"Hai ancora la cantina segreta?", se ne uscì Kate dal niente, in una pausa della conversazione.
Lui venne preso in contropiede, non sembrava aspettarsi quel repentino cambio di discorso.
Gli leggeva chiaramente scritto in fronte: "Quale cantina?".
A dire il vero era solo un po' stanca della ressa che aveva affollato il locale e avrebbe gradito un cambiamento di ambiente.
No. Voleva solo stare da sola con lui. In silenzio. O anche parlando, ma appoggiandogli la testa sulla spalla. Aveva bisogno di vicinanza fisica. Non sapeva quante volte si era trattenuta dal toccarlo, per tutto il pomeriggio. Si era fermata perché erano in pubblico, perché aveva voglia che fosse una cosa solo loro.
Era tempo di fare il passo successivo. La giornata era stata bella, ma non potevano rimanere lì seduti per sempre. Bisognava andare avanti in qualche modo. Insieme.
Basta. Andiamo via di qui e chiudiamoci da qualche altra parte.
Si stupiva quasi di sentirsi tanto determinata, di sentir parlare il suo istinto in modo così esplicito: aveva perso la solita cautela che la tirava indietro quando le veniva voglia di buttarsi.
Voleva osare. Non le capitava mai, ma forse era l'atmosfera, forse le vibrazioni o, come si diceva adesso? La chimica, ecco. Tanta chimica.
Ma lei non riusciva proprio a sopportare l'idea di salutarlo, uscire, e domani di nuovo a fare gli amici al distretto. Le veniva proprio un moto di esasperazione da dentro.
Non era una persona capace di sopportare i momenti di attesa, quando aveva preso una decisione.
E, per quanto la riguardava, lei era pronta. Molto pronta. Si doveva passare alla fase B.
E poi quei bicipiti che aveva visto danzarle davanti per tutto il tempo, intrappolati dalla camicia, avevano fatto il resto.
"La cantina dove mi hai trascinato quella sera...", iniziò lasciando volontariamente in sospeso la frase.
"Quando stavi facendo ricerche con Josh", concluse lui asciutto.
Uhm. Che c'entrava Josh, adesso?
"Sì, quella con il passaggio segreto, e le bottiglie". Doveva disegnargli la planimetria sul tovagliolo?
"Sì, è rimasto tutto com'era. Senza ragnatele, però. Vuoi vederla?".
Pensava che non glielo avrebbe mai chiesto.
"Sì, volentieri", gli sorrise incoraggiante.
Lo vide poco convinto, ma almeno avrebbero smesso di avere in sottofondo quel cicaleccio fastidioso.
La precedette e, insieme, scomparirono giù nella botola, sentendosi come due ragazzini in cerca di avventure.
Il cambio di temperatura fu brusco. Di sopra la sala era ormai surriscaldata e lei era scesa senza giacca. Rabbrividì.
Castle accese la luce. Era esattamente il posto segreto e misterioso che avrebbe immaginato per lui. La divertiva pensare che forse aveva preso il locale solo per avere quella specie di bunker che non aveva nessun altro. Chissà quante storie aveva già costruito nella sua mente febbrile.
"Vieni spesso, qui?".
"Qualche volta. Mi piace l'idea che nessuno sappia dove sono".
"Adesso saprò dove venire a cercarti, se dovessi scomparire", gli rimandò indietro con tono leggero.
Silenzio.
Non era da lui non risponderle con qualcosa di spiritoso. Gli sembrava poco presente. Era successo qualcosa? Voleva che lei andasse via?
Notò che si teneva anche con cura lontano da lei.
Da quando lei aveva proposto il giro nei sotterranei si era adombrato. Teneva rinchiusi dei cadaveri? Qualcosa che non voleva che lei vedesse? Faceva esperimenti con il plutonio? Veniva qui a travestirsi? Non si sarebbe stupita di niente, cadaveri a parte.
Beh, se dovevano stare lì a non fare niente, in silenzio imbarazzato, e rovinare così una bella giornata, potevano anche risalire e salutarsi, prima di fare di nuovo qualche danno che li avrebbe fatti precipitare al punto di partenza.
Non ci teneva a passare un'altra volta nei punti più bassi delle loro montagne russe emotive. L'ultimo giro l'aveva quasi scaraventata giù dalla giostra.
"Bene, grazie per il giro turistico. Io... è tardi... dovrei...".
Altro silenzio.
Si girò a vedere dove fosse, adesso un po' in allarme e lo trovò in un angolo poco illuminato a fissarla, muto, rigido e immobile e con uno guardo piuttosto tetro.
Che cosa poteva essere successo in due minuti? Dove era finita tutta la bella atmosfera disinvolta e leggera di prima? Aveva fatto qualcosa lei? Non le veniva in mente niente, se non che forse lui voleva chiudere il loro incontro e non sapeva come. Non gli aveva forse appena fornito l'occasione di salutarla?
Lo vide provenire dall'oltretomba e avvicinarsi a lei lentamente, mentre si rendeva conto che, sì, l'atmosfera era proprio cambiata. Aveva una faccia seria e grave e non smetteva un momento di fissarla negli occhi.
"Kate... io...". Si era fermato a distanza di sicurezza, come se non osasse starle troppo vicino, e teneva le mani in tasca. Tutto questo gridava barriere e ponti levatoi alzati, e lei non riusciva a capirne il motivo.
Non erano stati bene? Cosa doveva dirle? Farle una confessione? Aveva ammazzato qualcuno e voleva liberarsi la coscienza. Lei sapeva bene come liberarsi di un corpo. Chi meglio di una poliziotta?
Poi scattò un clic dentro di lei. Erano gli occhi. Gli occhi da pony. Capì che lui stava... aspettando una sua mossa. Si stava... trattenendo, per lei. Per quale motivo? Pensava che forse lei non... No, no, Castle. Ti sbagli.
Smise di fare i ragionamenti mentali e gli andò incontro lei. Corse da sola lungo tutto il ponte che li separava.
Si chiese solo per un attimo cosa sarebbe successo se lui l'avesse rifiutata. Come avrebbe potuto ripartire da lì?
E se lei aveva interpretato male il suo sguardo? Ma ormai era troppo vicina per cambiare idea. E poi, ne aveva abbastanza di frenarsi.
Solo lei sapeva quante volte avrebbe voluto fare la stessa cosa al distretto.
Ma lui alzò subito in automatico le braccia, appena la sentì contro di sé, e la chiuse nel suo bozzolo, senza tirarsi indietro.
Gli mise una mano sulla guancia, per sentirlo vicino, e per toccarlo, finalmente, mentre veniva istantaneamente proiettata nel loro mondo, il mondo che avevano scoperto esistere quando stavano insieme.
Se le ricordava bene quelle labbra e solo ora si rendeva conto che aveva vissuto nel perpetuo desiderio di ritrovarle, da quando lui aveva imposto quella inspiegabile distanza tra di loro.
Avevano sprecato ancora tutto quel tempo? Per cosa?
E le mani. Tante mani. Cioè, due, ma sembravano essere ovunque.
I baci sul collo.
Come le alzava i capelli.
Come la teneva stretta con quella presa solida mentre a lei, invece, si piegavano le gambe.
Come non la lasciasse un attimo. Come se anche lui non avesse aspettato altro.
E fosse anche tenero. A metà tra il rigirarsela come voleva e preoccuparsi che stesse bene.
Oh, stava molto bene.
Adesso avrebbe chiuso gli occhi e sarebbe stata per sempre bene, sarebbero rimasti per sempre lì e si sarebbero fatti calare il cibo dal piano di sopra.
Voleva solo stare con lui, anche senza fare niente, solo sentirlo accanto a lei, solo appoggiarsi contro il suo corpo, pelle a pelle. Non smettere mai.
Nient'altro.
Beh lui aveva invece in mente qualcosa d'altro, pensò divertita, perchè si sentì spostare nello spazio senza sapere dove sarebbe finita, ma era morbido e non era il pavimento e allora chiuse gli occhi davvero e si preparò a vivere ogni istante della beatitudine che sapeva essere lì a un passo. Doveva solo allungare un mano. E tutto il dopo. Moltissimo dopo che non avevano avuto.
Questa volta non sarebbe scappato nessuno.
Si fermò un attimo a sorridergli, prendendogli il volto tra le mani, per fargli capire quando fosse felice di essere lì con lui, e di quanto fosse completamente convinta di questa cosa che stavano vivendo.
Ma questo gesto lo fece fermare di colpo, lo fece tornare con i piedi per terra e, un attimo dopo, lei si trovò da sola, al freddo, mezza svestita, come se lui se la fosse strappata di dosso e l'avesse scaraventata via.
Ci mise un attimo per rendersi sconto di starsene lì scomposta, esposta alla luce crudele, come una bambola rotta e buttata via.
Fu sopraffatta dallo shock.
Alzò gli occhi su di lui e vide che la guardava con una rabbia gelida che la spaventò più di tutto il resto.
Cosa aveva fatto? Cosa era successo?
"Castle...". Trovò la voce per dire qualcosa, non sapeva neanche cosa, ma lui non sembrava voler fare niente per spiegare il suo comportamento così sgarbato. Ma che modi erano? Per cosa, poi?
"No". Fu l'unica cosa che le disse, implacabile e arrabbiato come non l'aveva mai visto.
No, cosa?
"No, cosa?".
"Non così. Non un'altra volta". Era davvero furente.
Ma di cosa stava parlando? Non voleva... questo? Non l'aveva voluto neanche l'altra volta, quindi?
Beh... non le sembrava di essere stata proprio da sola né adesso né prima, ma come preferiva...
Si mise seduta, tenendosi la camicia con una mano, vergognandosi un po'. Fino a un minuto prima si era sentita così amata e al sicuro e adesso se ne stava in mezzo a una pozzanghera.
"Ok". Tieni un profilo basso ed esci molto velocemente. Almeno l'onore.
"Ok?", le chiese incredulo e sempre più arrabbiato. "Cioè a te va bene così? Cosa siamo per te? Scopamici? Quando ti viene voglia vado bene e poi non se ne parla di più fino alla prossima volta? Io non posso farlo di nuovo".
"Ma che cosa stai dicendo?". Era lei o a lui era dato di volta il cervello? Di cosa stava parlando? Scopamici?
Le sarebbe quasi venuto da ridere, se l'avesse visto in un telefilm.
"Di questo. Di noi".
"Cosa ha che non va questo?",
"Cosa c'è che non va?! Tutto. Niente. Ti sembra normale che ci baciamo e facciamo finta di niente, siamo quasi morti congelati ed è passato tutto sotto silenzio, abbiamo...", si fermò per passarsi una mano tra i capelli. "Passato la notte insieme e non hai detto una parola. E adesso... che cosa, Beckett? È il mio turno? Io vado bene quando non hai altri impegni, quando ti viene voglia? E' questo che sono, per te? Il tuo amante?".
Lei si rannicchiò su se stessa per attutire tutti i colpi che le stavano piombando addosso uno dopo l'altro, lasciandola scossa e incapace di reagire.
Cercò di recuperare le forze, anche se l'unica cosa che voleva fare era correre via e non rivederlo mai più. O schiaffeggiarlo.
"Amante?! Quale amante, Castle, sei impazzito?!". Faceva proprio fatica fisicamente a mettere in fila le parole. Le si fermavano in gola e doveva tirarle fuori a forza.
"Josh. Ti dice niente?", replicò beffardo e crudele.
Era impazzito davvero, adesso ne era certa. Josh?
"Josh?", sputò fuori il nome. "Che cosa c'entra Josh, adesso?".
"Ti rinfresco la memoria, visto che fingi di cadere dalle nuvole. Il tuo fidanzato Josh, che hai tradito con me due volte. Una, anzi. Per fortuna questa volta mi sono fermato in tempo".
"Io non ho tradito Josh. Io non ho mai tradito nessuno!", strillò finendo negli ultrasuoni e facendolo sobbalzare.
Respirò per calmarsi.
Lui sembrò registrare la notizia a fatica. La guardò perplesso, mettendo da parte la rabbia, momentaneamente.
"Voi... voi vi siete lasciati?", le chiese per accertarsi di aver capito bene.
"Certo!", sbraitò.
"Ma... quando?". Adesso era quasi timido nel farle le domande. Lei invece si sentiva una furia.
"Prima. Prima di tutto", sottolineò bene nel caso in cui non fosse chiaro.
"Ma... perché non me l'hai detto?".
"Perché, noi di solito facciamo la posta del cuore?", lo sferzò con l'intento di ferirlo. Ne aveva abbastanza di lui e delle sue lagne.
"No, ma...".
"Ma cosa, Castle? Hai pensato che io ti avessi adescato e portato a casa mia perché mi andava? Perché avevo voglia? È così che pensi che mi comporto di solito?! Ma come ti permetti?!".
Aveva messo gente in carcere per molto meno.
"Beh, per le informazioni che avevo, cosa potevo pensare di diverso? Pensavo che stessi ancora con lui. Perché avrei dovuto pensare che era finita?". Aveva ripreso a gridare anche lui. Come se fosse lui quello offeso. Ti sbagli di grosso.
"Perché non ti avrei mai chiesto di venire da me, Castle, mi pare ovvio. Non mi conosci ancora? Dopo tutto questo tempo?".
Lui rimase in silenzio, mentre lei ribolliva di cose da vomitargli addosso.
"E tu che difendi tanto l'onore maschile, perché sei venuto da me? Perché hai accettato? Perché sei rimasto con la traditrice? Non mi pare che qui qualcuno si sia tirato indietro, o sbaglio?". Non le importava più di salvare la situazione. Voleva litigare e basta.
"Dai, Kate, lo sai perché! Perché ti voglio da sempre... lo sai... non ho potuto... fare diversamente".
Lei fece una risata sprezzante. Che belle scuse patetiche.
"Non hai potuto resistere alla femmina fatale che ti stava invitando con le sua arti magiche? E poi accusi me di fare sesso con te perché ne ho voglia? Due pesi e due misure?". Disse "fare sesso" con lo stesso tono schifato che avrebbe usato per dire "rubare le caramelle ai bambini poveri".
"No, Kate...".
"No, Kate, cosa?! Io cosa dovrei pensare? Hai avuto quello che volevi e sei scomparso nella notte! Neanche un biglietto. Neanche un "ti chiamo" finto. Ti sei almeno tolto la voglia, Castle?".
Era un colpo molto basso.
"Non mi sono tolto nessuna voglia, per dirla con le tue parole. Sono andato via perché non volevo che mi mandassi via tu, una volta che ti fossi accorta di quello che era successo. Non potevo sopportarlo. Ho sempre voluto che fosse bello... perfetto. Non di dividerti con un altro".
"Ah, però l'altro non ti è venuto in mente quando stavi con la sua presunta ragazza, vero? Le remore ti sono venute dopo. Quando mi hai mollato lì a chiedermi se non valessi abbastanza da rimanere fino al mattino".
Lui le strinse le mani sulle spalle, cercando i suoi occhi, abbassando la voce. "No, Beckett, Kate, mai, non devi mai pensarlo, tu... lo sai. Lo sai che non lo farei mai. E non lo farei mai con te, più di chiunque altra. Lo sai..."
"So, cosa?".
Lo vide esitare. Evitarla. Ritrarsi.
"Lascia stare". Ne aveva abbastanza di lui e della sua codardia.
"Kate...".
"Toglimi le mani di dosso. Tu non mi toccherai mai più". Ci mise dentro tutto il livore che riuscì a racimolare.
Gli spostò le braccia con un gesto secco. Era molto offesa. E molto ferita.
Si alzò e recuperò lo sue cose, girata di spalle per non fargli vedere che aveva iniziato a tremare. Di rabbia, di pena per se stessa, non lo sapeva.
"Kate, sei tu che hai detto che eravamo solo amici", le disse in tono triste. Lei si fermò, indecisa se girarsi o meno. Per lei la discussione poteva anche finire lì.
"Quando l'avrei detto?". Adesso aveva iniziato a inventarsi le cose? Aveva finito le accuse?
Non ne avevano parlato e lei di certo non avrebbe usato quella parola.
"Al tizio della sicurezza, dopo la bomba. Io... non volevo spiare, ero venuto a vedere se avevate finito di parlare. Lui ti ha detto che pensava che noi... il solito che pensano tutti. E tu hai riso e hai risposto che no, eravamo solo amici".
Lei non riusciva a credere a quello che stava sentendo. Era peggio di quello che pensava.
"Castle", non si curò neppure di essere almeno cortese. "Pensavi che mi confidassi con il primo che passava? 'Oh, sì, tengo molto a Castle, è il primo a cui lo dico, ma tenga il segreto, mi raccomando'", terminò piena di ostilità.
Le faceva cadere le braccia. Come aveva potuto sbagliarsi tanto?
"Lo so... non pensavo davvero che gli dicessi qualcosa. È stato il tono. Sembrava che non ti importasse davvero niente".
"E non potevi parlarne con me invece che dare per scontate cose che avevi origliato? Invece di scappare via? È per questo che te ne sei andato, vero?". Cominciava a mettere insieme i pezzi del puzzle. E non le piaceva l'immagine che stava venendo fuori.
"Come facevo a rimanere lì? Come facevo a continuare la vita di prima?".
"Come ho fatto io quando hai deciso che la tua versione della storia fosse la verità. Come fa la gente che ha un po' di coraggio e non mette vigliaccamente in mezzo un oceano".
Quello che le spiaceva di più non era che era evidentemente finito tutto. Ma che aveva smesso di stimarlo. A quello non si poteva rimediare. Lei non voleva la gente che non affrontava i sentimenti, la vita. Neanche adesso, messo alle strette, aveva tirato fuori qualcosa che non fossero scuse penose.
Si meritava così poco, lei?
Si chiuse in un silenzio di tomba, sentendosi prossima al cedimento, per non farsi sopraffare dallo sconforto. Incespicò negli ultimi bottoni della camicia. Voleva solo andare via di lì il prima possibile.
"La nostra partnership lavorativa finisce qui. Domani lo dirò a Montgomery. Puoi mettere in mezzo sindaco, presidente, perfino il Papa, ma non tornerai a lavorare con me. Stammi bene, Castle". Scandì bene le parole, con molta calma, in modo che non ci fossero fraintendimenti.
Lui la superò velocemente e si mise fisicamente davanti alla porta per non farla passare. Asilo.
"No, Kate, no. Parliamo. Gridami addosso. Dimmi che sono un coglione. Ma non mandarmi via dalla tua vita". Non le importava che la stesse implorando.
"Io non ti mando via, Castle. Sei tu che te ne sei andato, e da un bel pezzo. Io ho bisogno di un partner, di qualcuno di cui fidarmi. Non di te. Non di un uomo piccolo. E smettila di fare la vittima. Io non ti ho gridato addosso. Abbiamo solo discusso, ad armi pari. Lo vedi? Non ti prendi neanche questa responsabilità".
Gli lanciò un'occhiata gelida.
"Se non togli il braccio butto giù la porta. Decidi tu".
Castle si spostò mestamente. Lei uscì a testa alta, sentendosi la regina delle nevi a cavallo.
Appena fu fuori dalla sua vista, corse sulle scale, recuperò il suo cappotto e si precipitò fuori nella notte, chiamando un taxi al volo. Lasciò i fiori e i libri all'interno. E anche gran parte del suo cuore.
