Dieci

"Aspettate. Prima devo chiamare Castle", esclamò Kate bloccandosi sul posto, mentre lei e gli altri erano già pronti a precipitarsi fuori dal distretto e recarsi sul luogo di ritrovamento di un nuovo cadavere, probabilmente legato al caso di cui si stavano occupando e che aveva istantaneamente promosso il loro ignoto assassino a quasi sicuro serial killer, con sua somma irritazione. Le morti violente aumentavano e loro non avevano una sola traccia valida. Se ne sentiva personalmente responsabile.
"Pensi che sia necessario?", la interruppe Ryan, un po' troppo sibillino per i suoi gusti, ma senza aggiungere altro. Kate abbassò il cellulare, silenziandolo prima ancora che avesse finito di comporre il numero.
"Sì. Certo. C'è stato un omicidio, è ovvio che lo chiami", chiarì, anche se si trattava solo di una risposta retorica. Era così che funzionava di solito. Che cosa c'era di diverso nelle attuali circostanze?
Castle se ne era andato un paio di ore prima, raccomandandosi di avvertirlo se fosse successo qualcosa di importante. Qualcosa di più che importante era accaduto, e lei stava facendo quello che ci aspettava. Non si erano sempre lamentati che fosse troppo scontrosa con Castle? Non davanti a lei, naturalmente, borbottandolo alle sue spalle e magari ridendoci su.
E quindi che problema c'era se adesso gli telefonava?
"È fuori a cena", proseguì Ryan, come se questo bastasse a spiegare il suo comportamento oppositivo.
"Non è la prima volta che lo chiamo in circostanze particolari e non se ne è mai lamentato". In ogni caso si stava facendo tardi. E loro avevano un altro caso di omicidio, Lanie li attendeva per fare il sopralluogo e questa conversazione non stava avvenendo.
"È con Tanya. È una ricorrenza speciale. Una specie di anniversario, da quel che ho capito", concluse, ignorando le occhiate ammonitrici del suo collega.
Quindi, era così. Era questo il motivo. Si sentì svuotare come se il palloncino dentro al suo stomaco fosse stato punto da uno spillo. Strinse la mascella, per compensare la perdita di concentrazione.
Lanie ci aveva visto giusto, a quanto pareva. Doveva aver scelto la persona giusta per Castle, se le cose erano arrivate al punto da avere un anniversario da festeggiare.
Il giorno dopo il primo appuntamento al buio Castle era arrivato al distretto sprizzando entusiasmo che avrebbe voluto condividere con lei.
L'aveva bloccato subito. Non aveva nessuna intenzione di diventare la sua confidente sentimentale, gli aveva fatto presente con una durezza che era stata forse eccessiva – ragionando con il senno di poi – ma che allora le era parsa adatta.
Per niente al mondo avrebbe voluto ascoltare i racconti delle sue avventure amorose o, peggio, essere relegata al ruolo di dispensatrice di consigli. Non era qualcosa che le si adattasse, tanto meno se si trattava di Castle.
Doveva rimanere una certa decorosa distanza tra di loro. Erano colleghi, non amici. Non quel genere di amici, almeno.
Ma questo l'aveva messa nell'ingrata posizione di non essere a conoscenza dell'evolversi della situazione. Castle non le aveva raccontato altro e lei si era forse illusa che le cose non avessero funzionato. Del resto tra loro non era cambiato niente. Perché doveva pensare che Tanya fosse ancora nei dintorni? Castle non era mai mancato a nessun appuntamento lavorativo, né aveva trascurato le indagini.
Invece erano usciti insieme, si erano frequentati e ora avevano perfino delle ricorrenze. Non poteva essere più contrariata. Non perché loro avessero una storia o quello che era. Ma perché si trovava davanti all'imbarazzante dilemma di rovinare la loro serata o proseguire nelle indagini senza avvertirlo. Era una decisione che doveva prendere lei? Perché Ryan si era sentito in dovere di metterla al corrente?
"Capisco". Sentì diverse paia di occhi puntati su di lei. "Non voglio disturbare i piccioncini". Forse era stata troppo sarcastica. "Ma non voglio avere intorno domattina un Castle che si lagna di non essere stato avvisato. Gli manderò un messaggio. Immagino che se la serata è tanto importante...". Davvero doveva avventurarsi in un discorso del genere? Maledetto Castle. Era sempre colpa sua. "Non avrà il telefono acceso, quindi problema risolto".
La soluzione sembrò andar bene a tutti e lei fu fiera di sé per essere riuscita a mostrarsi equanime senza averne la responsabilità.
Una volta terminata l'incombenza imbarazzante, ficcò il telefono in tasca e fece segno agli altri di seguirla.
Non pensò più a Castle da quel momento in avanti. Si era inconsciamente convinta che non si sarebbe presentato e non le importava perché dopotutto lui non era indispensabile. Era presa dall'omicidio e non aveva il tempo di concentrarsi su altro, ritenendosi abbastanza professionale dedicare tutta la sua attenzione alla vittima, annullando il resto.

Era talmente assorta nello svolgimento dei suo compiti, proprio come le succedeva sempre, che si accorse solo all'ultimo della presenza di gambe fasciate in abiti eleganti apparse nel suo spazio visivo, mentre se ne stava inginocchiata in posizione decisamente sfavorevole accanto a un cadavere scomposto sul pavimento.
Castle era dunque arrivato, richiamato forse dal senso del dovere, che gli faceva naturalmente onore, dal suo punto di vista. Il punto di vista di Castle. Ma, con sommo sconcerto, realizzò con qualche secondo di ritardo che si era portato quella donna con sé e questo era sbagliato per così tanti motivi che sarebbe stata necessaria tutta la notte per elencarli tutti.
Doveva alzarsi, prima di dire qualsiasi cosa. Accucciata in un angolo non avrebbe infuso abbastanza forza alle sue rimostranze. Castle non le aveva ancora rivolta la parola, qualcosa di ignoto trattandosi di lui, che doveva avere visioni premonitrici molto chiare dell'ira che si sarebbe abbattuta su di lui.
"Beckett", tentò di fermarla con un'occhiata significativa, prima che esplodesse. Non poteva essere fermata. O forse, sì, quando il suo sguardo si posò su Tanya.
Era bionda. Ovviamente. Ma diversa da come se l'era immaginata tutte le volte in cui non aveva lasciato che la sua immaginazione provasse a dare un volto a una possibile compagna di Castle di cui lei non era nemmeno a conoscenza, se non per qualche dettaglio superficiale.

Era a suo agio, nonostante il clima ostile che si stringeva soffocante su di loro come una sinistra creatura ansante. Non era tanto giovane come si era aspettata, e aveva molta classe. Quella classe innata che la faceva immediatamente sentire spettinata, sporca e impresentabile, soprattutto dal momento che aveva alle spalle un corpo morto su cui si era concentrata nell'ultima mezz'ora. E a cui sarebbe dovuta tornare in fretta, dimenticando le difficoltà e il senso di inadeguatezza immotivato che una donna molto bella e perfettamente composta e a suo agio accanto a Castle le aveva suscitato.
"Lei... è Tanya", aggiunse Castle sforzandosi di rispettare i dettami della buona educazione.
"E io sono Beckett", aggiunse a bruciapelo, senza togliersi i guanti per stringerle la mano. Non intendeva contaminare la scena del crimine, anche se le sue preoccupazioni potevano essere infondate e lei apparire troppo scrupolosa.
Non voleva comunque essere costretta a stabilire un legame di cortesia con sconosciute che avevano invaso il suo spazio, che era sempre un luogo sensibile in procinto di essere minuziosamente analizzato e in cui nessun estraneo doveva presentarsi. Chi l'aveva lasciata entrare? Gli era dato di volta il cervello? "Castle, posso parlarti?", sibilò a denti stretti, facendogli segno di seguirla altrove.
"Ti aspetto fuori, Rick", annunciò Miss Voce Flautata, senza che un solo capello fosse sfuggito all'acconciatura perfetta incastonata sopra un elegante cappotto color crema. Gli posò una mano sul braccio e lo strinse affettuosamente, sorridendogli. Kate si voltò di scatto, ma non poté evitare di essere testimone delle loro effusioni. Che cosa aveva fatto di male per meritarsi una cosa del genere? Non aveva già abbastanza morti nella sua vita? Doveva anche occuparsi personalmente della prematura dipartita di Castle?

"Lo so che sei arrabbiata", cominciò Castle, pieno di rammarico e buone intenzioni.
"Certo che sono arrabbiata. Non puoi presentarti qui con una persona non autorizzata. Stiamo lavorando. Potrebbe compromettere delle prove. Non devo ricordartelo io". Le dava soddisfazione essere tanto brusca.
"Lo so, ma lascia che ti spieghi...".
"Stiamo arrivando a 'Non è come pensi'? Perché io davvero Castle non ho tempo per queste sciocchezze. E non dovresti averlo nemmeno tu. Quindi, o tu e la tua amica ve ne andate... ". Sì, era stata meschina. E lui irresponsabile. E loro non stavano facendo il bene di nessuno, tanto meno della città che dovevano contribuire a tenere al sicuro. Un po' altisonante, forse, ma era la verità.
"Eravamo fuori a cena. È il nostro mesiversario".
"C'è gente che festeggia questo genere di cose? Tu, Castle?", replicò in tono derisorio.
Qualcuno doveva fermarla, perché di quel passo l'avrebbe ridotto a brandelli sul pavimento a far compagnia alla vittima. E a lei che importava? Non l'avevano invitata a festeggiare con loro, no?
"Ok. Cercavo solo di contestualizzare. Ho letto il tuo messaggio e ho pensato di dover essere presente. Ti ho promesso che non avrei lasciato che qualcosa interferisse con il nostro lavoro. Tanya è stata molto comprensiva e non le è importato interrompere la nostra cena. Anzi, ha voluto accompagnarmi". Tanya, donna dalle mille virtù. Forse avrebbe dovuto uscirci anche lei, se era tanto meravigliosa.
"Apprezzo l'intento, Castle. Ma non puoi portarla qui, è contro le regole. Nessuna persona non autorizzata può essere presente in una circostanza come questa. Lo sai", si ostinò a ripetergli.
"Hai ragione". Ce l'aveva sempre, ma che lui lo ammettesse era una novità. "Mi spiace averti irritata".
"Non sono irritata!", sbottò. Era una manovra spregevole quella di far passare lei per quella irragionevole, quando esistevano delle regole che non aveva fatto lei e che erano tenuti a rispettare.
Respirò profondamente. Non aveva tempo per contare fino a dieci prima di cacciarlo dalla sua scena del crimine. Non avrebbe fatto il bene di nessuno se avessero litigato davanti a tutti e in più sarebbe stata una scena pietosa a cui assistere.
"D'accordo. Se hai intenzione di fermarti con noi, trovati un paio di guanti e accertati che nessuna persona non autorizzata oltrepassi quella porta. Se invece preferisci continuare con i festeggiamenti, voglio tranquillizzarti che la tua presenza qui non è indispensabile".
Non era stata sgarbata, aveva solo detto le cose come stavano. Non aveva nemmeno pronunciato la parola mesiversario.

Castle accettò di rimanere, e si comportò in modo impeccabile. Gradualmente il suo nervosismo si placò e fu in grado di apprezzare il contributo che lui era sempre in grado di fornire. Non pensò più a Tanya lasciata sola fuori da un appartamento in cui loro si muovevano in totale sintonia, anticipandosi l'un l'altra senza bisogno di parlare, e senza alcun genere di conforto. Castle non uscì mai ad accertarsi che le servisse qualcosa, o semplicemente a salutarla e lei arrivò al punto di dimenticarsene. Gli avrebbe comunque fatto una piccola predica il giorno dopo per farsi promettere che situazioni del genere non accadessero mai più, ma l'avrebbe fatto solo per soddisfazione personale e anche perché era quello che ci si aspettava da lei dopo un incidente di questo tipo. L'avrebbe fatto con chiunque, non si trattava del fatto che Castle aveva portato una donna nel suo territorio. No, nel modo più assoluto. Lei poi non ragionava in questi termini.
Rimasero a parlare a lungo, congetturando sugli indizi che erano emersi dal sopralluogo, tentando di farli combaciare con quelli già in loro possesso per trovare un filo conduttore che stentava ad apparire.
Visti da fuori potevano sembrare assorti in una conversazione sommessa di nessuna importanza, appoggiati contro il bordo di un tavolo defilato, per non intralciare le analisi della scientifica, a braccia conserte e sguardo concentrato sulle ipotesi che alternativamente proponevano.
Fu solo molto tempo dopo che, pervasa da una stanchezza insolitamente accentuata, si stiracchiò e decise che, dopotutto, non sarebbe successo niente di male se avessero ricominciato il mattino dopo.
"Ok, Castle, grazie del tuo aiuto", lo congedò sorridendo. "Puoi tornare alla tua cena di anniversario. Mi spiace averlo rovinato. Tanya deve essere stanca di aspettarti".
Tecnicamente lei non aveva rovinato niente, ma era abbastanza di buonumore per permettersi un gesto magnanimo. Immaginarlo insieme a lei a brindare su una tovaglia immacolata non le provocava più dissesti emotivi.
Castle scoppiò a ridere.
"Beckett, è notte fonda. Tanya se ne è andata da un pezzo. Apprezzo la tua cortesia, ma ormai è troppo tardi".
Che cosa stava dicendo? La stava prendendo in giro?
"Come sarebbe che se ne è andata? Quando?"
"Ore fa".
"Non può essere passato così tanto tempo", protestò, dando un'occhiata all'orologio, trattenendo a stento un grido quando si rese conto dell'orario. Il tempo era volato eccetera. Chissà se poteva usarla come giustificazione.
"Scusami. Non volevo rapirti". Non sapeva perché avesse scelto proprio quella parola. Le era sfuggita.
"Non mi dispiace farmi rapire".
Alt. Alt. Stava flirtando? Gli scoccò un'occhiata mista di rimprovero e disgusto. Non cambiava mai?
"Voglio dire che, anche se era una ricorrenza speciale, esserti stato d'aiuto – come tu hai sottolineato e io farò incidere sulla pietra – mi ha fatto piacere. Ti ho promesso che non mi sarei fatto distrarre e sono rimasto proprio per dimostrarti che parlavo sul serio".
"Ok. Capisco. Grazie?". Non sapeva di preciso che cosa si aspettava che rispondesse dopo la sua sentita esternazione. "Ma non c'è bisogno che tu sia tanto rigido con questa storia di non farti distrarre. Non è il tuo lavoro. Non devi esserci sempre".
"Voglio esserci sempre".
Continuava a sembrarle che ogni frase contenesse milioni di altri significati che lei non aveva intenzione di indagare.
"Hai bisogno di un passaggio?", gli domandò per cambiare discorso e mostrarsi civile.
"Sì, grazie. Ho lasciato l'auto a Tanya. Non volevo crearle altro disagio".
Che uomo generoso. Strinse con forza tra le dita il bordo liscio del legno. Per motivi ignoti da definire, constatare che Castle distribuiva in giro la sua auto con allegra noncuranza le fece venire voglia di strozzarlo.
"Molto gentile da parte tua", mormorò seccata, precedendolo.
Castle la fermò posandole una mano sul braccio, proprio come aveva fatto quella donna con lui. Si copiavano anche i gesti? Si scostò senza nessun garbo.
"Va tutto bene?", si informò con premura eccessiva. "Tra di noi, voglio dire. Sei ancora arrabbiata con me per aver portato qui Tanya?".
Quel nome doveva continuare ad aleggiare tra loro come un cencio slabbrato strappato dal vento?
"Non c'è nessun problema tra noi, Castle. Possiamo andare, adesso? Tra poche ore devo essere in ufficio".
"Me lo diresti se ci fossero dei problemi?".
"Perché dovrebbero esserci? Ti stai fissando come al solito".
"Non voglio che altre persone interferiscano con il nostro rapporto. Rapporto lavorativo", si affrettò a precisare.
Era insopportabile. Mortalmente ripetitivo – ed era un campo che conosceva bene - e assolutamente fastidioso.
Si voltò ad affrontarlo per mettere in chiaro la situazione una volta per tutte.
"Non ho nessun problema con Tanya. O con te e Tanya. E noi due non abbiamo nessun rapporto che possa essere turbato da altre persone". Aveva usato intenzionalmente le sue stesse parole, perché il concetto si stampasse nel suo cervello insonnolito.
"Ok. Bene", mormorò, come se lei lo avesse colpito di proposito.
"Ottimo. Andiamo?".
Se ne uscì impettita. Dal passo strascicato di Castle dietro di lei e il silenzio imbarazzato che calò su entrambi, capì che invece qualcosa si era frapposto tra loro, ma non aveva la minima idea di che cosa fosse.