Capitolo 9.
Quantico, Virginia
Erano seduti intorno ad un tavolo ognuno guardando il proprio caffè. Hope era nervosa, si rendeva conto di aver esaurito tutto il suo coraggio nel parco, quando aveva chiamato a gran voce Spencer. Sembrava che nessuno di loro volesse rompere il silenzio e l'atmosfera si stava facendo pesante.
Reid, dal canto suo, aveva sperato che Fanny disertasse l'invito e Morgan trovasse una scusa per defilarsi in modo da lasciarlo solo con la ragazza mora. Invece, quest'ultima, con il suo gesto di prendere la cugina sottobraccio aveva mandato il chiaro segnale che non voleva rimanere sola con lui. Corrugò la fronte, cercando di capire il comportamento di Hope. Era stata lei ad attirare la sua attenzione, segno evidente che non voleva evitarlo, però ora non voleva rimanere sola con lui. Decisamente non riusciva a capire le donne.
Fanny malediceva l'intraprendenza improvvisa della sua piccola "fragolina", il topino timido che di solito bisognava trascinare mentre puntava i piedi inventando mille scuse. Da quando attirava l'attenzione di un ragazzo in modo così sfacciato? Non aveva mai seguito i suoi consigli ed ora sembrava intenzionata a cambiare il suo atteggiamento. Possibile che quel ragazzo le piacesse così tanto? Da quello che aveva capito del racconto fattole quel pomeriggio, non si frequentavano da molto… eppure Hope aveva fatto violenza a se stessa pur di trascinarla in quello Starbucks per stare con lui.
Morgan, invece, continuava a guardarsi intorno con fare circospetto. Aveva pensato di fare un favore al suo amico, presentarsi alla ragazza che era riuscita a turbare in quel modo il giovane genio, magari tirare fuori un paio di battute pungenti per il gusto di vederli arrossire entrambi e poi tornare alla sua fuga dalla vicina di casa. Purtroppo aveva scoperto a sue spese che non era così facile. A quanto sembrava il destino ce l'aveva con lui! Di tutte le ragazze di Washington e dintorni, Spencer si era preso una cotta per la cugina della "sua" rossa ed ora si trovava a fare i conti con quello che gli si agitava dentro quando guardava Fanny.
Hope batteva nervosa le dita sul ripiano del tavolo, meditando che se non ci fosse stata tutta quella gente avrebbe ricominciato a sbatterci sopra la testa come a casa di sua cugina. Doveva trovare un argomento di conversazione ed anche in fretta, viste le occhiate di disapprovazione che le stava lanciando Fanny. Qualcosa che coinvolgesse tutti loro e che magari la potesse aiutare a focalizzare la sua attenzione su Spencer, senza arrossire per essere stata sorpresa ad osservarlo di sottecchi. Ma cosa poteva dire? Lei era solo un bibliotecaria… non poteva mica tirare in ballo un libro, avrebbe fatto la figura della stupida. Non aveva un lavoro interessante come quello di sua cugina. La sua mente fece il collegamento. Lavoro interessante, Fanny aveva detto che Derek lavorava per l'F.B.I., ma non poteva essere sicura che anche Spencer fosse un agente federale. Aveva una scusa per intavolare un discorso.
- Come mai voi due vi conoscete? – chiese cercando di assumere l'aria più innocente che le riusciva.
I due ragazzi alzarono le teste di scatto, cercando di capire a chi si riferisse la mora. Poi notando lo sguardo che andava dall'uno all'altro, si guardarono un attimo interdetti.
- Siamo colleghi – precisò Reid.
- E che lavoro fate di bello? – chiese la ragazza sperando di portare avanti quella miseria che nessuno avrebbe chiamato "conversazione".
- Siamo agenti federali – rispose Derek aggrottando le sopracciglia – Il genio qui, non ti ha detto il suo lavoro?
- Non abbiamo affrontato l'argomento – rispose Spencer nascondendo il proprio imbarazzo sorseggiando il caffè – Lavoriamo per l'F.B.I., Unità Analisi Comportamentale.
- Sono come Clarice Starling de "Il silenzio degli Innocenti" – finalmente anche Fanny partecipava, anche se in minima parte – Mi hai detto di aver letto il libro.
- Ti correggo – rispose Hope con un sorriso – I libri, visto che in tutto sono quattro. Harris è molto bravo, uno dei miei scrittori contemporanei preferiti.
- Ti piacciono i libri che parlano degli S.I.? – chiese Spencer contrariato.
- S.I.? – le ragazze si guardarono interdette.
- Soggetto Ignoto – spiegò Derek – E' così che chiamiamo gli uomini a cui diamo la caccia.
Le due ragazze si girarono verso di lui sbattendo le palpebre.
- E come fate a capire di quale soggetto ignoto parlate? Non è più facile chiamarli con i loro soprannomi? – Fanny finalmente fissava interessata Morgan.
- Preferiamo di no. Non vogliamo dare loro troppa importanza, non usiamo i soprannomi che coniano i giornalisti.
- Anche perché spesso sono forvianti – aggiunse Reid annuendo – Pensate a John Wayne Gacy, soprannominato il "pagliaccio assassino". Gacy non indossava il suo costume durante gli omicidi, ma visto che faceva il clown nel reparto pediatrico dell'ospedale di zona come volontario, i giornalisti coniarono quel soprannome.
- O, ancora, Richard Leonard Kuklinski, meglio noto come Iceman. Il ghiaccio nei suoi omicidi non è mai entrato. Uccideva con il veleno, a mani nude, con le pistole… persino con armi bianche o di fortuna. Un tipo piuttosto particolare, non aveva un vero e proprio modus operandi. Ma credo sia normale per un killer della mafia – soggiunse Morgan.
- E allora perché l'hanno soprannominato così? – Hope si rivolse direttamente a Reid che sembrava imbarazzato da quel "fuori programma".
- Beh, l'omicidio per cui fu scoperto. Aveva ucciso un suo "socio" in affari e poi aveva congelato il corpo per far credere che l'uomo fosse morto molto tempo dopo il suo reale decesso – spiegò il giovane genio – Forse è meglio cambiare argomento, non è una cosa adatta a delle ragazze.
- Figurati – disse Fanny sorridendo – Nel mio lavoro vedo anche di peggio. Per esempio, l'altro giorno…
- Ti prego, non cominciare a parlare di corpi sventrati e di teste fracassate – Hope rabbrividì, conscia del tipo di argomenti che la cugina avrebbe tirato fuori.
- Che genere di lavoro fai? – chiese Reid scrutando la ragazza.
- Anatomo-patologa – rispose decisa – Tu non ti ricordi di me, ma io ti avevo già visto.
- Dove?
- All'obitorio, durante quel caso delle prostitute uccise – rispose la rossa con aria indifferente.
- Te ne sei occupata tu? – Morgan la squadrava, cercando di ricordare.
- No, figurati – rispose lei con una smorfia – Il mio capo non si lascerebbe mai scappare un caso che può finire sui giornali… viene particolarmente bene nelle foto che gli scattano davanti al tribunale.
- Sembra che tu disapprovi – Hope guardava sua cugina, chiedendosi dove stesse andando a parare.
- Hai ragione, non approvo. Quando mi occupo di un'autopsia cerco di concentrarmi totalmente su quello che devo fare, non mi metto a scegliere i casi in base alla notorietà che mi possono portare. Lo trovo eticamente scorretto.
- Wow! Abbiamo una donna di sani principi qui – scherzò Derek.
- Puoi dirlo forte, biscottino. Va bene che non possiamo ucciderli di nuovo, ma bisogna trattarli con rispetto i nostri pazienti.
- E' la prima volta che ti sento parlare del tuo lavoro – ammise il ragazzo moro.
- Preferisco non parlarne fuori dall'ufficio – ammise la rossa tornando a distogliere lo sguardo – Quando non sono a lavoro preferisco concentrarmi solo sulle cose belle.
- Sai, mi ricordi tanto… - cominciò Reid.
- Garcia – finì per lui Morgan – Credo di avertelo già detto una volta io, vero?
- Dovrò incontrare questa donna prima o poi – rispose lei divertita – Se mi somiglia così tanto, deve essere una persona eccezionale.
- Così parlo Miss modestia – la prese in giro Hope.
- Fragolina, modestia non fa parte del mio vocabolario… e sinceramente dovrebbe uscire anche dal tuo – la ammonì la rossa agitando un dito – Tu e la tua fissa di passare sempre per quella ragazza insignificante che invece non sei.
- Io non faccio un lavoro interessante come i vostri – rispose la mora abbassando lo sguardo – Sono solo un'assistente bibliotecaria.
- Che ha vinto una borsa di studio per la Georgetown, che era la prima della sua classe alle superiori e che ha vinto per ben tre anni di fila il concorso scientifico della contea - ricapitolò Fanny – L'unica della famiglia con abbastanza sala in zucca da non voler tornare a Stanley.
- Tornare a fare che? – chiese Hope.
- Appunto – concluse Fanny afferrando il cellulare che aveva preso a vibrare – Sono reperibile… Devo lasciarvi…
- Ok, andiamo – Hope si lasciò scappare un grosso sospiro.
- Perché ti devi rovinare la domenica anche tu? – chiese l'altra – Io tanto devo andare solo a prendere la macchina e poi catapultarmi all'indirizzo che mi hanno trasmesso… puoi rimanere qui con loro.
Morgan guardò Spencer che gli fece un gesto con il capo, era decisamente ora che si eclissasse prima che il giovane genio si svitasse la testa cercando di mandarlo via. Si girò verso Fanny sorridendo, se voleva continuare ad averla come amica doveva superare l'imbarazzo che ancora percepiva fra di loro. Si alzò a sua volta e porse la mano a Hope.
- Vado anch'io, il cane deve fare la passeggiata. E' stato un vero piacere, Hope, spero di rivederti. Visto che andiamo nello stesso posto… - guardò Fanny con occhi imploranti.
- Certo, biscottino – disse lei con il suo sorriso pieno di fossette – E' stato un vero piacere, Spencer. Ci vediamo presto.
I due uscirono da locale di gran carriera, come se tutti e due avesse un impegno che non poteva attendere. Dietro di loro lasciarono due ragazzi che continuavano a guardarsi arrossendo. Era giunto il momento di parlare…
Continua…
