Alla nazione, al re, alla legge…
16 agosto 1789, Foresta di Limours…
François Ravaillac, il regicida di Enrico IV, giustiziato il 27 maggio 1610.
Robert François Damiens, l'attentatore di Luigi XV giustiziato il 28 marzo 1757.
Zolfo, piombo fuso, olio, resina…
Colati nelle viscere.
Le bocche ingozzate di poltiglie incandescenti per incendiare il respiro e le viscere.
Gli arti attaccati a quattro cavalli spronati nelle quattro opposte direzioni. Le giunture che non cedevano nonostante il ventre fosse stato squartato.
La folla fissa sullo spettacolo terribile.
Alla fine i tendini erano stati tranciati perché le ossa si frantumassero e la carne si lacerasse come stoffa usurata dal tempo, dal caldo, dalla pioggia…
Questa era la condanna per chi attentava alla vita del re.
André spalancò gli occhi ritrovandosi immobile, fradicio di sudore, la testa che rimbombava, la mente chiusa sugli strani ed assurdi ricordi.
"Ma non ti fa paura?" – le aveva chiesto tirandosi un poco indietro.
L'aveva guardata piantandogli due occhi spiritati addosso, lui ed Oscar rannicchiati dietro al divanetto della biblioteca, in mano, aperto proprio lì, il libro che il Generale Jarjayes aveva tassativamente proibito d'aprire.
Uno strano manuale che l'uomo aveva ricevuto in dono da un amico che s'interessava di storia e supplizi.
E com'era ovvio dove c'era un divieto lì s'annidava la sfida a violarlo.
Ma quella volta il colpo era stato severo.
L'altra era stata zitta.
Aveva tossicchiato e quello era il segnale che sì, le faceva paura il freddo resoconto di vene ed arterie che si sfilavano come gambi di quadrifogli da succhiare e pelle e ossa che si stracciavano, come…
"Basta!".
La curiosità s'era smorzata.
André le aveva tolto il libro dalle mani e l'aveva chiuso. Il tonfo s'era accompagnato con un discreto sbuffo di polvere.
"Che fai? No! Non ho paura!" – l'aveva rimproverato lei.
"Beh a me questa roba fa schifo!" – aveva gridato l'altro rialzandosi con un guizzo per rimettere a posto l'obbrobrio.
"Ridammelo subito!".
Oscar aveva tentato di seguirlo, senza convinzione, se non altro per mantenere alto il senso d'orgoglio ch'era stato radicato in lei, come metro per distinguere ogni azione.
Non poteva dargliela vinta ad André, anche se quello aveva ragione.
"Neanche per sogno… che senso ha imparare come sono stati giustiziati quei due…".
"Uno ha ucciso il re e l'altro l'ha ferito!" – aveva contestato lei quasi per testimoniare all'amico che se un giorno avesse mai avuto a che fare con la famiglia reale, allora era giusto conoscere com'erano stati giustiziati i regicidi e i traditori della corona.
"Ecco appunto, vedi? Né a te né a me capiterà mai di finire così! La tua famiglia è devota al sovrano da secoli e io servo questa famiglia…quindi non c'è ragione di stare a leggere questi racconti!".
Dio…
Lei non l'aveva fatto ma era come se l'avesse fatto…
Opporsi al Re, alla monarchia, all'imperativo assoluto ch'essa rappresentava.
C'era stato un momento, nel passato, in cui lui stesso avrebbe rischiato quella gogna.
Oscar l'aveva difeso, s'era offerta di finire al suo posto se il defunto re avesse davvero deciso di mandarlo al patibolo, dopo l'incidente a cavallo della Delfina, dopo che André era stato ritenuto, a torto o a ragione, ma forse più perch'era semplicemente servo, responsabile di quell'accidente.
A quei tempi non era necessario che si provasse d'esser stati davvero responsabili.
Bastava che la vita dei sovrani fosse stata semplicemente lambita da un qualunque comportamento contrario all'imperativo assoluto di difenderne l'onore e l'integrità.
Sarebbe bastato quello…
La gola s'era asciugata.
Il sogno s'era interrotto lì.
Il sovrano, quello che regnava in quei giorni, non avrebbe mai permesso un simile scempio…
Re Luigi XVI aveva dalla sua un'ingenua bontà che poteva essere benissimo sfruttata da coloro che ancora nella monarchia ci credevano e che avrebbero fatto di tutto per mantenerla in vita.
Anche contro l'innata generosità del sovrano.
Di quei tempi c'erano generali e ministri che si diceva fossero persino più potenti del re.
E a mettersi contro di loro non era bene.
Era accaduto alla fine.
Lei s'era messa contro quel genere di servitori della corona.
Dio…
André si disse che se l'avessero presa…
Deglutì rabbia. Contro sé stesso…
Il sogno l'aveva illuso, per un istante il sogno sinistro l'aveva sollevato dall'orrida realtà.
No, l'avevano presa, alla fine era accaduto.
Nella testa rimbombavano le parole di Bouillé…
Quella è morta finalmente! Darò ordine ai miei uomini di seppellire il suo cadavere in una fossa fuori Parigi. Nessuno avrà la tentazione di andare a piangere sulla tomba di quella traditrice. Non ci voglio nemmeno un fiore…
Almeno non era accaduto quello che un tempo aveva letto sul dannato libro.
Chissà se hai avuto paura?
Chissà…
Forse, lo strazio d'aver visto morire ad uno ad uno i propri compagni e poi lei…
L'orrore d'aver intravisto i corpi vivi che bruciavano dietro alle finestre della corte, le porte sprangate…
Tutto aveva riportato alla mente le singolari esecuzioni dei due attentatori…
Eppure…
Che senso aveva misurare quale supplizio avrebbe causato meno dolore, se lei era morta là sotto?
No, lei era davvero…
André non avrebbe più avuto pace, no, per il resto della sua vita.
Si domandava, sperava che almeno Oscar non avesse avuto paura, là sotto, lei non aveva mai avuto paura di nulla...
Tentò di sollevarsi. Si guardò attorno inforcando la piccola lente.
Il capanno era scuro, odorava di selvaggina spiumata e ripulita, tagliata a pezzi per occultarne il necessario per sopravvivere.
Odore acre d'aceto.
Sentore pieno e metallico di sangue.
Aprì e richiuse le mani, una, due, tre volte per riprendere sensibilità.
Allo sguardo appannato non sfuggì la chioma folta ramata, abbandonata accanto a sé. Ci posò la mano sopra per ascoltare di nuovo il calore umano.
Li accarezzò i capelli, immaginandosi che quella giovane doveva essere crollata dalla fatica e dalla paura d'essersi messa contro il mondo intero, per tirar fuori lui da quella cella.
Che per gli abitanti di Limours il mondo intero era il Generale Bouillé.
Un respiro più fondo e si ritrovò lo sguardo della giovane su di sé.
Carmilla per qualche istante rimase immobile, forse incapace di comprendere come ci fosse finita lì…
Poi saltò su come una furia indiatreggiando.
"Monsieur…scusate…mi sono addormentata…che stupida…".
"Mi spiace per quello che sta accadendo…voi e vostro fratello e vostra madre…permettetemi di dirlo ma siete degli incoscienti!".
"No…non è vero…".
"Devo andarmene da quì il prima possibile! Se quei soldati comprenderanno che siete stati voi a farmi fuggire…".
"Mia madre sa il fatto suo!" – obiettò Carmilla – "Siamo gente povera è vero…siamo ignoranti…ma sappiamo distinguere quando una cosa è sbagliata e quando non lo è! Lasciarvi morire là dentro…noi non…non saremmo riusciti ad accettarlo. Non più!".
André rimase in silenzio.
Che razza di discorsi erano quelli per una contadina ignorante…
Eppure essi sapevano di pulito, di giusto, di limpido, che questi sentimenti non erano necessariamente prerogativa delle menti illuminate o dei grandi pensatori letterati.
Un debole raggio di sole filtrava dalle assi scostate d'una finestra sbarrata. Sopra c'erano state appoggiate delle lunghe canne che toglievano la visuale e toglievano il respiro.
Non era più tanto freddo, anzi pareva mancare l'aria là dentro e André tentò d'alzarsi. Le ginocchia ressero un passo, un colpo di tosse trafisse la carne e lui si ritrovò a terra.
"Che fate? Mia madre ha detto che non dovete muovervi!".
Che l'immobilità era tortura infinita, perché se avesse potuto lui sarebbe corso via, a Parigi, per ritrovarsi accerchiato dai drappelli dei soldati stranieri perché lo riconoscessero e lo finissero.
"Vi debbo lavare con…l'aceto…".
Carmilla tentò d'avvicinarsi.
"Vattene!" – sibilò André – "Faccio da solo…".
L'altra sussultò sgranando lo sguardo.
"Scusa…ma è meglio così…" – s'ammorbidì la voce.
"Va bene…vado…vado fuori…".
André si richiuse nel mutismo. L'esser stato tirato fuori dalla cella, l'aver scampato ad una dura esecuzione non gli aveva regalato che un guizzo di rabbia, sorda, soffocata. Sarebbe vissuto per chi non c'era più. Chi voleva poteva considerarla un'alta vocazione al martirio. Per lui era solo l'ennesima sofferenza che si sarebbe tenuto addosso, dentro la carne, implacabile, devastante…
Oscar...
D'istinto si ritrovò ad odiarla...
Perchè non c'era più e lui invece era lì, era salvo...
Ma non era vivo, non si considerava così. La odiava allora perchè se n'era andata...
Un respiro più fondo. Carmilla si ritrovò fuori, all'aria aperta del mattino. Sì passò le mani tra i capelli tentando di sistemarli, in un gesto di rassegnato nervosismo. Deglutì pensando alla madre che di lì a poco sarebbe tornata nella casa del generale. Doveva farlo, così s'era previsto, che non si doveva dare ad intentere a quegli sciacalli che loro sapessero qualcosa della fuga.
Carmilla pregò che quei dannati le avrebbero creduto ad Adeline, che non sarebbe stato facile…
Si voltò sovrappensiero e riaprì la porticina che dava nell'oscuro antro.
Le canne non lasciavano filtrare altra luce se non quella che s'adagiò lieve sui muscoli bianchi spezzati, che si rivelarono agli occhi.
Un altro respiro per prendere aria e poi smettere di respirare mentre la giovane rimase lì, a mani giunte ad osservare quel corpo, eretto, bello, libero, seppure sordamente piegato dal dolore.
Per un istante scrutò lo sguardo chiuso, le labbra serrate anch'esse mute, quasi incapaci di chiedere aria, mentre il panno imbevuto passava sulle ferite, sulla tempia.
Ad occhi chiusi André si mosse. Il pavimento era ingombro di legni, ceste, tavole vecchie, cordame marcio.
Un passo nella direzione sbagliata, il piede in fallo, l'equilibrio disperso…
"Monsieur!".
Carmilla allungò le braccia, lei, piccola e leggera che non aveva avuto neppure il coraggio di finirci dentro la cella dov'era rinchiuso André per timore di non riuscire a sollevarlo. Ci provò a sorreggerlo, mentre addosso a lei si rovesciava il corpo dell'altro magro, spezzato, dilaniato dal dolore.
"Dannazione!".
Le braccia si chiusero e Carmilla smise di respirare per sorreggere André che s'aggrappò, d'istinto, al corpo dell'altra.
"Sono qui…non temete…".
Le due esistenze solitarie s'avvinghiarono timidamente nel timore di ferirsi di nuovo.
André si costrinse a restare lì, chiuso nell'abbraccio che lo sorreggeva, perché l'istinto non voleva cedere all'idea che cadere avrebbe potuto portare ad un ennesimo danno irreparabile e forse definitivo.
Dannato istinto che guida la vita…
Nel silenzio, Carmilla si staccò un poco.
"Scusami…".
Lo sguardo si riaprì e si posò sull'altra.
"Scusate voi…non…non volevo esservi d'intralcio ma…".
Una smorfia, il panno gettato lontano, un passo indietro. André si rificcò sul pagliericcio. La vicinanza dell'altra l'infastidiva, lo rendeva vulnerabile, lo ricacciava dentro il sentire che l'affetto comunica.
Non le voleva più dentro al cuore quelle distrazioni.
"Devi andartene!" – sibilò guardando di sbieco l'altra.
"Non posso…" – sussurrò quella con un filo di voce, che l'aveva capito che adesso era diventata di troppo.
"Che vuoi dire?".
La spiegazione fu semplice e terribile. Nemmeno André se la sarebbe potuta immaginare, ma intuì ch'essa fosse plausibile visto con chi avevano avuto a che fare fino a quel momento.
"Mia madre mi ha chiesto di restare nascosta qui. Solo qualche giorno…".
"Nascosta? A causa mia?".
"Beh…sì…ma non solo…in paese…in paese sono giunti alcuni ospiti del generale…".
"E allora?".
Un altro respiro, fondo, era difficile esporre una realtà così severa.
"Sono persone che vengono da Parigi…quando sono a Limours…".
André iniziò a comprendere. Ne aveva sentito parlare di certe pratiche disgustose ch'erano solite connotare i nobili in visita presso altri nobili.
Nemmeno lui ne era così all'oscuro, che ad esser sincero, quando s'era presentata l'occasione, quel dannato di Alain ce lo aveva ficcato a calci alle Roses Blanches…
Ma poi era andata com'era andata.
Il ricordo, anche quello, morse la coscienza. Un tempo perduto, respiri rubati, che anche allora, tra le braccia della povera Helena, non c'era stato verso di non ascoltare lei, lei che adesso non c'era più…
Oscar…
"Temo di compendere…" – disse André rammaricato.
"Mia madre ha chiesto a mio fratello di avvertire gli altri contadini. Chi può, nasconde le figlie nei capanni, come questo, nella foresta…ce ne sono altri sapete…e chi non può…qualcuna si rifugia in chiesa. Là dentro il generale non s'è mai azzartado a chiedere favori…".
"Favori!" – sentenziò André disgustato.
"Devo restare…mi spiace d'infastidirvi…".
"No…non è per questo…mi pareva non fosse opportuno che una giovane per bene come te restasse sola…sì insomma…avai compreso…".
La mano destra disegnò volute di sufficienza in aria.
Carmilla comprese che quello che aveva di fronte era una persona perbene. Lo sguardo s'illuminò…
"Credevo d'esser io ad infastidirvi!" – replicò rasserenata.
"No…davvero…è solo che state correndo un grosso rischio, tu, tuo fratello e vostra madre…non vi rendete conto…".
"Sarebbe lo stesso, credetemi. Da sola o con voi, io qui dentro dovrei rimanerci comunque. Quindi non sentitevi in colpa. Mio padre aveva costruito questo posto…".
"L'ha costruito lui?".
"Sì".
"E adesso dov'è?".
"E' morto…".
"Scusate…".
"Di nulla…era al servizio del Generale Bouillé. Rimase ferito durante una battaglia…non so bene dove. Il generale lo prese a lavorare con sé qui a Limours. Mio padre divenne il guardiano delle sue tenute e aveva il compito di scovare i cacciatori di frodo…solo che…mia madre mi raccontava che se in giro c'erano quaranta fagiani…o trenta lepri…lui diceva che in realtà erano trenta fagiani e venti lepri e quelli che avanzavano li lasciava cacciare a chi ne aveva necessità…solo i bracconieri che venivano dalle altre contee non avevano scampo. Quelli riusciva sempre a prenderli e il generale era più che soddisfatto. Non s'è mai accorto di nulla!".
Rise Carmilla, piano, che i ricordi erano acuti e struggenti al tempo stesso.
"Quindi lasciava che la gente del paese potesse cacciare qualche animale?" – suggerì André.
Carmilla annuì.
"C'era sempre qualche famiglia disperata e mio padre riusciva a trovare quel che serviva. Quando morì il generale prese a lavorare mia madre come governante…e Renoir…lui sta imparando lo stesso mestiere di mio padre…".
"E tu?" – chiese André sollevando lo sguardo.
"Io…io ho dieci anni!" – gorgheggiò Carmilla con sguardo quasi folle.
"Che?".
André la scrutò stranito.
L'altra sorrise furbescamente prendendo a spiegare l'arcano.
"Il generale sa che mia madre ha un'altra figlia, e questa figlia ha in realtà dieci anni! E' stato grazie ad un fagiano e ad una lepre…credo…".
Le mani si passarono tra i capelli, in segno di nervosismo. La luce ondeggiò sui riflessi ramati.
André l'osservò incuriosito.
"Non lo so…è accaduto tanti anni fa…sono nata nel 1769…i miei genitori erano arrivati in Francia già da qualche anno…dall'Irlanda…e quando mio padre divenne un soldato al comando dal Generale Bouillé non disse di avere già una figlia. A chi mi vedeva in giro per casa mia madre diceva che ero figlia di lontani parenti, una specie di cugina di chissà quale grado. Poi, quando nacque Renoir tre anni dopo di me…mio padre informò tutti. Così il generale, che nel frattempo era diventato amico di mio padre, sapeva che lui aveva un solo figlio. Mon papà rimase ferito in battaglia e il generale, per ricompensarlo, glì offì il posto di guardiacaccia delle proprie tenute. Mia madre non voleva rischiare che il generale sapesse di me...così se ne andò via per qualche tempo, facendo finta d'aver avuto un'altra figlia. Io quindi in realtà sono nata nel 1779! Mio padre riuscì a procurare all'addetto alle trascrizioni delle nascite un fagiano e una lepre. Quello non ne aveva certo bisogno ma gli fu riconoscente e mio padre gli chiese un favore…modificare la mia data di nascita…l'anno per l'esattezza. Il generale era sempre impegnato…fuori della Francia...non seppe nemmeno davvero quando nacqui e quando mio padre morì, maman fu assunta in casa del generale. L'onore di mia madre era comunque salvo. Lei mi ha sempre tenuto lontano dalla casa dove lavora. Solo quando il generale non c'è e la servitù è poca allora mi porta con sé…lo fa per proteggermi…".
André comprese. Che dannati espedienti si dovevano trovare per salvare i figli.
"Lodevole…ma questo significa che nemmeno vostro padre si fidava di Bouillé…".
Carmilla alzò le spalle. La storia del paese era dolorosa tanto quanto quella che lei poteva leggere nello sguardo del suo interlocutore. Quanto detto bastava...
I motivi che avevano spinto il padre e la madre a nascondere l'esistenza della figlia erano vagamente sperduti nei ricordi frammisti alle vicende disgraziate che avevano toccato l'esistenza di altri paesani. Sopra tutti, una sorta d'istintivo senso di protezione, ancestrale e ferreo, verso le fanciulle del popolo, mera tristissima preda di divertimento dei nobili che non desideravano incorrere nelle malelingue e negli scandali della capitale.
"Non hai…avete…scusate…un fidanzato?" – balbettò André.
In mancanza d'un padre era sempre stato così nelle famiglie, che si fosse nobili o meno. Era necessaria la presenza d'un uomo che esercitasse una potestà tale da impedire ad estranei, nobili o meno che fossero, di prendersi la vita e la virtù d'una figlia femmina.
Per quel che constava, Renuar pareva esser troppo giovane per assumersi questo compito.
Carmilla negò con la testa e ad André parve che quasi ne andasse fiera d'esser sola…
Sorrise.
"Non lo credo…sei…sei molto…bella…".
L'altra sgranò gli occhi.
André si morse il labbro.
Un'altra cazzata…
Che non era che Carmilla non fosse bella, tutt'altro, ma non era il caso d'alimentare quella sorta di speranza vacua che gli pareva d'aver intuito nello sguardo della giovane.
Li sapeva riconoscere adesso i gesti leggeri e tesi del nervosismo che agita il cuore di chi non ha mai conosciuto altre persone che quelle della propria famiglia.
Per qualche istante le tornò in mente la piccola Diane…
Ma non c'era verso, lui era un dannato servo che aveva servito una famiglia nobile per anni. E poi era diventato un Soldato della Guardia. E aveva amato una donna, tutta la sua dannata vita e da essa aveva tratto i modi, gli atteggiamenti, i pensieri asciutti, silenziosi, corretti.
Dannazione, che forse Alain aveva sempre avuto ragione. Se fosse stato meno educato…
Chissà dov'era finito Alain?
Chissà se anche lui…
Gli si rovesciò addosso il pensiero acuto dei compagni perduti. Quando s'erano scoperti tali, tutti erano stati travolti dall'istinto di combattere e lui era lì…
Uno dei pochi ad essere sopravvissuto.
Non ti azzardare a morire Grandier…il nostro comandante ti aspetta…
Il respiro spezzato di Romanov. Quelle parole s'erano perse nella piazza assolata.
André chiuse gli occhi, si ficcò nell'angolo più scuro dell'Inferno in cui era caduto.
Carmilla comprese.
S'azzardò solo un ultima proposta.
"Chiederò a mio fratello di farvi avere un rasoio…se volete radervi…".
"No…non m'interessa…" – sibilò André.
"Come volete…".
Carmilla sussultò, di nuovo, perché stavolta gli parve davvero di sentirlo piangere quell'uomo, lì, al buio, nascosto, e quasi sentì la gola chiudersi, anche lei. Uscì per lasciarlo solo, non poteva fare molto altro.
Lo sguardo si posò su sparuti fiordalisi azzurognoli asciugati dalla calura estiva. Ne colse alcuni…
Notre Dame stava poco lontano da lì, un altro minuscolo altare sperduto nella campagna assolata e calda…
Un tonfo…
Secco.
Ripetuto di nuovo.
No…
Adeline aprì la porta della cucina.
Dal fondo, dall'altra parte della stanza, s'udivano grida e imprecazioni e tonfi, soffocati e tesi, giù, dallo scantinato, dove fino a poche ore prima stava chiuso il prigioniero che chissà come adesso non c'era più.
Quello, il prigioniero, era riuscito a scappare e i soldati ch'erano rientrati, dopo il primo momento di sgomento, erano stati presi dalla rabbia e dalla paura e dal dubbio che quello non potesse aver fatto tutto da solo.
Il giovane soldato, lasciato di guardia, era stato preso per la giacca dell'uniforme ed inchiodato lì, alla parete. Due pugni assestati allo stomaco, strattonato, gettato a terra e preso a calci, perché su qualcuno si doveva sfogare l'impotenza di non poter più eseguire gli ordini ed il terrore di non sapere come rivelare la propria incompetenza al padrone.
Adeline avanzò piano. La furia degli altri non si sarebbe limitata a prendere di mira il povero soldatino ch'era ormai pesto e sanguinante, a terra…
Le mani nelle mani, di nuovo. Adeline per un istante pensò d'aver sbagliato tutto, ma solo perché se per salvare un uomo, un altro uomo, giovane e senza difese tanto quanto il primo, adesso avrebbe rischiato d'esser picchiato fino alla morte, allora forse non c'era verso di comprendere dove fosse il confine tra il giusto e l'errato, tra ciò ch'era necessario fare e ciò che invece era fuori dalla portata di contadini ignoranti e sottomessi da secoli come lo eran sempre stati loro.
"Eccola!" – il grido si riversò su di lei e Adeline chiuse gli occhi, solo un momento, per respirare.
Era una donna ma a quelli la cosa non sarebbe importata.
"Puttana! Sei stata tu!".
Il corpo robusto e ben piantato non potè nulla contro la rabbia dei tre soldati.
Uno, quello più infuriato, l'afferrò per lo scialle stringendolo al collo e issando su il corpo mentre gli altri due soffiavano dietro come bestie inferocite in attesa del proprio turrno, che come tra gli animali, anche tra gli uomini c'è una gerarchia da rispettare.
"Lasciami!" – tentò di replicare Adeline mentre il respiro si chiudeva mozzato dalla mano del soldato.
"Sei stata tu! Vecchia puttana malefica! L'ha fatto scappare!".
La mano che teneva la stoffa si chiuse sul collo.
L'altra s'issò, chiudendosi a pugno e caricare il colpo..
Non ce l'avrebbe fatta Adeline e così tentò di far ragionare i tre inferociti.
"Lasciami idiota! Ma che ti prende?" – soffiò fingendo stupore, ch'era l'unica risorsa...
Il soldato premette il ginocchio sulla pancia dell'altra. Gli occhi azzurri e piccoli della donna si sgranarono…
Dio, che voleva fare quello?
Il pugno a mezz'aria s'era fermato.
"Non azzardarti a colpirmi!" – sibilò tentando di divincolarsi – "Che dirò al generale se mi vedrà pesta ad un occhio?".
"Glielo diremo noi quello che hai fatto, dannata vecchia! Che non credo che quello scemo qui dietro sia stato così scemo da lasciarsi scappare il prigioniero da solo! Ci hai preso per idioti? Fin dall'inizio ti sei sguaiata perché lo lasciassimo in pace quell'altro e adesso dov'è finito? L'ha fatto scappare tu!".
Soffiava il soldato e premeva il corpo contro il muro: una mano sul collo e il ginocchio sulla pancia.
"Sentimi bene, pezzo di…".
L'altro spinse ancora e lasciò scendere il ginocchio tra le gambe della donna costringendola ad allargarle. La mano issata rese a scivolare giù per farsi strada tra le sottane ruvide.
No…
Quelli non ci andavano tanto per il sottile, che una donna non più tanto giovane per loro non faceva differenza, perché se si doveva infierire e spezzare la volontà quello era il sistema migliore.
"Non…provarci!" – gridò Adeline che cominciava ad avere paura di non farcela – "Io sarei stata così stupida da rischiare il mio lavoro per quello là dentro? Non so nemmeno chi sia…".
"Hai detto che lo sapevi! Che lo conoscevi!".
"Ho detto che ne avevo sentito parlare dal padrone e che forse avevo capito chi era…ma non ne ero certa…".
"E' scappato!".
"Gli avete spezzato tre costole e quasi rotto un ginocchio! Mi dite come avrei fatto a portarlo fuori?".
Adeline aveva preso a sudare. L'altro era concentrato su di lei, la mano ferma lì, in mezzo alle cosce, gli occhi furiosi e lucidi, il respiro imbrigliato tra i denti e la faccia unta di rabbia.
"Io non l'ho aiutato…idioti! Ho dato da mangiare alla guardia e poi me ne sono andata! Che mi conveniva lasciarlo scappare? Non sono così stupida da non pensare che avreste incolpato me! E il mio lavoro? Questo lavoro mi serve!".
La logica della sopravvivenza funzionava sempre.
Una contadina ignorante e per di più vedova e con due figli da sfamare…
Che senso avrebbe avuto che quella si giocasse tutta la sua esistenza per un perfetto sconosciuto?
C'era in effetti una logica, ma altra, diversa da quella dei soldatacci. C'era la logica del rispetto e della pietà che poco c'entravano con il lavoro e la fame. Ma che pure sapevano muovere le coscienze.
Ma questo Adeline si guardava bene dal rivelarlo.
La logica, la prima, quella dell'opportunismo, ebbe il pregio d'insinuarsi nella furia del soldato.
"Non ti conviene trattarmi così. Anch'io posso parlare col padrone e dire la stessa cosa di voi! Che ve lo siete lasciato scappare!".
Adeline pregò, che quello scenario sarebbe stato davvero terribile…
"Dannata!" – la mano premette di nuovo.
La forza tornò ad imprimersi sul corpo fragile della donna.
"Sei uno stupido! Perché te la prendi tanto se quello è fuggito?".
"Che vai dicendo? Quello lo dobbiamo ammazzare!".
"E sia! Cercatelo! Che per come era conciato non credo abbia fatto tanta strada!".
"Non ti credo!".
I due alle spalle ch'erano rimasti ad ascoltare fecero un passo. Uno prese la mano destra di Adeline, l'altro la sinistra piantandogliela contro il muro.
Notre Dame…
La mano prese a torcere la stoffa dello scialle che venne trascinato via.
"Dì quello che sai!".
Le dita del soldato s'infilarono a slacciare la fibbia delle brache…
"Parla…che tanto da qui non esci! T'insegneremo che non ci si prende gioco delle guardie del generale. E te la faremo ricordare bene questa storia!".
L'istinto prese a premere sui muscoli e Adeline tentò di divincolarsi scalciando e sbraitando e…
Non poteva dire altro. Non era per André. Se avesse parlato i figli ci sarebbero andati di mezzo…
In che guaio s'era cacciata…
Carmilla…
"C'era qualcuno con noi…".
Il soldatino a terra s'era ritirato su, aveva ripreso a respirare, in ginocchio e a sputare sangue e…
I tre si voltarono sgranando gli occhi.
"Che vai blaterando?".
"Sì…".
Adeline prese davvero a sudare freddo.
Che a quello non gli venisse in mente di rivelare chi c'era quella notte…
Riprese a parlare allora per riportare gli altri su di sé. Carmilla non doveva entrare in quella storia.
"Lasciatelo perdere quello! Ve l'ho detto! Ha mangiato e bevuto che non si reggeva in piedi! Io l'ho lasciato ch'era tornato alla cella…avrà sognato!".
Il tentativo acuì la rabbia.
Il soldato si voltò verso di lei. Adeline ebbe il tempo di vedere la mano sollevarsi.
Percepì il colpo forte al viso, come fosse stata investita da un'improvvisa folata di vento che le avesse rovesciato addosso un tronco secco e nodoso. Trattenne il respiro, poi lo sentì scivolare via, il respiro, e le forze abbandonarla…
C'era che continuò ad ascoltare anche se non riusciva più a muoversi, mentre quelli se la strattonavano adesso buttandola a terra.
"C'era una ragazza…" – biascicava il soldatino.
Le parole giungevano da lontano.
Adeline lottò contro la propria impotenza prendendo ad agitare le mani avanti a sé per scacciare quegl'insetti fastidiosi, ma nemmeno riusciva a vederci bene, tanto era stato forte il colpo.
"Sei scemo?" – obiettò un soldato – "Una ragazza qua sotto?!".
Le obiezioni, viscide e dannate…
"C'era vi dico!" – continuò il soldatino ch'era stato afferrato di nuovo per la giacca e sbattuto contro il muro – "Aveva i capelli rossi…era bella…".
Adeline percepì le parole…
Il sangue prese a raggelarsi…
A quel punto non era dato sapere se quelli, una volta che si fossero calmati, avrebbero preso a ragionare e a credere davvero al soldatino e ad arrivare alla conclusione che una ragazza con i capelli rossi era scesa là sotto…
E che una ragazza con i capelli rossi non potesse che essere una figlia o una parente della donna che avevano lì, sotto le loro mani adesso, irlandese d'origine…
Adeline prese a soffiare e a digrignare i denti e a scalciare.
Li voleva su di sé i dannati demoni, che quelli non ci dovevano arrivare, neanche per sbaglio ad una simile conclusione.
La furia assoluta, i tre si sentivano presi in giro…
"Chiudi la porta!" – sibilò il primo soldato, quello di grado superiore degli altri.
Il secondo annuì.
Il terzo la teneva Adeline…
E quella adesso non poteva più scalciare ma…
Non voleva più farlo, s'impose di non farlo, che se l'avessero presa lì, dentro quella cella, forse sarebbe riuscita a distogliere la testa degli altri dall'idea che davvero là sotto ci fosse stata una ragazazza.
Era difficile, anche se ne aveva viste tante Adeline. Aveva paura…
L'aria fredda colpì la pelle, la stoffa strattonata emise un gemito sordo, brutale, secco…
"Vecchia puttana! Non credere che mi stia divertendo ma una lezione te la devo dare!" – gli soffiò addosso l'altro mentre era lì ad armeggiare con le brache.
Adeline strinse i denti che pregò di non sentire male, che non c'era mai passata nella sua vita per quello strazio ma almeno lo avrebbe risparmiato alla figlia e…
"No!".
Il soldatino Ermieé Maurice s'era tirato su in piedi e si era buttato addosso agli altri.
"Lasciatela stare…lei…lei non c'entra!".
Adeline gridò e quelli disorientati si bloccarono.
Il soldati prese ad agitare le braccia come un forsennato…
Per qualche strano e misterioso motivo sentiva di dover difendere l'altra.
Adeline colse il pertugio, un respiro fondo, il nome di Notre Dame tra le labbra…
"Brutti idioti! Giuro che se non vi levate dai piedi ve la farò pagare!" – minacciò gli altri ritraendosi e sgusciando dalla presa del soldataccio.
Gli occhi sgranati spiritati come quelli d'una vecchia strega che tenta d'evitare il rogo della Santa Inquisizione…
Un passo indietro le gambe cedettero e si ritrovò a terra.
Si tirò lo scialle sulle spalle, sbuffò…
"Che siate dannati! Io non l'ho fatto fuggire!".
Tentò di rialzarsi in piedi, barcollò un poco e…
Il dito puntato a terra, nell'angolo.
L'ultima risorsa…
"Là…dannati bifolchi!".
Gli occhi di tutti si voltarono verso l'oscurità.
"Là, tra la paglia…vedete…".
Uno dei tre raccolse quello che pareva uno straccio.
L'insinuazione corse rapida sulle labbra della strega: "Un pezzo di stoffa…pare quello d'una camicia…".
"E allora?" – obiettò il soldato.
"Forse ha usato quella per fuggire!".
"Che…".
L'affondo…
Le streghe colgono i sensi di colpa meglio degli uomini di culto.
Adeline colse al balzo il pertugio silenzioso, il dubbio, mentre i tre osservavano lo straccio.
Riempì il silenzio a modo suo, calcando la scena fino in fondo, tanto per tornare ad essere credibile, anche sfidando la sorte, col rischio che davvero tutto finisse male.
S'avvicinò anche lei, sollevò la destra e per prima cosa mollò un ceffone al soldato che l'aveva toccata, tanto per rimarcare che lei era dalla parte del giusto. Inaudito, ma se dove mascherare la paura tanto valeva sfogarla sull'altro la paura, perché le gambe tremavano a tal punto che lei avrebbe rischiato di cadere lì, a terra, di nuovo, se non si fosse riavuta attraverso quello sfogo repentino.
Il soldato sgranò gli occhi, beffato.
"Hai visto idiota?" – proseguì la donna, la voce tremava – "Quello che stava qua dentro era un Soldato della Guardia…me l'avete detto voi! Per quello che so io, erano quelli che pattugliavano le strade di Parigi!".
"E allora?" – ghignò il soldato massaggiandosi la guancia che un po' iniziava a comprendere la propria idiozia.
"E allora?! Quello era uno che la sapeva lunga! Secondo me ci ha preso in giro tutti. Me e voi! Ha resistito finchè non s'è ritrovato tra le mani questo dannato straccio da mettere in mezzo alla porta! E voi invece di eseguire gli ordini del generale subito…".
Adeline mandò giù il terrore e quasi le mancò il respiro alla visione.
"Ve ne siete andati! E quello è scappato!".
Il soldato sputò a terra.
Adeline comprese d'aver fatto breccia.
"Siete voi che avete messo me nei guai, che se il generale penserà che quello è scappato per colpa mia…ma io non vi lascerò dare la colpa a me! Io lavoro in questa casa da più di dieci anni e davvero mi sarei messa a far scappare prigionieri?".
Un calcio nel vuoto, un accidente tirato al vento.
Quella dannata donna aveva dannatamente ragione.
I tre si guardarono angosciati questa volta che le gole s'erano asciugate, quasi paralizzate dall'incapacità di prendere una qualsiasi decisione sul da farsi.
Allora?- muti, i tre si guardarono, ritrovandosi nelle mani dell'altra che pareva sapersi districare meglio di tutti loro.
Adeline fece un passo indietro, tanto per uscire dal raggio d'azione del soldataccio.
L'altro blaterava inebetito…
Il sudore ora imperlava una fronte ridivenuta bianca, quasi pallida.
"E'…è…pulito…da dove viene questa stoffa?" – incespicò il soldato – "Era vicino alla porta, a terra….la porta era aperta….in qualche modo quello è riuscito a riaprire la serratura…".
Lo so – digrignò Adeline in silenzio – Brutto bastardo! Ce l'ho messa io! Così adesso lo capirai come è scappato!
Adeline era divenuta protagonista ed incalzò per rubare tutta la scena.
"L'altro giorno ho lavato una vostra camicia, non so di chi fosse. Era strappata e l'ho riparata alla ben'e meglio…non è che per caso quando l'avete picchiato quello è riuscito a prenderne un pezzo e così…non ve ne siete accorti?".
L'esca era gettata.
Ora non restava che attendere e capire se quei soldati tanto forti quanto stupidi avrebbero abboccato all'amo.
I tre si guardarono atterriti, che forse la vecchia aveva ragione, perché quello era davvero un pezzo di stoffa d'una loro camicia e nella foga del pestaggio quello che pareva essere quasi mezzo morto ed incapace di qualsiasi reazione, poteva essere riuscito a procurarsi quel brandello.
"Cazzo!" – gridò il più inviperito tirando l'ennesimo calcio per aria.
Adeline si scostò per evitare di scivolare di nuovo sotto lo sguardo infuriato e teso dei soldati.
"Che facciamo?" – obiettò un altro.
La recita proseguì: "Quello che avreste dovuto fare!" – chiosò Adeline con un filo di voce pregando che quelli da qualche parte un briciolo d'intelligenza se la fossero ritrovata nel cervello.
Bastava concedere loro una via d'uscita, la più semplice.
"Sentite, ve lo ripeto. Quello non si reggeva in piedi. Secondo me a quest'ora sarà in un fosso da qualche parte coperto di mosche e mezzo dilaniato dalle volpi!".
I tre la guardarono sbieco.
"Dico che secondo me è già morto e allora tanto vale dir questo al generale!".
"Non è possibile!".
"E perché? Intanto lo cercherete. Io non andrò certo a raccontare in giro che vi siete lasciati…" – la mano grassoccia roteò in aria per infondere alle parole la platealità del rimprovero – "Scappare un prigioniero!".
Il silenzio scese nella stanza.
Adeline girò i tacchi per uscire. Doveva andarsene anche perché la nausea le aveva chiuso lo stomaco. Non c'era altro da dire o da commentare. Se quelli fossero stati accorti al punto giusto, si sarebbe guadagnato qualche giorno e poi…
La testa prese a girare e la donna dovette appoggiarsi alla sedia. Per qualche istante rimase ferma lì, in attesa di comprendere come e perché ci fosse finita fin dentro il collo in una storia simile e come ne sarebbe uscita.
"Sta bene!".
La voce del soldato la fece sussultare.
L'uomo passò oltre, i passi pesanti, la spada aggiustata al fianco, il mantello tirato addosso quasi per rimarcare il contegno d'essere soldati che non si sarebbero fermati lì e quello l'avrebbero cercato e trovato e fatto a pezzi.
"Il generale…guai se fiati con lui!" – si permise di digrignare l'uomo prima di sgusciare via dalla stanza – "Noi usciamo…rimetti in piedi quell'idiota là dentro e poi mandalo fuori che dovrà venire con noi…"
"Vai vai…" – sibilò Adeline sprezzante, la mano sdegnata a volteggiare nell'aria – "Cercalo pure il tuo prigioniero!".
La stizza si tramutò in rabbia e poi in paura e le lacrime rigarono le guance, mentre le mani presero a lisciare la stoffa della sottana stropicciata.
Rimettere ordine…
Un piede pestato a terra…
Per lei quella storia sarebbe finita lì.
Quelli non avrebbero trovato più nessuno, né vivo, né morto!
Andrè doveva scomparire dalla faccia della terra.
Solo così lei avrebbe salvato Carmilla e tutta la sua famiglia.
A quelli giù in paese avrebbe confermato che il prigioniero era morto.
Tanto più che nessuno sapeva che Bouillé si teneva un dannato soldato prigioniero in casa.
Anche ad Horace avrebbe mentito.
Glielo avrebbe detto subito che lei non ce l'aveva fatta e che quelli erano stati più veloci e lei s'era ritrovata a raccogliere un mucchio di ossa frantumate, il corpo disarticolato come quello d'un burattino buttato in un angolo che non serve più.
Il prigioniero era morto, l'avevano ammazzato i tirapiedi di Bouillé.
E lei avrebbe dovuto rispondere solo a Dio di non essere riuscita a salvare quel povero diavolo.
Povera Adeline…
Aveva tentato di considerare tutto, tutto quanto la discreta intelligenza d'una donna di campagna, avvezza ai liquori e discreta cuoca, avrebbe potuto prevedere.
Una scena riuscita, quasi perfetta.
Che però la donna non lo sapeva che sulla scena ancora non s'erano presentati tutti e che in quella recita mancavano ancora molti, non solo semplici comparse ma addirittura primi attori.
E ancora Adeline non lo sapeva che qualcuno di quelli che lei aveva ingaggiato nella compagnia e a cui aveva affidato una certa parte, avevano preso in realtà a recitare a soggetto, ovvero come meglio gli pareva, e a muoversi di testa propria, incoscenti ed ebbri della felicità che non lascia ferme le gambe e fa volare, sui piedi, di corsa, giù per il sentiero che porta verso il paese.
Anche se la madre aveva detto alla figlia di non metter piedi fuori da quel benedetto capanno…
"Carmilla!".
La voce stridula ripetè il nome una volta e poi un'altra volta.
La voce arrogante e stupida Carmilla la conosceva bene, ed era per questo che aveva fatto finta di non sentirlo il richiamo del figlio del farmacista del villaggio di Limours, Antoine Belleville.
Detto Bellì.
I passi di Carmilla accelerarono per il sentiero, quasi la giovane si mise a correre, perché aveva fretta e perché non ne voleva sapere di quel bellimbusto che le faceva la corte da qualche tempo e siccome era il figlio d'uno ricco, a quello gli pareva sarebbe stato ovvio che una giovane povera in canna come Carmilla gli sarebbe caduta ai piedi.
Neanche per sbaglio Carmilla avrebbe ceduto.
Ne andava del suo orgoglio!
"Vai al diavolo!".
La risposta non deponeva per un ammorbidimento.
L'altro scattò, di corsa, e Carmilla gridò che la presa al braccio fu severa e secca e lei non riuscì a tirare quel tanto che sarebbe stato necessario a sguasciargli via.
Non era solo Bellì, con lui c'erano Gaston Marever e un altro imbecille, quello che stava sempre dietro ai primi due, una sorta d'esecutore delle bravate dei primi, che se c'era da sporcarsi le mani i primi due erano poco avezzi a farlo.
"Lasciami!".
"Ma dove vai così di fretta!".
Lo strattone s'impresse nei muscoli. Il giovane tirò di più fino a ritrovarsi addosso alla ragazza che al volo gli piantò un pestone nello stinco. Ecco perché Carmilla era diversa dalle altre…
Antoine gridò mollando la presa e sputando a terra e prendendo a rincorrere l'altra.
L'avversione lo stuzzicava, c'era più gusto a prendersi chi non ne voleva sapere d'esser preso.
"Non scappare!".
I tre le furono addosso, l'altra si ritrovò la strada sbarrata e fu costretta a fermarsi.
Tirò un respiro fondo, perché non s'era mai tirata indietro Carmilla se c'era da menar le mani. Renoir qualche colpo glielo aveva insegnato alla sorella, come tenere la guardia alta, dove colpire non tanto per far male ma almeno per guadagnare tempo.
Ma contro tre persone non ci s'era mai trovata.
"Lasciatemi passare! Ho fretta!".
"E perché hai fretta? Sei sparita da un po'…".
"Hai preso a seguirmi per caso? Non mi sembra d'averti mai dato il permesso di farlo!".
Belville era figlio d'uno ricco. Di conseguenza s'era imputato gli spettasse di diritto far quello che gli pareva senza chiedere il permesso a nessuno.
"Non sarai certo tu a dirmi cosa devo o non devo fare!" – biascicò quello. La sfida lo faceva godere nel pregustarsi la vittoria, ma passare per scemo, quello gli era inaccettabile. Carmilla parlava un po' troppo per essere una campagnola che avrebbe dovuto solo inchinarsi e baciargli i piedi e poi magari lui le avrebbe insegnato a salire un poco più su e a baciargli qualcos'altro.
"Sparite voi due!" – ordinò il damerino agli altri due e quelli sbuffando tirarono calci ai sassetti più piccoli facendoli rotolare via e seguendoli, di malavoglia. Nemmeno a loro piaceva prendere ordini, anche se si trattava di quelli che venivano dal più infuente dei tre.
Tutt'intorno il concerto di cicale assordava quasi, la campagna assolata e stanca si chiudeva su chi ci s'addentrava dentro, senza offrire particolare refrigerio.
Solo solitudine, sì, quella di certo.
La voce del giovane s'ammorbidì. Doveva pur concedere all'altra di cedere.
"Avanti…non far la difficile! Io non corro dietro a tutte e tu sei…".
Carmilla si trattenne ma pensò bene d'alzare la destra in segno di combattimento. Un ceffone dritto in faccia all'altro non glielo avrebbe risparmiato nessuno.
"Che fai?" – ghignò Antoine – "Se diventeremo fidanzati…".
Non lo fece terminare Carmilla che finalmente dalla pancia e dalla gola sgorgò come un torrente in piena l'ennesima rivelazione, forse all'altro prima che a sé stessa.
"Io ce l'ho già un fidanzato stupido idiota!" – sibilò la giovane stringendo le labbra e soffiando come un gatto che s'inalbera per far paura all'avversario.
L'altro si raggelò. Da che ne sapeva lui era stato il primo a mettere gli occhi su Carmilla e da quel momento in poi s'era stabilita una sorta di ius primae noctis…
Quella sarebbe stata sua, che l'avesse voluto o no. Ma no, Antoine non aveva considerato che l'altra si muovesse con volontà propria e decidesse di testa sua e così gli parve quasi che quella lo stesse prendendo in giro solo per prender tempo e giocare un po', come il gatto col topo.
"Che stai dicendo?".
Carmilla sfoderò un sorrisetto di compiacimento ch'era riuscita a zittire il pavoncello.
"Quello che ho detto! Ho già un fidanzato e tu dovresti avere la gentilezza di starmi lontano…".
L'altro riprese a stringere il braccio.
Carmilla non si fece intimorire: "Che se viene a sapere che ti sei permesso di toccarmi non credo che la passerai liscia! E' molto geloso e non sarebbe contento di sapere che la sua fidanzata viene trattata così!".
Convincente si dipanò il racconto accompagnato dalla voce severa e da un successivo strattone che consentì a Carmilla di liberarsi e di sgusciare via perché l'altro era rimasto troppo sorpreso.
L'ultima chiosa…
"Vai al diavolo!".
La voce della giovane si perse giù per il sentiero che conduceva al villaggio, da dove la madre aveva detto di stare lontano, almeno per un poco e dove invece Carmilla stava tornando perché doveva cercare nuove bende e del vino e dell'acqua e della carne secca e chissà che altro.
E quando Renoir se la trovò davanti gli venne un colpo mentre si tirava dentro la sorella richiudendo la porta e piantando addosso all'altra due occhi spiritati e chiari tanto quanto quelli di lei che parevano ancora più limpidi adesso che a poco a poco nella testa di Carmilla tutto si chiariva e si manifestava come il cielo azzurro di là dalle nuvole di pioggia.
Il cavallo sudato e stanco, il vento che scivolava in faccia…
Tutt'intorno la campagna asciutta, bianca, accaldata di afa.
Fu costretta a scendere ad un certo punto, che l'animale non ce la faceva più e nemmeno lei, anche se aveva tentato di resistere in sella, nessun pensiero in testa. Proprio nessuno, se non che doveva entrare a Parigi, imboccare la strada che l'avrebbe riportata dentro le viscere della città, perché là si trovava André.
La testa pulsava, la gola era asciutta. Nessun miracolo, nessun pozzo che quelli che aveva incontrato erano stati scalzati e buttati a terra. I contadini avevano fatto la loro rivoluzione, nelle campagne, forse rifiutandosi per la prima volta di compiere gli stessi gesti compiuti da secoli, arare i campi, dissodare la terra, il poco grano ch'era riuscito a maturare raccolto e messo al sicuro, e poi cacciare via i poveracci che s'azzardavano a spigolare qualche chicco andato perduto.
Anzi, tutto avevano preso a rifiutarsi di fare, perché qualsiasi gesto sarebbe stato, d'ora in poi, solo per sé stessi e non più per i padroni.
La calura era soffocante, quasi una sorta di cane rognoso attaccato ai polpacci spezzati dalla stanchezza, mentre il corpo implodeva.
Alain aveva avuto dannatamente ragione a volerla tenere ferma ancora per qualche giorno.
Ma nella testa non c'erano più pensieri o considerazioni o ragionamenti.
Il dubbio che André la credesse sepolta per sempre dentro l'Inferno della corte aveva mosso i muscoli, costringendola a stringere i denti e ad avanzare, senza fermarsi. Ci voleva poco più di una giornava e alla fine Parigi era lì, distesa, soffocata, bianca, chiusa nelle sue mura, accerchiata da una specie di bolgia infernale, accampamenti di straccioni, soldati di ventura, mendicanti, commercianti che dovevano rimettersi in senso per entrare e prendere a vendere ciò ch'era vendibile.
L'occhio si perse alla vista di quella specie di marea dolente e silenziosa che attendeva che la città s'aprisse e consentisse d'entrare, come se dentro ci sarebbe stata la manna e la vittoria.
Oscar strinse le redini, accarezzando il muso del cavallo, stanco.
Per la prima volta nella sua vita era del tutto ed inesorabilmente sola.
André non era con lei, né Alain, né altri che conoscesse o la conoscessero.
Nell'aria s'iniziavano ad intuire, disseminati tra gli olezzi degli ammassi di stracci, fugaci sentori intensi e caldi di una stagione che stava volgendo al termine, recando con sé il compimento di gesta eroiche, di carezze a rose che appassivano, bruciate dal calore e dalla passione, di terra ormai stanca e spoglia dei suoi raccolti, che s'apriva ad accogliere le membra stanche e vinte dalle lunghe giornate soleggiate e dalle recriminazioni perdute.
L'aria era nuova, diversa, intrisa della nostalgia di antichi ricordi, racchiusi nel cuore e nella mente.
Sorrisi, giochi, spensieratezza che s'erano tramutati in desiderio e passione.
Nell'aria c'era il suo profumo, il suo sapore, conosciuto con tutta sé stessa, fin nel profondo dell' anima, il corpo, le mani, le dita, turro scorreva su di lei, sui capelli, sulle labbra, come pioggia che lava ed eleva ed innalza e purifica nella purezza d'un amore assoluto, nell'estasi dell'istante in cui il culmine strappa i sensi e li dissolve e…
S'appoggiò al cavallo, solo un istante, per riprendere la tensione dei muscoli.
Non ci fu verso.
Lui era lì, dentro i muscoli, anche se adesso lei si trovava davanti ad una città di seicentomila abitanti, arrabbiati, delusi, increduli, affamati, come lo era stato prima del quattrodici luglio e come lo sarebbe stato dopo.
Scrutò gli accampamenti più piccoli: poveri stracci ammassati a coprire masserizie, stoffe, vasellame, forse carne, olio, forse persone, bambini, vecchi.
Lo sguardo s'impuntò e di nuovo non ci fu nulla da fare, la sua presenza incombente lì, sulla punta delle dita, intrappolata nello sguardo un poco assonnato, impressa nelle lunghe ore trascorse ad osservarlo, mentre aspettava che si svegliasse.
C'era André eppure lui non era lì e allora la sentì la solitudine come mai prima d'allora.
Pesante ed inesorabile.
Assieme alla vita che non c'era più, quella spesa a costruire la falsa idea di ordine e rispetto delle regole, mentre il destino a cui s'andava incontro non avrebbe concesso scampo.
L'ordine non esisteva più…
L'unico scopo: era viva e voleva esserlo e voleva dirglielo che era viva, che lui non pensasse che essersene andato avesse reciso per sempre il filo che li univa, quello che nemmeno il demonio era riuscito a spezzare e nemmeno lei, che alla fine forse lei, sì proprio lei del demonio s'era presa beffa.
Doveva entrare, prima che Port Saint Antoine fosse sprangata per la notte.
L'affollamento al posto di controllo era diminuito e questo non era bene, perché lei non sarebbe passata inosservata, sola, impolverata, le labbra aride e sanguinanti, il viso bianco, il cavallo stremato.
Le gambe si mossero, senza pensare, le mani strinsero le redini, senza pensare, il cappuccio calato in testa, gli occhi fissi al sentiero polveroso.
Lo sguardo si sollevò solo un poco, un istante d'incredulità di fronte ad uno sprazzo di ordine che ancora esisteva.
L'intesa fulminea e sgranata mentre il soldato si metteva sull'attenti, impercettibilmente, che non doveva farsi vedere dai superiori, perché lui l'aveva riconosciuta e…
"Pierre Renartique…" – sussurrò a denti stretti – "L'aveva detto Alain di chiedere di lui…".
I passi proseguirono, lenti, un poco pesanti, stanchi.
Il mantello l'avvolgeva strisciando a terra e scivolando sopra ogni genere di zozzuria abbandonata all'ingresso della città, che dentro le regole erano severe e non si poteva certo trasformare Parigi in una enorme latrina a cielo aperto.
Gli sguardi si seguirono l'un l'altro.
Oscar s'irrigidì sperando di comunicare all'altro di lasciar perdere quel dannato saluto, che altrimenti si sarebbe fatto scoprire.
Gli occhi superarono le mura andando alla fila di torce che erano già state accese ai lati della via principale, quella che un tempo portava alla Bastiglia. I piccoli banchetti svuotati della merce messa al sicuro nei carri e nelle botteghe. Fiori sgualciti a terra ormai non più smerciabili.
I passi proseguirono, mentre il cuore batteva e quasi si perse, un istante…
"Soldato! Che diavolo fai?".
La contestazione le giunse alle spalle, mozzando il respiro, mentre il buio scendeva sullo sguardo. Non poteva voltarsi, si sarebbe tradita e avrebbe tradito l'altro.
I suoi dannati Soldati della Guardia…
Dio, loro sì che ne avevano sempre saputa una più del diavolo.
"Nulla signore, mi stavo stirando i muscoli!".
"E di grazia da quando in qua per stirare i muscoli ci si mette sull'attenti?" – strillò il superiore incarognito.
Oscar per un istante venne colta da un moto di riso, cacciando il viso sul petto, per soffocare l'irriverente reazione.
"Signore, perdonatemi…sono ore che sono di guardia alla porta. Con il vostro permesso avrei una necessità!".
"Falla lì…che tanto a questi bifolchi non interessa se il loro quartiere puzza di piscio!".
Questi dunque sarebbero i nuovi comandanti?!- se lo chiese Oscar mentre i passi rallentavano e lo sguardo si posava sugli edifici che a poco a poco s'illuminavano per la notte.
Si strinse alle redini, ancora di più, che le pareva che adesso i mendicanti appollaiati all'angolo dell'edificio fatiscente avessero preso ad osservare il cavallo.
Un bene prezioso, in tutti i sensi.
I passi procedettero, il cuore si perse. Quasi non lo riconosceva più quel dannato quartiere, quello più infuocato di tutta Parigi, quello dove abitava Bernard.
Glielo aveva detto André quando lei doveva liberare i soldati dall'Abbey…
Il cuore si contrasse.
Quei soldati adesso non c'erano più.
Pochi giorni, i suoi ordini, il fuoco delle baionette puntate sul popolo e su di loro, s'erano portati via tutto e tutti.
Un unico pensiero…
Un unico nome…
Gli occhi si sgranarono aprendosi al buio crescente. Se lo ritrovò davanti il viso del soldato Pierre Renartique che l'aveva rincorsa evidentemente, infilandosi come un topo tra i banchetti e gli stradelli più stretti.
"Comandante…".
L'appellativo pronunciato sottovoce. Il soldato la conosceva la storia del comandante.
Gli occhi lucidi. Ritrovarsi vivi e nemmeno il tempo di poterselo raccontare. Non si poteva. La memoria di chi se n'era andato non l'avrebbe permesso.
"Soldato…Pierre…".
L'altro sorrise. Lei, il suo comandante, se li ricordava bene, i nomi di tutti. Anche il suo. Era di questo ch'era sempre andato fiero.
"Ci avevamo sperato…".
L'altro pareva sapere tutto.
Oscar si contrasse. Non voleva essere scortese ma i muscoli mordevano e lei doveva proseguire…
"Non preoccupatevi comandante…sono qui…" – come a dire, sono ai vostri ordini, chiedete pure.
"Stai bene?" – si permise lei.
"Sì…".
Silenzio…
No che il soldato non stava bene. Si comprendeva.
Il silenzio del comandante incentivò l'altro a correggersi.
"Comandante…che sta accadendo?".
La voce si contrasse. Oscar non comprendeva.
"Parli dei nuovi comandanti?" – osò dubitare.
L'altro annuì: "Ci hanno chiesto di combattere i contadini! Capite? I contadini!".
Gli occhi brillarono, al buio, di rabbia o commozione.
"Qui a Parigi…siamo riusciti a tirare giù quella dannata fortezza e invece…nelle campagne…ci hanno ordinato di combattere i contadini che si ribellavano contro i padroni. I comandanti che sono stati messi lì nella Milizia Nazionale…a Cluny…hanno ordinato di cacciarli via i contadini e…ne sono stati ammazzati cento di quei poveri Cristi…e centosettanta li hanno incarcerati…che sta accadendo?".
Quello che voleva sapere il soldato era semplice. Non c'era più una parte buona e una cattiva. L'ordine innanzi tutto.
E allora da che parte si doveva stare?
"I nuovi comandanti…li hanno messi quelli dell'Assemblea e ci ordinano di combattere…".
"Soldato… Pierre Renartique…non posso sapere se ciò che è stato chiesto di fare sia giusto o sbagliato…" – la voce uscì dolente – "Per ciò che sappiamo noi, direi che no, non è giusto…".
Il noi s'espanse…
Oscar pareva ancora il comandante di sempre, quello che ascoltava i suoi soldati.
Lo sguardo s'abbassò.
Di più non poteva dire e l'altro lo comprese. Il comandante non era mai stata di tante parole. Le poche che aveva pronunciato racchiudevano la definitività d'un pensiero sofferto e difficile da metter in pratica.
Lei ne stava pagando tutte le conseguenze. Ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Si è ciò che si sceglie di essere e lei aveva compiuto la sua scelta.
Non sarebbe mai più potuta tornare indietro.
I nuovi demoni erano lì, adesso. Non più chiusi in una cella, facilmente riconoscibili.
Erano lì, intorno…
Annidati tra le fila di chi voleva libertà ed uguaglianza per tutti e chi in esse ci vedeva solo caos e disordine e allora l'ordine tornava ad essere l'imperativo assoluto ed un privilegio ed un dovere metterlo in pratica fino in fondo.
Oscar si ritrovò dilaniata dal pensiero che in quel momento nulla le importasse più, nulla per lei valeva la vita di André, nemmeno quella delle sorti del popolo francese, anche se lo comprendeva che il fango aveva preso ad innalzarsi e prima o dopo tutti vi sarebbero affogati.
"Dove state andando?" – proseguì il soldato che aveva compreso.
"Sto cercando la casa di Bernard Chatelet…".
"Oh…sì…".
Silenzio…
La gola arsa dal viaggio e dalla fatica. Il sapore conosciuto del sangue…
"Pierre…hai…hai visto André?" – la domanda uscì sussurrata, disperata per avere lì, subito, una lieve e pallida speranza di rivederlo presto.
L'altro negò, non l'aveva più visto.
Intuì dal pallore che si dipinse sul viso dell'altra che la notizia sprofondava nella disperazione.
"Vi accompagno per un po'…" – propose allora il soldato, tentando di cambiare discorso.
Anche lui la conosceva tutta la storia e…
Oscar non chiese altro e si lasciò guidare.
Le bettole prendevano ad illuminarsi, gl'ingressi si schiudevano per invogliare la clientela, fari insidiosi che dovevano attirare pesanti falene disperse.
Il sentore del vino, aspro, mescolato a zucchero ancora più marcio, mozzò il respiro.
Oscar vacillò. Chiuse gli occhi pregando che la risposta del soldato fosse dovuta alla mancanza di contatti tra quelli della Milizia Nazionale e quelli che non ne facevano più parte.
Sarebbe stato assurdo il contrario…
André era da Bernard. E se non fosse stato lì, il giornalista lo doveva senz'altro sapere dove fosse.
"Pierre…ora vai…".
Lo sguardo si posò sul rudere stanco e cupo. Le mura scure della Bastiglia si aprirono all'improvviso e Oscar comprese che il soldato non poteva andare oltre. Si sarebbe allontanato troppo. Non era necessario esporsi a quel modo.
"Credo che abiti da queste parti. Lo troverò da me…".
"Comandante…".
L'esitazione dell'altro un tempo sarebbe costata una severa reprimenda. Eseguire ordini all'istante era diventata prerogativa di quel comandante e dei suoi soldati.
"Vai!" – la gola chiusa, le lacrime trattenute.
Non si sarebbero mai più rivisti, entrambi lo compresero.
Il saluto più deciso questa volta corruppe i sensi e Oscar si ritrovò ad osservare le spalle del giovane che correva via, la spada stretta al fianco mentre il buio gli si chiudeva attorno. Anche lei si ritrovò al buio. L'indirizzo esatto non lo conosceva. Avrebbe chiesto, sibilando piano quel nome che pure da quelle parti doveva essere noto.
Di sfuggita tentò di seguire con lo sguardo l'enorme e macabra ombra nera che si stagliava sotto la tiepida luce del tramonto.
Una specie di sarcofago vuoto, sventrato, frantumato, simbolo d'oppressione, il primo di tanti, caduto sotto la furia di un popolo ormai non più disposto alla supremazia di pochi nobili sul destino di tutti gli altri.
Nell'aria il sentore della polvere da sparo e della polvere delle macerie che s'erano mescolate al sangue e alla paura.
L'odore della morte s'era sbriciolato, sapientemente squadrato e suddiviso nelle pietre che lentamente venivano smantellate dalla costruzione.
Dove non arrivavano le rivoluzioni ci pensava la necessità, che quelle pietre mica si potevano gettare nella Senna!
Dentro no, sopra sì!
L'afa spezzò il respiro mentre il sangue, il proprio, tornò lì, al proiettile che l'aveva passata al braccio ed alla voce di André che la chiamava.
Quella voce che l'aveva chiamata e le aveva parlato di lei e di loro, del loro passato e della dolcezza dei loro ricordi.
Doveva ritrovare quella voce, al più presto possibile.
Prima che la sua stessa vita finisse, trascinata via dalla follia della storia e dal suo corpo che presto non l'avrebbe più sorretta.
Perché le sue braccia l'avevano presa e l'avevano portata via, lontano e non l'avevano più lasciata.
Sarebbe stato ancora così.
Doveva essere…
L'urgenza di mostrarsi a lui, di nuovo, ritrovarlo, abbracciarlo…
André non può pensare che tu sia rimasta là sotto!
La casa…
La casa dove ci siamo rifugiati.
Ti ha preso, abbracciato…
Quella casa è sparita, sbriciolata…
Tu e lui…
No!
Un odio incomprensibile, quasi disumano.
Oscar vacillò e si sentì quasi mancare.
Si portò una mano alla bocca per non gridare.
Chiuse gli occhi e corse via, scomparendo in un vicolo buio.
L'ennesimo…
Questa volta lo strattone al mantello fu più deciso: ci mise qualche istante per comprendere e decidere d'opporsi. Qualcuno la tratteneva e lei non aveva tempo da perdere e…
Lo sguardo sgranato, la mano all'elsa della spada nascosta.
Lei non era più il comandante dei Soldati della Guardia, lo sapeva bene che non aveva più nessuna giustificazione di farsi trovare armata in città.
"Mademoiselle…".
L'appellativo gelò il sangue.
Dio…
"Chi sei?".
La donna s'avvicinò. Il viso parzialmente abraso, ferito da un qualche accidente.
Fuoco forse…
Lo sguardo s'aprì per tornare indietro ai fulgidi giardini della Reggia di Versailles prima e poi al polveroso cortile della corte dei miracoli. L'aveva ritrovata lì quella donna.
"Voi siete…".
"Mariel…mademoiselle…Madame Rosalie…".
Oscar s'aggrappò al nome conosciuto, al volto, al mondo che lei adesso doveva raggungere, unica salvezza.
"Sì…sapete dove abita?".
Si vergognò un poco Oscar della domanda fulminea che pose, senza nemmeno chiedere che fosse accaduto al volto di quella poveretta. C'era da immaginarlo.
"Perdonatemi…vi prego…dove…".
L'altra sorrise. La bocca si schiuse un poco in segno di rispetto, che di denti ce n'erano rimasti pochi e forse la giovane si vergognava pure lei dello strazio che le si era rovesciato addosso, inciso sul volto.
"Venite con me…" – disse piano.
Oscar si riebbe. Non aveva tempo, ma la dignità dell'altro, chiunque esso fosse, non poteva restare impigliata nel proprio destino, nella propria disperazione.
"Che vi è successo? E il vostro bambino?".
L'altra in silenzio agitò la mano mentre aveva preso a camminare trascinando un poco i piedi. L'andatura era rimasta la stessa.
"Sta bene quel birbante!".
Oscar la trattenne per un braccio.
"E voi?".
"La donna girò la faccia, non voleva farsi vedere.
"Sono viva…sono viva…".
Il marchio impresso in faccia veniva da là, dalla terribile rappresaglia ch'era stata inferta alla corte, nel tentativo di eliminare una persona scomoda ed il suo passato e ciò che rappresentava.
Con il che s'erano eliminate anche le persone che c'erano dentro, tutte le altre.
Con la stessa facilità con cui una falce taglia le spighe di grano, assieme alla gramigna.
Spighe utili e gramigna inutile…
Tutto assieme. Non aveva importanza.
"Siamo arrivati…".
La donna imboccò un voltone, poi una rampa di scale che costeggiava il muro esterno d'una casa. Poi un altro corridoio aperto.
Una lanterna indicava l'ingresso. Le persiane erano aperte rivelando il vociare sommesso di persone conosciute.
"Ecco…".
Con sorpresa Oscar vide l'altra aprire l'uscio, come fosse di casa, e subito piegarsi per acciuffare il monello che le correva incontro, gettandosi addosso, assalendola, mentre lei prendeva a scrutare la stanza, illuminata, e gli occhi si posavano sugli occhi.
E poi gli occhi si sgranavano e le figure conosciute del giornalista e della sua giovane moglie s'irrigidivano.
Si scoprì il capo dal mantello.
Bernard sarebbe voluto correrle incontro ma fu costretto a trattenersi per trattenere Rosalie che s'era alzata ma poi era ricaduta giù come un sacco vuoto alla vista dell'altra.
Anche Mariel s'avvicinò per soccorrere la giovane.
Il corpo molle venne issato su e Rosalie si ritrovò adagiata sul divanetto ma gli occhi erano aperti, lucidi, sgranati.
"Siete viva…".
Oscar lo temeva che tutti la credessero morta. Erano fuggiti in fretta lei ed Alain dalla corte ed erano usciti da Parigi perché non aveva senso rifugiarsi da nessun altro.
"Sì…Rosalie…sono…viva…".
Imporsi nell'esistenza degli altri non era mai stata una sua prerogativa ma Oscar lo comprese che tutte quelle persone erano state in pena e avevano sofferto e…
Pochi istanti.
I tre si guardarono mentre Mariel si ritrovò seduta a terra tra un sorriso ed una smorfia.
"Madame…".
"Sto bene…" – sussurrò Rosalie.
Le dita s'attorcigliarono tra loro e Oscar vi appoggiò le mani sopra.
Era viva. Era tutto…e…
"Siamo…siamo riusciti a fuggire…sia io che Alain. Poco prima che arrivassero i soldati era entrata un'altra persona che ha tentato di uccidermi…".
"Cosa? E chi era?" – chiese esterrefatto Bernard mentre il pensiero correva ai suoi dannati compari, a quelli che non ne volevano sapere di piegarsi alle regole della democrazia e ad essa preferivano i coltelli.
"Non lo so…sono riuscita a difendermi…è arrivato Alain e quello si è dileguato. E poi…".
"C'è stato l'incendio…" – continuò Bernard passandosi la mano tra i capelli.
"Un incendio…".
Il tono incerto consentì ad entrambi di comprendere che nulla era avvenuto per caso.
"Siamo riusciti a scappare dal retro della casa. C'era fuoco…ovunque…ma non potevano venire qui. Sarebbe stato troppo pericoloso. In tutti questi giorni siamo rimasti in un villaggio distante un giorno da Parigi. Poi io…io volevo tornare…".
"E Alain?".
"Alain sta bene ma…avevamo opinioni diverse e ho deciso di tornare per prima, ma presto sarà qui anche lui…".
Il racconto era sufficiente, anche se non rendeva giustizia a tutti quelli che si erano perduti.
"Rosalie…Bernard…André…dov'è? L'avete visto?".
La domanda uscì di nuovo, soffocata ma decisa. Lo sguardo perduto…
Non era possibile attendere. Lì c'era la risposta.
Non avrebbe avuto senso nemmeno farla quella domanda eppure…
L'istantaneo silenzio scivolò piano allargandosi nel sangue come veleno che a poco a poco paralizza i muscoli, i sensi, la vista, l'udito, la voce…
Oscar non riuscì più a parlare. Vedeva Bernard che negava con la testa e poi guardava la moglie…
"Non…dov'è André?" – chiese di nuovo.
"Non l'abbiamo più visto…".
Poche parole
Lo sguardo si sgranò, che no, non era quella la risposta che s'aspettava. Non più. Ora non c'erano più ragioni che giustificassero l'assenza, il vuoto…
"Noi non sappiamo dove sia André…".
Le parole s'infransero e disfarono i muscoli…
"Cosa…".
"Non l'abbiamo più visto da quando è andato a casa di tuo padre…c'è stato l'incendio e…non sappiamo se sia tornato…".
"André…ma…".
La gola si chiuse e le dita sfiorarono le dita, con la mente, come quando s'erano salutati.
"Forse non è tornato…" – obiettò lei con un filo di voce.
Forse non l'aveva mai visto allora quello scempio, ma erano passati troppo giorni, non aveva senso.
Anche lei si ritrovò a terra, seduta, mentre ascoltava la voce di Bernard, lontana, e le tempie battevano e l'incarnato pallido di Rosalie s'offuscava alla vista.
"Abbiamo mandato delle persone a casa tua…io stesso…" – Bernard tentò di trovare una ragione all'assenza – "Io stesso ci sono stato…ho visto la vostra governante…ma non mi sono avvicinato. Sono rimasto per diversi giorni…non ho visto nemmeno tuo padre…chi c'era continuava a lavorare e a prendersi cura della casa come se nulla fosse…io non so…".
Non era necessario preseguire.
"André non è lì" – sibilò Oscar.
André non c'era.
"Come fai ad esserene sicura?" – obiettò Bernard.
"Lo so…lo so e basta…".
La promessa, le dita sfiorate, gli occhi chiusi ad ascoltarsi mentre i sensi s'innalzavano…
Non si poteva restare troppo a lungo lontani da quanto aevano ascoltato l'uno nell'altra.
"Dove…".
Oscar si morse il labbro, i ricordi s'affollavano e sovrastavano i pensieri.
Un sussurro, lo sguardo sgranato, la corsa, la rabbia, il tempo che scorre, tutto senza senso.
Le parole si piantarono come lama che entra nella carne e la taglia e il dolore, il male, l'attraversano e l'annientano. E restano lì.
E il dolore non si ferma, non diminuisce, ma resta, senza fine a lacerare l'anima.
Non riusciva a crederci.
André…
André non è qui.
Non c'è…
Non è qui e nessuno l'ha più visto, nessuno sa dove sia.
Non può essere ancora a casa…
Sentiva che non era così.
Sapeva che André la parola data l'avrebbe mantenuta.
Tornare, da lei…
Al più presto.
André, dove…
Se fosse tornato e avesse visto l'incendio, sarebbe venuto quì, avrebbe cercato Bernard…
Come aveva detto Alain. Come tutti avevano pensato.
Ma non è accaduto…
"Perdonate…".
Bernard guardò la ragazza a terra.
"Mariel…
"State parlando del re?".
Oscar fu costretta a sollevare lo sguardo.
Che…
"Il re…".
Le parole non uscivano, intrappolate nella paura.
"Il sovrano della corte…" – si corresse l'altra.
"André?".
Oscar non poteva crederci fosse proprio lui ad essere stato soprannominato così. Ma in fondo poteva essere che André con i suoi modi e la sua voce calma e lo sguardo sereno e retto…
André, il sovrano della Corte dei Miracoli.
E lei era la sua regina.
Mariel annuì.
"C'erano dei soldati fuori…".
"Soldati…".
"Vestiti di scuro…avevano mantelli verde scuro e uno portava un tricorno con delle piume…".
"Mariel…non ce l'hai mai detto?!" – la rimproverò Bernard alzandosi.
"Io…" – quella prese a tremare.
"Ti prego…chi erano…" - Oscar lo chiese con le parole e con gli occhi.
Un tuffo al cuore…
"Erano come quelli che avevo visto quando ci siamo conosciute…".
Versailles ed i suoi abominevoli sfarzi tornavano ad irrompere nella vita della traditrice.
Il giorno dell'addio alla regina Maria Antonietta. L'aveva conosciuta allora Mariel, che aveva rischiato d'essere presa per i capelli dai soldati della Guardia Reale e gettata in una prigione o peggio ancora in un fosso con la baionetta piantata nella pancia.
I soldati…
"L'uniforme…" – sussurrò Oscar, ritraendosi, non ci voleva credere fosse davvero così – "La Guardia Reale…".
"Non l'ho vista…avevano i mantelli…scuri…".
"E l'uomo…".
"Mi bruciava la faccia…sentivo male e l'ho visto solo un istante prima di riuscire a scappare con il mio bambino…".
Ogni azione, prima o poi reca con sé le proprie conseguenze.
Quella era una di esse.
Alla giovane era stata risparmiata una dura punizione e adesso gli occhi di quella giovane restituivano un brandello di verità, sfuggito a tutti, che sarebbe finito nell'Inferno dell'oblio se lei non fosse stata lì a coglierlo, per quanto sconvolgente.
Oscar rimase immobile.
Il dubbio si stava facendo strada.
Mantelli scuri, verdi…
E poi un uomo in tricorno piumato.
Un ufficiale…
Non era necessario correre lontano.
La risposta stava lì, nella mente e nelle parole d'un uomo che aveva giurato vendetta contro di lei.
Se la ricordava bene la faccia di quell'uomo e le parve di vederla lì, proprio lì, alla corte.
L'aveva vista spesso negli ultimi tempi. E anche quando non l'aveva vista, ne era certa c'era lui dietro l'assurda faccenda del demone.
Tutto perduto e distante nel tempo.
"I soldati del Generale Bouillè…" - sussurrò piano quasi lo temesse un simile scenario e poi però disperatamente volle aggrapparsi ad esso perché un senso tutta quella storia ce lo doveva avere e non c'era altro senso che quello – "Forse…".
Lo sguardo sbarrato fissò nel vuoto.
"Che intendi dire?"
Rosalie si riprese, il viso contratto e bianco ed il dubbio covato nel cuore che a poco a poco diveniva realtà.
In un istante si erano persi tutti e lei era rimasta aggrappata ai ricordi. Non c'erano più tornati alla corte, dopo l'incendio.
Nessuno aveva saputo più nulla ed il vuoto, il silenzio, l'assenza avevano comunicato il senso della fine di tutto.
Ora mademoiselle era lì, solo lei però, e…
L'altra la guardò come a scovare nel viso conosciuto un residuo sprazzo di forza.
Fece per alzarsi.
"No…Oscar…Dio…che vuoi fare?".
Bernard si staccò e l'afferrò per un braccio.
"Devo andare…".
Nessun pensiero…
André non era lì…
Il vuoto ingigantito scavava dentro. Voragine fredda che rallentava persino i gesti.
La voragine uguale all'ombra nera della Bastiglia sventrata.
"Andare? Dove? Sei appena tornata…".
"Bernard…quelli…quelli erano soldati di Bouillé…c'era lui lì…e forse…mio padre l'aveva detto che Bouillé non s'era rassegnato…devo andare…".
"Da quello?".
Bernard non ci poteva credere che la fredda pragmaticità dell'altra si fosse dispersa così.
"Aspetta…".
"Potresti…ho solo necessità che il cavallo sia accudito…".
"Oscar…non potresti uscire nemmeno se lo volessi. Adesso le porte sono già chiuse, rischieresti inutilmente…".
Le gambe tremarono e i muscoli cedettero all'esposizione di Bernard. Oscar vide il tempo che scorreva, il proprio senza Andrè, e quel tempo adesso diveniva magmatico e vago…
Non aveva mai sopportato non sapere. Ma quello, quello che stava accadendo…
Non poteva più sopportare di stare lontana da lui.
Era già accaduto…
"Resterai qui, stanotte. Ti riposerai e domattina…".
"Mademoiselle…vi prego…".
Rosalie s'inginocchiò e gli occhi implorarono d'approfittare del rifugio sicuro.
"Noi tutti abbiamo temuto…la casa…la casa non c'era più….il fumo….mi è sembrato di morire…non c'eravate…non c'era più nulla…".
Piangeva Rosalie…
Sì, aveva ragione.
Ma Oscar era lì e André no.
Una mano sulla guancia dell'altra, in ricordo dell'affetto antico.
"Sono qui adesso…".
Il timbro mutato, freddo, duro, distante…
Il nodo stringeva la gola. Il respiro venne meno.
André non era mai arrivato a casa di Bernard…
Il suo André.
Loro non l'avevano più visto e lui non era venuto a cercarla.
E i soldati…
Dove…
Dove poteva essere André?
C'era un unico modo per saperlo.
Chiederlo a Bouillè.
Per quanto assurdo e pericoloso fosse.
"Resta…ti prego…e poi non è certo che quelli fossero proprio i soldati di quell'uomo…".
Bernard comprese l'urgenza ma…
Lo sguardo si perse in un punto remoto e lontanissimo dal luogo dove si trovava.
"Il generale è uno dei pochi che avrebbe avuto la possibilità di procurarsi la polvere necessaria ad incendiare quegli edifici. Ed è uno dei pochi che poteva ordinare…di chiudere un intero quartiere…sai che anche in passato a Parigi così è stato fatto per…".
"Eliminare le persone…".
Bernard rammentò.
Era per quello che all'Assemblea si lottava.
"Eliminare le persone…non siamo tutti uguali Bernard…forse un giorno accadrà ma adesso no…adesso è ancora possibile che altri decidano della vita di quelli che non hanno nulla e non sono nulla…".
Oscar s'appoggiò al muro. Le mani abbandonate a terra.
"Era lui l'uomo che ha visto questa giovane. E se era lì, era perché voleva accertarsi che ci fossi io in quella casa. Bernard…lui conosce André….lo ha visto tante volte con me a Versailles…a casa di mio padre…e anche dopo…quando è diventato un soldato della Guardia Metropolitana. E se per qualche ragione lo avesse riconosciuto, avrà collegato la sua presenza alla mia. Credo che lo abbiano preso loro. Non c'è altra spiegazione. E se è accaduto…non so…cosa potrebbero avergli fatto. Devo andare capisci. Devo andare dal Generale Bouillè. Solo lui può dirmi cosa è accaduto André…".
"Non puoi…non puoi parlare seriamente!" – chiosò Bernard allarmato – "Non puoi andare da un uomo che ha giurato vendetta sulla tua testa e che…da quello che mi hanno raccontato…è certo che lui ti voleva…vuole toglierti di mezzo!".
"E che probabilmente pensa d'esserci riuscito!" – l'incalzò lei severa - "Avrà immaginato che io sia morta là sotto. Forse non si aspetta di vedermi. Di certo non s'aspetta che sia proprio io a finire nella sua casa! E invece farò proprio così! Andrò da lui e cercherò di farmi dire dov'è André!".
Bernard era esterrefatto. Non ci poteva credere che la raffinata mente d'una persona ch'era riuscita a prenderlo, nelle sue vesti di ladro, e ch'era riuscita a convincerlo a far smuovere le coscienze indolenti dei parigini per liberare i soldati disertori…
"Ma perché pensi che un uomo del genere dovrebbe dirti la verità? Uno che quole vederti morta?!".
Nessuna risposta.
Contestazione più che logica.
Ma lei davvero s'era ritrovata a non avere più forze per utilizzare la logica, per piegare i gesti al ragionamento, ch'era tutto si dimostrava davvero un azzardo, tutto senza senso.
Le mani nelle mani.
André era tutto e la logica e la pragmaticità non orientavano più i sensi e le azioni.
Altro invece, d'immensamente fino e lucente e struggente che quasi il cuore prendeva a battere diversamente ogni volta che il volto si mostrava alla mente.
"Te lo concedo…ma io non ho altre vie. Hai detto che a casa non c'era…e poi lui non è lì, lo so, lo…sento. Bouillè quando non è a Parigi risiede a Limours. Non è lontano da qui…non c'impiegherò che una giornata…devo farcela…".
Non c'era stata risposta. Non si poteva dare una risposta all'illogicità, all'azzardo, alla follia.
Al cuore…
Doveva ritrovare André.
La presenza dei soldati di Bouillé alla corte e la sparizione di André portavano ad un'unica conclusione.
Oscar si passò la mano sulla bocca. La gola asciutta prese a bruciare ed il corpo si piegò attraversato da scosse leggere e soffocate.
"Mariel…presto…prendi dell'acqua e poi…c'è rimasto del brodo…".
Rosalie tentò d'alzarsi.
Bernard la tenne lì.
"No…ci penserà Mariel…tu non devi stancarti…".
Gli occhi si sollevarono e interrogarono i due, che adesso i dubbi parevano aumentati.
"Che sta accadendo?".
Rosalie guardò l'altra.
"Mademoiselle…aspetto un bambino e…mi sono stancata troppo in questi giorni…".
"Un bambino?".
Accade allora che la vita insista e s'intestardisca a non cedere un passo alla morte, all'assenza, alla fine.
Le mani appoggiate al ventre…
Oscar l'osservò il volto di Rosalie e per quanto pallido e stanco e disperso la vide quella vita che cresceva dentro di lei, nel profondo dello sguardo, un poco più lucente e vivo.
No, immensamente vivo.
"Non ve l'ho detto prima…volevo esserne sicura…".
Le mani si staccarono dalle mani dell'altra, il corpo si ritrasse. Non sapeva nulla di sé e del demonio che invece scavava dentro la sua vita. Non ci voleva niente che quel demonio si prendesse anche la vita di altri.
Lei non sapeva come ci era finito dentro di sé.
"Sono felice…" – parole sussurrate mentre lo sguardo s'illuminava e la gola si riempiva di lacrime trattenute a stento.
Dannazione, non le era mai capitato di rischiare di piangere così spesso nella sua vita e accadeva adesso e, dannazione, si sentiva davvero una stupida.
"Sono felice per tutt'e due…".
"Aspetta almeno che Alain ritorni…non hai detto che presto sarebbe arrivato?".
"Bernard…è una mia scelta questa…è folle e non ha senso coinvolgere altri…se Alain tornerà sarà lui a decidere cosa fare…io vorrei che restasse a Parigi…".
La eco delle parole del soldato, lo sguardo, diverso…
Adesso anche lei aveva imparato a conoscere quando negli occhi di uomo c'è altro oltre al rispetto, la devozione, la fedeltà.
Dio…
Alain dove restare fuori dalla sua vita, come tutti gli altri.
"La mia vita volgerà al termine…".
Rosalie negò e si prese le mani nelle mani.
Inaccettabile visione.
"Per questo la mia scelta tutto sommato è semplice. Ormai non ho più nulla da perdere. Ma voi e Alain e tutti i soldati che mi hanno seguito…voi avete la vostra vita e il vostro futuro da vivere…forse in un paese migliore di quello in cui sono vissuta io….lo devo a tutti voi se sono ancora viva, ma la mia vita ora non mi appartiene più. E' sua…di André e per me non avrebbe senso viverla senza di lui. Ve lo chiederei di non dirlo ad Alain dove sto andando. Ma so già che non rispettereste questa richiesta. Ma ci andrò da sola.…non posso coinvolgerlo ancora, anche perché…conoscendolo…non credo mi lascerebbe…".
Bernard la guardò con aria stupita.
"Alain ultimamente…" - un lieve sorriso inarcò le labbra – "Sì Alain è diventato molto protettivo… ho faticato per venire via da quella locanda!".
"André…è vivo…" – ripetè Bernard alzandosi rassegnato dirigendosi verso la porta – "Ne sono sicuro!".
Oscar annuì. André doveva essere vivo…
Le mani strinsero il tovagliolo in un gesto di stizza.
Il generale stava seduto a tavola, dopo esser tornato da Parigi.
Andava e veniva e quell'andirivieni lo rendeva di cattivo umore. Ma Parigi non era ancora domata…
Ed era meglio restarci lontani ancora per un po'.
Il salone era illuminato dal fuoco del camino.
Adeline aveva deciso d'avvicinarsi per esser presente alla conversazione del padrone con i tre soldati con cui s'era stretto un patto.
Pareva stretto col demonio, in realtà, quel patto, ma non c'era tanto da scherzare.
Bouillé non era stupido e ci sarebbe voluto tutto il sangue freddo di quei tre imbecilli per convincere il padrone ch'essi avevano eseguito alla lettera gli ordini.
Solo che gli ordini alla fine non era stati eseguiti per nulla. Altro che alla lettera!
"E' morto?".
La stoffa tamponò i mustacchi, mentre l'ufficiale ascoltava il resoconto degli ordini impartiti ai tre tirapiedi.
Quello che fungeva da superiore agli altri tre annuì di nuovo.
Adeline rimestò con più foga i tizzoni del camino.
L'aria ondeggiò lambita dalla luce delle fiamme ed il calore si espanse.
"Il corpo…monsieur…" – sibilò a denti stretti il commensale che sedava di fianco a Bouillé.
Il Conte di Jouslard d'Iversay s'era trattenuto alla residenza del generale, ansioso di divenire il nuovo amministratore delle terre del Generale Jarjayes, attraverso un piano tanto terribile, quanto dannatamente contorto.
C'era la necessità di recuperare un cadavere, quello del servo di casa Jarjayes e, a quanto era dato sapere, amante della figlia del Generale Jarjayes, da recapitare alla residenza del padre di questa. Il Generale Jarjayes era fuori Parigi, ma presto sarebbe tornato e allora…
Un gesto di pietà che nascondeva la più turpe delle scelleratezze.
"Dove l'avete messo?".
Pareva si parlasse d'un oggetto.
"Come?" – sfarfugliò il soldato preso in contropiede.
"Il corpo…idiota!".
Il soldato prese a sudare freddo.
"Ecco…signore…si era detto di ucciderlo…noi…".
"Dove si trova il cadavere di quell'uomo?!" – chiese Bouillé stizzito.
Adeline si rizzò e sgranò lo sguardo verso il soldato che, incastrato dalla richiesta del padrone, si disse che tutto sarebbe andato a puttane, che loro un corpo non ce l'avevano mica da mostrare al padrone e non l'avevano mica capito che quello voleva vedere il cadavere e farci chissà cosa…
"Noi…".
La donna si scansò dal fuoco. L'aveva rimestato talmente bene che adesso la legna bruciava emanando lingue infernali, comunicando calore che lambiva persino i pensieri.
Annuì con la testa verso il soldato che all'istante comprese.
"L'abbiamo bruciato!".
Bouillé rimase in silenzio, sorpreso e stizzito dalla risposta.
Adeline riprese a respirare…
Il soldato prese a sudare.
Gli altri due si mordevano nervosamente il labbro.
"E chi v'avrebbe detto di fare una cosa del genere?" – tagliò corto Bouillé.
"Signore ecco…".
Il soldato non ce la faceva più, non sapeva più dove appigliarsi.
Adeline decise che doveva prendersi un poco di quella responsabilità se voleva tenere lontano da sé il dubbio che ci fosse proprio lei dietro tutta quella faccenda,
"Perdonate…" – sussurrò a denti stretti suscitando la sorpresa di Bouillé e del commensale.
Non s'era mai visto che una governante mettesse becco nella conversazione di un generale con i suoi sottoposti.
Bouillé la squadrò furioso, l'altra prese il coraggio a due mani.
"Temo sia stata colpa mia…".
"Che vai dicendo?" – gridò Bouillé.
D'Iversay anche lui si decise a voltarsi per vedere meglio in faccia colei che s'era arrogata il diritto d'intervenire.
"Sì…temo sia stato a causa mia…".
"Spiegati Adeline…e prega che la spiegazione abbia un senso perché…".
Bouillé tremava. Il suo piano messo all'angolo dalle parole d'una vecchia governante sfacciata.
"Ho detto io ai vostri soldati ch'era il caso di far sparire il cadavere…quell'uomo aveva due costole rotte…tre forse…e una gamba malconcia…nessuno ha immaginato che voi avreste voluto…oh…ecco…tenere il cadavere…per…oh cielo…che stupida sono stata!".
Si morse il labbro Adeline.
"Lo comprendo solo ora! Ho capito…volevate…la sua famiglia…è così?".
Balbettava Adeline, accennava ad ipotetiche quanto maldestre spiegazioni.
Bouillé rimaneva impassibile.
"Che hai fatto?" – le ringhiò contro.
"Ho solo temuto che se qualcuno l'avesse riconosciuto da morto…sì, insomma…temevo che voi avreste potuto avere dei problemi. Vi sono sempre stata devota signor generale e mai vorrei che una maldicenza mettesse a repentaglio il vostro onore e la vostra reputazione…se si fosse pensato…che...".
Foste stato voi!
Lo lasciò intendere Adeline, che a dirlo proprio non ci riusciva.
Una recita degna dei più infingardi e beceri teatrini di Parigi.
Il soldato sgranò gli occhi, la giustificazione era più che plausibile. Per un istante, uno solo, s'immaginò che quella vecchia governante ne sapesse davvero una più del diavolo e che allora quella non potesse essere che una strega…
Una dannata strega irlandese ch'era arrivata a scombussolare la vita degli integerrimi soldati francesi.
Bouillé respirò piano tornando a guardare il proprio ospite che dal canto suo alzò le spalle, in segno d'apparente resa, mentre gli occhi commiseravano l'ignorante e deleteria fedeltà d'una governante ignorante che s'era permessa di dettare legge dove non avrebbe dovuto. Il motivo poteva anche essere riconosciuto valido. Restava l'intromissione, inaccettabile…
"Ecco…".
Adeline s'avvicinò un poco.
Il gesto sorprendente lo fu quasi più per i soldati che non per il generale.
All'apparenza solo uno straccio tra le mani. Scuro, l'odore ch'emanava era quello del sangue.
Quella era davvero una strega.
"Questa era la sua camicia…come vedete…ha perso molto sangue. Allora non volevo si pensasse male di voi. Lo comprendere Signor Generale? Non volevo…perdonatemi…ho commesso una mancanza…".
Una camicia fradicia di sangue rappreso. Così intrisa che doveva averne perduto parecchio il malcapitato proprietario.
Il capo cosparso di cenere.
La prova della furia dei soldati, lì nella stoffa intrisa di sangue vecchio.
"E sia…" – sibilò Bouillé – "Hai fatto male ma ti concedo d'averlo fatto per un motivo retto…".
Adeline tirò un respiro fondo, così pure gli altri soldati.
"Adesso uscite tutti da qui e non una parola su questa faccenda, con nessuno…".
I soldati s'irrigidirono impettiti al saluto militare, mentre Adeline fece un inchino morbido, i denti stretti a sibilare un'ennesima richiesta di perdono a Notre Dame cui seguì il silenzio accusatore del padrone.
"Questi servi!".
Bouillé scagliò il tavagliolo sul tavolo.
"Encomiabile la vostra governante…" – sibilò D'Iversay cinico – "Ha escogitato una soluzione degna del nostro Monsieur de Paris…".
Bouillé non sembrò altrettanto convinto.
"Ma sì…Damiens…o meglio le sue braccia, la gamba sinistra…e il tronco…vennero bruciati, alla fine…rammentate signor generale?".
"Ero giovane allora…".
"E sia…encomiabile dicevo…ma direi un po' troppo invadente!".
"Non immaginavo…".
"Vi consiglio di prendere provvedimenti…".
"Dovrei punirla?".
L'altro si pulì a sua volta la bocca. Appoggiò delicatamente il tovagliolo ed estrasse dal taschino una scatolina. L'aprì e con le dita pizzicò la polverina che annusò con un tiro unico e deciso.
"Non lo so…" – biascicò dubbioso – "Ieri sera…giù in paese…non abbiamo trovato ciò che cercavamo. Il Marchese de Ferriéres se n'è tornato a Parigi un poco deluso. Non fraintendetemi generale…ci siamo divertiti ma…ho avuto l'impressione che i vostri rispettabili contadini avessero deciso di disfarsi delle loro figliole!".
L'affondo colpì, sarcastico.
"Che dite?".
"Sì…davvero…immaginavo di scovare carne…più tenera!".
Bouillé negò con la testa. Non comprendeva…
"E poi mi avete detto che la vostra governante ha due figli…un maschio ed una femmina…".
"Sì, ma la femmina è poco più che una bambina…" – obiettò il generale.
L'altro sorrise.
"Tanto meglio allora…" – mellifluo – "La vostra governante comprenderà le ragioni che v'imporranno di lasciare a me il compito di rimettere in chiaro i ruoli…".
"Voi?".
La distinzione di rango valeva poco se per quanto nobili non si avevano i mezzi per accedere alla vita di corte e a muoversi di conseguenza.
D'Iversay era uno di questi nobili e l'ambizione gli aveva consentito d'individuare il Generale Bouillé come uno degli uomini che gli avrebbe permesso di ritrovare la serenità d'una vita agiata nonché un discreto patrimonio.
E, particolare non indifferente, il conte s'era ritrovato sorprendetemente vicino ai sistemi e ai modi dell'altro, tanto che s'era complimentato con lui quando il generale gli aveva sommariamente spiegato la faccenda del demone d'Avignone.
Tanto che D'Iversay, aveva chiosato che sarebbe bastato soprassedere alle richieste del Generale Jarjayes sul destino della figlia e sulle richieste di matrimonio del Tenente Girodel e…
E farla fuori subito, quella…
E che, però, a quel punto era un peccato, fosse morta nell'incendio della corte.
"Vedrò d'escogitare altro…" – sibilò D'Iversay – "Nel frattempo lasciate fare a me…".
17 agosto 1789, Parigi…
La folla della città, sempre la stessa.
All'alba, la folla aveva preso ad animarsi mentre la luce lambiva i muri delle case, i tetti d'ardesia, le finestre, i rosoni delle chiese, anche quelle più piccole, i sagrati punteggiati di scialli e sottane e volti contratti.
I fedeli dopo i vespri mattutini si riversavano nelle viuzze, avvolti dai sentori del pane e dal crescente rumore dei carri, dei passi, delle corse…
"Oscar…non ha senso…".
Bernard aveva deciso d'accompagnarla, almeno oltre la Senna, che non era il caso di uscire da Port Saint Antoine, di nuovo. Non era il caso di rischiare d'imbattersi in altri soldati. Molti neppure conoscevano cosa fosse accaduto il quattordici e perché cinquanta avessero disertato e adesso chi era entrato nella Milizia Nazionale aveva intenzione di restarci, perchè altrimenti davvero, ad alzare troppo la voce, a mostrarsi troppo aperti verso le idee che squassavano il guscio resinoso dell'Assemblea, si sarebbe rischiato di finire a marcire in una qualche prigione o peggio ancora appesi ai lampioni attorno alla Bastiglia.
L'Hospital des Salpêtriére poteva essere il posto adeguato per sgusciare fuori dall'abbraccio soffocante della città. L'edificio era attorniato da alberi e stradelli, frequentato da malati di ogni genere, i gendarmi ci si tenevano lontano. Niente di meglio per uscire…
"Aspetta almeno Alain…".
Insistette Bernard, nelle orecchie il pianto silenzioso della moglie, che li aveva osservati salire a cavallo e lasciare lentamente il quartiere.
Non le faceva bene a Rosalie.
Anche Bernard venne attraversato dal dubbio che quel saluto sarebbe stato definitivo.
"No…".
Il silenzio era stato rotto.
"Devo andare…se non troverò André…tornerò a casa…".
Poche parole tanto per rassicurare l'amico. Che nemmeno lui ci credeva che lei avrebbe fatto così.
Poteva farlo subito e invece no, s'era messa in testa di finire nelle mani dell'uomo che l'aveva voluta morta.
Nulla aveva senso.
Il senso era nello sguardo che correva lontano, non verso un luogo, non verso un tempo ma verso una persona.
"Ma…".
Oscar trattenne il cavallo. Lo sapeva che l'altro aveva già compreso tutto e che tentava solo per affetto di trattenerla lì.
Il tono uscì severo.
"Bernard, tu conosci André! Conosci il suo valore, la sua forza e sai benissimo che lui non parlerà mai, qualunque cosa gli dovessero fare, in qualunque modo lo dovessero trattare. E questo mi fa paura…André….André non tradirà mai né me e nemmeno voi e nessun altro…se Bouillé era alla corte, se l'ha riconosciuto e l'ha preso…vorrà sapere questo da lui…".
Bernard comprese.
C'era in gioco molto più che una storia d'amore, una storia d'amore folle e dannata.
"Questo potrebbe costagli la vita perché se Bouillè è arrivato a fare ciò che ha fatto…se è arrivato ad uccidere più di…".
La mano tra i capelli, pesava la dannazione d'esser stata involontaria causa di quel massacro.
"Non riesco ad immaginare cosa potrebbe accadete. Devo trovarlo prima possibile. Se André non parlerà…".
Le parole morirono lì, tranciate dalla luce del giorno che avanzava limpida e feriva il cuore, non ci sarebbe mai stata luce abbastanza chiara da sollevare i sensi e lenire il vuoto.
Oscar non aveva nemmeno la forza di pensare e pronunciare quello che sarebbe stato il destino di André se la sua ipotesi fosse stata esatta.
"Allora…allora se dovessi trovarti in difficoltà non esitare a tornare qui. Il mio debito di riconoscenza non si estinguerà…vorrei accompagnarti…".
"Devi state accanto a tua moglie. Non devi lasciarla, nemmeno per un istante. E prenditi cura anche di Mariel...quella donna ha sofferto...ma ha trovato la forza di sopravvivere. Lotta per loro Bernard...per le persone...non solo per gl'ideali…".
Lo sguardo si piantò sul giornalista.
Sorprendente fu la chiosa.
"Dobbiamo proteggere le persone che amiamo Bernard…prima di tutto…".
Il pensiero era cambiato, divenendo chiaro…
Bernard si contrasse. Non era abituato a leggere l'intensità dell'affetto negli occhi dell'altra, seppure si rese conto che a modo suo quell'intensità era sempre stata lì, nascosta dall'uniforme, dallo sguardo severo, dalla freddezza del ruolo.
"All'assemblea hanno approvato un nuovo giuramento per i soldati…" – balbettò Bernard per tentare di cambiare discorso. Ora era lui a ritrovarsi spiazzato. Aveva deciso di lottare per la libertà del popolo francese dalla schiavitù del rango e della povertà e dell'ingiustizia.
Ritrovarsi a discutere di sentimenti e di amore…
"E adesso, allora, su cosa dovrebbero giurare?" – chiese Oscar sorridendo ed intuendo l'imbarazzo dell'altro.
"Alla nazione, al re, alla legge…" – disse Bernard.
Silenzio…
Non pareva così differente il giuramento. No, la differenza era epocale…
"Hai capito?".
"Sì…".
"D'ora in poi, i soldati dovranno giurare fedeltà non solo al re…il re…il re è diventato uguale alla nazione, cioè al popolo, ed alla legge. Non è più al di sopra di nessuno…".
"Il re non è diverso dal suo popolo…" – chiosò Oscar tristemente – "Ti sembrerà strano quello che dico Bernard…".
"No…non è strano…un tempo il povero Damiens ci rimise la vita per aver tentato di dimostrare che il sangue del re era uguale a quello di chiunque altro…".
"E per questo è stato giustiziato…conosco la storia …" – un respiro più fondo. Le aveva fatto paura quella storia quando l'aveva letta, su quel libro, e poi Andrè gliel'aveva tolto dalle mani e per fortuna che c'era lui…
André c'era sempre.
"Io l'ho conosciuto il nostro re e…e credo non ci sia persona al mondo che si sia sentita più simile alla gente del suo popolo del nostro re…".
"Ne convengo…Luigi XVI è una brava persona…i deputati credono alla sua buona fede…ma…".
"E' il re!" – concluse lei rassegnata.
"L'Assemblea non vuole la sua destituzione…crede anzi che il re potrebbe essere il garante del cambiamento, del nuovo corso…".
Bernard tentava d'intravedere una via d'uscita.
Silenzio, lo scenario s'intuiva improbabile.
Il re non era solo una persona, era un'istituzione, una forma di governo. Discendeva da Dio…
Bernard proseguì: "Ma il re…il re deve comprendere che il popolo ha pari diritto di decidere del proprio destino. E' il re che deve comprendere d'essere uguale ai suoi sudditi! No! Dannazione! Ai francesi! Non il contrario!".
La parola suddito diveniva scomoda…
"Se il re non cederà al suo popolo, se non gli consentirà di governarsi da sé…".
La mano si sollevò, il pugno si strinse, il tono del giornalista si fece severo.
Uno strattone alle redini.
"Gli dei non cederanno facilmente il loro posto nell'Olimpo…" – chiosò stancamente lei.
Il riferimento non era al re…
Oscar guardò Bernard. Le forze iniziavano a mancare, i pensieri s'aggrovigliavano.
Lei aveva compiuto la sua scelta ma ora non aveva più importanza.
"Prenditi cura di Rosalie…".
L'altro annuì.
Non c'era altro da spiegare.
"E salutami Alain…".
Il pertugio per uscire da Parigi si rivelò attraverso un filare di pioppi fitti che ostruivano la vista.
L'odore della città pareva essersi appiccicato addosso, ma l'urgenza di lasciarla e di sfuggire al suo abbraccio prevalse.
Un'ultima occhiata, di sfuggita, come stesse salutando una vecchia conoscenza che non poteva muoversi e restava lì, in attesa di un prossimo oppure lontano ritorno, a seconda di ciò che la Storia avrebbe stabilito.
Il cuore si contrasse.
Tornare a Parigi, forse un giorno…
Sorprendente…
Gli uccelli regalavano al giorno gli ultimi canti, mentre nella campagna circostante i contadini si affrettavano a rientrare prima della notte.
Il cielo rosso fuoco era solcato da nuvole leggere, appena rosate, accompagnate dal un vento leggero, che scioglieva i ricordi.
Allungando lo sguardo lontano, percepì la distanza che la separava dal villaggio.
La striscia più scura della strada s'intravedeva a tagliare la collinetta e i campi abbandonati.
Ai lati si distinguevano le luci provenienti dalle povere case dei contadini.
La dimora sobria e scura era adagiata dentro un fitto giardino di platani, bossi, rosai, ortensie, gardenie.
Tutto asciugato dall'afa e dal vento caldo.
Tutto immerso nell'ombra che volgeva alla notte.
Buio, intorno, il tiepido spicchio di luna, appena velato da nuvole bianche, che regalava la luce necessaria a riconoscere le statue di marmo, i sentierini, la fontana, pulita, l'acqua argentea appena increspata.
Si rammentò d'aver conosciuto una donna, un tempo, proprio in quella casa, quando s'era ritrovata ad attendere il padre, in visita al Generale Bouillé.
Aveva buona memoria, almeno di questo ringraziò sé stessa.
L'unico dubbio era se allora avesse già conosciuto André. Quello le sfuggiva…
Ma no, non doveva essere così.
La vita per lei era divisa in due…
Prima e dopo.
Prima di conoscerlo e dopo…
Il dopo era tutto…
Dolore, affetto, silenzi, pugni, sorrisi, sguardi…
E poi labbra, braccia, pelle…
Si morse il labbro.
Sorprendente…
Nessuna guardia, segno che quell'uomo lì si sentiva al sicuro, oppure che non c'era, o forse le sentinelle erano impegnate a gozzovigliare.
Ne vide una da lontano…
Attese il passaggio e poi proseguì.
Dio…
Non aveva mai agito in modo così sconsiderato.
Chissà se quella donna, la governante, stava ancora in quella casa?
Pensieri assurdi, ricordi ridicoli del passato mescolati all'urgenza greve del presente.
Scavalcò un piccolo terrazzo che dava sul cortile.
Le case dei nobili, anche quelle di campagna, in fondo erano tutte uguali, costruite per soddisfare gusti comuni che non tenevano minimamente conto della necessità di proteggere chi ci abitava.
Peggio per te generale! – pensò Oscar – Così sarà più semplice trovarti!
Anche la posizione delle stanze era più o meno simile a quanto ricordava.
Entrò in una grande stanza buia.
Sorprendente…
Nessuna guardia…
Solo una misera candela rischiarava le pareti cupe. Il fuoco nel camino quasi spento e un altro moccolo alla scrivania…
Nessun respiro.
L'ombra del corpo massiccio si rifletteva alla parete.
Ad essa si unì l'ombra esile e leggera.
Le dita si strinsero all'impugnatura della pistola, quella che Bernard era riuscito a procurarle.
Poche pallottole, aveva avuto tempo di caricarla.
Il grilletto scattò un poco, solo un poco, la bocca dell'arma adesso stava lì, appoggiata alla tempia dell'uomo assorto alla scrivania, le mani congiunte a studiare una piantina.
Quello percepì il contrarsi del grilletto.
"Chi siete?" – chiese severo Bouillé, senza tradire emozione.
Il generale non era mai stato timoroso, di questo Oscar ne aveva avuto contezza da sempre.
L'orgoglio ed il senso dell'onore sorreggevano il disprezzo del pericolo.
"Le mani sul tavolo…Signor Generale…".
Quello la riconobbe la voce e se lei avesse potuto osservare la faccia dell'altro gli avrebbe letto lo stupore e la rabbia e la stizza d'essersi sbagliato.
"Voi…".
"Le mani…sul tavolo…" – ripetè lei.
Le mani s'allungarono sul tavolo.
Una cordella sottile corse attorno al collo, stretta a sufficienza per tenerlo lì il novello prigioniero, immobilizzato alla spalliera della sedia.
Pochi passi all'indietro a chiudere a chiave la porta.
Nel silenzio, il respiro faticoso dell'uomo, il fremito delle mani, quando quello intravide il volto dell'altra, una specie di fantasma resuscitato dall'Inferno.
Forse all'Inferno non c'era mai finito quel fantasma.
Però…
La mente dell'uomo prese a correre alle parole scambiate con i suoi soldati, poche ore prima, quando quelli gli avevano confermato d'aver ammazzato il prigioniero, seppure d'aver dato retta all'insensata idea della governante di bruciare il corpo.
S'era detto che non avrebbe avuto più importanza, s'era detto che un altro sistema per sapere se Jarjayes aveva tradito l'avrebbe trovato.
Quello che gli premeva era che il prigioniero non fosse più nella sua casa.
Era morto e non gli avrebbe creato più problemi.
Un semplice attendente, un Soldato della Guardia disertore…
Chi altri mai l'avrebbe cercato?
Nessuno.
La conclusione logica e plausibile s'era infranta lì, gli occhi piantati sull'altra, la bocca chiusa perché il desiderio di sapere era più forte di quello di chiedere aiuto.
O meglio…
Il desiderio di colpire s'innalzò e Bouillé rimase fermo in attesa di conoscere le intenzioni dell'altra che, a quel punto, non parevano essere poi così ignote.
L'aveva visto il terrore scorrere sulla faccia di quell'uomo quando gli aveva rivelato che quella era morta, bruciata e sepolta nella corte di straccioni e disperati, una reazione che non aveva lasciato dubbi sul fatto che quella si nascondesse davvero là dentro.
E così l'aveva dato per scontato, lui, che il corpo non era stato ritrovato perché distrutto dal fuoco.
L'aveva creduto…
Mai come in quel momento si disse che il tempismo dei soldati idioti e della governate impicciona gli avrebbero fornito un'arma formidabile per colpire molto più a fondo l'avversario che gli stava di fronte.
La luce fioca della candela restituiva un altro scenario.
I capelli biondi…
Il viso bianco e lo sguardo…
Gli occhi…
Quelli che gli avevano fiammeggiato di fronte sostenendo parole di sfida e tradimento.
Non posso farlo. Non posso eseguire i vostri ordini…
Il sangue era ribollito dalla rabbia per l'offesa ed il tradimento.
Lo sguardo cupo, severo e tagliente.
Lo aveva visto ancora e ora se lo ritrovava davanti…
E se quella era lì era segno ch'era in cerca di qualcuno.
La pistola venne riposta.
Il coltello riverberò livido davanti alla faccia dell'altro…
"Siete ancora viva…" – grugnì Bouillé faticando a respirare.
"Vostro malgrado…" – annuì lei cinica.
L'altro tacque. Non aveva molto da dire, che il proprio disappunto lo aveva già manifestato a parole e a gesti, non da ultimo aveva fatto ammazzare parecchia genete ed infine quel dannato disertore.
"Vi consiglio di non fiatare…" – proseguì lei muovendo un poco il coltello puntato alla gola.
La voce uscì calma.
Oscar arrivò di fronte all'altro.
Sorprendente per Bouillé.
Solo il tavolo li separava.
"Come vedete non ho nulla da perdere…" – gli sibilò sottintendendo che s'era arrivata fin lì non era certo per coraggio.
Una smorfia di compatimento.
Quella era viva, per Bouillé era già uno smacco.
"Dove si trova André Grandier, Signor Generale?".
Una domanda. Una sola.
Una risposta. Una sola.
Nessun'altra richiesta.
Nessuna.
Non c'era tempo per altro.
Un battito ed il respiro si perse.
Oscar guardò l'uomo, lo sguardo impassibile comunicava che l'altro sapeva qualcosa, in difetto avrebbe accusato di non avere idea di cosa o di chi si stesse parlando.
"Il vostro attendente…" – sussurrò il generale.
Quello glielo doveva far sapere che tutti e due si riferivano alla stessa persona.
Oscar non rispose, così rispondendo.
Il volto impassibile.
Nessuna emozione che l'inducesse a tradirsi e a concedere all'altro d'avere buon gioco delle informazioni che poteva nascondere.
Non glielo doveva far sapere che tutta la sua vita era lì, nelle mani dell'altro, nella risposta a quella domanda.
Non riuscì subito a percepire il timbro della voce e poi il tono e poi le parole.
Vide la bocca del generale aprirsi…
Suoni articolati che la mente non riuscì a reggere, nel senso compiuto delle parole che scivolarono via, incapaci di restare ancorate alla coscienza.
Non può essere…
No…
"E' morto!" – sibilò il generale – "E' stato catturato a Parigi…alla corte dei miracoli…".
Le parole rimbombarono nella loro logica sequenza. Ordinata, lugubre, compatta e verosimile.
La corte dei miracoli…- ripetè Oscar.
Il pensiero che André era tornato a Parigi…
Aveva visto…
Però c'era quella parola, quell'altra che non riusciva a ripetersi...
Tutto filava, quella parola no.
Il corpo, il proprio, l'aveva percepito il significato di quella parola, la coscienza no.
Aveva preso a tremare, senza consapevolezza.
La gola s'era ascigata, di colpo.
L'altro proseguì, i dettagli erano importanti, in essi si celava la veridicità del racconto che quindi avrebbe sortito l'effetto d'affondare come una lama affilata nella coscienza dell'altra, convincendola che tutto era vero.
"Era proprio là fuori…cercava voi sapete…".
Cercava me…non può che essere così…
"I miei l'hanno preso e poi l'hanno ammazzato!".
La risolutezza si mescolò all'arroganza ed alla convinzione che se quella donna era lì e stava rischiando la vita per stare lì, davanti a lui, a chiedere conto della sorte d'un misero servo di famiglia, uno dei suoi soldati, ciò dava la conferma del loro legame e delle supposizioni fatte dopo l'assalto alla Bastiglia.
Quelli s'erano rintanati nella pancia di Parigi…
E c'erano rimasti fino a quando il soldato ne era uscito ed era stato catturato.
La voleva morta, Bouillé, quella…
E se non c'era riuscito ad ammazzarla prima, poteva riuscirci adesso, in una maniera così atroce che nemmeno lui avrebbe mai potuto immaginare.
Perché inventare una menzogna?
Perché non raccontarle la verità, ben più devastante e tale da ferire più della lama d'una spada?
Questo voleva Bouillé.
Ferire l'altra, annientarla, come lei lo aveva umiliato di fronte ai suoi soldati e poi di fronte alle gerarchie militari, quando la notizia dell'insubordinazione del comandante dei Soldati della Guardia era passata di bocca in bocca.
Il generale rimase a fissare l'altra.
Gli occhi sgnanati, persi nel vuoto, nel buio della stanza e delle parole che l'avevano trafitta.
"State mentendo….non è la verità...".
La voce uscì a stento, sibilata.
L'opposizione pareva vana, senza appigli.
Bouillé avrebbe potuto anche mentire ma si comprendeva che l'odio che l'animava era così fondo e teso e pieno che una menzogna non avrebbe potuto ferire a pari misura.
La verità sì.
Non c'era nulla di così potente come la verità per torturare ed annientare.
Era ciò che voleva quello.
La tortura prese forma, attraversando la mano ch'ebbe un tremito e l'uomo tentò d'arretrare, un respiro secco, per non subire il movimento oscillatorio della lama che puntava ancora alla gola.
Oscar lo guardò.
Ripeté l'ultima parola che aveva ascoltato, una, due, tre volte, come per darle senso, un senso che non fosse il reale significato ma altro significato, diverso che in quel momento le sfuggiva.
Morto…
Come sarebbe a dire…
E' stato ucciso?
Il corpo tremava, aveva già compreso.
La mente non, non l'accettava.
L'intuì Bouillé e come in un combattimento reale, quando, dopo aver ferito l'avversario, si procede all'affondo, al colpo di grazia, proseguì.
"Aveva la vostra stessa espressione…".
Oscar si riebbe, guardò l'altro, l'interrogò con gli occhi.
La mia espressione?
Che significa la mia espressione?
"Sì, l'espressione che avete ora. Era la stessa che aveva lui quando gli ho detto che voi eravate morta! Ch'ero riuscito ad ammazzarvi incendiando il palazzo!".
"La mia stessa espressione…la mia espressione…" - parole ripetute, articolate a mala pena, il suono informe, incomprensibile.
Bouillé doveva aver saputo che loro erano lì, alla corte.
Il quadro si ricomponeva allora, in una stringente catarsi di forze che s'era chiusa a soffocare la residua speranza.
"Gramigna…" – ghignò quello – "Quella gente era solo gramigna che infestava la città! Sapete…io l'ho capito chi è il vero demonio adesso! Il popolo di Francia! Quello che ha imposto ai soldati di giurare fedeltà non solo al nostro re ma anche alla nazione ed alla legge! Capite? Il re…il nostro re sarebbe uguale alla nazione?! E alla legge? Inaudito! Una vergogna! E allora mi sono detto che quella dannata gramigna bisognava estisparla, bruciarla…ne era sfuggita una piantaccia…".
Dio…
André…
André è morto?
No…lui non è morto…non può essere…
Non è vero…sta mentendo…
"Non è vero…".
La voce uscì netta. Non era vero e lei non ci credeva, non poteva…
"Perché dovrei mentirvi?" – obiettò cinico l'altro.
Il tono basso, le parole scandite quasi a far comprendere appieno il significato.
"Lo conoscevo…l'ho visto tante volte accanto a voi. Mi ricordavo di lui, aveva una cicatrice sull'occhio sinistro. Non è vero dite? Sapete perché è morto? Non ha voluto dirmi nulla su di voi e su quelli che vi hanno aiutato a nascondervi…è per questo che è morto! Per proteggere voi! Pensateci! Lo conoscevate meglio di me. Credete che uno come quello avrebbe parlato? Pensate se non può essere accaduto proprio così?!".
La voce scivolò verso il tono di cinica soddisfazione.
Se anche non aveva armi in mano il generale era riuscito a colpire.
Lo comprese dall'espressione e…
"Non vi sta bene vero?".
No, non era quello…
Era tutto assurdo e adesso la voce dell'altro lei non la voleva sentire più.
Oscar non riuscì a pensare più a nulla. Come se la morte stesse attraversando la carne e il cuore e l'anima e la coscienza.
Solo che la morte ad un certo punto ti porta con sé e con essa se ne vanno il dolore e la disperazione.
Lei era ancora lì, viva, eppure era come se fosse morta.
Il sangue s'era fermato.
Le braccia e le gambe non sembravano avere più forza di muoversi.
Il respiro.
Il respiro non la sorreggeva più.
Il corpo ondeggiò, come stesse per crollare.
"Non è vero…non ci credo…state mentendo...perchè?" – gridò stavolta, seppure le pareva di non riuscire ad ascoltare neppure la propria voce.
"Non avete il diritto ad una risposta!" – ruggì l'altro, la gola impigliata, il respiro mozzato, lo sforzo d'infierire sorretto dall'odio – "Voi siete una traditrice! Della corona, del vostro titolo, del vostro rango! Avete aiutato quella gentaglia ad abbattere la Bastiglia! Non meritate d'essere trattata come una nobile. Mi avete disubbidito e mi avete reso ridicolo di fronte ai miei soldati! Non potevo accettarlo! No!".
Per questo dunque?
Per questo?
La vita di un uomo vale così poco se per lavare un tradimento è necessario uccidere qualcuno?
Può un essere dirsi umano ed arrivare a tanto?
Se lo chiedeva Oscar…
Le tempie pulsavano impazzite. Domande inutili, senza senso…
Che importava ormai?
"Non avevo più bisogno di lui!" – proseguì l'altro isterico – "Un servo! A chi sarebbe interessata la sua vita? Il corpo è stato bruciato! Come un regicida! Dovreste esser fiera che sia stato trattato alla stessa maniera di quelli!".
Che sta dicendo quest'uomo?
André è morto…il corpo bruciato…come fosse un traditore…
E' solo colpa tua….
Se non avessi fatto quella scelta…
Se semplicemente avessi lasciato l'uniforme come t'aveva chiesto tuo padre, non saremmo arrivati a questo.
Se…
André sarebbe ancora vivo…ancora…
Prese a fissare l'altro avanti a sé. In realtà non lo vedeva…
Doveva convincersi ma non ci riusciva…
Sentiva che l'odio rovesciatole addosso dall'altro, sì, quello era vero, e allora era dall'odio che si poteva dedurre la verità di ciò che affermava.
Uno scenario logico, plausibile…
Era un uomo quello?
Com'era potuto accadere una cosa del genere?
No, continuava a non credere alle parole…
La volontà tentava di sopraffare la logica.
Si sforzava di restare lucida e d'imporsi di non accettare ciò che le era sbattuto in faccia, ma sentiva che, inesorabilmente, il suo mondo e la sua esistenza stavano morendo lì, in quella camera buia, in quella dolce notte d'estate.
Prima era vissuta nell'attesa di sapere dove lui fosse.
Prima c'era l'attesa…
Almeno quella…
Ora era finito tutto.
Non c'era più nulla per cui valesse la pena vivere.
Nulla per lei che avesse senso.
Né cercarlo, né fuggire, né riuscire a mettere in salvo sé stessa perché solo così avrebbe messo in salvo André.
Il sorriso beffardo e disgustoso accennato sul viso dell'uomo incrociò gli occhi di lei, quasi trasparenti, vuoti, freddi ed infinitamente lontani.
La mano si sollevò decisa, il pugnale virò verso il basso giù…
Il grido…
Il volo della lama trapassò la mano sul tavolo.
L'altro non se l'aspettava e rimase lì, incredulo, inciso dal dolore lancinante che trafiggeva l'orgoglio di non cedere e non fiatare.
Il coltello si piantò nel legno, la mano in mezzo…
Un rantolo e poi un urlo spezzò il silenzio.
Tonfi alla porta presero a rimbombare nella stanza. Quelli fuori avevano sentito…
La testa prese a negare…
"Vai all'Inferno!" – gridò il generale portandosi la mano libera su quella inchiodata al tavolo, mentre il collo era immobilizzato allo schienale della sedia.
Un istante…
La porta stava cedendo e lei era lì, incapace di muoversi e di cedere all'idea di uscire e lasciare quella stanza che presto si sarebbe riempita di persone, di soldati.
Tutto sarebbe finito lì.
Salvarsi non aveva più senso…
"Vieni via!".
Le spalle afferrate e chiuse. Il corpo quasi sollevato da terra e trascinato indietro.
La coda dell'occhio scorse la corporatura massiccia ch'era sbucata alle spalle dalla stessa finestra da cui era entrata lei…
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