Capitolo 10

Erano nell'oasi di Taoudenni da ormai una settimana ma nessuno accennava alla partenza, segno che non doveva essere così imminente.

Jedjiga era grata di questo tempo. Non dover viaggiare nel deserto la tranquillizzava. Certo, il deserto aveva il suo fascino, ma era comunque un posto insidioso. La tribù di Abu-Mokhammed era solita viaggiare nelle prime ore del giorno poi si accampavano e ripartivano nel tardo pomeriggio, secondo l'usanza di molte tribù berbere, perché, viaggiare nelle ore più calde del giorno poteva essere pericoloso.

Da quando erano arrivati all'oasi, Jedjiga aveva preso l'abitudine di fare lunghe passeggiate, sempre accompagnata da Lila.

Negli ultimi giorni, nell'oasi erano arrivate anche altre tribù nomadi e spesso la sera gli uomini si trovavano tutti insieme per parlare dei loro viaggi, dei loro commerci o anche solo per scambiarsi saluti, essendo magari lontani parenti. Poi ognuno tornava nella zona all'interno dell'oasi dove la propria tribù aveva il suo accampamento. I capi tribù si trovavano spesso insieme per parlare anche della situazione politica del paese. Jedjiga a volte coglieva alcune frasi dei loro discorsi e aveva cominciato a farsi un'idea dei problemi che il Mali stava attraversando. Durante una delle sue passeggiate, era giunta dietro la tenda di Abu-Mokhammed e sentì delle voci all'interno, voci che non conosceva; parlavano in francese così si fermò ad ascoltare, anche se non riusciva a sentire tutto quello che dicevano perché parlavano a voce bassa. Già questo l'aveva insospettita. Quello che poi aveva sentito la mise in allerta. Cercò di allontanarsi dalla tenda senza fare rumore; da quel giorno, durante le sue passeggiate con Lila, iniziò a sentirsi osservata. Continuò a comportarsi come se nulla fosse, ma i suoi sensi diventarono molto recettivi: coglieva sguardi furtivi, cenni di capo, mani che si muovevano in modi particolari quasi fosse un linguaggio segreto. Come se ciò non bastasse, aveva notato che nella tenda di Abu-Mokhammed, quando egli non c'era, andavano e venivano diverse persone.

Una sera, mentre cenava con Lila e la sua famiglia, si avvicinò Dassin con due uomini piuttosto giovani

"Ghumer, Khennuj" salutò la donna "scusate se disturbo la vostra serata, ma i figli di Abu-Mokhammed hanno insistito per conoscere Jedjiga"

"Tesednan, mia signora" rispose Ghumer alzandosi in segno di rispetto"la mia tenda è casa tua. Accomodatevi. Il the è già pronto"

Lila era andata a prendere delle tazze per gli ospiti. Era usanza dei popoli del deserto essere estremamente ospitali e condividere il the era un gesto di rispetto verso chi veniva a farti visita.

"Jedjiga" cominciò Dassin "questi sono Mebruk e Yebraim, figli di Abu-Mokhammed e della sua prima moglie defunta, Fatma"

Jedjiga si alzò in piedi e notò che Dassin sembrava piuttosto nervosa ed imbarazzata. Non guardò direttamente i due uomini finché loro non le rivolsero direttamente la parola.

"Il nome che hai ti si addice" le disse Yebraim. Jedjiga fece un cenno con la testa, in segno di ringraziamento, ma non disse una parola. Dassin la guardò poi abbassò lo sguardo e tirò un impercettibile sospiro di sollievo. Jedjiga capì: doveva fingere anche con loro di essere muta.

"In realtà sappiamo che non è il tuo vero nome" disse Mebruk "nostro padre ci ha raccontato di come ti hanno trovata, che sei straniera e che hai perso la memoria"

Jedjiga annuì nuovamente. Le stavano parlando in francese cosicché lei potesse capirli. Si erano seduti con la famiglia e avevano bevuto il the che era stato loro offerto. Chiacchierarono con Ghumer per qualche minuto poi Dassin accennò ad alzarsi.

"Bene, vi lasciamo al vostro pasto" disse la donna cercando di allontanare i due giovani dalla tenda di Ghumer.

"Sì, certo. Spero di poter parlare ancora con te, Jedjiga" aggiunse Mebruk sorridendole. Lei annuì ancora e colse il sorriso del giovane che le sembrò molto forzato.

Quando si furono allontanati, nella testa di Jedjiga cominciarono a turbinare un infinità di pensieri. Le voci di quei due ragazzi, per cominciare, erano le stesse voci che aveva già sentito nella tenda di Abu-Mokhammed quando lui era assente, mancava, però, una persona: forse un loro amico. Il fatto, poi, che volessero conoscerla l'aveva un po' turbata "Chissà perché hanno voluto conoscermi" si chiese Jedjiga.

Nei giorni che seguirono, durante le sue passeggiate, cercò di temersi lontana da Mebruk e Yebraim, anche se si sentiva i loro occhi addosso. Era contenta che Lila fosse sempre con lei, almeno poteva rispondere al suo posto e, comunque, qualunque cosa i due avessero in mente, non avrebbero fatto nulla davanti alla bambina.

Quel pomeriggio Ghumer e altri uomini della tribù avevano ucciso alcune pecore e le donne stavano lavorando la lana e le pelli. Jedjiga e Lila avevano il compito di andare al pozzo a prendere l'acqua e avevano fatto il viaggio già parecchie volte. In uno di quegli andirivieni dalla tenda al pozzo, Jedjiga scoprì chi era la persona che aveva sentito più volte parlare con Mebruk e Yebraim. Ne riconobbe la voce quasi istantaneamente, ma fece finta di nulla per non dare nell'occhio. Voleva capire chi fosse e perché parlavano sempre in assenza di Abu-Mokhammed. Si trattenne più del dovuto al pozzo con Lila, cercando di inventare altri segni per rendere più credibile il suo mutismo, ma la sua attenzione era tutta per i tre uomini che parlavano poco lontano.

"Il carico richiesto sarà pronto a giorni" disse l'uomo

"Bene, avrai i tuoi soldi quando avremo controllato la merce" rispose Yebraim

"Manderò un messaggio al mio fornitore per essere certi del giorno e dell'ora della consegna"

"È un piacere fare affari con te monsieur Garrett" I tre si salutarono e si separarono.

"Dunque" pensò Jedjiga "parla francese, ma ha un nome inglese. Forse americano. E di che merce si tratta?" Si ripromise di scoprire qualcosa di più. Cercò di seguirli con lo sguardo: Yebraim e Mebruk si fermarono ad una delle bancarelle dell'oasi, mentre lo straniero proseguì fino alla carovana turistica arrivata da un paio di giorni. Il signor Garrett si mescolò alla folla di turisti e per qualche giorno non lo avrebbe più visto. Fra i turisti, però, altri tre uomini attirarono l'attenzione della giovane donna. Parlavano inglese, più probabilmente americano, scattavano fotografie a persone e oggetti d'ogni genere e facevano un sacco di domande. Troppe, in effetti, per essere semplici turisti. Jedjiga decise che era meglio non dare nell'occhio, così si coprì il viso col suo velo e girò al largo dalla carovana di turisti.

Il mattino seguente si diresse al pozzo, seguita da Lila. Stava riempiendo il secchio quando una mano robusta afferrò la corda che stava tirando.

"Lasci che l'aiuti" era uno dei tre turisti che aveva notato il giorno prima. Jedjiga abbassò lo sguardo e annuì in segno di ringraziamento

"Posso chiederle come si chiama?"

"Non parla, è muta" rispose Lila

Jedjiga non rispose e continuò a tenere lo sguardo abbassato.

"oh, mi dispiace" rispose l'uomo. Nel frattempo arrivò Khennuj che lo guardò severamente.

"Non volevo mettervi in imbarazzo, vi chiedo scusa. Posso chiedere i vostri nomi?"

"Posso chiederle perché vuole saperlo?" domandò a sua volta Khennuj

"Sono un giornalista. Ho scattato molte foto e sto preparando un articolo per il mio giornale. Vorrei poter abbinare dei nomi ai volti che ho fotografato"

Lo sguardo sospettoso della donna berbera non sfuggì all'uomo "Non siete obbligate, naturalmente" disse

"Bene" rispose Khennuj. Poi si girò verso Lila e Jedjiga: "Andiamo, figlie mie"

"In un modo o nell'altro saprò i vostri nomi" pensò l'uomo mentre le donne e la bambina si allontanavano.

L'occasione si presentò l'indomani quando vide un gruppo di bambini giocare e, tra loro, riconobbe la bambina che accompagnava la donna al pozzo.

Si avvicinò e cominciò a parlare con loro. Non era facile perché essi non capivano molto il francese.

"Je suis Jack" disse battendosi una mano sul petto. I bambini lo guardavano divertiti. Nel giro di un paio d'ore sapeva i loro nomi e aveva imparato alcuni dei loro giochi. Si ritrovò con loro per un paio di giorni, durante i quali aveva imparato almeno il nome bella donna muta.

"Ora non mi resta che farle una foto" comunicò ad uno dei suoi compagni di viaggio

"Jack, pensi che sia lei?"

"Non saprei Ethan. Comunque se riusciamo ad inviare una foto a Langley, sicuramente ci sapranno dire chi è. Di certo non appartiene a questa gente, anche se si veste e si comporta come loro"

Ethan annuì "In due o tre giorni la nostra carovana riparte per Agadez. Lì incontreremo il resto della nostra squadra. Magari Calder Michaels ha altre notizie a riguardo"

"Il silenzio radio e davvero un problema. Bene, avvisiamo Mike. Chissà che uno di noi tre non riesca a fotografare la straniera"