CAPITOLO 10
Quando aprì gli occhi era come un neonato appena venuto al mondo, una nuova vita troppo giovane per acquisire coscienza di sé e di ciò che la circonda; poi, lentamente, la consapevolezza si fece strada nella nebbia, riconobbe, lungo il suo cammino per tornare alla luce, il proprio nome, riacquisì il senso del proprio ruolo nel mondo.
"Shun di Andromeda… sacro guerriero di Athena…"
Parole deboli e roche, le prime parole di un cucciolo incerto e smarrito… come ogni volta… ogni momento in cui superava una crisi era come rinascere e ogni volta mancava qualcosa, per quanto lui si aggrappasse, con la disperata forza data dall'autoconservazione, ad ogni certezza, anche ripetendo tra sé una singola frase, come l'ossessione di un folle.
"Arriverà il giorno in cui non ricorderò neanche chi sia Athena e cosa significhi il termine sacro guerriero o saint… poi non saprò più parlare e non sarò in grado di ritrovare il mio nome… diventerò una larva, costretta a dipendere dagli altri per ogni funzione vitale… e non sarò più consapevole di esistere…"
Rimanendo sdraiato, gli occhi socchiusi fissi al soffitto, sollevò un braccio e se lo portò alla fronte, cercando di concentrarsi per ricondurre in superficie qualche ricordo degli ultimi eventi; in successivi quanto fugaci stralci di memoria, rivide se stesso in bagno… la doccia… nient'altro…
Si era risvegliato nel suo letto, nudo, senza pigiama ma caldo: i suoi fratelli dovevano avercelo portato dopo aver assistito, impotenti, all'ennesima crisi. Chiuse un attimo gli occhi e ingoiò un singhiozzo; cosa avrebbe fatto se non ci fossero stati loro? Mai era stato così stretto e profondo il sentimento che li univa… tutti e cinque.
E' così bello,si trovò a pensare, se solo io stessi bene tutto sarebbe perfetto… vorrei stare bene e aiutarli ad essere sereni.
Con un doloroso gemito premette le mani sugli occhi, per reprimere l'ondata di lacrime che minacciava di sopraffarlo ma, subito dopo, si alzò in una mossa rabbiosa: piangendo non avrebbe risolto nulla, non avrebbe aiutato gli altri, né se stesso. Spostò nervosamente le coperte e mise i piedi a terra: non voleva autocommiserarsi, una tale umiliazione non l'avrebbe sopportata.
"Conserverò intatta la mia dignità fino all'ultimo istante!" sibilò con una smorfia d'ira feroce.
Guardò l'orologio: l'ora di pranzo era passata da un pezzo.
"Certo non affronterò la cosa stando a poltrire tutto il giorno" proseguì il suo sussurrato monologo "neanche se mi riducessero in fin di vita accetterei di farlo!"
Afferrò la maglietta verde appoggiata alla spalliera della sedia dalla quale Ikki-Niisan gli dava il buongiorno ogni mattina e cominciò a rivestirsi, completando il tutto con l'immancabile salopette bianca; amava abbigliarsi in quel modo che accentuava la sua aria un po' infantile, non sapeva spiegarsene il motivo, semplicemente si sentiva a proprio agio in quei panni. Si trattava forse di un rassicurante legame con un'infanzia che non gli era mai stato concesso di vivere? Del suo inconfessato desiderio di impossessarsi di un'esistenza felice, per tornare bambino e restarlo per sempre? Le sue labbra si incresparono e lui si lasciò sfuggire un'amara risatina sotto i baffi:
"Ma sentitelo il sacro guerriero di Andromeda" mormorò tra i denti, facendo seguire alla risata una nuova smorfia di disappunto "Un patetico bambino… bisognoso di essere bambino per sempre… farei invidia a Peter Pan!"
Si aggiustò le bretelle, rivolgendo un ultimo rimprovero alla propria persona:
"Niente autocommiserazione, ho promesso!"
Si pettinò rapidamente, senza servirsi dello specchio; non comprendeva da cosa gli venisse quella riluttanza ad avvicinarsi ad esso, ma si strinse nelle spalle ed accantonò risolutamente ogni contorta riflessione che la propria mente avrebbe partorito se le avesse lasciato carta bianca.
"Oggi voglio vivere!" esclamò dirigendosi, a passo sicuro, verso l'uscio della stanza.
Ma, proprio mentre stava per mettere la mano sulla maniglia con l'intento di aprire la porta, questa si spalancò dall'esterno, come se fosse improvvisamente esplosa e due cicloni, uno bruno e l'altro biondo, si precipitarono alla stregua di schegge impazzite oltre la soglia. Shun sussultò e, smarrito, indietreggiò fulmineamente fino a sedersi sul letto, ma subito dopo si diede dello stupido, maledicendo i propri nervi tesi all'inverosimile; le due presunte minacce non erano, infatti, altri che Seiya e Hyoga, probabilmente giunti a sincerarsi delle condizioni in cui versava il fratellino.
Il santo di Andromeda sorrise in seguito alla loro plateale entrata in scena, mascherando in tal modo il precedente ed effimero moto di spavento; i due ragazzi si fermarono ad osservarlo, visibilmente compiaciuti di averlo trovato in piedi e in quell'atteggiamento tutto sommato positivo.
"Hey, sembra che stai molto meglio!" esclamò gaiamente Seiya mentre Hyoga, alle sue spalle, teneva gli occhi fissi su Shun e lo scrutava con affetto sincero e palpabile.
L'interpellato annuì e distolse timidamente lo sguardo da quelle iridi azzurre nelle quali credeva di affogare per l'emozione che gli davano:
"Che mi è successo questa volta? Vi faccio sempre preoccupare…"
Seiya strinse per un istante le labbra ma ritrovò subito dopo il proprio solare sorriso da folletto e, in un balzo, andò a sedersi sul letto accanto a Shun, gli afferrò il collo, lo attirò verso di sé fino a fargli posare la testa sul suo grembo e gli scompigliò energicamente i capelli; non si decideva a mollare la presa, costringendo il ragazzino a quel trattamento forzato, nonostante le concitate proteste della vittima.
"Sei un autentico sciocchino, piccolo Andromeda!"
Le ribellioni di Shun si fecero più audaci, tanto che riuscì ad afferrare i polsi del compagno e a muoversi quel tanto che bastò per incontrare il ghigno furbesco di Pegasus e ricambiarlo:
"Piccolo a chi? Devo ricordarti chi è il più piccolo tra i santi di Athena?"
Seiya riprese il sopravvento senza troppa difficoltà e lo rovesciò prono sul materasso:
"Tanto non si nota, sembrerai sempre il più piccolo di tutti!"
Intervenne Hyoga, con quel tocco di impareggiabile sarcasmo che sapeva rispolverare senza troppa difficoltà allorché si presentava l'occasione di punzecchiare il più monello dei suoi fratellini:
"Forse finché non apri bocca, altrimenti non si direbbe proprio che sia tu il più maturo tra i due."
Il ragazzino si irrigidì e gli occorse qualche frazione di secondo per cogliere il pungente scherno del compagno; poi afferrò un cuscino e lo scagliò contro Hyoga con una buona dose dell'energia racchiusa nel suo corpo di sacro guerriero bambino:
"Come osi, papero mal riuscito?!"
Dopo aver preso il proiettile improvvisato in pieno viso senza poterlo evitare, il santo del Cigno si gettò, con un ruggito, sul compagno più giovane:
"Questa me la paghi, sottospecie di somaro con le ali!"
Shun si ritrovò in mezzo alla lotta, schiacciato sotto ai due contendenti e ridendo gioiosamente alla serie di epiteti sempre più fantasiosi che i due continuarono a scambiarsi negli istanti successivi.
"Hey, io non c'entro nulla!" gemette senza interrompere le proprie risate, allorché un gomito di Hyoga andò a piantarsi, inavvertitamente e senza troppa grazia, contro il suo sterno; nel frattempo tentava vanamente di sgusciare via dal groviglio di gambe e braccia nel quale era stato intrappolato suo malgrado.
Evidentemente richiamati dal baccano, Shiryu ed Ikki varcarono la soglia della stanza e il santo di Phoenix, dopo aver gettato una rapida occhiata a ciò che stava accadendo, si diresse a passo sostenuto verso la mischia quindi, afferrati i due lottatori per i colletti, li strattonò, separandoli a viva forza:
"La vogliamo smettere di fare gli infanti?"
Si impegnò per rendere severa la propria voce, ma non gli fu possibile trattenere del tutto l'ilarità che si era impadronita di lui.
"Ma chi ti credi di essere?" sbottarono i due in coro, quasi ad una sola voce, divincolandosi e strappandosi violentemente alla morsa coriacea delle mani di Ikki.
"Il vostro fratello maggiore" rispose il ragazzo più grande in tutta semplicità "e ho il dovere di proteggere da due vandali come voi il mio fratellino prediletto!"
Come a rimarcare le ultime parole, strinse le dita intorno al polso di Shun e lo fece alzare, attirandolo a sé; ogni sfumatura del suo atteggiamento sembrava studiata appositamente per trasmettere agli altri un messaggio ben chiaro: è mia proprietà assoluta e guai a chi osasse metterlo in dubbio!
Shun non commentò nulla ma arrossì, lo sguardo basso e timido seppur ravvivato da un sorriso di umile e imbarazzato compiacimento.
"Patetico geloso!" brontolò Hyoga, storcendo le labbra e incrociando le braccia sul petto, mentre Seiya si esibiva in un'espressiva linguaccia in direzione di Ikki, più efficace di qualsiasi risposta verbale.
Dal canto suo, Shiryu osservava la scena, troppo superiore e riflessivo per unirsi a quei lazzi ma senza riuscire a trattenere una risata sotto i baffi che si accentuò allorché Ikki proseguì con la propria ridicola predica:
"E fareste meglio a non dimenticare chi è il fratello maggiore in questa casa!"
Il santo di Phoenix si voltò, proprio mentre Shiryu si stava portando una mano alla bocca per non lasciare via libera ad un'esplosione di ilarità troppo plateale. Ikki si avvicinò a lui e gli posò un dito sulla fronte, premendo fin quasi a spingerlo indietro:
"E tu non fare troppo il presuntuoso solo perché qui dentro hai un po' più sale in zucca degli altri, sono fratello maggiore anche per te!"
"Non ho detto nulla" si schernì Shiryu, imbastendo tuttavia la propria autodifesa con un sorriso vagamente canzonatorio di finta innocenza, al quale Ikki rispose con un altro sorriso e una strizzata d'occhio. L'attimo dopo si rimpossessò del polso di Shun e, trascinandoselo dietro, rivolse un saluto generale ai presenti aggiungendo:
"Porto il mio fratellino prediletto al sicuro, lontano da questo branco di pazzi!"
I tre rimasti nella stanza si scambiarono un'occhiata perplessa.
"Ikki è davvero cambiato" osservò Hyoga, il primo a rompere quel silenzio che aveva appesantito un po' l'atmosfera dopo la precedente esplosione di gioia collettiva; Shiryu incrociò le braccia sul petto e chiuse gli occhi, chinando lievemente il capo, atteggiamento che gli era tipico ogni qualvolta aveva la necessità di immergersi in una riflessione profonda:
"Io credo che questo valga un po' per tutti noi; ci siamo sempre amati immensamente, ma adesso…"
Non trovò le parole necessarie per proseguire ma i compagni compresero; Seiya annuì, il volto basso e lo sguardo serio ed adulto che sapeva assumere quando l'atmosfera intorno a lui lo richiedeva.
"E' vero" confermò, la voce un po' incerta e tremula "abbiamo condiviso troppo, assistito e preso parte ad eventi impensabili per chiunque… non possiamo considerarci semplicemente amici, né fratelli. C'è qualcosa di più… al di fuori di noi cinque saremmo unicamente delle persone tristi e sole, nessuno potrebbe comprenderci meglio di quanto ci capiamo tra noi; mi basta scambiare uno sguardo con voi per leggervi dentro, per intravedere ogni singola sfaccettatura del vostro animo, per prevedere anche le vostre intenzioni."
"In fondo abbiamo condiviso anche la morte" mormorò Hyoga, con un brivido e il tono di chi, di fronte a una realtà quasi impronunciabile, cade preda di un sacro timore reverenziale "Quali fratelli al mondo possono sostenere di aver fatto altrettanto?"
"Non so risponderti Hyoga; tutto quel che posso dire è che non potrei vivere in alcun posto se non ci foste anche voi al mio fianco."
Seiya sollevò i grandi occhi d'ambra su Shiryu, nell'espressione più fanciullesca e disarmante che potesse mostrare il suo volto tondo ed abbronzato e il ragazzo più grande non poté che ricambiare teneramente quell'occhiata che da sempre esercitava su di lui un bizzarro potere e un fortissimo ascendente:
"Per me è lo stesso, per questo ho deciso di non tornare a Goro-Ho, per quanto sia legato a quei luoghi e ho chiesto a Shunrey di venire a Tokyo, perché non sia costretta a vivere da sola lassù. Mi recherò spesso a visitare le mie montagne, ma la mia casa sarà questa, senza di voi non posso stare."
Seiya e Hyoga si scambiarono un sorriso, mentre Shiryu si avvicinava a loro, andando a sedersi sul letto, per poi tendere le braccia e attirarli contro il proprio petto. I due fratelli ricambiarono l'abbraccio e si tennero tutti e tre stretti a lungo, in silenzio, richiamando i propri cosmi in una perfetta fusione delle loro singole volontà, li lasciarono librare intorno a loro, rassicuranti e docili, amalgamandoli in un'unica, luminosa energia che li sfiorò come un'avvolgente carezza.
