbins dunque. E se magari era andato così male anche a me?
"Comunque piacere, io sono Mel" disse rialzandosi sulle sue gambe "Terzo anno"
"Callie, piacere"
"Lo so" mi disse di rimando "ti sei presentata davanti a tutti. Comunque grazie, sei stata davvero un angelo ad aiutarmi. Ora vai a guardare come ti è andato l'esame perché se fossi in te io correrei…"
La salutai e così feci. Schizzai verso il tabellone che nel frattempo non sembrava più essere oggetto di venerazione delle masse. Solo qualche testa davanti a me che si spostò non appena mi ci misi dietro. Cercai il mio nome scorrendo le T, nell'ultima parte della lista. Eravamo veramente tantissimi e ci misi un po' per trovarmi. C'erano altri tre Torres, e una di queste era una ragazza che si chiamava Camila. Sussultai quando vidi il suo risultato: NON PASSATO. Sussultai perché pensavo fosse il mio. Ma mi sbagliavo. Il mio era nella colonna sopra. Calliope Torres: A+.
A+? Non ci potevo credere. Mi tremavano le gambe dalla gioia… O forse mi tremavano perché sapevo che dovevo tornare nell'ufficio della Robbins? Mancavano 4 giorni e immaginavo mi avrebbe interrogato per confermarmi il voto. La mia carriera universitaria iniziava col botto ed ero al settimo cielo, ma la cosa che mi rendeva più felice era che non avrei deluso la Robbins. Questa volta di sicuro. Certo, era solo un midterm, e c'era da fare anche l'altra metà dell'esame nel giro di meno di due mesi, ma era un'ottima partenza. Un'eccellente partenza. La Robbins non si sbagliava. Ero un A+.
Quattro giorni dopo, arrivai apposta dopo tutti gli altri. Verso le sei e un quarto, quando percorsi di nuovo il corridoio che mi avrebbe portato all'ufficio della Robbins, c'era ancorano ancora un paio di studenti in fila. Aspettai con pazienza il mio turno, ma notai che non teneva le persone dentro più di dieci minuti. Probabilmente faceva solo due domande, veloci, faceva firmare e via così. Dopotutto avevamo già dimostrato abbastanza all'esame, no?
Aspettai di essere l'ultima e quando fui proprio sicura di esserlo erano ormai le sette meno venti. Mi guardai intorno un'ultima volta e entrai:
"Torres, buonasera…" mi disse squadrandomi, poi aggiunse "Non è una sorpresa vederla qui. Sapevo che non mi sbagliavo e il tempo mi avrebbe dato ragione" non sapevo cosa rispondere, e dunque stetti lì, in piedi e zitta con l'aria imbarazzata "si sieda, si sieda. Non ho molto tempo e vorrei confermarle questo voto".
Avevo i brividi e come sempre in sua presenza le mie capacità motorie erano limitatissime. Ma riuscii a sedermi. Non appena presi posto, ricominciò a fissarmi come faceva sempre, mettendomi a disagio da morire. Ma ci provava gusto? Il petto ricominciava a bruciarmi.
"Sa, Torres…" disse cercando il mio compito tra gli altri "Mi pare di ricordare che non c'è proprio nulla di sbagliato nel suo compito. Ha svolto anche l'esercizio facoltativo con una precisione disarmante, quindi non saprei proprio che domanda farle…"
Sussultai dentro, ma fuori sorrisi e basta. Si alzò dalla poltrona nera mentre era intenta a ragionare sul da farsi. Portava una camicia azzurra sicuramente fatta su misura, perché le cadeva a pennello su ogni singola parte del petto, delle spalle e delle braccia. Sul polso sinistro aveva le cifre: "A.R.". Questo la rendeva molto più autoritaria di quanto già non fosse, pensavo, e mi corse un altro brivido fortissimo dai piedi verso su.
La Robbins si muoveva da una parte all'altra dell'ufficio, dietro di me, senza proferire parola. Mi sembrarono i secondi, o i minuti, più lunghi della mia vita. Sentivo i piccoli tacchi muoversi avanti e indietro a velocità costante. Si avvicinavano, come si avvicinava il profumo che già una volta mi aveva fatto svenire.
"In piedi, Torres" mi ordinò
Mi alzai, tremando. Ma non mi girai verso di lei e rimasi a guardare la finestra mentre sentivo la sua presenza sempre più vicina. Sempre più dietro di me. Avrei giurato che fosse a meno di dieci centimetri dal mio corpo perché la sentivo respirare con una calma che le invidiavo. Doveva averla rubata a me, perché io l'avevo persa del tutto.
"Si pieghi" mi disse a voce più bassa avvicinandosi al mio orecchio. Potevo sentire un suo ricciolo biondo che si appoggiava sulla mia spalla.
"C….come?" abbozzai, lasciando con quello della voce più che presagire il tremolio del corpo
"Si allunghi sulla scrivania" mi ordinò ancora "come ho fatto io l'ultima volta, ma da in piedi." aggiunse poi, e potevo giurare stesse sorridendo.
Lo feci, mi parve la cosa più ovvia da fare e di sicuro non ero io quella che sarebbe andata contro la Robbins. Ma senza prendermi in giro, la piega delle cose non mi dispiaceva affatto. Anche se, come sempre, non avevo la minima idea di cosa dovevo aspettarmi nei minuti a venire.
"Bravissima, così…" mi disse mentre appoggiavo il mio seno alla scrivania fredda. Sentii che si avvicinava ancora di più al mio orecchio e mi ci bisbigliò dentro. Potei giurare che mi ci passò anche sopra la lingua inumidita, e che io quasi trasalii.
"Stia tranquilla…" mi disse piano "lei stia zitta, non faccia rumori e non succederà niente"
Pensai che nonostante non sapessi cosa aspettarmi non sarebbe stato difficile obbedire. Dopotutto non riuscivo a muovermi, né a formulare un pensiero di senso compiuto. Lei aveva sempre avuto in mano il pallino del gioco. E forse c'era anche in gioco il massimo del voto all'esame.
"Aaaaah!" urlai. Non era come dovevano andare le cose. Non dovevo farlo. Ma mi risultò impossibile al contatto con la sua mano calda a contatto con i miei pantaloni. La mia natica destra bruciava come mi bruciava il petto, bruciava arrossata con la forma del suo palmo.
"Si può alzare, Torres" mi riprese subito e mi sforzai di rimettermi composta, come mi aveva chiesto "Ma questi non erano i patti."
"Io….Lo so… Mi scusi." Ma di cosa mi stavo scusando?
"Le ho già detto che sono stanca delle sue scuse, Torres" disse, riprendendo in mano il mio compito "non avevo certo bisogno di interrogarla per confermarle l'eccellente voto della prova. Spero lo mantenga anche nel secondo parziale."
Vidi che stava scribacchiando qualcosa sul mio compito accanto alla firma. Una X. Una X rossa. Era la terza che vedevo.
Capii che era il momento di andarmene quando non mi disse più altro. La salutai, mi salutò anche lei e lentamente mi avviai alla porta. C'era qualcosa di non finito in tutto quello. Ma, come sempre, non sapevo cosa fosse. Ero uscita dalla porta da poco più di dieci secondi quando sentii i suoi passi e la sua voce:
"Torres"
Mi voltai. Era sullo stipite della porta a braccia conserte. Sembrava mi stesse aspettando.
"Ha dimenticato qualcosa…" continuò
Tornai da dov'ero partita. Prima ancora che potessi entrare per conto mio mi prese per un braccio e mi spinse dentro l'ufficio sbattendo la porta dietro di sé. Mi appoggiò forte alla porta di vetro opaco, con tutto il peso del corpo. Ero tra la porta e lei. Mi teneva per le braccia, poco sotto i polsi, una a destra e una a sinistra, appoggiate alla porta. Come se mi stessi arrendendo. Appena la Robbins percepì i miei muscoli cominciare a sciogliersi sotto la sua presa, mi stampò un bacio sulle labbra. Si staccò per poco e poi me ne diede un altro ancora, stavolta facendo lentamente scivolare la sua lingua tra i miei denti. Si faceva spazio e io non trovavo modo di combattere o di rispondere a tono. Mi lasciavo fare, mentre con quel contatto il bruciore nel petto si era placato. Dopo un tempo che non saprei definire, avendo perso qualsiasi concezione della realtà, si staccò, ma rimase sempre molto vicina al mio viso. Mi bisbigliò, scandendo le parole a pochissimi centimetri dalle mie labbra, facendomi tremare ancora:
"Da una tripla X non si torna più indietro, Torres"
