Eccomi sono finalmente tornata e la prima cosa che volevo fare è chiedervi scusa per l'enorme ritardo e grazie per chi leggerà questo capitolo. Grazie perché ha avuto la pazienza di aspettarmi. Non so davvero cosa altro aggiungere se non le mie ulteriori scuse, ma è stato un periodo davvero complicato, poi si è aggiunto pure il computer…
Comunque ora sono tornata e vi lascio alla lettura del capitolo!
Buona lettura!
-Muoio dalla voglia di baciarti-
Spalancò gli occhi quando si rese conto che il suo cuore prese a battere all'impazzata e non per la paura, ma per il desiderio di sentire di nuovo le sue labbra, di assaporare di nuovo il suo sapore, di sentirlo. Sentiva le gambe e le braccia deboli, mentre tutto il corpo sembrava essere scosso da tremiti di desiderio. Lo vide avvicinarsi sempre di più al suo viso e non riuscì a evitarlo: puntò lo sguardo su quelle labbra carnose e morbide che lei conosceva bene e che, nonostante tutto, non aveva mai dimenticato. Tremò al pensiero di sentirle di nuovo sulle sue, tremò quando percepì il corpo di Yuri avvicinarsi pericolosamente al suo e tremò quando la consapevolezza di volerlo l'investì come un fulmine.
Non farlo, ti prego Yuri non farlo!
Di colpo era ritornata di nuovo la ragazzina timida e impacciata che non riusciva a essere lucida e razionale, che si lasciava prendere dalle emozioni e da lui.
-Non farlo…- sussurrò, continuando a fissare le sue labbra non avendo il coraggio di guardarlo negli occhi. Sapeva che avrebbe ceduto, come sapeva che avrebbe risposto a quel bacio con trasporto.
-Non vuoi?-
-Te ne pentiresti-
Lo vide sorridere a quelle parole e allontanarsi di pochissimo -non credo proprio. L'ho desiderato da quando ti ho visto questa mattina e non ho fatto altro che pensarti-
-E cosa hai visto? La donna che cercavi? È lei che vuoi baciare non me!-
Pronunciò quelle parole con dolore perché lui non protestò, si limitò a fissarla sconvolto per poi allontanarsi e lasciarla sola.
Continuava a rivivere quel momento, continuava a sentire il suo cuore battere furiosamente per poi fermarsi quando ripensava alla sua reazione e si sentiva una stupida, stupida per aver cercato quelle labbra, per averle desiderate tanto da farsi del male, stupida perché lui era attratto dalla sua nuova immagine, mentre lei in quel frangente ci aveva creduto, c'era cascata e ora stava male, davvero male. Non riusciva a crederci. Aveva lavorato duramente per tutti quegli anni per diventare una persona diversa, per essere più sicura e padrona di sé e poi era bastato averlo di nuovo vicino per mandare tutto all'aria.
Che stupida!
Da quella sera aveva fatto tutto il possibile per evitarlo, non aveva la forza di guardarlo negli occhi né di fingere che non fosse successo nulla. Quello che aveva provato nel sentirlo così vicino… le batteva il cuore al solo ripensarci. Il fatto che tra meno di una settimana sarebbero iniziati i lavori e che questo implicava il dover lavorare al suo fianco per quasi tutta la mattinata, la faceva sentire ancora più in ansia. La cosa che più la spaventava era il fatto di non riuscire a mascherare i suoi sentimenti: ogni volta che erano tutti insieme, il suo cuore iniziava a battere nell'attesa di vederlo arrivare, tanto da costringerla ad allontanarsi e rinchiudersi in camera. Come se non bastasse con George era tutto più difficile con l'arrivo della sua adorata famiglia, sembrava così distante e, quando lui cercava un contatto, per lo più fisico, lei non riusciva ad assecondarlo, non quando lui continuava a tormentarla.
-Non lavori?-
Sobbalzò nel sentire la sua voce, rovesciando il caffè sul tavolo, mentre il suo cuore intraprese la sua folle corsa verso l'ignoto.
Cazzo! Io che ho evitato di incontrarlo a lavoro!
-Che ci fai qui? Non avevi un appuntamento con George in azienda?- chiese, alzandosi per afferrare uno straccio e iniziare a pulire il disastro che aveva combinato. Peccato che le sue mani non volessero sapere di collaborare…
-È per questo che non sei andata a lavoro?-
Si bloccò all'istante non sapendo cosa rispondergli e odiandosi per sentirsi così a disagio in sua presenza, mentre lui era così sicuro di sé.
-Dammi ti aiuto- si avvicinò a lei e le sfiorò la mano per prendere lo straccio e pulire, rimanendo al suo fianco. Aveva trascorso gli ultimi quattro giorni a riflettere su quello che era successo, sull'accusa che lei gli aveva rivolto e sulla sua reazione, perché lui aveva temuto davvero di sentirsi attratto da lei solo perché ora rappresentava tutto quello che lui aveva cercato anni addietro.
-Sai sono sollevato nel vedere che sei ancora sbadata come ti ricordavo- mormorò, sorridendo appena. Si era tormentato nel pensare che fosse stato la causa del suo cambiamento, rimpiangendo la ragazza timida e impacciata che aveva amato tanto.
-Ho riflettuto su quello che mi hai detto…-
-Lascia stare- non aveva proprio voglia di starlo a sentire, non quando tutto il suo corpo era in allerta perché lui con il suo braccio continuava a sfiorarla e con il suo profumo l'aveva ormai ubriacata.
-Io non cercavo quello che sei diventata adesso, a me è sempre piaciuto quello che eri- si bloccò per un attimo, per cercare di mettere un freno alle parole, che rischiavano di rovinare tutto. Aveva notato come il suo comportamento fosse cambiato, come lo evitava e lui non voleva perderla di nuovo.
-Mi dispiace… ti ho messa in una brutta situazione, lo so, ma ci tengo a precisare che…- rimase in silenzio per un po', per poi girarsi e guardarla negli occhi –anche ora, con questo pigiama- sussurrò, avanzando di qualche passo –con i capelli in disordine- allungò una mano per spostarle una ciocca di capelli dietro l'orecchio –senza tacchi e tremendamente imbarazzata- continuò, appoggiando una mano sulla sua guancia –anche adesso…- ansimò, appoggiando la fronte su quella di Miki e facendo scendere la mano alla nuca, per afferrarla e avvicinarla a sé –anche ora vorrei baciarti-
Il cuore iniziò a battere forte, sentiva il respiro diventare sempre più difficile e le guance andare a fuoco. Tutto il suo corpo fu invaso da un desiderio irresistibile di stringersi a lui, di sentire le sue braccia avvolgerla tutto e il suo cuore battere per lei.
Cosa diavolo mi prende!
Doveva assolutamente ritrovare il controllo, doveva mettere un freno a quelle emozioni, doveva mettere un punto a lui. Chiuse gli occhi per ritrovare il controllo, inspirò forte e tutto crollò improvvisamente: l'odore che l'aveva tormentata, che l'aveva accompagnata nei periodi di solitudine, invase prepotentemente tutto il suo campo, facendola vacillare.
-Ma cosa vuoi da me?- chiese, quasi piangendo, stringendo forte la sua camicia tra le dita.
-Non lo so Miki…- rispose, allentando la presa sulla nuca e appoggiando le labbra sulla sua fronte. Era confuso, dannatamente confuso: la sua mente era ben cosciente di star sbagliando, ma il suo cuore e il suo corpo reclamavano il contatto con lei.
Restarono in quella posizione per qualche minuto, in completo silenzio, godendosi l'uno la presenza dell'altro, cercando di colmare quel vuoto che per anni era rimasto tale, nonostante il loro tentativo di colmarlo. Aveva davvero creduto di essere riuscita a superare, di essere riuscita a trovare il modo di vivere senza di lui, di essere riuscita a insegnare al suo cuore ad amare ancora, al di là di Yuri e invece…
Le sensazioni e le emozioni che stava provando in quel preciso istante non erano paragonabili con nessuna di quelle provate con George e questo la spaventava e anche molto.
-Stiamo sbagliando…- ansimò, aprendo le mani e spingendolo lontano.
-Un attimo…- sussurrò –ancora un attimo-
Fu percorsa da un violento brivido, da un'insensata voglia di stringerlo a sé e di perdersi tra le sue braccia, lo stesso desiderio che aveva provato quel fatidico giorno, quando il suo cuore sanguinava per aver scoperto il suo tradimento e il suo corpo ardeva un suo tocco.
-Perché ora? Io ero tua, ero solo tua…- ansimò, odiandosi per quelle lacrime che stavano spingendo contro i suoi occhi per uscire copiosamente. Chiuse le mani a pugno e iniziò a batterle sul suo petto –tu volevi di più, vero?-
Doveva assolutamente allontanarlo, doveva fare qualsiasi cosa per non ricadere in quel vortice di emozioni che l'avrebbe distrutta, ancora una volta, e aveva solo un modo per farlo.
-Cosa è cambiato ora? Sei già stufo del "più"?-
Attaccare! Doveva assolutamente aggrapparsi a quella rabbia e a quel rancore per trovare la forza di allontanarlo, di contrastare quel sentimento che, come un uragano, stava spazzando via tutte le sue difese, lasciandola alla sua balia. Lo sentì irrigidirsi a quelle parole e staccarsi da lei per fissarla negli occhi.
-Ti sei già stancato di lei?-
-Ma cosa…- non riusciva a credere alle sue orecchie, fino a pochi secondi prima sembrava essere ritornata la ragazza di una volta, sembrava completamente presa da quel momento che per lui era stato magico e ora…
-Io sarò cambiata ma tu sei sempre il solito egoista che pensa solo a se stesso, infischiandosene dei sentimenti degli altri- ansimava, dopo aver pronunciato quelle parole che aveva pensato per tanto tempo e la cosa strana fu il dolore che avvertì al cuore dopo averle pronunciate.
-Hai ragione, ma ti posso assicurare che non volevo farti soffrire, non era certo mia intenzione…, ma da quando sei tornata- si girò, allontanandosi da lei, iniziando a camminare per trovare le parole giuste –dannazione Miki, credi che per me sia facile?-
Era stato tremendo scoprirsi ancora dannatamente legato a lei, desiderarla, rimpiangere i momenti trascorsi con lei e riscoprirsi geloso degli anni che aveva trascorso con George.
-Credi che mi faccia piacere provare tutte queste sensazioni?-
No, non lo pensava perché capiva perfettamente il tormento che lo assillava ma non poteva cedere. Lo squillo improvviso del cellulare di Yuri ruppe quel silenzio assordante che era sceso tra i due.
Tornare a casa era stata una sua idea, convinta ormai di aver superato tutto, di aver ormai la forza di affrontarlo e di vederlo affiancato da un'altra donna, anche se si trattava di lei. Aveva aspettato tanto e lo aveva deciso solo perché si era sentita davvero pronta, e lo era. La cosa che non aveva previsto era il provare nuovi sentimenti nei suoi confronti, era il desiderare di essere stretta a lui per motivi che in passato non avrebbe mai osato desiderare. Si sentiva frastornata, la testa iniziava a dolerle mentre si sentiva le guance accaldate, si guardò intorno chiedendosi come aveva fatto a finire in quella situazione così complicata, come aveva fatto a ricadere nello stesso errore, dopo tutto quello che aveva sofferto. Fermò lo sguardo su di lui, che parlava al telefono completamente ignaro del turbamento che il solo vederlo le procurava, avvertì un nodo stringerle sempre di più la gola mentre l'esigenza di allontanarsi da lui diventava sempre più forte. Fece qualche passo all'indietro per poi lasciare quella stanza e allontanarsi da quella marea di emozioni che rischiava di sommergerla.
La vide allontanarsi, lasciare la stanza e non ebbe il coraggio di fermarla, non quando sapeva benissimo che avrebbe portato solo a farla soffrire, ed era l'unica cosa che voleva.
-Yuri ci sei?- la voce di Will lo riportò alla realtà.
-Cosa stavi dicendo?-
-Ma dove sei?- sembrava arrabbiato ed era strano, lui era sempre stato quello calmo e riflessivo della compagnia.
-A casa ma cos'hai?-
-Eri con Miki?- era proprio incazzato.
-Mi hai chiamato per questo?-
-Senti, fa poco lo stronzo. Ti ho chiamato perché Mary ha bisogno di te, ma tu eri irraggiungibile!-
La casa era completamente vuota, facendola sentire stranamente triste e malinconica. Si era rifugiata nella sua stanza con la speranza di riuscire a mettere un po' d'ordine nei suoi pensieri, nel tentativo di decidere un vincitore nella guerra che il suo cuore e la sua mente, da giorni, stavano affrontando. Era ormai buio quando decise di lasciare il suo nido, senza aver ottenuto né chiarezza né un vincitore. Controllò l'ora, si diresse in cucina per prendere un bicchiere d'acqua per poi dirigersi sul divano e accendere la televisione. Non trascorreva un intero giorno senza lavorare da tanto tempo e ora si sentiva più stressata di quando era al lavoro. Aveva trascorso l'intera mattinata e l'intero pomeriggio a pensare e ripensare alle parole di Yuri e ogni volta il suo cuore la tradiva, mentre la sua mente le riportava ricordi dolorosi. Sintonizzò sul canale del notiziario senza prestare realmente attenzione alle notizie; controllò di nuovo l'ora, iniziando a chiedersi perché George non fosse ancora arrivato. Afferrò il telefono per chiamarlo, quando la voce del giornalista attirò la sua attenzione:
-…ora è ricoverato in gravi condizioni. Dopo l'incidente ha riportato un grave trauma celebrale, i medici sono….-
Non stava più ascoltando, i suoi occhi erano fissi sulla foto che appariva sullo schermo. Spinta da un'esigenza primordiale, si diresse in camera, afferrò la maglietta e un paio di jeans, indossò le scarpe e afferrò la borsa. Non sapeva perché lo stesse facendo, ma avvertiva che lei aveva bisogno della sua presenza, che in una situazione del genere, tutto il suo rancore doveva essere messo da parte. Il padre di Mary era sempre stato gentile con lei, l'aveva accolta nella sua famiglia, certo non aveva mai mostrato affetto o altro, ma l'aveva sempre trattata con riguardo. Quando arrivò all'ospedale, chiese informazioni a un'infermiera che si limitò solo a indicarle la sala d'attesa. Era in momenti come questi che si sentiva particolarmente inutile, quando tornava a essere la ragazza impacciata di una volta. Percorse il corridoio a passi svelti, mentre ricordi altrettanto dolorosi, legati a un altro ospedale, riaffioravano potenti. Quando varcò l'entrata della sala d'aspetto lei era lì, con il suo sguardo serio che camminava nervosa lungo la stanza, fermandosi di colpo quando la vide. Non sapeva perché si era precipitata lì, non sapeva cosa sarebbe successo, come l'avrebbe affrontata, cosa le avrebbe detto e, mentre la sua mente si poneva tutte quelle domande, il suo corpo le rispondeva una a una, facendo un passo dopo l'altro e raggiungendola.
-Mi…Miki- sussurrò, affondando nel suo abbraccio e lasciando libere quelle lacrime che aveva trattenuto per sua madre, per farsi vedere forte. Sembrava essere tornata indietro nel tempo, quando solo la presenza dell'altra riusciva a tranquillizzarla. Non riuscì a dire nulla, era troppo strano averla di nuovo tra le braccia, sentire di nuovo il suo profumo, sentirla di nuovo vera, senza dubitare. La strinse forte, cercando di consolarla.
Andrà tutto bene. Tuo padre è un uomo forte avrebbe voluto dirle, avrebbe dovuto dirle, ma le parole le morirono in gola, non riuscendo a trovare la strada giusta per uscire. Si limitò ad accarezzarle i capelli, sperando di riuscire a darle, attraverso quel gesto, il conforto che era incapace di donarle a parole.
Quando aveva appreso la notizia dell'incidente, il suo cuore aveva iniziato una lotta, vincendo dopo tanto tempo, contro la sua mente che non riusciva a dimenticare, nemmeno in quel momento, il dolore che le aveva procurato.
Era corsa in ospedale sena sapere esattamente come comportarsi, l'unica cosa che sapeva era che Mary aveva bisogno di lei.
-Miki?- avvertì il corpo dell'altra irrigidirsi alla voce di Yuri, il suo respiro diventare irregolare e la sua mano fermarsi all'improvviso. Che Yuri fosse ancora in qualche modo interessato a Miki lo aveva sempre sospettato, ma era sicura che per Miki fosse diverso, aveva creduto che il rancore le avrebbe impedito di dar vita ancora ai sentimenti di una volta, e invece…
-Ho saputo dell'incidente dal telegiornale- si maledisse per la sua reazione eccessiva.
-Hai avuto notizie?- chiese avvicinandosi a loro e appoggiando una mano sulla spalla di Mary, evitando di incontrare gli occhi di Miki, perché rivederle di nuovo abbracciate lo aveva fatto sentire tremendamente il colpa per quello che aveva fatto, per quello che provava e per quello che avrebbe fatto se Miki non si fosse mostrata così riluttante.
-Siete qui per il signor Akizuki?-
Un dottore dall'aria stanca si avvicinò a loro, mettendo fine a quella strana atmosfera. Mary si staccò da lei e dedicò tutta la sua attenzione al medico, che istintivamente si rivolse alla madre.
-Come sta?- la madre di Mary lo chiese con timore.
-L'intervento è da poco finito, ma siamo stati costretti a mettere suo marito in coma farmacologico. Ha un grosso edema che preme sul cervello, dobbiamo solo sperare che si riassorba da solo altrimenti saremo costretti a operarlo di nuovo-
La madre di Mary si lasciò cadere sulla sedia, evidentemente sconvolta dalle parole del dottore, Mary invece s'impose di mantenere la calma, anche se i suoi occhi non riuscirono a mascherare l'orrore nell'udire quelle parole.
-Possiamo vederlo?- chiese esitante, quasi implorante.
-Solo per pochi minuti-
Seduto su quella sedia fredda e scomoda, non riusciva a mettere un freno ai suoi pensieri che correvano veloci e si mischiavano l'uno con l'altro, non riusciva a dare un senso di pace alla sua testa, che iniziava a dolere pesantemente. Spostò lo sguardo alla sua destra per fermarlo sulla figura di Miki, che seduta al suo fianco era rimasta ferma immobile, nell'attesa di Mary e di sua madre. Non avrebbe mai pensato di ritrovarla in quell'ospedale e invece lei era arrivata come se niente fosse, per stare al fianco della sua amica, in un momento difficile.
-Grazie- disse d'istinto, perché sapeva benissimo che la sua presenza era molto importante per Mary.
-Per cosa?- chiese, guardandolo stupito
-Per essere venuta-
-Non devi ringraziarmi…- rispose, abbassando lo sguardo –se devo essere sincera non so nemmeno io perché l'ho fatto. Ho solo sentito che dovevo esserci- si bloccò un attimo, non riuscendo a trovare le parole giuste per continuare. Questo pseudo riavvicinamento sembrava una cosa così falsa, soprattutto perché era avvenuto proprio in quel momento, quando lei sembrava aver riscoperto certi sentimenti per Yuri. Nessuno dei due disse altro, entrambi impegnati a riflettere su tutto quello che era successo, sull'ironia della sorte che li aveva messi prima in condizione di riavvicinarsi per poi allontanarli di nuovo, in modo a dir poco spregevole. Perché ora ne aveva la certezza: lei era ancora legata a lui ed era sicurissima che il suo cuore avrebbe continuato a battere in sua presenza.
-Miki…per quello che…- era in difficoltà e lei lo percepì.
-Non devi dire nulla, ora lei ha bisogno di te…- sentì un nodo stringerle forte la gola.
Perché è così difficile?
Non lo aveva ancora capito, ma il suo cuore si era già arreso a lui e ora dover rinunciare, ancora una volta, a quei sentimenti era davvero difficile.
-Cosa stai cercando di dirmi?- chiese con trepidazione.
-Nulla- si alzò per andarsene.
-Aspetta!- balzò in piedi e l'afferrò per un braccio –guardami e dimmi cosa hai cercato di dirmi-
Lo avvertì subito: il calore della sua mano che le afferrava il polso, senza farle del male, le sue dita accarezzarle la pelle e il suo cuore reagì di riflesso, mentre il suo corpo esigeva di più, pretendeva di essere avvolto di nuovo da quel calore che ricordava, che era ancora ben vivido nella sua memoria. Erano sentimenti troppo invasivi che la travolgevano completamente, sentimenti che lei non aveva mai provato, non con quell'intensità e la cosa la spaventava e non poco. Non era sicura di riuscire a superare un ulteriore delusione.
-Per favore Yuri non complichiamo le cose-
Ed era inutile dirlo in quel momento, era davvero inutile, dal momento che la situazione era già abbondantemente complicata. Sfilò la mano dalle sue dita, vincendo la lieve presa di lui, si voltò per allontanarsi da tutto ciò che lui rappresentava. Afferrò il telefonino e compose un numero.
-Posso parlare con il signor Anderson? Sono Miki Mitsuura-
Dopo un attimo di silenzio, la voce calda e accogliente del signor Anderson la invase, donandole un minimo di tranquillità.
-Ciao cara, non mi aspettavo di sentirti. Tutto bene?-
La gentilezza che emanava dal suo tono la fece subito sentire meglio, molte volte si era ritrovata a chiedersi come faceva quell'uomo, così gentile e disponibile, a vivere circondate da persone tanto diverse da lui.
-Si grazie, avrei solo bisogno di un favore-
Erano trascorsi due giorni da quando aveva lasciato l'ospedale, non era più tornata, ma aveva chiamato per avere notizie e, anche se le sue condizioni erano ancora preoccupanti, c'erano buone possibilità di una completa guarigione. Quella mattina era impegnata con gli ultimi preparativi dell'imminente inaugurazione, doveva ancora informarsi sull'arrivo della famiglia di George. Non era molto entusiasta di rivederli: specialmente sua madre, che sembrava disprezzarla anche solo con lo sguardo. Da giovane era stata una famosa modella e ancora, oggi, dopo aver concepito tre figli, aveva un fisico da invidiare. Già immaginava la sua espressione quando avrebbe conosciuto i suoi genitori e l'orrore dipingersi sul suo volto quando avrebbe scoperto che sua madre e suo padre erano divorziati e che vivevano con i rispettivi consorti, sotto lo stesso tetto. Era una donna, che pur avendo vissuto nel mondo dello spettacolo, non accettava scandali e forse era per questo che non l'aveva mai accettata nella sua famiglia, perché rappresentava un ostacolo nel suo progetto di far finalmente sposare George con Janine, madre di suo nipote. Non aveva mai avuto un buon rapporto con Janine, forse perché rappresentava un ostacolo nel suo rapporto con George, soprattutto se considerava il fatto che era ben accetta da tutta la famiglia, proprio tutta. Nelle poche occasioni che avevano trascorso insieme, Janine si era sempre sforzata di essere gentile con lei, ma comunque non era riuscita a mascherare il fastidio che provava ogni volta che George la sfiorava. Una volta ne aveva anche parlato con George, ma lui aveva semplicemente insinuato che era gelosa e che sbagliava, perché per lui Janine non era mai stata davvero importante.
-Non dovresti parlare così di lei. È pur sempre la madre di tuo figlio!- non riusciva a capire come potesse considerarla una semplice storia, quando dalla loro unione era nato un bambino bellissimo.
-Io amo mio figlio, ma questo non significa che io debba per forza amare anche sua madre- replicò infastidito, slacciandosi la cravatta e gettandola sulla sedia. Erano da poco ritornati a casa, dopo una cena di famiglia, durante la quale Miki aveva notato il tentativo di Janine di attirare l'attenzione di George. Per lei quelle cene erano sempre state difficili e faceva di tutto per evitarle.
-Mi spieghi perché ti dà così fastidio? Non ti sto mica accusando di qualcosa, sto solo dicendo che lei ti vuole ancora e che tua madre l'appoggia-
-Vuoi forse farmi credere che non sei per niente gelosa?- le chiese, sorridendo beffardo e avvicinandosi a lei.
-Dovrei?- evitò di rispondergli, perché la verità era che vederlo accanto a Janine e a suo figlio le faceva male, ma non voleva diventare un ostacolo nel suo rapporto con il bambino, specialmente perché ne avrebbe sofferto il piccolo e lui non aveva nessuna colpa.
-No!- rispose deciso, afferrandola e baciandola con passione, spazzando via quelle parole e quei pensieri per sostituirli con il desiderio e la lussuria.
Una volta era così facile per loro superare ogni tipo di diverbio e ritrovare l'intimità, nell'ultimo periodo invece era tutto così difficile e complicato. Se una volta era riuscita ad aggrapparsi a quel corpo per colmare ogni suo desiderio, ora non riusciva più a farlo.
Aveva riflettuto sull'eventualità di parlarne con George, infondo glielo aveva promesso, ma parlargliene ora sarebbe stato una vera e propria cattiveria, non poteva farlo a un passo dalla realizzazione del suo sogno. Soprattutto considerando che Yuri non poteva certo tornare da lei in quel momento, quando Mary aveva bisogno della sua presenza. Scosse con decisone la testa per sbarazzarsi di tutti quei pensieri e aprì la posta elettronica, per controllare se qualcuno aveva dato risposta al loro invito, quando squillò il telefono del suo ufficio.
-Dimmi Amy-
-Signorina c'è una persona che vuole parlarle-
-Chi è?- chiese distratta, impegnata a eliminare la posta indesiderata che ultimamente, intasava le sue cartelle.
-La signorina Akizuki-
Mary?
Si bloccò all'istante nell'udire quel nome mentre fu invasa da una strana agitazione, che le impediva di ragionare con lucidità.
Che avrà saputo quello che è successo? Si alzò di scatto, allontanandosi da quel telefono come se potesse, in quel modo, allontanarsi anche da Mary.
Che poi in realtà non è successo proprio nulla! Cercò di tranquillizzarsi, anche se il suo cuore non sembrava d'accordo con lei, dal momento che non voleva sapere di smettere la sua corsa. Negli ultimi giorni il suo cuore stava intraprendendo fin troppe corse e la cosa non le piaceva affatto. Poi però un pensiero orribile la fece fermare all'istante.
Oh mio dio!
-Falla entrare!- rispose d'istinto, senza accorgersi di quello che aveva detto.
Quando la porta del suo ufficio si aprì, sentì le mani e le gambe tremarle per l'agitazione, mentre il suo stomaco iniziava a contorcersi. Cercò di prendere respiri profondi ma sembrava anche quella un'azione difficile da compiere. Mettendo un piede davanti all'altro, ritornò al suo posto, per sedersi e cercare di assumere un'aria tranquilla e serena.
-Scusa per l'improvvisata-
Sembrava così tranquilla, quando chiuse la porta alle sue spalle per poi avvicinarsi alla scrivania.
-Siediti, è successo qualcosa a tuo padre?-
Non c'erano altre spiegazioni per quella visita improvvisa.
-No, lui sta meglio!-
Era strano, tanto strano averla di nuovo nel suo mondo, parlarle senza in realtà sentire nessun risentimento nei suoi confronti. Era strano scoprirsi sollevata per quel timido sorriso che le stava regalando con gli occhi. I suoi nervi pian piano iniziarono a calmarsi, facendola riprendere un certo controllo di sé.
-Posso fare qualcosa per te?- le chiese, fingendosi occupata a controllare qualcosa al computer, nel tentativo di mostrarsi indifferente.
-Volevo solo ringraziarti per quello che hai fatto-
-A cosa ti riferisci?- chiese perplessa e stupita.
-Il dottor Edwards sta curando mio padre con molto riguardo e ci ha addirittura proposto di trasferirlo,tra qualche giorno, nella sua clinica, dove sarà seguito da personale specializzato in neurologia. Mi sono sorpresa di tanta disponibilità così ho indagato…- lasciò la frase in sospeso quando, dallo sguardo di Miki, intuì che aveva capito cosa le stesse dicendo. Non sapeva cosa risponderle, aveva agito d'istinto e certo non avrebbe mai immaginato che Mary si sarebbe precipitata da lei per ringraziarla.
-Non devi ringraziarmi- si limitò a dire, distogliendo lo sguardo dalla ragazza che in quell'istante la guardava con riconoscenza.
-Sai Miki mi sei mancata tanto in questi anni- le sue parole la colsero di sorpresa, facendole alzare di colpo il viso per scontrarsi con la disarmante sincerità dei suoi occhi.
-La situazione mi è sfuggita di mano. Non era certo mia intenzione farti del male, ma…-
Oddio!
Fu totalmente colta alla sprovvista da quelle parole, non era pronta ad affrontare quel discorso, non quando i suoi sentimenti erano così vacillanti. In tutti quegli anni aveva spesso desiderato che la sua amica si fosse degnata di darle delle spiegazioni, ma questo non era avvenuto e ora non sapeva che farsene.
-Non aggiungere altro, non è il caso-
-Miki ascoltami per favore!-
-A cosa serve?- le chiese, cercando di controllare l'ira che l'aveva assalita.
-A nulla, hai ragione… io ho cercato di spiegarti, ti ho cercata ma tu…-
-Io cosa?- digrignò, supponendo già cosa l'altra stava per dirle. Di tutto si sarebbe aspettata ma mai sentirsi accusare di essersi allontanata, di non averle dato la possibilità di chiarirsi, di giustificarsi. Che poi non c'era nulla di cui giustificarsi.
-Quando ci siamo resi conto di quello che ci stava accadendo, ci siamo allontanati, nel tentativo di mettere chiarezza, poi però tutto è precipitato, quando hai scoperto tutto-
Come di tacito accordo, entrambi avevano preso le dovute distanze per evitare di far soffrire ulteriormente Miki, poi però il destino aveva messo il suo zampino e le cose precipitarono disastrosamente.
-Quando sei andata via, lui mi ha lasciata sola, preferendo accettare un lavoro lontano invece che affrontare la situazione. Mi sono sentita delusa e amareggiata, perché avevo perso la mia migliore amica per nulla-
-Cosa vuoi da me?- il suo tono era duro, non riusciva a capire perché le stesse dicendo tutte quelle cose ora.
-Nulla, credo solo tu debba sapere che non sei stata l'unica a soffrire-
-Se io ora mi prendessi il tuo uomo, t'interesserebbe sapere che non sei l'unica a soffrire?-
A quella domanda, Mary alzò il viso puntandolo su quello di Miki.
-Perché non lo stai facendo?-
-Come scusa?-
-Lo so che tra voi c'è ancora qualcosa, non negarlo- il suo tono era calmo mentre per Miki era il contrario, si sentì subito sopraffatta dall'agitazione, non riuscendo a negare quella velata accusa.
-È per questo che sei venuta?-
Sorrise a quella domanda, chiesta con tono d'accusa, facendola agitare ancora di più.
-Sai Miki, sembri così cambiata ma infondo sei sempre la solita-
E questo cosa significa? Non ebbe il tempo di porle quella domanda, Mary si alzò e, abbassando lo sguardo, sussurrò: -Io parto, accompagno mio padre, volevo solo salutarti e ringraziarti-
Lasciò quell'ufficio di fretta, forse anche troppa, ma non poteva farsi vedere in quello stato, perché aveva finalmente realizzato la conclusione di tutta quella storia. Aveva finalmente capito, anzi, era finalmente riuscita ad ammettere, che alla fine quella che ne avrebbe pagato tutte le conseguenze era solo lei, che si ritrovava da sola. Completamente sola. Salì in macchina e si diresse verso l'ospedale, per controllare suo padre e finire le ultime pratiche prima del trasferimento. Era arrivato il momento di chiudere quell'arco di vita che l'aveva privata della cosa più importante della sua vita.
-Ehi, ma dove sei stata?- l'accolse Yuri, quando la vide entrare.
Era passato a trovare il padre di Mary, sorprendendosi quando aveva notato che lei non c'era. Aveva chiacchierato con l'uomo del più e del meno, preoccupandosi sempre di più della scomparsa della ragazza.
-Avevo delle cose da fare- si limitò a rispondere, avvicinandosi al padre e afferrandogli una mano.
-Come ti senti oggi?- gli chiese, ignorandolo di proposito.
-Sto bene, tu piuttosto sei strana-
Avvertì la mano di Yuri appoggiarsi sulla sua spalla e la voglia di abbandonarsi a lui la travolse, costringendola a chiudere gli occhi per impedirsi di piangere davanti a suo padre. Se circa otto anni prima non aveva avuto il coraggio di prendere la situazioni tra le mani e fare la cosa giusta, ora doveva farlo, doveva rimediare a tutto.
-Sono solo un po' stanca- ed era vero, era stanca di sentirsi in errore, stanca di doversi preoccupare ogni volta che il suo compagno rimaneva a casa, invece di stare con lei, era stanca di sentirsi una traditrice.
-Ti va un caffè?-
Percorsero il corridoio in completo silenzio, entrambi presi dai propri pensieri. Negli ultimi giorni Yuri l'era stato vicino, cercando di non lasciarla mai da sola, accompagnandola e sostenendola nei momenti più duri. Lei però non era riuscita a dimenticare la sua reazione quando aveva visto Miki, non riusciva a dimenticare lo sguardo che aveva quando lei era nei paraggi. Era sicurissima che qualcosa fosse successa, che ci fosse stato un riavvicinamento tra i due, ma non voleva indagare, non voleva avere la conferma alle sue ipotesi.
-Sicura di stare bene?- erano seduti a un tavolo del piccolo bar dell'ospedale da qualche minuto e non aveva ancora trovato il coraggio di guardarlo negli occhi.
-Sono stata da Miki, questa mattina- e la reazione a quelle parole le diede un'ulteriore conferma ai suoi presentimenti, spazzando definitivamente via ogni traccia di ripensamento, facendole capire che aveva preso la decisione giusta, per tutti.
Fu colto di sorpresa da quell'affermazione, tanto che rischiò di far cadere la tazza che aveva in mano. Lui non la vedeva da giorni e moriva dalla voglia di vederla, anche solo da lontano, perché la sensazione di averla persa di nuovo gli procurava un certo turbamento. Anelava sapere che non era cambiato nulla, che, anche se non poteva averla tutta per sé, poteva comunque continuare a osservarla da lontano. Si era auto convinto che se ora si trovavano in quella situazione era tutto per colpa sua, e della sua incapacità di aspettarla. A distanza di tempo, molto tempo, aveva capito che Miki aveva solo bisogno di tempo, ma lui all'epoca era troppo preso da se stesso e dai suoi bisogni, ignorando completamente quelli di lei.
-Co-cosa…-
-Avevo bisogno di parlarle- mormorò, trattenendo le lacrime che violente rischiavano di travolgerla. Mai come in quel momento si sentiva sola e la consapevolezza di aver distrutto la sua amicizia con Miki per nulla, perché ora lo sapeva, lui non l'aveva mai amata veramente, era davvero difficile da sostenere.
-Non dire nulla- bloccò il tentativo di Yuri di porle domande, non avrebbe resistito.
-Sai, in tutti questi anni mi sono illusa di aver fatto la scelta giusta- sussurrò, accarezzando con l'indice il bordo della tazza –mi sono illusa che, anche se avevo perso la mia migliore amica, avevo comunque trovato un uomo che mi amasse, che ricambiasse i miei sentimenti, che provasse per me quello che io, stupidamente, provavo per lui. Ci ho sperato e ci ho anche creduto-
Non aveva il coraggio di ribattere a quelle parole, sapeva di dover dirle qualcosa, sapeva che quel discorso avrebbe portato a una rottura, ma non sapeva proprio cosa dire, non quando il suo cuore richiamava ardentemente un'altra persona.
Alzò lo sguardo per fissarlo nel suo e sorrise quando nei suoi occhi lesse dispiacere.
-Lo so che la ami, so che non riesci a starle lontano, come so che sei tornato da me solo perché lei non c'era, solo perché avevi bisogno di qualcuno al tuo fianco-
Lo aveva sempre saputo, ma con il tempo si era illusa di riuscire a prendere, almeno in parte, il suo posto nel cuore di Yuri.
Yuri continuava a rimanere in silenzio, confermando le sue parole, facendo rimpicciolire il suo stomaco e frantumare il suo cuore. Abbassò lo sguardo, dedicando tutta la sua attenzione a quel liquido scuro, oramai freddo, che la fissava senza parlare o fare domande, solo per non incontrare i suoi occhi, che di sicuro le avrebbero tolto tutta la sicurezza e la determinazione che le servivano per portare avanti la sua decisione.
-Domani accompagnerò mio padre alla clinica privata e resterò con lui- sputò tutto d'un fiato, chiudendo gli occhi perché temeva di leggere sollievo nei suoi e non avrebbe potuto sopportarlo.
-In che senso resti con lui?-
-Significa che da ora in poi tu non devi più preoccuparti per me!-
Da quando se ne era andata, non aveva fatto altro che ripensare alle sue parole, non riuscendo a concentrarsi sul lavoro, occupata a reprimere l'impulso di chiamarlo, di chiedergli spiegazioni, di scoprire se le sue supposizioni fossero vere o sbagliate.
Sembri così cambiata ma infondo sei sempre la solita
Stava rimuginando su quelle parole da tanto, non riuscendo a capirne il vero significato.
-Andiamo?- la voce di George la distolse dai suoi pensieri e una strana sensazione la invase, cogliendola di sorpresa: il cuore riprese a battere con regolarità, ritrovando quella tranquillità che in quei giorni, che non si erano visti per niente, aveva perso. E quella sensazione la confuse ancora di più, perché da un lato c'era il desiderio e la voglia di lasciarsi trasportare dalle travolgenti sensazioni che provava nello stare al fianco di Yuri; dall'altra c'era il bisogno della tranquillità che le donava il suo rapporto con George, tranquillità che con Yuri non aveva mai raggiunto.
Era combattuta perché era stufa di sentirsi sempre insicura e con George era riuscita a superare questo suo difetto. Con Yuri invece non ci riusciva, non ci era mai riuscita, nemmeno quando il loro amore era più forte di tutto.
-Ma è già ora di andare?- chiese, spostando lo sguardo sull'orologio appeso alla parete: quell'orologio lo avevano comprato insieme con l'intento di metterlo nel suo futuro ufficio. Tutto in quella stanza le ricordava momenti vissuti con George e il solo pensiero di abbandonare tutto le metteva addosso una certa nostalgia.
-A cosa stai pensando?- aveva qualcosa che le turbava, lo aveva capito, come aveva già capito cosa fosse o meglio chi fosse, ma preferiva tacere.
-A quando abbiamo comprato quell'orologio-
Erano in vacanza, forse l'ultima che avevano fatto, e George si lamentava per lo shopping che lei aveva insistito di fare. Dopo vari negozi si erano fermati in un piccolo negozio che vendeva oggetti antichi e quell'orologio colpì subito entrambi.
Lo prendiamo e lo metteremo nel tuo studio quando avremo la nostra azienda, le aveva detto, sorridendo e scaldandole il cuore.
-Lo avevo detto che l'avremo messo nel tuo ufficio- affermò, avvicinandosi a lei, senza però toccarla, anche se moriva dalla voglia di farlo. Erano ormai giorni che non si sfioravano nemmeno, anche quando dormivano, inconsciamente si separavano, forse consci della distanza che si stava formando tra loro.
-Tu avevi previsto nella nostra azienda, questa è la tua azienda- ribatté, sfidandolo con lo sguardo. Ricambiò il sorriso e allungando una mano per indurla ad alzarsi, sospirando impercettibilmente quando toccò la sua mano di nuovo.
-Per ora, ma ricordati che tutto questo un giorno sarà tuo- rispose, circondandole la vita con entrambe le braccia, avvicinandola a sé –sempre se tu lo vorrai- continuò, guardandola negli occhi per leggere la sua reazione. E quella fu una mossa sbagliata, perché lo stupore che lesse, non fu rassicurante. Neanche un po'!
-Tutto questo romanticismo non ti si addice- tentò di scherzare, perché non era affatto preparata a quella velata dichiarazione.
-Forse hai ragione-
Rimasero vicini per qualche minuto, senza dire e fare nulla, cullandosi semplicemente l'uno tra le braccia dell'altra, come se entrambi avvertissero l'arrivo di qualcosa che avrebbe sconvolto la loro vita, per sempre.
-Che ne dici se domani ci prendessimo un giorno tutto per noi?-
-Mi piacerebbe, ma abbiamo ancora un sacco di cose da fare-
-Lo so ma abbiamo lavorato abbastanza per questa maledetta inaugurazione-
-Sembri un bambino- sorrise nel pronunciare quelle parole e d'istinto gli accarezzò il viso. Con George aveva acquisito una certa confidenza che non sapeva se avrebbe ritrovato con qualcun altro.
-Dai Miki, avevo pensato di portarti al mare, ci divertiremo e staremo un po' noi due da soli. Abbiamo bisogno di restare da soli per ritrovarsi-
Forse ha ragione, forse una vacanza è proprio quello che ci vuole per ritrovarsi.
-E mare sia!- accettò, ridendo forte quando vide i suoi occhi illuminarsi per l'eccitazione e la felicità. Era proprio in quei momenti che non aveva la forza di dar voce e vita ai sentimenti che ancora provava per Yuri, perché aveva paura e perché infondo amava anche lui, in modo diverso, ma George era ancora molto importante per lei. Quei pensieri le cancellarono il sorriso, facendola diventare seria all'improvviso.
-A cosa pensi?- le richiese, stringendola forte quando l'altra cercò di staccarsi dal suo corpo.
-A nulla- mentì, mentre un violentissimo senso di colpa s'impossessò di lei, facendola vacillare nella voce. Gli aveva promesso di essere sincera, di renderlo partecipe dei suoi sentimenti, qualunque essi fossero, ma non ci riusciva. Non riusciva proprio a rivelargli che lo desiderava, che ogni volta che lo vedeva, il suo cuore iniziava a battere forte e il suo corpo reclamava un suo tocco. Non poteva confessargli che negli ultimi giorni si era ritrovata a chiedersi come sarebbe stato rifare l'amore con lui, sentire le sue mani sfiorarla e i suoi gemiti riempirle le orecchie.
-Non mentirmi- il suo tono non era duro ma serio, come la sua espressione –posso accettare e capire tutto, ma tu non mentirmi-
Non farlo!
Spero che con questo capitolo sia riuscita a ripagarvi di tanta attesa. Volevo chiedervi scusa per gli errori, ma correggermi è davvero difficile, spero siate riusciti a sorvolare e a lasciarvi catturare dalla storia. Prima di salutarvi ci tengo a precisare che per quando riguardo all'incidente del padre di Mary, è tutto inventato, quindi se a livello medico ho detto qualche cavolata, chiedo scusa, ma non sono molto esperta!
Ora aspetto le vostre recensioni!
Un bacio e ancora GRAZIE!
