Discesa.
Sakura singhiozzò un sospiro, aggrappata alle sbarre dell'ultima cella. Davanti a lei, le due figure allacciate erano immobili casi di un bizzarro museo di erotismo sadico.
Guardarli, mentre si baciavano, era stata la cosa più … dolorosa che avesse mai sperimentato.
Non perché avesse desiderato essere lei la protagonista dei momenti erotici di Sasuke. Non perché era ovvio che Sasuke non stava baciando un demone, ma Naruto. Piuttosto, proprio perché non era così. Sakura sapeva che colui che Sasuke stava adorando con tutto il proprio essere avendone dimenticato la natura, non era Naruto.
Aveva supposto che i motivi di Sasuke non fossero puramente amichevoli. Chi non lo avrebbe perlomeno sospettato? Quella speranza ostinata, quel rifiuto di considerare davvero la realtà … Ma non pensava davvero che i suoi sentimenti andassero oltre al morboso, contorto, selettivo rapporto fraterno che lui e Naruto avevano sempre condiviso. L'abbandono che aveva dimostrato invece in quel bacio, quello spogliarsi di tutte le proprie difese, quel concedersi totalmente all'altro, dimostravano che Sasuke amava quell'idiota combina guai.
L'espressione sconvolta che le aveva rivolto una volta che era ritornato alla realtà, lo provava oltre ogni ragionevole dubbio, e le si era conficcata nell'anima come una spina avvelenata.
Si asciugò velocemente le lacrime. Non era il momento per piangere e dolersi.
Ora Sasuke era di nuovo concentrato sull'obiettivo. Ed era arrabbiato. La migliore accoppiata che si potesse sperare.
Era solo questione di tempo, prima che tornasse da lei con il loro Naruto. Avrebbe avuto poi il tempo per analizzare i propri sentimenti rispetto alla loro relazione, e per litigargli il diritto di un posticino nel cuore del biondo. Ridacchiò. Possessivo come era, Sasuke l'avrebbe uccisa, prima di concedere a Naruto il permesso di volere bene anche a lei. Certo … Prima doveva convincere il suo amico ad accettare i suoi sentimenti. Si sarebbe divertita a fare da Cupido! Una volta che Naruto fosse tornato …
Dilatò gli occhi, non appena realizzò quello che aveva pensato. Poi sorrise, questa volta tristemente. Naruto le aveva sempre fatto quell'effetto. La speranza, il desiderio di non arrendersi, erano tutte eredità sue. Gliele aveva insegnate lui. Le aveva camuffate e zittite con il desiderio di aiutare Sasuke, per proteggere se stessa dalla delusione e dal dolore di un fallimento. Eppure loro erano cocciutamente tornate da lei, intrufolandosi sotto le sue sincere bugie, attendendo pazientemente che la sua guardia si abbassasse per riuscire ad emergere nuovamente, vincitrici contro ogni pronostico.
Si rilassò contro le sbarre di legno, e vi poggiò sopra la fronte. - Sbrigatevi a tornare a casa, baka. Ho fame. – bisbigliò arrendendosi alla realtà.
- Mi sa che dovrai aspettare a lungo, Sakura-chan. – le rispose la voce sarcastica del demone davanti a lei.
Sakura alzò di scatto la testa, incredula. - Come … - si riprese subito, iniziando a fare i sigilli necessari per … una mano artigliata la afferrò per il collo attraverso le sbarre, rubandole il respiro.
Fece un mugolio strozzato. Gli occhi rossi la fissavano divertiti. Pareva non provare dolore, nonostante la pelle del braccio fosse stata ustionata dai sigilli attraverso il quale era passato per raggiungere il suo collo. – Pensavate davvero che non avrei potuto leggere i vostri patetici piani? Per chi mi avete preso? Almeno Uchiha era consapevole che sarebbe stata una mia scelta quella di permettergli di cercare ancora il moccioso.
Sakura spalancò gli occhi. Sua scelta? Spostò velocemente gli occhi alla figura abbandonata sulla sua spalla destra. No. Non era quella la vera domanda!
Perché Kyubi non era sotto l'effetto dello sharingan? Perché parlava mentre Sasuke era svenuto? Che stava succedendo?
Kurama rise aggiustandosi addosso il peso del corpo rilassato di Sasuke. Lo cingeva col braccio destro, sostenendolo morbidamente per il fianco vestito di nero. La sua testa scura gli riposava sull'arco del collo, bloccando i lunghi capelli biondi col proprio peso, e lui vi appoggiava sopra la guancia liscia. Come fosse un bambino. In modo delicato. Quasi con … affetto. Un affetto malato, viscido, che puzzava di malizia marcia. Ma che affetto sempre era.
Perché? Perché si comportava così?
- Quante domande, quante domande! I tuoi occhi sono molto espressivi. Il moccioso lo diceva sempre, sai? Non hai idea di quante ore ho passato a sorbirmi l'elenco di tutti i vostri innumerevoli pregi. A-a-a-a! – scosse la testa in segno di disapprovazione, schioccando la lingua quando lei si portò le mani dietro la schiena, iniziando a comporre sigilli. La sbatté forte contro il legno delle sbarre, facendola gemere di nuovo, per farla smettere. Poi riprese a parlare, sempre cortese. – Non vorrai mica interrompere l'emozionante incontro tra quei due! Sono dieci anni che quel povero ragazzo aspetta il momento buono per confessare il proprio eterno amore al mio cucciolo. Non possiamo certo rovinare loro il momento, ti pare?
Sakura ringhiò nella sua mente un sonoro ed esplicito insulto, e ci riprovò. E avrebbe urlato, forte, se avesse avuto fiato per farlo.
Il demone aveva spostato Sasuke per avere più libertà, mollato la sua carotide, e usato la mano adesso libera per spezzarle un braccio. Annaspò alla ricerca di aria, mentre lui rideva, asciugandole con un dito le lacrime di dolore che le erano sfuggite. – Ti avevo detto di non rovinare il loro incontro strappalacrime, mi pare. – canticchiò vicino alla sua faccia riafferrandola per il collo.
- T … dio …
- Non è una battuta originale, questa. Ora stai buona e aspetta qui con me, Sakura-chan. Ti farei assistere in prima persona, ma come vedi Sas'ke è un po' fuori uso al momento. Ah! – esclamò con tono gaio, quando dalla bocca di Sasuke uscì una consistente quantità di sangue che gli bagnò capelli, collo e yukata chiaro e sporcò di rosso violento il candore della pelle del moro. – Lo ha raggiunto, a quanto pare.
Nessun corridoio. Nessuna stanza. Nessuna luce in lontananza ad indicare la strada.
Niente acqua che bagnava i piedi, o gocciolava dalle pareti scandendo il tempo e i passi.
Era semplicemente buio.
Scuro come il suo peggiore incubo. Silenzioso come lo era stata la maggior parte della sua vita.
Strinse i pugni e sguainò Kusanagi. Doveva sbrigarsi a trovare Naruto e andarsene di là.
Fece un passo, muovendo un corpo che non vedeva ma di cui era consapevole, venendo inghiottito dalle tenebre più profonde.
Camminò per quelli che gli parvero essere secoli, muovendo un piede davanti all'altro, sicuro di trovare della terra, ma non sentendola sotto la suola dei sandali. Camminò. Fino a quando, improvvisamente, a metà del passo che stava portando avanti alla cieca, il buio che lo circondava cambiò trasformandosi in luce. E lui si trovò a battere le palpebre, sorpreso dalla luce e dall'ambiente che essa rivelava. Era … il suo quartiere?
Avanzò, guardandosi cautamente attorno per trovare un qualsiasi indizio del perché dovesse esserci il quartiere Uchiha -era innegabilmente il suo quartiere. Prima che lui vi tornasse, ed iniziasse ad abbattere i ruderi a colpi di frustrazione e a restaurarne i rimanenti per … distrarre il corpo- nella mente di Kyubi. O in quella di Naruto, se era per quello. Non aveva modo di sapere se quella fosse una o l'altra. Era più probabile fosse del demone, comunque. Un luogo fatto apposta per distrarlo, tormentarlo o chissà per quale altro folle motivo.
Strinse di più la presa sulla katana, furente. Pensava di poterlo fermare con così poco?
Arrivato nei pressi di casa, si rese conto che piano piano l'ambiente stava mutando attorno a lui. Il cielo si scurì, e i muri delle abitazioni che sarebbero dovute essere ingrigite dal tempo, si segnarono gradatamente di lunghe lacrime rosse che, scivolando in rivoli vischiosi giù per le superfici verticali come se fossero state versate a secchiate dai tetti, colavano, fresche, fino a insozzare la terra e, una volta toccata, scorrevano a rigagnoli sulla strada di terra battuta.
Vi appoggiò una mano sopra, per confermarne la natura, e la ritirò pregna di sangue. Si guardò intorno, ma tutte le case del vicinato erano decorate dallo stesso liquido. L'unica intonsa, era casa sua.
Entrò. Non poteva fare altro, d'altronde.
Pareti e soffitto erano decorati da decine e decine di impronte insanguinate. Sul pavimento giacevano abbandonati i pannelli distrutti dei fusuma delle stanze aperte. Storse il naso, nauseato dal pessimo gusto dimostrato dall'ideatore di quell'incubo, e offeso al pensiero che si potesse anche solo supporre che un po' di sangue e distruzione lo potesse mettere in difficoltà.
Abbassò la katana puntandone il filo a terra, senza rinfoderarla. Kusanagi sarebbe potuta essere d'intralcio, in quegli spazi piccoli, ma all'occorrenza avrebbe potuto facilmente incanalare il Chidori nella lama, e liberarsi degli ostacoli.
Esaminò con cura tutte le stanze al pianterreno, una leggera nausea che premeva sui polmoni e gli stringeva la gola. Odiava l'odore del sangue. Lo odiava da quando aveva otto anni.
Ma là dentro non c'era odore di sangue. Non c'era proprio nessun odore, e questo era quasi peggio, associato a tutto quel rosso sparso ovunque.
Fissò le porte del dojo, poi decise che avrebbe controllato prima il piano superiore. Salì cautamente, entrò nella camera che era stata dei suoi genitori e rimase un lungo momento a fissarla. Era esattamente come ricordava di averla lasciata prima di andarsene, a dodici anni.
Niente sangue. Il futon dove i suoi genitori dormivano, ordinatamente riposto. Gli oggetti personali dei suoi al loro posto. La stanza piena di polvere.
Un brivido gli corse lungo la spina dorsale. Nonostante tutto il tempo passato, quella vista continuava ad essere difficile da sopportare.
Prese un profondo respiro. Non sapeva se fosse stato meglio o peggio, non aver trovato impronte insanguinate anche là. Chiuse la porta. Non importava. I suoi incubi erano comunque peggiori.
Si diresse verso la stanza di Itachi e la aprì di scatto, pronto ad affrontare la stessa polvere dolorosa di quella dei suoi.
Indietreggiò, mentre il sangue gli scorreva sui piedi.
Kurama si era dato da fare, ammise con riluttanza.
Fissò i propri sandali affogati nel rosso, stringendo convulsamente la spada in mano.
Fece un passo avanti per controllare la stanza, e si ritrovò nel luogo in cui aveva pensato di aver messo fine a tutta la sofferenza.
Suo fratello era steso su di un fianco, e lo fissava con le orbite vuote. Tutto era ricoperto del suo sangue, che continuava a bagnargli i piedi. E saliva, saliva su per i polpacci, su per i pantaloni.
Chiuse di scatto la porta, ansimando alla ricerca di aria.
Poggiò la fronte sul legno, serrando gli occhi.
«Questo è solo un incubo particolarmente reale. Nulla più. Solo un incubo imbastito dalla Volpe maledetta. Niente di quello che c'è qui dentro può davvero ferirmi. Non fisicamente, almeno. E sono sopravvissuto a troppe ferite dell'anima per temerne una nuova.» Si ripeté per l'ennesima volta, cercando di ragionare. Cercando di calmarsi. Non era più un ragazzino inerme e cieco alla verità. Era un adulto molto consapevole. Con una missione e tutto quello che ci voleva per portarla a termine con successo.
Respirò più lentamente.
Deglutì.
Così andava meglio. Riaprì gli occhi, si scostò dalla porta, riprese ad avanzare lungo il corridoio.
Mancava solo la sua stanza.
