"Forza, è ora di andare a dormire."

Sistemate le ultime incombenze quotidiane, consumata una semplice cena e scherzato un po' col fratellino, Aiolos si era alzato da tavola e aveva chiesto ad Aiolia di prepararsi per andare a letto. Il bambino, senza fare tante storie, abituato com'era a non disubbidire mai al più grande, era corso a lavarsi i denti imitando come sempre faceva il fratello, e vestita la tunica di lino che usava come pigiama si era tuffato sul letto….di Aiolos.

Il giovane sospirò, scuotendo appena la testa, in una resa bonaria cui non gli riusciva di sottrarsi.

Nonostante la sua ferma volontà di non viziare il bambino, Aiolos si arrendeva senza remore al bisogno di normalità di Aiolia, per lo meno quando erano solo loro; lontano dalle arene dove si addestravano per vestire le sacre vestigia dei santi di Atena; nell'intimità della modesta dimora che condividevano come fratelli, dove la via per diventare coraggiosi guerrieri imboccava scorciatoie più umane, che passavano anche da quei gesti infantili.

"Allora, cosa leggiamo questa sera?"

Gli occhioni azzurri del leoncino s'illuminarono, luccicavano come stelline appese al blu del cielo notturno. Adorava, Aiolia, quel momento della giornata in procinto di finire, quando Aiolos smessi i panni del severo maestro tornava ad essere solo il suo adorato fratellone. Senza rispondere, il bambino infilò una mano sotto il cuscino, e tentò di estrarre qualcosa. Ma non ci riuscì, e già Aiolos aveva compreso. Allora il piccolo introdusse anche l'altra manina, e tirando con forza fece uscire un grosso volume, logoro di tante letture, che teneva lì pronto.

"Aiolia, ancora l'Odissea? Ormai dovresti conoscerla a memoria, non facciamo che leggerla ogni sera."

Aiolos si era intanto portato vicino al letto, e da sopra guardava divertito il fratello più piccolo, che messo il librone sulle ginocchia, con gli occhioni di un gattino tenero e furbo lo implorava silenziosamente.

"E va bene" disse il giovane, sdraiandosi accanto al bambino.

Aiolos prese fra le mani il grosso libro e iniziò concentrato, la lettura. Aiolia si accoccolò senza troppi complimenti fra le braccia forti e sicure dell'arciere, e in silenzio ascoltava le parole di Aiolos, confuse col battito calmo e regolare del grande cuore del Sagittario.

Il giovane santo non poteva fare a meno di lasciarsi catturare da lontani ricordi, che lo riportavano magicamente alla sua infanzia, quando piccolo come Aiolia ascoltava rapito l'amata voce del padre narrare le avventure di Odisseo.

Ancora ed ancora.

E l'emozione di quel semplice, dolce, lontano ricordo gli portava agli occhi calde lacrime.

La sua attenzione era massima, proprio come quella di Aiolia in quel momento presente, che amava il suono della voce del fratello, la cadenza dell'accento perfetto di una lingua remota; la cui musicalità –poesia- sarebbe già da sola bastata a trasportarlo altrettanto magicamente nel mondo sospeso, nell'eternità del mito, di Odisseo e delle sue peripezie.

Ascoltava Aiolia, con le orecchie ben tese, il cuore pulsante di eccitazione infantile, che esplodeva in una vivace risatina, quando il fratello leggeva un certo passo:

"E arrivammo all'isola di Aiolia: vi abitava

Aiolos Ippotade caro agli dei immortali, su

un'isola galleggiante; un muro di bronzo infrangibile

la cinge tutta, s'eleva liscia la roccia."

"A-i-o-l-o-s!" ripeté più volte il piccino.

"A-i-o-l-i-a" scandiva nel ricordo la mente dell'arciere.

A quel punto, il bambino non potendo più contenere la sua gioia, saltando sulle ginocchia abbracciava il fratello, circondandogli il collo con le braccia, forte forte.

"Raccontami, Aiolos, raccontami la nostra storia!" squittiva contento, contro l'orecchio del ragazzo.

"Anche questa ormai dovresti conoscerla a memoria, tante le volte che te l'ho raccontata" ma non si faceva pregare oltre il Sagittario, e stringendo delicatamente il bambino contro di sé, iniziava il suo racconto.

"Nostro padre era originario dell'isola di Αιολία, e quando io nacqui volle darmi il nome del signore dei venti, il dio Αίολος."

Aiolia, intanto, allentata la presa, ascoltava rapito e affascinato, come la prima volta che l'aveva udita, quella storia di cui loro stessi erano protagonisti.

"Quando tu nascesti, rimasti soli, fui io a scegliere per te il nome. E scelsi Aiolia, perché Aiolos non abbandona mai la sua amata dimora, come diceva sempre nostro padre quando leggeva e rileggeva per me questo passo dell'Odissea."

La voce di Aiolos era sempre intrisa di dolcezza e di un immenso affetto, ogni qual volta il Sagittario riportava in vita quei ricordi mai sopiti nella sua memoria.

Aiolia provava una fortissima emozione, una strana mistura di gioia calorosa e di strana malinconia; le lacrime raggiungevano sempre gli occhi cerulei del piccolo Leone, che però le controllava, riuscendo a trasformarle in sorrisi candidi e innocenti, che offriva pieni d'amore ad Aiolos.

"Anche noi staremo sempre insieme, vero fratello?" chiedeva il bambino, i suoi occhi negli occhi del fratello.

E senza esitare, ricambiando con spontaneità il sorriso del suo leoncino, Aiolos rispondeva "Sempre, fratellino, staremo sempre insieme proprio come il signore dei venti e la sua amata isola."

Un abbraccio profondo suggellò, per sempre, quelle parole.

L'abbraccio di un bambino che riconosceva nel fratello tutta la sua famiglia, tutto l'amore di cui aveva bisogno e che gli era offerto sempre, senza riserve.

Quell'abbraccio sigillava una promessa solenne e sincera.

Mentre Aiolos riprendeva a leggere, ripercorrendo con Odisseo il suo viaggio eterno, Aiolia si addormentava sul petto caldo del fratello; il battito del cuore di Aiolos come una dolce ninnananna lo cullava.

La voce dell'Arciere lo accompagnò in un sonno sgombro d'incubi.