Camminarono in silenzio fino al 108 di Mifflin Street. Non salutarono neppure Leroy che passava di lì a piedi. Il nano si imbronciò e borbottò qualcosa di offensivo mentre si allontanava.
Entrarono in casa in un silenzio teso e nervoso.
«Andiamo in salone.» li esortò Regina. Emma annuì e posò la mano sulla schiena del figlio mentre si dirigeva lì. Si sedettero sul divano. Regina avvicinò la poltrona e prese posto su di essa. Si schiarì la voce. Stava per esordire quando Henry la precedette.
«Mi dispiace per quello che ho detto prima mamma.» mormorò, la voce bassa quanto il suo sguardo. Emma gli accarezzò le spalle incurvate. «Ero arrabbiato. Lo sono ancora.»
Regina e la Salvatrice sorrisero, fiere. Si guardarono condividendo per un attimo quell'emozione.
«Va tutto bene, Henry. È normale.» lo rassicurò la mora. Il ragazzo alzò lo sguardo umido su di lei, così gli sorrise e ammiccò. «Lo capisco molto bene.»
Henry si lasciò contagiare dal sorriso della madre. Guardò Emma poi.
«Io… non… non so come reagire…» confessò arrossendo. Tentò di abbassare di nuovo lo sguardo ma la donna glielo impedì con una carezza.
«Ragazzino, non c'è un modo giusto di reagire. Mi dispiace averti coinvolto… forse non avrei dovuto, ma non volevo mentirti. Non voglio nasconderti niente. Sei mio figlio. Non lo sopporterei.»
Henry tirò su col naso e sbatté più volte le palpebre.
«Mi sento come se fosse colpa mia. Come se non… fossi riuscito a proteggerti…» Gli si spezzò la voce. Si prese un attimo per recuperarla e inspirò a fondo per calmarsi. Regina trattenne un sorriso. Non riusciva a non essere orgogliosa di lui in quel momento. «Mi sento così inutile…»
Emma lo abbracciò di slancio. Regina allungò una mano a stringere la sua spalla.
«Non pensarlo mai.» gli disse la bionda. «E non è il tuo compito proteggermi, Henry!» esclamò staccandosi da lui per guardarlo negli occhi, le mani sulle sue guance. «Sono tua madre, io proteggo te, non il contrario.»
«Ma io…»
«Henry, tesoro…» si intromise Regina con dolcezza. «… anch'io mi sento così.» confessò guardandolo negli occhi. «Vorrei essere stata capace di prevederlo, ma mi sono lasciata ingannare, come tutti.»
«Regina…»
«No, Emma, è vero. Mi hanno distratta. Ho sbagliato, e me ne pentirò per il resto della mia vita.» Sentì gli occhi riempirsi di lacrime; cercò di rimandarle indietro, senza riuscirci. Una sfuggì, ma la raccolse subito con la mano. Tornò a rivolgersi al figlio, anche per distogliere gli occhi da Emma, dal suo silenzio, dal suo sguardo dispiaciuto. «Ma la verità è che sono arrabbiata. Sono arrabbiata perché non ho potuto impedirlo, perché sono arrivata tardi.» continuò. Dovette guardare in basso, perché in quel momento, mentre ricordava, non riusciva a sostenere i loro sguardi. Non ci riusciva. Non voleva che la guardassero negli occhi, perché altrimenti avrebbero visto di quanto odio era capace il suo cuore. E quello solo Snow lo sapeva. Nessun'altro aveva mai visto quello sguardo. Nessuno che fosse ancora in vita, almeno. «Sono furiosa, e se potessi… se solo potessi, ammazzerei quelle stronze altre mille volte.» sibilò, i pugni stretti. Una mano calda e affusolata si posò su di essi. Il tocco di Emma ebbe l'effetto di calmarla, sebbene di poco. Alzò gli occhi pieni di lacrime su di lei. «Mi dispiace...» sussurrò mentre quelle scivolavano sul suo viso a fiotti. Anche gli occhi di Emma erano lucidi. La Salvatrice si alzò dal divano e si inginocchiò davanti alla sedia per abbracciarla. Regina si incurvò, aggrappandosi al suo maglione e scoppiando finalmente in un pianto liberatorio. Erano diciassette giorni che lo teneva dentro di sé.
«Non è colpa tua.» la sentì sussurrarle più volte.
Un altro corpo si unì ai loro. Henry si sedette sul bracciolo della poltrona e si piegò su di lei, circondando entrambe con le braccia. Rimasero così finché non si calmarono tutti. Con i vestiti bagnati di lacrime, si staccarono e si scambiarono sorrisi imbarazzati. Emma accarezzò la schiena del figlio.
«Possiamo smetterla di piangere ora? Mi sta venendo mal di testa…» scherzò, facendoli sorridere. Regina le tolse istintivamente una ciocca di capelli dal viso, rimasta incollata alla guancia dalle lacrime. Emma arrossì e la mora allontanò subito la mano.
«Scusami.» sussurrò, imbarazzata, le guance in fiamme. Idiota, si disse. Si alzò dalla poltrona e si rassettò il vestito con gesti nervosi. «Avete fame?» chiese poi come se nulla fosse, il tono quasi formale. Incontrò lo sguardo del figlio, che la osservava con la fronte aggrottata ed un'espressione quasi dubbiosa in viso.
«Uhm…» si strinse nelle spalle lui «… certo.» rispose.
Regina guardò Emma, la quale annuì.
«Pizza?» chiese la bionda. Vide con la coda dell'occhio il viso di Henry illuminarsi, quindi si rassegnò ad acconsentire. Li osservò darsi il cinque mentre afferrava il telefono per fare l'ordinazione. Nascose un sorriso mentre Granny prendeva la chiamata.
Riuscirono a pranzare in serenità, parlando del più e del meno, senza pressioni, senza tensione. Emma osservava Regina. A dire la verità, non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. E continuava a sentire il bisogno di mantenere un contatto con lei. Per questo aveva l'istinto perpetuo di allungare la mano sul tavolo a cercare la sua. Ma c'erano troppe cose di mezzo: la bottiglia di Coca-Cola, i bicchieri, l'acqua, il cartone della pizza. E poi, come l'avrebbe visto Henry? Non era abituato a vederle così vicine, non aveva assistito a tutte quelle giornate passate insieme sul divano, o nello studio di Regina. Non sapeva quanto si fossero avvicinate, in quei giorni. Non ne aveva idea. Nessuno ne aveva idea. Si rese conto in quel preciso istante di stare pensando a Hook per la prima volta dopo due settimane. La sua voce non aveva sfiorato la mente della Salvatrice neanche una volta. Arrossì a quella consapevolezza, vergognandosene. Killian non si meritava quel trattamento. Anche se… non l'aveva cercata, si rese conto improvvisamente. La rabbia si risvegliò nel suo cuore. Non l'aveva cercata neanche una volta, non una chiamata, un messaggio, una stupida lettera. Niente di niente. Era semplicemente sparito per due settimane.
«Emma va tutto bene?»
La voce preoccupata di Regina la strappò ai suoi pensieri. Le due fette di pizza rimaste si stava freddando nel cartone. Alzò lo sguardo su di lei.
«Ehm… sì io…» sospirò, indecisa. Li guardò entrambi. «Stavo… stavo solo pensando… Henry, sai se Killian mi ha mai cercata?» chiese al ragazzo. Le sue sopracciglia scattarono verso l'alto all'inaspettata domanda, poi l'adolescente scosse la testa.
«No, no, non ha mai chiamato. Non si è fatto più vedere da quando… sai, dall'ultima volta che l'hai visto.» rispose velocemente.
Emma annuì pensosamente e si voltò verso Regina, che aveva allungato una mano tra le bottiglie, come lei non aveva avuto il coraggio di fare, e stava stringendo la sua. Vide un briciolo di disprezzo nel castano delle sue iridi, ma non era rivolto a lei, lo sapeva.
«Mi dispiace, Emma. Vorrà darti i tuoi spazi…» tentò debolmente. Emma le sorrise e strinse la sua mano, guardandola negli occhi scuri. Non importava. Ora sapeva di non avere bisogno di lui.
«Sappiamo entrambe che non è così.» replicò con una scrollata di spalle. «Non fa niente. È stato bello finché è durato. In fondo, non era niente di serio.»
Emma vide Regina inarcare le sopracciglia, sorpresa. Non sembrava convinta delle sue parole.
«Ma… sembrava che lo fosse, invece…»
La bionda sottrasse la mano alla sua stretta per prendere la penultima fetta di pizza.
«Credevo non ti fosse mai piaciuto.» obiettò mentre la azzannava.
Henry posò il bicchiere pieno di Coca-Cola da cui stava bevendo.
«Piace solo al nonno.» confermò, scatenando l'ilarità della madre, che lui tuttavia non condivise. «Ma anch'io credevo ti piacesse davvero. Per questo cercavo di passarci del tempo insieme.»
Emma gli rivolse un sorriso commosso.
«Lo credevo anch'io. Ma in questi giorni ho capito molte cose. Ho avuto il tempo di riflettere e… Hook non fa per me. Credevo di sì perché…» si strine nelle spalle «… non lo so. Forse volevo solo credere che mi amasse, quindi volevo amarlo. Ma non credo sia davvero così.»
Finì la fetta mentre cercava di capirlo davvero. Sentì lo sguardo di Regina su di sé. La donna la fissava con gli occhi ben aperti, le gote rosee, quasi rosse. Le labbra piene del Sindaco erano lievemente, quasi impercettibilmente incurvate verso l'alto. Un istante dopo essersi resa conto dello sguardo dello Sceriffo su di lei, però, la donna abbassò lo sguardo e riprese a tagliare la pizza con coltello e forchetta. Emma aggrottò la fronte e tornò a guardare il figlio, tentata di chiedergli se avesse notato anche lui quella strana espressione sul viso della mora, ma il ragazzo era intento a tagliare a metà una fetta troppo grande di pizza, e non la stava guardando. Emma lanciò un'altra occhiata alla donna, ma lei sembrava ancora impegnata nel taglio della pietanza. Bevve un sorso di Coca per cercare di mandare giù quella strana sensazione che non riusciva a decifrare. Confusa, finì la sua pizza in silenzio.
Henry dormì lì quella notte, nella sua stanza. Con ancora quella strana sensazione addosso, simile ad una perplessa euforia, Emma diede la buonanotte a Regina con un sorriso teso sul volto. La donna non resistette a quell'atteggiamento, e le sfiorò il braccio prima che la Salvatrice si trincerasse nella stanza degli ospiti.
«Emma aspetta…» mormorò con la sua voce calda, bassa. Emma la guardò, una strana paura nello stomaco. Non aveva idea di cosa le stesse succedendo, ma sentiva il bisogno di scappare. E si sentiva terribilmente in colpa per questo. Regina era stata meravigliosa con lei. Quella paura era totalmente insensata.
La mora dovette avvertire qualcosa, perché la sua fronte si increspò morbidamente. Esitò un momento. «… volevo solo scusarmi per prima. Non avrei dovuto.»
Lo stupore per le scuse inaspettate si confuse con il crescendo di quell'emozione che la rendeva agitata, frenetica.
«Non hai fatto niente di male…» mormorò lo Sceriffo. Tentò di sorriderle, ma era troppo tesa. Regina non mancò di notarlo. Si spostò leggermente all'indietro, verso la sua camera.
«D'accordo.» mormorò, lo sguardo sfuggente, indecifrabile. «Buonanotte allora, Miss Swan.»
L'appellativo rimestò la cena nello stomaco della Salvatrice, per qualche motivo.
«B-buonanotte…» balbettò, una frase incompiuta, indecisa. Stava per chiamarla per nome, ma d'un tratto le era sembrato quasi sbagliato, troppo formale, o troppo poco, quindi si era bloccata. Il Sindaco le rivolse uno sguardo quasi interrogativo prima di lasciarla sola e chiudersi in camera.
