Passarono le settimane. La vita tornò a muoversi secondo abitudini e modelli prestabiliti, dando a Kate la certezza tranquilla della sua routine consolidata.
Andava al lavoro, ci stava più di quanto fosse salutare per lei e per chiunque, e poi tornava a casa.
Basta uscite imprevedibili che la lasciavano scossa e frastornata. Meglio cento giorni da pecora sana di mente, si era detta e ripetuta infinite volte.
Era la vita che si era scelta. Andava benissimo anche il monastero, se le garantiva pace e nessun crampo allo stomaco.
Lei non era fatta così.
Era stata bene, si era divertita, ma non era adatta a quel tipo di routine sfavillante e sregolata. Non faceva per lei, grazie.
Avrebbe riposto l'esperienza sotto l'etichetta "Follie che si compiono una volta sola".
Non era così facile, però, sottrarsi totalmente alla presenza, se pur virtuale, di Richard Castle. Apriva il giornale di nascosto e se lo trovava davanti, più spesso di quanto le facesse piacere.
La prima volta che l'aveva visto abbracciato a un'altra donna (non un'altra– si era corretta - una donna e basta) si era sentita gelare sul marciapiede. Aveva chiuso il quotidiano con il cuore che le batteva forte e si era vergognata di se stessa per aver ceduto alla tentazione di dare una sbirciata, e per la speranza che albergava dentro di lei di essere stata diversa, non un altro anello di una lunga catena.
Si era risolutamente detta che era giusto così. Che era quello che aveva voluto anche lei, archiviare l'esperienza e non ripeterla mai più.
Lui non le doveva niente. Non l'aveva nemmeno cercata.
Era pur vero che sarebbe stato più facile per lei rintracciarlo. Bastava informarsi su dove avrebbe presentato il suo libro in città e farsi viva.
Mischiarsi alla ressa che di solito affollava le librerie in cui era prevista la sua presenza, guardarlo di nascosto, senza bisogno di avvicinarsi e incontrarlo.
Non avrebbe retto all'idea di essere una fan qualunque di cui lui si ricordava a malapena. Non avrebbe sopportato di dovergli ricordare dove si fossero già incontrati.
Inoltre, non voleva vederlo. Era quello che aveva deciso il giorno dopo il loro "breve interludio".
Non aveva spazio nella sua vita per uno scrittore famoso con uno stile di vita completamente diverso dal suo. Inoltre, in quale secolo viveva per porsi la questione di voler rivedere un uomo con cui era stata per una sera? Era una donna adulta. Lo sapeva come funzionavano le cose.
Se lo diceva e ripeteva in un'eterna litania di considerazioni assennate e ragionamenti irreprensibili, mentre premeva ancora una volta la rotellina per aggiornare l'elenco delle e-mail ricevute, sperando segretamente che, a sorpresa, in qualsiasi modo, lui l'avrebbe contattata.
Era così difficile avere la sua e-mail istituzionale? Era un ufficiale pubblico. Doveva essere reperibile per i cittadini che proteggeva, si diceva allo specchio la mattina infilandosi la collana al collo, prima di farla scomparire sotto la camicia.
Usciva e non ci pensava più. Tranne in momenti inaspettati, quando il profilo di un uomo la faceva sobbalzare o il taglio perfetto di una giacca le ricordava la sua offerta di non farle rovinare il vestito.
Con il tempo il suo tumulto interiore era andato scemando. Il trambusto emotivo, così vivo e ingestibile all'inizio, era sbiadito, diventando solo una macchia opaca sullo sfondo.
Se ne era liberata piano piano, tornando padrona dei suoi pensieri e della sua vita. Noiosa, ma sua.
Era stata una settimana pesante. Avevano tra le mani un caso incomprensibile. Era rimasta sveglia intere notti a pensarci, completamente assorbita dal cercare di dare un senso a indizi che non ne avevano. La tensione in ufficio era palpabile. I giornali facevano pressione, loro non avevano risposte, perfino il sindaco era intervenuto chiedendo una soluzione rapida. Più facile a dirsi che a farsi.
Kate si dibatteva tra richieste, pretese, cercando di mantenersi concentrata, desiderando un week end alle terme, con il telefono spento e la batteria staccata per non farsi rintracciare.
Quel giorno era sembrato che la soluzione fosse vicina, si erano meticolosamente preparati e avevano fatto irruzione in un edificio, dove però non avevano trovato nessuno. Chiunque si trovasse al suo interno era riuscito a scappare, avvisato forse da qualcuno che stava facendo il doppio gioco.
Kate era ai minimi storici del suo spirito di sopportazione, calma, pazienza e forma fisica, mentre tornava in strada delusa e frustrata.
Doveva ancora fare diverse telefonate e non aveva nessuna voglia di dare al suo capitano altre brutte notizie.
Si spostò lontano dagli altri agenti, finendo molto vicina al cordone giallo che delimitava l'intervento della polizia e che lasciava fuori civili e curiosi.
Prese il telefono dalla tasca del suo giubbotto antiproiettile. L'adrenalina stava scemando e Kate iniziava a sentirsi infreddolita. Indossava solo un maglione a collo alto.
Qualcosa attrasse la sua attenzione. Un uomo stava cercando di farsi avanti ed entrare nella zona vietata.
Seccata perché nessun altro lo stava fermando, non essendo chiaramente un suo compito, spense il telefono e si avviò per fermare l'intruso.
"Signore, non può passare... Rick?!". La sorpresa la fece ammutolire. Calpestò senza pietà il minuscolo guizzo di felicità che provò inaspettatamente nel vederlo dopo tanto tempo.
Era sempre così bello. Quasi impossibile da guardare.
"Che cosa ci fai qui?", latrò senza nessuna gentilezza, irritata con se stessa, con lui, con il mondo che continuava, incessante, a metterle i bastoni tra le ruote.
"Passavo", le rispose lui laconico.
"Ti ho visto intrufolarti sotto il nastro. È vietato", lo accusò come se avesse commesso chissà quali crimini, tra cui il più grave era ripresentarsi ai suoi occhi senza essersi prima annunciato.
"Ti ho vista. Volevo venire a salutarti", le spiegò dignitoso, un po' ferito dai suoi modi, ma cercando di mostrare la sua antica baldanza.
"Perché sei in questa zona?", lo interrogò con il suo tono da poliziotto cattivo.
"Abito qui vicino".
"Non è vero".
"E tu lo sai perchè... ?". Kate si mosse per andarsene. Sì, aveva indagato per sapere dove abitasse. Le era permesso farlo. La sicurezza dei cittadini di New York dipendeva da lei.
"Guarda. Ho la spesa in mano. Stavo tornando a casa". Le mostrò i viveri che aveva comprato, sbattendo le ciglia ingenuamente.
"Non te la fai arrivare a domicilio?".
"La spesa? Qualche volta", rispose incerto.
"Anche io. E' comodo, vero?". Kate non sembrava essersi resa conto di aver iniziato a chiacchierare del più e del meno, come le accadeva sempre con lui.
**
Castle la guardò divertito. Stavano parlando di vita quotidiana?
La fissò con ostentazione dalla punta degli stivali, ai pantaloni aderenti fino al volto concentrato e tirato per la tensione.
"Sei molto...". La indicò per tutta la sua altezza.
Lei gli lanciò un'occhiata raggelante. Castle avrebbe voluto dire "Sexy", ma si fermò su un prudente: "Professionale. Quasi... austera".
Aveva avuto tutto il tempo di osservarla lavorare.
Era ovvio che non abitasse lì e non avesse fatto la spesa. Gli incontri casuali non esistono.
Aveva tentato di andare avanti a fare della sua vita quello che ne aveva sempre fatto, uscendo con altre donne, ma non era servito. Voleva lei. Non le altre.
Perché mai doveva rinunciare a una donna che gli piaceva? Se lei non avesse voluto saperne di lui si sarebbe preso una porta in faccia, ma non è mai morto nessuno per un "no", soprattutto se messo in conto.
Rinunciare... non se ne parlava.
Lei aveva già dimostrato di faticare a resistergli, e lui non ci aveva nemmeno provato. Erano perfetti l'uno per l'altra. Il mondo era a colori. Andava tutto bene.
Aveva quindi scoperto come si chiamava, in quale settore lavorava e si era entusiasmato nel saperla detective degli omicidi. Aveva sospeso la caccia durante il tour del nuovo libro, ma quando era tornato si era messo di nuovo all'opera per pianificare una strategia.
Dai giornali aveva saputo di quale caso si stesse occupando la sua squadra.
Discretamente, aveva messo insieme tutti i pezzi, grazie alla sua mente acuta e brillante -così si diceva per motivarsi -, e si era fatto trovare per caso nei dintorni. Innocente sacchetto di carta marrone della spesa, compreso.
Lei lo guardò dubbiosa. Non aveva deciso se fosse un complimento o meno.
Esposito si avvicinò, interrompendoli.
"Va tutto bene?", le chiese osservando Castle senza alcun intento amichevole. "Devo mandarlo via?".
"No, grazie", gli sorrise. "Ci penso io".
Castle l'aveva già registrato alla voce "Collega pitbull" e aveva mentalmente segnato un punto in: "Non mi ha fatto allontanare e, a quel che sembra, non mi ha ancora cacciato lei stessa".
"Rick, devi andare", gli consigliò con voce gentile, tornando a occuparsi di lui.
"Sei stanca", gli rispose lui premuroso, addolcendo il tono.
"Sai, Rick, la gente lavora per vivere. Non possiamo sempre divertirci", lo tranciò di netto. Lui sembrò quasi essere stato colpito fisicamente.
"Puoi fare una pausa?", le chiese, senza offendersi per i suoi modi bruschi.
"No". Non era il caso di aggiungere troppe parole. Non stavano conversando. Lei stava lavorando.
"Più tardi?", rinnovò la domanda, speranzoso.
Si sentiva esposto. Lei lo faceva sentire vulnerabile, ma non avrebbe mollato la presa, non dopo aver deciso che non si sarebbe ritirato dietro ai suoi ranghi tanto facilmente.
"No", fu la prevedibile risposta. "Devo andare".
Castle rovistò nella borsa della spesa e tirò fuori, sotto il suo sguardo allibito, un cavolfiore.
"Tieni. Dà tanta energia. Sono sicuro che tu mangi sano, le calorie, i radicali liberi, gli omega tre eccetera. Te lo regalo".
L'aveva comprato per lei. L'aveva visto, aveva sorriso pensando che faceva sicuramente parte della sua dieta salutista e aveva pensato che sarebbe servito per disinnescare un momento di tensione.
Richard Castle non arrivava mai impreparato. Anche se questa parola, nel suo caso, contemplava ambiti semantici imprevedibili.
Kate non seppe se essere più incredula, indignata o chiamare qualcuno per fargli mettere una camicia di forza e portarlo via. Il cavolfiore aveva quindi raggiunto il suo scopo, stemperando un momento difficile.
"Non si usano più i fiori?", rispose divertita.
Castle vide per un attimo la vecchia Kate che aveva conosciuto fare capolino, quando era una ragazza spensierata e non un poliziotto che incuteva timore e rispetto in chiunque la incontrasse. Lui compreso.
"Vuoi dire che mi permetteresti di mandarteli senza lanciarmeli addosso?".
Kate abbassò lo sguardo, meno sicura di quanto si fosse atteggiata fino a quel momento.
"No", fu il terzo diniego che ricevette in risposta, questa volta più sofferto.
"Kate...", la implorò smettendo di ricorrere a strategie, sapendo perfettamente che non erano né il momento né la situazione giusti, ma lei aveva quell'esasperante tendenza a scomparire e non farsi più trovare.
Si stupì molto quando, dopo aver fatto una breve telefonata che lo lasciò incerto sul da farsi, alzò il nastro che li aveva divisi fino a quel momento e gli fece cenno di seguirla.
Castle non se lo fece ripetere due volte, le andò dietro fiducioso e incuriosito. Lasciò il sacchetto su un muretto, per essere pronto a qualsiasi evenienza. Per esempio abbracciarla e baciarla.
Kate lo portò lontano dalle altre persone, in un angolo deserto.
Si girò verso di lui.
"Rick...". Si fermò. Alla luce del lampione la vide sfinita e seppe che non c'erano buone notizie in arrivo per lui.
"Mi spiace essermene andata così, l'altra volta". Era il punto che le premeva di più chiarire. "È stata una bella serata".
Castle intervenne prima del: "Grazie, arrivederci. Tanti auguri".
"Possiamo vederci? Per una cena, un caffè, il bucato in lavanderia, una mostra di conigli. Quello che vuoi", non si era preparato il discorso, infilava solo ipotesi strampalate una dopo l'altra solo per non farla parlare e farsi mollare per strada. Di nuovo.
Kate sembrò ponderare le varie offerte, regalandogli un minuto di speranza.
"Rick...", continuò in tono spento.
La morte era in agguato, Castle sentiva il cappio strisciare verso il suo collo. "Non...", cercò le parole giuste per spiegarsi, che non vennero. "No. È stato bello così", il tono era definitivo. "Non posso".
Castle avrebbe voluto tirare sassi contro i vetri delle finestre del palazzo che li sovrastava, tanto era frustrato.
Perché, no? Voleva gridarle fino a perforarle i timpani. Perché devi essere così sfuggente? E perché io mi sono fissato a volerti?
Aveva desiderato così tanto rivederla e adesso che ce l'aveva davanti doveva rassegnarsi a lasciarla andare, ancora una volta.
Non poteva fare diversamente. O così o caricarsela in spalla e rapirla.
Con tutta quella polizia nei dintorni, la seconda ipotesi non era percorribile.
"D'accordo. Scusami. Non volevo disturbarti", le rispose con la vitalità di un bradipo sotto ansiolitici.
"Non mi hai disturbato", replicò lei con voce gentile. Ottimo, quindi le faceva anche pena.
"L'altra sera è stata bella anche per me", buttò lì senza saperne davvero il motivo. "Molto bella". Voleva almeno dirle che non era stata una notte e basta. Non per lui.
Kate gli sorrise come gli avevano sorriso le suore all'asilo e lui si seppe che era finita lì.
Lo toccò amichevole su un gomito, per accomiatarsi, ma poi ci ripensò.
Si protese verso di lui per dargli un bacio leggero sulla guancia che lo impietrì più che se lo avesse legato a un palo con le manette.
"Grazie", gli disse.
Si guardarono. Erano troppo vicini. Era pericoloso, nel loro caso. Lo sapevano entrambi.
La temperatura cambiò.
Castle nascose le mani dietro alla schiena prima di fare dei danni.
Fu del tutto naturale baciarsi sulle labbra, non seppe nemmeno chi dei due aveva iniziato.
Anche darsene un altro. E un terzo, meno casto.
Castle pensò che era meglio far riapparire le sue braccia, per agganciarla e non farla svanire di nuovo. Non era del tutto sicuro che baciare passanti le fosse consentito mentre indossava un giubbotto antiproiettile. Anche se forse aveva finito il turno.
"È quel momento in cui scappi via?", le sussurrò sulle labbra, permettendosi di sperare che non sarebbe finita male. O lì sul posto.
"Sì".
Era finita.
"Ciao, Rick". Lo salutò lei, triste.
"Ciao, Kate". La salutò lui, abbattuto.
Non era cambiato niente.
