Eccomi che torno ad aggiornare questa storia ;)
Non me ne sono dimenticata, non temete ;) ho semplicemente molto, troppo altro da scrivere (sì, lo so, è sempre colpa mia che scrivo XD).
Bene, vi lascio al capitolo, quindi buona lettura! ;)
La prima parte del piano
Erano passate diverse settimane.
Lord Voldemort attendeva, completamente in balia dei sentimenti, e quell'attesa altro non era che la firma della sua insicurezza.
Fra lui e Ginevra le cose andavano per il meglio. Avevano iniziato a fare l'amore regolarmente, dopo la loro prima volta, e stare con lei era un vortice di desiderio, passione e gelosia.
Lei, dal canto proprio, aveva chiesto a Daphne di prepararle una pozione calmante per dormire meglio la notte. La ragazza le aveva dato così un intruglio soporifero che la faceva crollare alle dieci di sera, permettendole di gustarsi un sogno senza sogni per almeno otto ore.
Non aveva più rivisto né occhi verdi, né capelli neri spettinati, né visi che le sembravano più o meno famigliari. Si era concentrata solo su Tom, che d'altra parte ricambiava il suo interesse e la faceva sentire corteggiata, appagata, amata.
Stavano insieme tutte le volte in cui era possibile. Rispetto all'inizio, il ragazzo si prendeva molto più tempo da passare con lei, e Ginny non sapeva a cosa attribuire il suo cambiamento, ma ne era comunque contenta.
Dopo diverso tempo, Voldemort decise di agire. Nonostante i suoi dubbi, nonostante la paura di perderla – perché sì, aveva paura di perderla – e di dover ricominciare tutto da capo, fece chiamare i fratelli Lestrange e li ricevette da solo, nel suo solito studio.
"Mio Signore, in cosa possiamo servirti?"
"Accomodatevi, accomodatevi…" fece cenno lui, indicando due poltrone.
I fratelli si lanciarono un'occhiate, nervosi. Non erano ancora abituati al nuovo aspetto del loro Signore, ma non avrebbero detto niente, come al solito. Lui era riuscito dove altri avevano fallito: aveva fermato il tempo, lo aveva manipolato a proprio piacimento. O, meglio, aveva imbrogliato la morte stessa.
"Dunque, come procede la vita, fuori da qui?"
"Molto bene, Signore." rispose Rabastan "Ci sono ancora dei ribelli, e si nascondono bene. Ma li staneremo, prima o poi: ogni resistenza è vana. Qualcuno di loro lo abbiamo già catturato, altri uccisi. Ora si sentono braccati come conigli e non si azzardano più a mettere il muso fuori dal loro rifugio."
"Idee su dove possa essere?"
"Nessuna, mio Signore." intervenne Rodolphus, sicuro "Abbiamo controllato tutte le case collegate ai membri dell'ordine, ma niente. Sono tutte vuote, abbandonate."
"Bene, non vi preoccupate: li troveremo."
Voldemort si alzò, andando verso la finestra e osservando fuori, il giardino – o meglio, il parco.
La sua mente già lavorava, frenetica… Piani su piani, strategie… Ma c'era sempre quell'intoppo. Doveva prima portare a compimento quel piano, e poi tutto il resto sarebbe venuto da sé.
"Mi avete detto di aver catturato prigionieri. Chi sono?"
Rispose Rabastan.
"Abbiamo preso Dedalus Lux, mio Signore. Aveva una valigia con pochi vestiti e qualche altra cosa di poco conto; sospettiamo si stesse trasferendo nella nuova sede dell'Ordine. Abbiamo provato a farlo parlare, ma a quanto pare gli hanno cucito la bocca. Pensiamo che la sede sia protetta da Incanto Fidelius."
"Altri?"
"Molly Weasley." intervenne Rodolphus. Gli occhi di Voldemort si accesero di uno strano scintillio "In una delle ultime azioni, quando ancora combattevano a viso scoperto, continuava ad urlare come un'ossessa a proposito di sua figlia, o cose simili. Qualcuno, penso il piccolo Malfoy, deve averla colpita con uno Stupeficium. Gli altri poi se ne sono andati, perché stavano cadendo uno a uno… E noi abbiamo visto che respirava ancora."
"Perfetto." rispose "Dove è? Come è messa?"
I due fratelli si lanciarono un'altra occhiata, preoccupati. Rabastan strinse appena le mani sui braccioli della poltrona, senza farsi vedere dal suo Signore, che continuava ad osservare fuori dalla finestra.
"Si trova nella nostra magione, rinchiusa nelle segrete. Non penso… Non è messa esattamente bene, ma è ancora viva."
Lord Voldemort si girò di scatto e fissò Rodolphus negli occhi.
"Bene, vedi di rimetterla in salute. Il più in fretta possibile. Poi torna da me e dimmi che è pronta."
I due fratelli si alzarono e si inchinarono appena.
"Sarà fatto, mio Signore."
"Mio Signore… E con Dedalux che facciamo?"
"Quello che volete. Se non può darci informazioni, non mi interessa."
Voldemort congedò i due uomini, poi andò a versarsi un po' di Whisky Incendiario. Giusto due dita, che bevve lentamente.
Rifletteva.
Non era una situazione facile. Vero, aveva detto a Rodolphus di rimettere in piedi la Weasley il più in fretta possibile, ma da una parte non voleva che… Che fosse troppo presto.
Voleva stare con Ginevra, ancora e ancora; voleva baciarla e toccarla e prenderla; voleva che nulla spezzasse l'incantesimo che si era creato fra loro.
Ma era già passato abbastanza tempo; troppo tempo. E lui non poteva stare fermo per sempre, doveva riprendere le redini del mondo magico, e poi… E poi, se fosse rimasto fermo, lei sarebbe andata avanti. Il suo piano era stato strutturato di modo che anche lei si fermasse, che rimanesse immobile con lui a governare sul mondo.
Soli, oltre ogni cosa. Ma insieme.
Ciò che prima non prevedeva il piano, era il suo consenso. Ma, adesso, il suo consenso era cruciale.
Lord Voldemort andò quindi a cercare Ginevra. Doveva parlarne, sin da subito, perché prendesse da sola la sua decisione. E perché la prendesse in modo consapevole.
La trovò in uno dei tanti saloni che stava ridecorando con le altre due ragazze. Erano arrivati dei mobili e gli Elfi Domestici li stavano spostando secondo le direttive della sua lady, mentre Astoria e Daphne commentavano entusiaste ogni sua scelta.
"Tom!" esclamò lei, appena lo vide, correndogli incontro.
Il suo sorriso luminoso gli fece provare una sorta di calore allo stomaco.
"Ginevra. Ti stai divertendo?"
"Oh, moltissimo! Guarda, i colori non sono bellissimi?"
Il salotto, che prima era cupo e grigio, con pesanti tende di velluto nero e un tappeto coordinato, con mobili antichi di ebano, opprimenti, ora sembrava dieci volte più grande. Ginny aveva tolto tutto e l'aveva fatto ridipingere di bianco, lasciando intatta la parete di nuda pietra e il camino di marmo nero, e stava sistemando dei mobili neri dal design semplice. Alle vetrate non c'erano più le tende di velluto, bensì leggere tende di pizzo bianche.
"Sì, mia Lady." rispose lui, non molto preso dall'arredamento in sé, ma desideroso di compiacerla "Posso parlarti un momento?"
Il sorriso di Ginny si incrinò appena.
"Proprio ora? Perché…"
"Sì. Proprio ora."
Ginny sentì un qualcosa nella sua voce, come… Come un tono imperioso, un ordine. Al solito, scacciò la sensazione di malessere allo stomaco e annuì, seguendolo.
Aveva deciso di fidarsi di lui in tutto e per tutto; gli aveva donato il suo cuore, il suo corpo e la sua vita. Non doveva più temere nulla.
Tom la condusse nel suo solito salotto, dove prima aveva convocato i Lestrange, e la fece sedere accanto a sé sul divanetto.
Ginny, che si era aspettata uno slancio di passione, si preoccupò un po' quando lo vide sedersi, pensieroso, con le mano chiuse a pugno sotto al mento.
"Che succede, Tom?"
"Ginevra… Ti ricordi quando ti parlai del mio segreto?"
La ragazza si agitò un po', sul divanetto, e cercò di sistemarsi meglio. Ecco, dunque, che i vecchi dubbi tornavano a galla… Non ne aveva parlato a nessuno; quasi non ci aveva più pensato, presa com'era dalla passione e dalla felicità che Tom sapeva donarle, ma loro erano sempre rimasti lì, in attesa.
Tom le aveva detto di essere immortale.
Ma questo non poteva essere vero. Oppure, se lo fosse stato…
"Parli della tua immortalità?"
Lui alzò lo sguardo, fissandola negli occhi.
"Sì, parlo di quello. Ginevra, io… Vorrei che anche tu lo diventassi." sembrava parlare con il cuore in mano e, da un certo punto di vista, era proprio così. I sentimenti si confondevano con il piano, e lui non sapeva più dove finiva la recita e dove iniziavano i timori veri, l'ansia di venir respinto "Ci ho pensato molto e… Non voglio vivere per sempre senza te. Non voglio. Io ti amo."
Non era sicuro del vero significato della parola amore, non ancora. Sapeva che era una cosa da dire, una cosa che avrebbe dato forza alla sua richiesta, ma il dubbio che fosse vero si insinuò nella sua mente.
Cos'era, alla fine, l'amore? Poteva essere quell'agitazione perpetua, quel nodo allo stomaco, quel leggero sudore che sentiva, ora, addosso a sé? Oppure la passione, il desiderio, la voglia di avere sempre con sé quella donna? O ancora la gelosia, la rabbia nel sentirla vicina a qualcun altro?
Silente avrebbe detto che era la cosa più forte al mondo. Ma nessuno era mai stato in grado di definire con precisione quella 'forza', quel sentimento. Come poteva, quindi, essere lui a farlo?
Ginny aveva gli occhi lucidi.
"Oh, Tom." gli disse, buttandosi fra le sue braccia "Speravo che me lo chiedessi. Io non ho mai detto nulla, vero, ma… Ma ogni tanto mi assaliva questo dubbio, e se io morissi, un giorno, mentre lui va avanti?"
Voldemort la strinse a sé, leggermente sollevato. Affondò il mento nel suoi capelli e la passò le mani sulla schiena, accarezzandola.
Quella era stata la parte più facile. Sapeva che il sollievo non significava niente, a quel punto. Doveva ancora dire a Ginny cosa esattamente l'avrebbe resa immortale, e allora sì che avrebbe rischiato di vedere l'orrore nei suoi occhi, la paura, il disgusto.
Eppure, anche solo per un secondo, Lord Voldemort si godette la vittoria, la sensazione di aver ottenuto tutto ciò che desiderava.
