Capitolo 9
Era mezzanotte quando bussarono alla porta. Il capofamiglia, mezzo addormentato sulla sedia sollevata sulle zampe posteriori e appoggiata al muro, si raddrizzò di colpo e quasi cadde. L'espressione di confusione sul suo volto durò solo un attimo, poi fu desto del tutto e sudore freddo gli scorse sul viso mentre stringeva con mani molli la canna del fucile. Non potevano essere di nuovo gli stranieri. Erano usciti quella mattina non dicendo se si sarebbero rifatti vivi, e aveva raccomandato loro di tornare prima del tramonto o non tornare affatto. Per il loro bene. Perché chi bussa a una casa di notte può essere solo…
Guardò nervosamente dietro di sé la tenda che nascondeva l'ingresso alla stanza da letto, dove qualche fruscio inquieto rivelava che il rumore era stato udito. Deglutì. Puntò l'arma verso la porta e cercò di parlare con tono autoritario. –Chi va là?
–In nome della patria e dei profeti– declamò una voce alta e metallica. –Fateci entrare.
Erano loro. Come temeva. –Non ho niente che possa interessarvi– esclamò, sperando che non si accorgessero del tremito che l'aveva preso. –Andate via. Lasciateci tranquilli.
–Non sei un patriota– proseguì lo sconosciuto freddamente, imperturbabile. –Vuoi che il nostro paese resti in mano dei demoni? Vuoi essere destinato all'inferno? Non cercare scuse. Alla nostra causa servono soldati.
–Non troverete soldati qui. I miei figli sono piccoli. Non ho niente di quello che cercate.– Le sue mani erano tanto sudate che il fucile minacciava di scivolargli. Suo malgrado, la rabbia e la paura gli fecero alzare irosamente la voce. –Perché non potete lasciarci in pace e basta? Non diamo fastidio a nessuno. Andate via o sparo. Siete voi i diavoli che venite di notte come dei ladri a prendervi…
La porta esplose letteralmente prima che potesse finire la frase. Volò in centinaia di schegge che si conficcarono nel muro e lo fecero indietreggiare di qualche passo, riparandosi istintivamente gli occhi senza poter sparare. Quando li riaprì, cinque o sei uomini armati avevano già fatto irruzione in casa. Senza dargli il tempo di riprendersi del tutto, uno di loro gli torse dolorosamente il braccio dietro la schiena facendogli mollare il fucile e immobilizzandolo, mentre gli altri perquisivano con aria professionale la stanza. –Ringrazia che non ti uccidiamo per le tue offese, cane. Avanti, dove sono i tuoi figli? Falli uscire subito.
–Ahrrrrr… ve l'ho detto… sono troppo piccoli… non sono quello che cercate…
–Smetti di mentire. Abbiamo controllato. Hai un maschio di otto anni e uno di undici. Li hai nascosti perché non li trovassimo, giusto? Hai commesso peccato contro la santa armata di liberazione. Ora ci dirai dove.– Avevano strappato la tenda, e bloccato in un angolo la donna che cercava di fuggire con i due bimbi, piazzando a tutti e tre le spade sotto la gola. Intanto strappavano i mobili dalle pareti, frugando in qualsiasi posto potesse sembrare un nascondiglio, scuotendo la testa ad ogni fallimento. –A meno che tu non voglia perdere anche il resto della tua famiglia.
Il contadino vide con occhi folli l'espressione implorante e terrorizzata della moglie e dei figli, sentì i loro mugolii sottovoce. Il più piccino piangeva senza rumore. –A… abbiate pietà… perché i bambini?… Se vi servono soldati, perché prendere i bambini? Sono degli innocenti… non sanno combattere…
–Impareranno. Tu pensi forse di esserne in grado? Fai pena. Non cercare di contestare la volontà del popolo. Non riuscireste a capirla.
–Signore. Abbiamo trovato qualcosa.– Dietro una credenza e sotto una stuoia sul pavimento, un pannello di legno fissato da sbarre piatte sembrava l'ingresso a qualche ripostiglio nascosto. Il panico dei genitori confermò ai soldati di essere sulla strada giusta. La fragile protezione fu divelta di colpo. Sotto c'era qualcosa come una piccola cantina scavata per conservare il cibo d'inverno lontano dall'umidità… un cubo vuoto nella terra in cui due ragazzini con gli abiti impolverati, gli occhi spalancati, fissavano muti verso l'alto aggrappandosi l'uno all'altro.
Il padre ruggì e fece per slanciarsi verso di loro. La torsione si accentuò e un coltello fu puntato anche alla sua gola. Dovette inginocchiarsi. I bambini vennero afferrati per le braccia e tirati senza tanti complimenti fuori dal nascondiglio. –Dovresti ringraziarci. Stiamo dando ai tuoi figli l'occasione di diventare eroi della patria. Nonostante tu abbia tentato d'ingannarci. Ti conviene pregare per la nostra vittoria, così forse potrai rivederli. E guai a te se denunci la cosa a qualcuno, o non avrai neanche questa speranza. Portateli al campo.
I fratellini, imprigionati dalle mani robuste piantate sulle loro spalle, tacevano ormai rassegnati. I più piccoli piangevano. L'uomo non poteva staccare gli occhi di dosso alle sue creature che stavano per essere sottratte per sempre ai suoi occhi. La madre, sentendosi dilaniata, si alzò in piedi con un urlo e uno scatto disperato, sorprendendo per un attimo i suoi sorveglianti. –NO! Non i miei…
La afferrarono in due, la schiacciarono contro il muro sollevandola da terra. –A quanto pare siete proprio testardi. Avete cresciuto anche le nostre nuove reclute col marciume della disobbedienza? Dobbiamo dar loro un esempio perché non abbiano l'idea di cercare di scappare?– Il cane di una pistola venne alzato. Padre e figli si unirono in un urlo disumano, all'unisono.
La pallottola partì.
La pallottola scomparve a mezz'aria.
I soldati caddero uno dopo l'altro in rapida successione come se fossero stati colpiti dal fulmine. Il comandante allibito non poté pronunciare una parola o un ordine prima di ritrovarsi attorniato da un vortice che gli si strinse contro finché al suo centro non si materializzò un pugno che lo fece volare di un paio di metri in aria e scontrare già svenuto contro il muro e il pavimento. Le armi erano a terra, innocue. La famiglia sbalordita vedeva il ritorno dei due stranieri e vedeva esaudite le sue preghiere di salvezza in un modo incredibile. Ma non sprecarono tempo a sbigottirsi. La madre afferrò i figli che aveva quasi perso, stringendoli convulsamente, e fu raggiunta un attimo dopo dal marito, ancora barcollante. Tutti piangevano di gioia e di sollievo.
–Era di questo che parlavate ieri sera, vero? Perché non ci avete detto tutto? Per fortuna pare che siamo arrivati in tempo.
–Grazie… grazie– balbettò il contadino andando loro incontro coi palmi aperti. –È stato il cielo a mandarvi. Noi…– Tacque, vergognandosi, distogliendo lo sguardo per riportarlo sulla sua famiglia. –Avevamo paura… già in molte case dei dintorni era successo questo… perciò li avevamo nascosti… la gente ha paura degli stranieri perché chiunque potrebbe essere dei loro. Ma io non potevo pensare che voi… e avevo ragione… non potremo mai ripagarvi. Come sapevate che…
–Abbiamo trovato delle informazioni. Per fortuna. Pensate di poter restare soli adesso? Magari rifugiatevi dai vostri vicini, e state in guardia per il resto della notte. C'è un appuntamento tra poco a cui non possiamo mancare.
I fari abbaglianti fendettero il buio oltre il sottobosco fitto che i soldati tagliavano coi machete, sgombrando la pista per il passaggio delle jeep. A passo d'uomo, i mezzi avanzarono uno dopo l'altro, tre auto cariche di armati più una camionetta su cui erano state caricate le gabbie viste nella tenda grande poche ore prima. Il comandante dell'avamposto governativo, sceso ad avanzare a piedi in testa al convoglio, si schermò nervosamente gli occhi con la mano all'avvicinarsi degli altri fari in direzione opposta. –Cercate di puntare quella roba da un'altra parte– esclamò, mentre alcuni mezzi coperti si fermavano nello spiazzo concordato poco davanti. –Già è abbastanza sgradevole doverci vedere così spesso senza che dimentichiate anche le regole dell'educazione.
Le luci si smorzarono, un paio di sportelli si aprirono lasciando uscire due uomini in costume lungo, i visi segnati e abbronzati dall'espressione dura. Avanzarono ad incontrarlo, senza dargli la mano. Erano molto più alti di lui, che piuttosto piccolo e magro faceva quasi una figura da nano al confronto. –Per noi la cosa non è più piacevole che per voi. Ma visto che bisogna farlo, almeno facciamolo più rapidamente possibile. Qui ne abbiamo venti. Voi quanti ne avete portati?
–Nessuno, per ora– ammise l'ufficiale, allargando le braccia e stringendosi nelle spalle. –Un paio di consegne non sono arrivate a destinazione, e non abbiamo potuto completare il carico. Non ci hanno mandato nulla dal castello oggi. Dovrete aspettare la prossima volta per i vostri rifornimenti.
–Questo non era nei patti. Allora neanche noi vi consegneremo nulla stanotte.
–Oh, fate pure!– rise comicamente l'ometto. –Tanto peggio per voi che dovrete consumare le vostre provviste per sfamarli, e se non erro ne avete già poche! E non potrete usarli per il vostro esercito! Se fossi al vostro posto ingoierei il rospo per stavolta e onorerei l'accordo, finché tiene. In fondo è per il bene di entrambe le parti. E non vogliamo che i nostri comuni fornitori storcano il naso, non è vero? Sarebbe peggio per tutti.
I due si scambiarono un'occhiata. Uno distolse lo sguardo sbuffando, l'altro, evidentemente malvolentieri, annuì con un grugnito. –E sia, allora. Ma se scopriamo che ci state ingannando…
–Oh, non sia mai! E perché dovremmo ingannare i nostri carissimi nemici?– Quel continuo tono ironico e melenso ricordava un allievo impertinente che sa di non poter essere punito, o un piccolo burocrate baldanzoso per i pezzi grossi che lo proteggono alle spalle. Faceva venire voglia di prenderlo a schiaffi. –Possiamo avere le nostre divergenze di vedute… ma in fondo sia noi che voi desideriamo un futuro migliore per il nostro paese.
A un gesto col braccio dei loro capi, gli uomini del convoglio di sinistra scoprirono una serie di casse accatastate sui camion, che presero a scaricare lentamente e meticolosamente, spingendole dall'altro lato dello spiazzo dove passavano nelle mani dell'esercito governativo. I soldati delle due parti lavoravano insieme, deponendo a terra le gabbie, aprendole e preparandole. Un paio di volte un collo oscillò in modo innaturale e fece per cadere, e i portatori dovettero compensare. Sembravano molto più pesanti di quanto ci si sarebbe aspettato dall'apparenza. Contemporaneamente i capi si scambiavano una serie di documenti che controllavano e firmavano a vicenda in duplice copia, tenendone una e restituendo l'altra alla controparte. Tutto molto burocratico e regolare, apparentemente.
–Metodi non troppo fini, i vostri. Almeno lasciategli un po' d'aria– scosse la testa con finto interesse l'ufficiale, apparentemente in vena di loquacità grazie alla piccola vittoria morale conquistata. –Oh, comunque ci penseremo noi a rimetterli in sesto. Senz'altro mangeranno meglio. Con le vostre idee sui frutti della terra e l'equa spartizione, chissà che robaccia avrete dato loro.
–Non sapete nulla di noi– ringhiò il più aggressivo dei due avversari, fulminandolo dall'alto in basso.
–E neanche m'interessa saperlo, se è per questo. Sappiamo tutti che nessuno è particolarmente contento di quest'accordo. Ma paradossalmente… sappiamo benissimo anche che è l'unico modo perché qualcuno possa vincere questa dannata guerra. Altrimenti continueremmo a spararci addosso e ucciderci per sempre e non gioverebbe a nessuno. Spopoleremmo soltanto il paese. E questo non lo vogliamo di certo. Purtroppo i governi che si sono succeduti finora ci hanno reso deboli. Invece così… ognuno fa quello che è più bravo a fare, le risorse vengono usate in modo razionale, e chi resterà in piedi poi potrà ricostruire le cose per bene. Poco importa se alla nostra maniera o alla vostra. Molto platonico, se capite la citazione… o siete anche contro l'istruzione scolastica?– Un nuovo sorriso tutto denti. –Se un giorno i nostri discendenti venissero a conoscenza di questa storia, saremmo tutti salutati come padri della patria. Ma purtroppo non accadrà. Oh, be', pazienza… io mi accontento anche di essere un salvatore nell'ombra.
–A proposito– ricordò flemmaticamente l'uomo alto più ragionevole –tra quelli che vi abbiamo portato stasera ce n'è anche uno dei vostri della volta scorsa. Non siamo riusciti a far molto con lui. Crediamo che vi siate sbagliati. Sta decisamente meglio dalla vostra.
–Un reso?– Gli occhi acquosi assunsero un'aria vagamente interessata. –Non era mai successo prima. Di chi si tratta?
Gli fu indicato laconicamente uno dei fogli del mazzo che stava firmando, il quale effettivamente recava diversi timbri e aveva l'aria più usata degli altri. Leggiucchiò muovendo lentamente le labbra. –Oh, sì, mi ricordo. Caso particolare, in effetti. Eravamo indecisi sul suo utilizzo, dopotutto era piuttosto in vista… ma d'altra parte nella situazione attuale non è molto diverso dagli altri. Comunque si è rivelato da subito un rompiscatole… ribelle e senza nessuna attitudine al comando né alla disciplina… su una cosa avete ragione, sapete? La classe in cui si nasce non significa niente.– Ghignò con tutti i suoi denti. –Avrei giurato che con la sua voglia di vendetta e il poco rispetto delle regole sarebbe stato benissimo con voi. Cos'è successo? Troppo intelligente per bersi la balla della liberazione dall'oppressore?
–Voi SIETE oppressori e ci libereremo di voi. In ogni modo… non vuol saperne di obbedire. A nessuno. Né di combattere. Quindi non sappiamo che farcene. Abbiamo sprecato fin troppo tempo e frustate.
–Andiamo. Sappiamo benissimo, io e voi, che quello che volete veramente è COMANDARE, non liberare il popolo. Questa gente vi serve… come serve a noi… perché altrimenti non avreste nessuno da comandare. Né soldati da mandare a morire al posto vostro. La sola differenza è che io sono abbastanza sincero da ammetterlo.– Sputò educatamente in un piattino metallico portogli a un cenno da un attendente. –È così per tutti. In tutto il mondo. C'è chi si nasconde dietro belle parole e promesse per darsi un contegno. C'è chi ci crede pure. Ma in fondo nessuno è migliore degli altri. Tutti cercano solo il proprio vantaggio… soldati, governanti, persone comuni. E tutti non esiterebbero a saltare alla gola del proprio vicino se questo fosse nel loro interesse. L'uomo è fatto così. Una belva nascosta sotto una patina di civiltà. Per questo è così facile addestrarlo, soprattutto quand'è giovane e malleabile… convincerlo che un'idea è giusta e poi buttarlo in campo. Perché in fondo VUOLE uccidere. E non vuole pensare al perché lo fa. O almeno quasi sempre.– Riesaminò il documento, dubbioso. –Raramente ci capita un tipo così… troppo testardo per il suo stesso bene. A quanto pare è uno che pensa da solo e vuole continuare a pensare da solo. Se fosse adulto, potrebbe essere uno di noi. Peccato che invece gli sia toccato avere l'età sbagliata. L'indipendenza può essere concessa solo a chi sa cosa farsene.– Avvicino il foglio a una candela e lo incendiò, guardandolo bruciare con interesse. –Purtroppo non ci serve più di quanto serva a voi. Un soldato che non sa obbedire è un rischio per tutti. A questo punto, direi che possiamo disfarcene. Il fatto che sia di una famiglia importante giocherà solo a nostro favore. Sarà data la notizia della sua tragica fine e servirà ad accendere ancora di più gli animi della nazione… ci resta solo da decidere… ve la prendete voi la colpa o fingiamo un malaugurato incidente?
–Oppure potreste arrendervi– esclamò d'improvviso dalle ombre una voce calma e controllata, ma a stento. –E liberarli tutti senza costringerci a farvi del male.
I presenti nella radura sobbalzarono, portando le mani alle armi. Le pistole sguainate, le due figure avanzavano lentamente dal margine del bosco. Due soldati che portavano una cassa la fecero cadere frettolosamente per imbracciare i loro fucili. Colpendo il suolo, emise un gemito– e le dita pallide di una mano sbucarono tra due tavole sconnesse. La mano di un bambino.
–Amici vostri?– chiese il primo uomo alto, gli occhi saettanti tra l'avversario complice e i nuovi arrivati.
–Non più vostri che nostri, presumo– replicò l'ometto. –Ve lo chiederei anch'io se non avessi letto la descrizione proprio oggi. Sicché sono quelli che hanno interrotto l'ultima spedizione, eh? Mi chiedo solo… chi li ha pagati per questo? Lo sapete, egregi signore e signorina… che siete soli contro cinquanta soldati? E che avete violato uno strettissimo segreto militare, per cui non potremo assolutamente lasciarvi andar via vivi di qui?
Le gabbie sulle camionette avevano rivelato la loro funzione. Erano piene di bambini. Bruni, abbronzati, taciturni, gli occhi vivissimi nei volti resi minuscoli dallo spavento e dalle lacrime, si aggrappavano alle sbarre senza neanche lamentarsi, vestiti di abitini stracciati, alcuni con segni di lividi sulle braccia e sul viso. Militari e terroristi li stavano travasando da una prigione all'altra con malagrazia, come merci da scambiare.
–Non fateci arrabbiare più di quanto già siamo. E vi assicuro che lo siamo PARECCHIO.– Gli occhi che si posavano su di loro erano duri come macigni. –Lasciateli qui, consegnateci le armi e andatevene. Altrimenti vi GIURO che sarà peggio… MOLTO peggio per voi.
Qualcuno nelle ultime file parve accorgersi che nonostante le apparenze quei due non stavano scherzando. E che dalla loro espressione… sembravano davvero MOLTO più pericolosi che a prima vista. Ma solo in pochi ebbero l'intelligenza di esitare. L'ufficiale spianò la propria pistola con un risolino. Subito fu imitato dagli altri, di entrambe le parti. Secchi scatti risuonarono in cerchio circondandoli nella radura.
Subito dopo, dovettero accorgersi che avrebbero fatto meglio a dar loro ascolto.
I più furono disarmati ancor prima che potessero rendersi conto di quello che stava succedendo, e presero la fuga tra gli alberi gridando, nonostante gli urli dei superiori li richiamassero. Una decina, spinti gli uni contro gli altri da un vento incontrollabile, persero l'equilibrio e finirono in un mucchio scomposto a terra, dove vennero neutralizzati. Quelli che tentarono più valorosamente di opporre resistenza ottennero di avere le teste sbattute una contro l'altra e afflosciarsi non tanto valorosamente al suolo. Altri avevano fatto un giro da dietro per colpire alle spalle e lo storditore li centrò uno dopo l'altro in riga con precisione perfetta. Nello spiazzo rapidamente spopolato rimanevano solo i due nuovi arrivati e i tre capi. Che si affrettarono a buttare le armi e alzare le mani.
–Immagino che non ci lascerete andare tanto facilmente, giusto?– esclamò l'ometto a denti stretti, in un tentativo in extremis di essere ironico.
Il ragazzo non rispose. Si avvicinò semplicemente tenendoli sotto tiro, l'espressione del viso ancora rigida. Un cenno. La sua compagna assentì e corse ad aprire le gabbie una dopo l'altra lasciando uscire i piccoli prigionieri. Molti si precipitarono fuori con un urlo e bisognò trattenerli perché non andassero a perdersi nel bosco. Altri, deboli, terrorizzati, si rannicchiarono sul fondo senza osare muoversi, credendo a chissà quale altro trucco o tortura.
–Non abbiate paura… venite… vi riporteremo tutti a casa… Victor!… Victor Beaumont!… Sei qui?… Se ci sei rispondi!
–Questa doveva essere una consegna dai terroristi all'esercito. Però, da come parlavano…– Lui si piegò su un ginocchio, senza perdere di vista i tre, e raccolse il documento mezzo bruciato dal comandante che era finito per terra. –Quello che volevano eliminare… Non si legge il nome…
–Sono… qui…– si sentì in quel momento una vocina quasi impercettibile. –Sono qui… aiuto… mamma?…
Proveniva da una scatola metallica, scura, chiusa da ogni parte, in fondo al camion. Solo alcuni stretti forellini per respirare erano stati praticati sotto il coperchio. Lei lo fece saltare con una scarica. Il ragazzino, magro, spettinato, aprì di colpo col suo aiuto saltando in piedi e tornò ad afflosciarsi quasi subito sulle gambe che non lo reggevano dopo tanti giorni di prigionia, tossendo alla quasi insopportabile aria fresca. Lo sostenne abbracciandolo. La somiglianza con Annie era evidente nonostante gli stenti che doveva aver patito. Gli sguardi si incontrarono.
–Abbiamo avuto fortuna. Ma qui non abbiamo ancora finito.– Lui si rivolse agli uomini, con voce severa. –Ci sono ancora quelli dentro il castello, vero? Bene. Ci aiuterete ad entrarci stanotte stessa. E già che ci siamo risponderete alle nostre domande. Anche se ormai credo di aver capito più o meno tutto.
