NdA: Ciao a tutt , se state leggendo questo devo ringraziarvi perché siete arrivati fino a qui e mi avete sopportata :) so che vi tengo parecchio sulle spine ma come direbbe JCap: "DRAMAAAA". Questa vorrebbe essere una FF un po' diversa da tutte le altre e se non si capisce già da un po', lo vedrete presto... E sì, non ho dimenticato Arizona, ci sarà spazio anche per lei, vedrete :) Grazie per il vostro continuo supporto, le vostre recensioni mi motivano quindi continuate a scrivermi! Anche solo una o due parole. Aiuta a combattere l'ansia della pagina bianca! ;)
A\N: Hey! If you're reading this I have to thank you, because it means that you've reached this point of the story bearing with me :) I know about my cliffhangers but as JCap uses to say: "DRAMAAAAAA". Anyway, this wants to be a quite uncommon FF, and you may have noticed. If not, you'll get to soon... And yes, there'll be more Arizona at some point! :) Thanks for your support, your reviews give me motivation so keep on writing to me! Even a few words. It helps me fight the white-page syndrome ;)
Also, I am planning to write an English version of this story. It was the main idea actually, as so all of you could enjoy it, but I realized it was better to develop the story in Italian first, which is my first language. By the way I speak English, Spanish, French and a bit of German so you can write to me even in these languages. Keep on following either the story or me, there will be English updates, trust me on that!
A special thanks to you, the "guest" that keeps commenting in Italian even though not his-her mother tongue. Your Italian rocks, but I hope the news above does give you motivation and interest to continue reading and following, and maybe sharing with others! A virtual hug to you :)
"Torres, per la miseria, ma guarda dove cammina ogni tanto?" sbottò la Robbins raccogliendo i libri che le erano caduti a terra. Sia io che Mel ci chinammo ad aiutarla:
"No, no, lasciate. Faccio da sola." e poi riferito solo a me "Mi pare si siano già combinati troppi danni o mi sbaglio? Arrivederci, ci vediamo a lezione" disse andandosene a passi veloci sulle sue scarpe con un tacco leggero. Quel tacco che avrei riconosciuto da decine di metri di distanza lungo i corridoi dell'università.
Le si era cancellato il sorriso dalla faccia. Da quel bacio, ogni traccia di interesse sul suo viso era scomparsa. Di interesse nei miei confronti, sempre che ne avesse mai avuto, s'intende. O forse era solo un modo barbino di portarmi a credere alle favole e poi riportarmi a terra a spalare letame? Mi sentivo umiliata, e allo stesso tempo non potevo fare a meno di sperare in qualcosa di più.
"Beh, Callie?" mi apostrofò Mel sgranando gli occhi "Non dici niente?"
"Dire…cosa?" ero ancora persa nei miei pensieri e di spiegarmi con qualcuno non ne avevo proprio voglia. Neanche se questo qualcuno era Mel.
"Cioè spiegami" disse fermandosi e facendo fermare con la forza anche me mentre mi stringeva un braccio "la Robbins ti tratta così e tu fai anche finta di non accorgertene? Sarà anche una professoressa ma non può arrogarsi il diritto di metterti i piedi in testa per nulla. E' veramente una stronza, punto."
Aveva ragione. Ma io non sapevo cosa risponderle… E dopotutto, pur se avessi voluto, non avrei potuto dirle la verità. Anche perché non l'avrebbe capita.
"Senti…sono arrivata in ritardo a ricevimento l'ultima volta e non le è per niente piaciuto" mentii, abbozzando una storia che potesse essere seriamente credibile "non voleva confermarmi l'A+ perché sono arrivata quando stava già per andarsene. E' il suo modo di punirmi, credo". L'unica verità giaceva forse solo nell'ultima frase.
"Ma dimmi che non hai capito che ce l'ha con te dal primo giorno?" incalzò Mel
"Non lo so, Mel, io cerco di fare bene e basta" dissi tentando una scorciatoia per tagliare corto "e poi sei tu che ce l'hai con lei perché non passi il suo esame da tre anni" dissi scherzosamente dandole un piccolo pugno sul braccio.
"Non costringermi a picchiarti, piccoletta, ti ricordo che sono una kickboxer…" mi rispose abbozzando una guardia e un destro sinistro destro in aria.
"Dai, dai, million dollar baby… Non hai lezione in laboratorio adesso?"
"Merda" fece Mel guardando l'orologio "devo scappare o mi tirerò dietro anche io l'odio di qualche professore. Ciao piccoletta, ci vediamo!" mi urlò mentre già cominciava a sgusciare per i corridoi.
Anche io avevo lezione, avevo lezione con la Robins e non potevo pensare a uno scenario peggiore di quello. Cosa mi avrebbe aspettato? Molto probabilmente quello che in quegli ultimi giorni mi aspettava sempre con lei. Totale indifferenza. Al massimo, dimostrazioni di risentimento come quella cui aveva anche assistito la mia amica Mel. Dal canto suo, sicuramente si faceva parecchie domande ma aveva il buon cuore di non chiedere niente. Si limitava ad essere spettatrice di una situazione tanto surreale quanto vera. Succedeva tutto, succedeva in quel luogo e in quel momento. Succedeva anche quando non succedeva niente. Com'era da qualche settimana a questa parte.
La Robbins abbozzò un saluto generale e cominciò la lezione. Parlò, parlò per un tempo che mi sembrò interminabile. Il mio sguardo era fisso su di lei e tutti gli altri sensi erano disconnessi. L'odore di umanità che ristagnava in classe non lo sentivo. Non ascoltavo la voce della Robbins né il ticchettio leggero della pioggia sulle finestre. Non percepivo quasi più la mia salivazione. C'eravamo solo io e lei, e una volontà inspiegabile di farmela pagare tra noi.
"Torres" mi riprese davanti a tutti. Era un segno?
"Sì, professoressa Robbins?" le dissi, con gli occhi che mi brillavano di speranza. Guardarla da lontano mentre spiegava era una cosa, guardarla mentre mi guardava anche lei, davanti a tutte quelle persone era un'altra.
"Per sua informazione qui siamo a matematica due, non su una spiaggia esotica del Messico Atlantico. E' questo che il suo comportamento mi fa supporre. Quindi, faccia il favore, lasci il posto qui davanti a qualcuno dei suoi colleghi che è davvero interessato a seguire la lezione, e vada a bersi un mojito che almeno darà un po' di brio ai suoi viaggi mentali."
Risero tutti, ma la Robbins li zittì subito ricominciando a spiegare. Ero basita. Mi ci volle una decina di secondi buoni per riuscire ad alzarmi, più che altro perché a un certo momento arrivò puntuale un poco cortese invito ad alzarmi. Un ragazzo stava prendendo il mio posto, esattamente come aveva suggerito la Robbins.
Feci i parecchi gradoni che portavano all'uscita in alto dell'aula per non passare davanti a lei, anche se così facendo feci una umiliante passerella tra gran parte dei miei colleghi. Potevo giurare di avere tutti i loro occhi addosso.
Finalmente uscii ancora, e oggi come ieri, ancora sotto la pioggia. Ma stavolta l'ombrello non era rotto, stavolta non l'avevo nemmeno portato. Forse aveva davvero ragione la Robbins, non c'ero più con la testa. Ma non era comunque questo il modo di umiliarmi davanti a tutti. Era questo il passo successivo dopo avermi sculacciata? Quanto sarebbe andata ancora avanti per sentirsi appagata? Queste domande mi frullavano vorticose nella testa mentre mi avviavo verso casa e la pioggia ticchettava sul mio corpo entrandomi per osmosi fino alle ossa. Era giovedì, il mio ultimo giorno di lezione durante la settimana e avrei avuto un po' di tempo per pensare al da farsi fino al lunedì successivo. Non sapevo se questo pensiero mi consolasse perché non mi avrebbe umiliata ancora e non avrei dovuto cercare risposte adeguate, o se mi spaventasse perché dopotutto io senza quell'assurdo vortice di emozioni che lei mi faceva provare non ero più capace di stare.
Ma ora ero di nuovo sola. Lì, in mezzo alla strada in un giorno di autunno qualunque, più ferita nel cuore che umiliata nell'orgoglio. Non pioveva tanto ma potevo sentire tutta l'umidità dell'aria farsi spazio dentro di me. Io, che mi sentivo il vuoto esplodere nel petto. La pioggia non non poteva lavare via la vergogna. La pioggia non avrebbe mai lavato via la tripla X con cui mi aveva marchiato la Robbins.
Aveva ragione. Avevo perso la testa. L'avevo persa per lei.
