Era l'una di notte, e tutto il castello era immerso nel silenzio più profondo.

L'unico rumore era il crepitio del fuoco nelle torce, e - di tanto in tanto - le risate malevole di Pix davanti al risultato dell'ultimo tiro mancino giocato ai danni di Gazza.

Nessun altro.

O quasi.

TUMP!

«Cavoli, che botta!» borbottò Sirius, tastando il bernoccolo che si stava velocemente facendo strada sulla sua testa.

«Così impari a guardare dove metti i piedi» gli soffiò Lidia, secca.

Si guardò intorno, irrequieta.

«Sicuri che non ci scopriranno, senza il mantello?» sussurrò poi.

James annuì convinto.

«Sicurissimi, vero Remus?».

«Gazza è al primo piano, e Mrs. Purr al terzo. A meno che non decidano di cambiare rotta, abbiamo la strada libera» assicurò il ragazzo, scrutando la Mappa del Malandrino.

Lily, vicino a Lidia, scosse il capo sconfitta.

«Ancora non ho capito perché non avete preso il mantello...» mormorò.

«Perchè Peter, Lidia e Sirius non ci sarebbero stati lì sotto» spiegò James.

«Ci siete sempre stati in quattro!» ribatté Lidia.

«Dillo al tuo ragazzo, Rosie! A cena si è spazzolato sei piatti di patate! Dovreste smetterla di trovarvi al rifugio… Guarda come l'hai ridotto: è tutto sciupato!» sibilò James, guadagnandosi uno scappellotto da Lidia.

«Diventerò cretino a forza di prendere tutti questi colpi in testa» sbottò il ragazzo, imbronciato.

«Dubito tu possa peggiorare più di così» mormorò Remus, senza staccare gli occhi dalla mappa.

«Ah - ah... Che simpatico, Lunastorta» soffiò James.

«Io comunque sono d'accordo co-con Lily. Po-potrebbero scoprirci» balbettò Peter, deglutendo nervosamente.

Sirius sbuffò.

«Sempre i soliti paurosi» borbottò.

Il gruppetto si fermò davanti al gargoyle di pietra.

«Ecco, siamo arrivati. Siete tranquilli, ora?» aggiunse poi l'Animagus, esasperato.

Salirono la scala e bussarono alla porta dell'ufficio del preside, pronti ad ascoltare il giudizio dei membri dell'Ordine della Fenice - già arrivati, a giudicare dalle voci che provenivano dall'interno.

I sei ragazzi si scambiarono un'ultima occhiata - augurandosi buona fortuna - ed entrarono.

Silente li accolse con un sorriso caloroso, facendo loro cenno di avvicinarsi alla sua scrivania, e rivolgendosi poi ai membri dell'Ordine presenti.

«Questi, amici miei, sono sei giovani intraprendenti che vorrebbero unirsi a noi nella lotta contro Voldemort» spiegò.

Un mormorio si diffuse tra il gruppo.

«Sono solo dei ragazzi, Albus» disse un uomo con un bizzarro cappello e la voce ansimante.

«Non sono molto più giovani di me, Elphias» replicò un mago sulla ventina, con la mascella quadrata e spessi capelli color paglia.

«E' evidente che non abbiano più di diciassette anni, Sturgis...» ribeccò Elphias Doge, sistemandosi nervosamente il cappello.

«E' vero, sono ragazzi appena maggiorenni. Ma come tali - legalmente - sono maghi adulti, perfettamente in grado di prendere decisioni e di assumersi le conseguenze delle azioni che compiono. E posso assicurarvi che nonostante la giovane età hanno molto potenziale, oltre alla nostra medesima voglia di porre fine a questa guerra a dispetto dei rischi che una simile intenzione comporta» s'intromise Silente, pacato.

Benjy Fenwick scrollò le spalle, con un sospiro.

«Potremmo almeno conoscere i loro nomi?» chiese.

Silente si avvicinò ai ragazzi, posando le mani sulle loro spalle mano a mano che li presentava agli altri.

«Questi sono James Potter, Lily Evans, Peter Minus, Sirius Black, Lidia Rosie e Remus Lupin. Tutti facenti parte di Grifondoro, a parte la signorina Rosie, che è una brillante studentessa di Corvonero» concluse il mago.

Nuovi mormorii avevano iniziato a serpeggiare tra i membri dell'Ordine nel sentire i nomi di Sirius e Remus.

Alastor Moody - rimasto fino a quel momento all'ombra della porta - avanzò zoppicando verso il suo vecchio amico Silente.

«Mi permetti di scambiare due chiacchiere con loro?» chiese, brusco.

«Certamente» disse Silente, andando a prendere posto alla sua scrivania.

Alastor "Malocchio" Moody studiò ognuno dei ragazzi con il suo occhio magico - in grado di vedere attraverso i mantelli dell'invisibilità, i muri e persino la parte posteriore della propria testa.

«Alcuni di voi non ci sono del tutto nuovi, lo sapete?» ringhiò, alla fine.

Entrambi i suoi occhi si posarono su Sirius.

«Sirius Black... Discendente della più spregevole famiglia purosangue del nostro mondo, dalla quale proviene la maggior parte dei più pericolosi Mangiamorte e criminali che la nostra storia ricordi...» sputò, disgustato.

Sirius fissò un punto imprecisato del muro di fronte a sé.

«Questo non significa che anche io sia un criminale. Ho ripudiato la mia famiglia, e nulla mi darebbe maggior soddisfazione di vedere quei folli dietro una solida cella di Azkaban. O persino al sicuro sotto tre metri di terra. Io sono e sarò sempre un Grifondoro; e come tale il mio rispetto e la mia fedeltà vanno a coloro che amo» disse poi, la voce che tradiva il proprio fastidio per essere stato nuovamente associato alla sua famiglia.

Moody lo studiò attentamente ancora per qualche istante, poi zoppicò fino a Remus - la gamba di legno che risuonava con un sinistro clunk ad ogni passo.

«E Remus Lupin. Unico figlio di un'autentica autorità del Dipartimento per la Regolazione e il Controllo delle Creature Magiche - la cui fama e talento sono riconosciuti in tutto il mondo. Solo pochi, però, sanno che sei probabilmente l'unico bambino a non essere stato trascinato via da Fenrir Greyback, dopo essere miracolosamente sopravvissuto al suo attacco... Uno degli adorati Primogeniti di quella bestia senz'anima» concluse, fissando il ragazzo esattamente come aveva fatto con Sirius, in cerca di una qualsiasi reazione.

Ma a differenza dell'amico, Remus non aprì bocca e fissò Moody dritto negli occhi, senza lasciar trasparire alcuna emozione.

Passarono alcuni istanti in cui l'elettricità nell'aria era palpabile, e alla fine Moody spostò la sua attenzione sugli altri ragazzi.

«Signorina Evans… Sapresti dirmi cosa faresti, se ti dovessi trovare ad affrontare degli Inferius da sola?» sbottò.

Lily sussultò, rilasciando il fiato che non si era resa conto di aver trattenuto.

«Penso che la cosa più saggia da fare sarebbe quella di circondarmi di un anello di fuoco, tenendoli a bada fino all'arrivo dei soccorsi o fino a quando non dovessi trovare un luogo sicuro da dove potermi smaterializzare» rispose, pensierosa.

Moody annuì soddisfatto, procedendo a porre domande ai restanti ragazzi, che risposero al meglio delle loro capacità - guadagnandosi a loro volta un assenso silenzioso da parte dell'Auror.

Quando fu il turno di Sirius, Moody rifletté a lungo sulla domanda da porgli.

«Il miglior metodo di comunicazione in guerra?» buttò lì, alla fine.

Sirius fece spallucce.

«Considerando che le comunicazioni sarebbero molto probabilmente incentrate sulle strategie e su informazioni segrete, e che è necessario - prima di tutto - verificare l'attendibilità di quanto ci si appresta a conoscere... Direi che utilizzare qualcosa di univoco, come i Patronus - soluzione ideata dal professor Silente, se non erro - sarebbe il metodo migliore. Ogni mago o strega ne possiede uno diverso, ed è un incantesimo che solo pochi non sono in grado di padroneggiare» replicò, noncurante.

Moody piegò il capo da un lato, esibendosi in un ghigno.

«Notevole» ammise laconicamente.

Lanciò un'occhiata a Remus.

«Signor Lupin… Come ti comporteresti se, durante una missione, dovesse sorgere la luna piena?» chiese, continuando a ghignare.

Alcuni dei membri dell'Ordine si esibirono in una serie di bisbigli oltraggiati, ma Moody li ignorò.

Domande del genere erano normale amministrazione, per lui...

Il licantropo guardò Moody - ancora fermo davanti a Sirius - con un cipiglio interessato.

«Non penso che avrà risposta alla sua domanda, mi spiace» disse, tranquillo.

Moody strinse gli occhi - entrambi - in un'espressione sospettosa.

«E perchè mai?»

«Perchè non accetterei mai una missione, se questa dovesse svolgersi durante una notte di luna piena. Quindi, come posso sapere come mi comporterei in una situazione destinata a non presentarsi mai?» replicò Remus, pacato.

Moody zoppicò nuovamente verso di lui, furente.

«E se fossi costretto?» ringhiò, a pochi centimetri dal volto del ragazzo.

Remus non batté ciglio.

«In quel caso, presumo che non potrei comportarmi diversamente da qualsiasi altro licantropo in una situazione analoga: mi trasformerei, rischiando di attaccare - o peggio uccidere - chiunque mi circondi in quel momento. Siano essi amici o nemici» rispose, impassibile.

«Tuttavia - continuò il ragazzo, cancellando il sorrisetto vittorioso che aveva iniziato a farsi strada sul volto rovinato dell'Auror - non appena dovessi rendermi conto del sorgere della luna piena, farei di tutto per allontanarmi il più possibile da qualsiasi essere umano presente nelle immediate vicinanze».

Lo sguardo negli occhi di Moody avrebbe potuto pietrificare anche i sassi.

«Manderesti a monte la missione, dunque» ringhiò.

«La missione sarebbe comunque destinata ad andare a monte nel momento esatto in cui venissi assegnato io ad essa, in una simile notte» ribatté Remus, realistico.

L'Auror non poté evitare di emettere un verso frustrato.

«Molto bene, ragazzo. Questa te la concedo, ma mi devi ancora una risposta»

Si zittì, pensando.

«Dimmi... Perchè, sapendo del plenilunio, non scegliere di appostarti semplicemente vicino al tuo avversario - la tua preda, se vogliamo - in attesa del sorgere della luna, e avere così la certezza di colpire l'obiettivo giusto?».

Silente balzò in piedi, gli occhi azzurri che mandavano lampi.

«Alastor...» iniziò, ma Remus lo anticipò.

«Perchè io non sono un mostro privo di coscienza, che trae piacere dal rovinare la vita altrui - o perfino dal spezzarla definitivamente».

Moody ghignò.

«Così è come Greyback agisce. Ritieni dunque il tuo creatore - tuo padre - un mostro privo di coscienza?» domandò, interessato.

«No».

Moody non poté nascondere la sua espressione spiazzata.

«E' quello che hai detto» ringhiò.

«Affatto. Lei ha detto che così è come agisce Greyback, definendolo mio padre puramente per il fatto di essere stato lui ad aver fatto di me un licantropo».

Il ragazzo fissò Moody con uno sguardo di sfida.

«Ma Fenrir Greyback non è mio padre. Lyall Lupin lo è. E di sicuro non è un mostro privo di coscienza. Le suggerirei quindi di non alludere nuovamente a lui in un simile modo» spiegò, glaciale.

L'Auror fece per parlare nuovamente, ma Silente fu più veloce di lui.

«Penso che tu abbia avuto tutte le risposte che cercavi, Alastor» disse, in un tono che non ammetteva repliche.

Moody non sembrò contento, ma si allontanò comunque, tornando a rintanarsi all'ombra della porta.

La stanza rimase ancora per qualche istante immersa nel silenzio, quasi che nessuno osasse parlare perché ancora troppo scosso dall'intenso scambio di battute tra Moody e Remus.

Alla fine Fabian Prewett si schiarì rumorosamente la voce.

«Bene... Ehm... Se Albus è d'accordo, io passerei a votare per l'ammissione di questi ragazzi all'interno dell'Ordine» disse, incerto.

Altri mormorarono il loro consenso, e Silente annuì.

«Chi è dunque favorevole?» chiese.

Tutti alzarono la mano - anche se Moody lo fece dopo aver rimuginato nel suo angolo per un bel po'.

Silente sorrise benevolo.

«Penso sia evidente quale sia stato il giudizio, ragazzi. Ma devo stabilire una condizione alla vostra ammissione. Una soltanto: dovrete attendere la fine di questo anno scolastico. Solo maghi maggiorenni che abbiano terminato gli studi, infatti, possono essere membri effettivi dell'Ordine della Fenice. E' inutile, quindi, che vi dica che fino ad allora non dovrete assolutamente mettervi a cercare nemici e occasioni di scendere in campo. Godetevi la vostra gioventù finchè ne avete la possibilità, poiché presto potreste rimpiangere di non averlo potuto fare come avreste voluto».

I sei ragazzi annuirono riconoscenti, ringraziando nuovamente Silente e l'Ordine per l'opportunità concessa loro.

«Bene, allora. Ora tornate ai vostri dormitori. Per questa notte avete avuto abbastanza emozioni, mi pare» disse Silente, un guizzo divertito negli occhi celesti.

Prima che uscisse, però, Remus venne fermato da Moody.

«Non mi sembri essere molto contento di essere dei nostri, come invece sembrano esserlo i tuoi amici» sbottò l'Auror.

Remus scosse il capo.

«Lo sono, invece. Sono stato il primo a volerlo...».

«E allora cos'è quell'espressione sconfitta?».

Remus si lasciò sfuggire un sorriso amaro, rendendosi a malapena conto che quella era la prima vera emozione che mostrava da quand'era entrato nell'ufficio di Silente, quasi un'ora prima.

«Trovo semplicemente sconfortante l'idea che, ancora una volta, la mia maledizione abbia fortemente rischiato di allontanarmi dal sentiero che tanto faticosamente continuo a tracciare davanti ai miei piedi. Inoltre, se posso essere onesto con lei, sono abbastanza stanco che le persone mi giudichino in base alla mia condizione, piuttosto che alle mie capacità».

E prima che l'Auror avesse il tempo di replicare, era sparito.


****Note dell'autrice****

Spero mi perdonerete se ho "accecato" Malocchio prima del tempo, in questa storia (ne "Il Calice di Fuoco" scopriamo infatti che Moody al momento dei processi ai Mangiamorte aveva ancora entrambi gli occhi), ma proprio non riesco ad immaginarmelo senza il suo occhio magico ^^".

Così ho deciso di basarmi, per questo particolare, sulla trasposizione cinematografica de "L'Ordine della Fenice" - dove si vede, grazie alla foto del primo Ordine, che Malocchio ha già "un pezzo in meno" XD.

lady